libro giusto

Il libro giusto al momento giusto

Rosa Lyster Lascia un commento

Romanzi che abbiamo tenuto per mesi, o anni, su uno scaffale diventano improvvisamente imprescindibili e sembrano essere scritti apposta per noi.
Questo articolo è apparso originariamente su
The Millions, che ringraziamo.

di Rosa Lyster
traduzione di Giuliano Velli

È da più di un anno che cercano di farmi leggere Una vita come tante. Ma non lo farò. Non ho problemi a credergli quando mi dicono che è un buon libro, quanto l’hanno amato, e che esperienza straziante di proporzioni epiche è la storia che racconta. Tuttavia non posso e non voglio leggerlo. Non saprei dire perché, semplicemente non mi va. E non sarebbe affatto un problema, se non continuassero a ripetermi che siamo fatti l’uno per l’altra. Vogliono a tutti i costi che lo legga! Sono irremovibili nella loro convinzione che è il libro per me. Ma questo non fa che rafforzare la mia determinazione. Basta uno sguardo per capire che non leggerò mai Una vita come tante, per capire che sono in pace con me stessa.

Ma già so cosa succederà. In un momento indefinito del futuro, passerò davanti a Una vita come tante e lo raccoglierò dallo scaffale della libreria, perché, improvvisamente, il momento giusto sarà arrivato. È una sensazione che ho imparato a riconoscere con il tempo. Sarà un matrimonio, atroce e perfetto, tra il mio umore capriccioso e questo libro indubbiamente bizzarro. Comincerò a leggerlo e mi catturerà da subito, da subito ne andrò pazza. Cercherò di forzare gli altri a leggerlo, e quando si rifiuteranno, li avvertirò dell’errore che stanno facendo. È sempre così che va, con il libro giusto al momento giusto.

È come quando ti innamori inaspettatamente di qualcuno che conoscevi, a livello superficiale, da anni. Ti sei formata un’idea generica di questa persona, ma senza andare oltre. Semplicemente era lì, viveva la sua vita, ti salutava con educazione alle feste. In un suo modo un po’ distante sembrava un tipo a posto. Poi scatta qualcosa, si sente quasi un clic, e improvvisamente eccolo lì, davanti a te, pronto a essere amato in tutta la sua stranezza. Sembra che la sua personalità sia stata creata in laboratorio allo scopo di piacerti. È terribile, perché allo stesso tempo pensi a quanto ci sei andata vicina, e a quanto paurosamente rischioso sia l’amore in generale. Era sempre stato lì, sotto il tuo naso. E se te lo fossi perso? A cosa stavi pensando quando lo ignoravi? Ma è inutile rimproverarsi per il tempo sprecato. Non lo stavi ignorando, semplicemente non eri pronta per lui. Avevi bisogno di fare qualche esperienza amara – un paio di brutte rotture, incidenti che ti mostrano i tuoi difetti con chiarezza brutale, qualche istante di noia totale e tremenda. Adesso sei pronta, adesso riesci a vederlo chiaramente.

La mia prima volta è stata con Middlemarch. Se passate un po’ di tempo in un dipartimento di Inglese, che lo abbiate letto o no, non potrete esimervi dall’avere un’opinione su Middlemarch. Per anni la mia opinione è stata che ne odiavo l’idea stessa. Tutto ciò che leggevo a riguardo mi dava ai nervi, a partire da Dorothea. Non capivo come la gente potesse amarla tanto profondamente, così spartana e sempre intenta a leggere un libro noioso. L’avevo presa davvero sul personale. Perché sempre Dorothea? Neanche il personaggio di Lydgate mi convinceva molto, non pensavo di potermi appassionare più di tanto a questo dottore di campagna vagamente tormentato. Neanche il contesto storico sembrava molto interessante (a tutt’oggi non so e non mi importa di sapere cosa è un borgo putrido), e non c’erano guerre avvincenti. Mi sembrava anche troppo lungo, e a detta di tutti nella storia scarseggiavano le feste. Continuavo a tenermi a distanza. Ma la gente non faceva che ripetermi che dovevo leggerlo. In particolar modo mia madre, che mi conosce meglio di chiunque altro. Leggilo, mi ripeteva, e capirai.

Le mie resistenze continuarono per quasi sei anni, finché un giorno non fui pronta. Erano successe delle cose. Spezzai qualche cuore, e in cambio avevano spezzato il mio. Avevo attraversato un periodo di seria sottoccupazione, direttamente correlata alla mia incapacità di rimettermi in sesto. Compresi che stare al mondo insieme agli altri significa capire che non siamo tutti uguali, e che tutti tentiamo di fare del nostro meglio, anche se il nostro meglio si rivela spesso profondamente inadeguato. Compresi, ancora, che acquisire questa consapevolezza non significa affatto poterci fare qualcosa. Ciò che voglio dire è che finalmente ero pronta ad ascoltare cosa aveva da dirmi Middlemarch. Lo presi dallo scaffale come se niente fosse, come se gli anni passati a evitarlo non fossero mai esistiti; e fui spacciata. La prima volta che lo lessi non facevo che guardarmi intorno pensando: Gesù, siete proprio sicuri di non volergli dare un’occhiata? Siamo sicuri che tutti sanno dell’esistenza di questo libro? Che possono leggerlo ogni volta che desiderano? Era bello da non credere, e sembrava parlasse proprio a me.

Il modo comprensivo e fiducioso con cui il narratore si rivolge al lettore è senz’altro una caratteristica peculiare del romanzo. Sembrava che fosse stato scritto per me, che mi appartenesse. Di nuovo, è come innamorarsi follemente, con tutto l’egotismo che si nasconde dietro alla bizzarra nozione che a) quella persona è stata messa sulla terra per te, e b) è oggettivamente l’individuo migliore che sia mai esistito nella triste storia dell’umanità. L’amore! Cosa faremmo se non esistesse? Per settimane non parlai d’altro. Non c’era occasione in cui non riuscissi a tirar fuori l’argomento, a inclinare l’angolo della conversazione così che scorresse dritta verso Middlemarch. È sorprendente quanti motivi puoi trovare per raccontare, ad esempio, il brano dello specchio trumeau, o per parlare di che brav’uomo sia Caleb Garth. Lo è, veramente, e dovremmo tutti sforzarci di essere un po’ più come lui. Ho acquisito dimestichezza con le coordinate del romanzo, messo insieme una mia personale raccolta dei momenti migliori. A tutt’oggi, per dire, non nutro alcun interesse per Dorothea. Non appartiene al mio mondo, nello stesso modo in cui non vi appartiene Jane Eyre. Troppo austere. Non nutro nessun interesse per Lydgate, sebbene senta che questo stia cambiando. Sarebbe più corretto dire che, per ora, non nutro interesse per Lydgate. Fred Vincy, però, mio Dio. Ho amato Fred Vincy dal primo giorno. Non è esagerato affermare che ha cambiato la mia vita.

Il narratore di Middlemarch viene spesso accusato di avere un debole per Fred, come a implicare che non è poi così meraviglioso o meritevole del tempo e dell’attenzione che gli dedica. Mi sembra un’accusa infondata e offensiva. È vero, è frivolo ed egoista, e pensa che tutto gli sia dovuto, ma è anche una persona capace di lasciarsi redimere dall’amore. Non è buono per via di qualche caratteristica intrinsecamente positiva del suo carattere, ma per via della persona a cui sceglie di tenere. Ciò che voglio dire è che, sì, è un tipo a posto, ma il motivo per cui è una persona buona è che ci tiene a esserlo abbastanza da meritare Mary Garth. Non si parla abbastanza di Fred Vincy: amabile, un pochino sciocco, un pochino troppo intento a spassarsela. Fred Vincy: l’uomo che devo ringraziare se ho finalmente ripreso il controllo della mia vita.

Come dicevo, stavo attraversando un periodo di sottoccupazione di cui ero la sola responsabile. Tentavo senza successo di essere una brava persona. In poche parole, avevo 25 anni. Tutti intorno a me lavoravano, vivevano la loro vita, facevano le loro pause pranzo ed erano responsabili delle loro sorelline, mentre io… io no. Fred Vincy e io, con il nostro egocentrismo a incasinare tutto e la nostra serena convinzione che qualcun altro avrebbe sistemato le cose al posto nostro. Avevo più o meno venticinque anni quando ho realizzato, con angoscia e orrore, che nessuno sarebbe arrivato a cavallo per mettere a posto la mia vita. Quest’ingiustizia non faceva che logorarmi ulteriormente. Le cose andavano male, e poi lessi Middlemarch.

Nello specifico il venticinquesimo capitolo, quando Fred va da Mary Garth per confessarle che ha fatto indebitare il padre di lei, consapevole che Caleb Garth non sarà in grado di estinguere quel debito. Mary lo guarda dapprima allarmata, e poi, ancora peggio, con rifiuto. Lui le chiede di perdonarlo e lei gli domanda che differenza farebbe il suo perdono, dato che non rimedierebbe a nessuna delle sue cazzate. Lui risponde, in modo irritante, che è «così avvilito, Mary… se sapessi come sono avvilito proveresti dolore per me». Un vero genio del travisare le situazioni. Dice ancora, nel panico: «comunque vado» e: «non ti dirò più nulla». Mentre leggevo sentivo crescere quell’ansia che si prova quando si viene smascherati. Anzi non smascherati: accusati. Era un film che conoscevo benissimo, perché ne ero stata la protagonista fin troppe volte.

E poi Mary continua: «Come puoi comportarti in modo così spregevole, quando gli altri lavorano e faticano, e ci sono tante cose da fare… com’è possibile che tu non sia capace di far nulla di utile in questo mondo?» Non dice altro, e non ce n’è bisogno. È come se George Eliot fosse entrata nella mia testa e le avesse dato una scossa. Può sembrare insignificante, ma non lo è, perché, davvero, come potevamo essere così spregevoli? Dovevamo essere meglio di così, no? Finalmente, dopo anni a giocare al Fred Vincy, ero pronta ad ascoltare la verità.

Non è stato un cambiamento repentino, né per Fred Vincy né per me. Dopo l’incontro con Mary, Fred necessiterà ancora di molte pagine prima di scendere dal piedistallo. Anche a me è servito qualche mese prima di essere pronta. Ma giuro su Dio che è stato quello il seme del nostro cambiamento. È stata Mary Garth a fare di Fred Vincy una persona migliore, ed è stato Middlemarch a fare lo stesso di me. Fred passerà gran parte del romanzo a raggiungere il punto in cui sarà buono abbastanza per lei, per amarla come merita. Io ho impiegato metà dei miei vent’anni per arrivare al punto in cui ero cresciuta abbastanza da poter assumere la medicina che Middlemarch era determinato a somministrarmi.

Ho avuto la stessa esperienza con altri libri. Un altro buon libro è stato Meridiano di sangue. Per anni se ne è stato sul mio scaffale senza fornirmi buone ragioni per leggerlo. I miei amici lo avevano adorato. Io, fondamentalmente, lo trovavo ridicolo, eccessivo, con tutta quella roba tipo «e così mosse i primi passi macchiato e fetido come il parto puzzolente della madre stessa della guerra». Ma per favore. Inoltre, mi sembrava grossolano ignorare del tutto l’ironia come meccanismo narrativo. Poi, però, attraversai un periodo in cui ricordo di non aver riso per almeno due mesi. Erano successe cose brutte, pesanti, e se avevano un lato divertente o ironico io non lo vedevo. Mi sentivo estremamente drammatica, vecchissima, e sapete qual è un buon libro per un umore del genere? È ovvio: Meridiano di sangue. L’ho divorato, leggendo ad alta voce lunghi passaggi sullo scotennamento. Le ultime righe del romanzo adesso sono affisse sopra la mia scrivania. Il brano del giudice che balla e dice che non morirà mai. Non passa giorno che non lo rileggo. È uno dei miei preferiti, il giudice. Quel finale: così spaventoso, serio e privo di ironia, e ciononostante così bello. Mi ha steso allora, e mi stende ancora oggi. Avevo bisogno di un libro che confermasse la mia sensazione che le cose andavano male, e che sarebbero peggiorate, e sebbene possa sembrare controintuitivo, mi fece sentire meglio. Adesso vorrei proprio rileggerlo. Non riesco a smettere di pensare alla collana di orecchie di Toadvine.

Alzate l’architrave, carpentieri mi ha conquistato per le ragioni opposte. Molti lo ignorano reputandolo bizzarro, e un po’ lo è. È breve, e si concentra sulle piccole cose. Non ha niente di grandioso, se non l’amore per il mondo. L’avevo già letto in passato, e non mi era dispiaciuto. Poi mi sono innamorata, di quell’amore che non si limita alla persona amata, ma si riversa su tutto e tutti. Ho scelto un momento particolare per sentirmi così, perché il mondo a quel tempo mi si presentava come un luogo oggettivamente poco amabile. Praticamente tutte le persone che conoscevo erano concentrate sulla visione d’insieme, e perciò erano disperatamente infelici. Io però ero felice perché innamorata, e avevo un intenso bisogno di un libro che mi confermasse che non era sbagliato concentrarsi sulle piccole cose. Vedere tutto l’universo in un viaggio in macchina, un matrimonio disastroso, un drink. Non si può tenere a bada il mondo molto a lungo, ma dentro la macchina, con Buddy Glass a raccontare, per un breve momento mi sono sentita in pace.

Alcuni libri capisci immediatamente che li amerai, altri devi prima ignorarli per un po’. Coesisterci per qualche tempo, non tollerarli, persuaderti che proprio non fanno per te. Alzare gli occhi al cielo quando ne parlano e così via. Esclamare no, per favore, quando vengono citati. Parlarne alle feste in un modo che, a guardar bene, è un po’ bizzarro. Sicuro di non esserti innamorato di quel libro? Dopotutto, per essere uno che dice di odiarlo e vorrebbe che nessuno lo avesse mai letto, ne parli proprio tanto. Sicuro di non avere almeno una piccola cotta per quel libro? Eh? Tu e il libro, seduti sotto un albero, che vi baciate. Ammettilo. Sotto sotto sai di amarlo.

© Rosa Lyster, 2017. Tutti i diritti riservati.

 Rosa Lyster vive a Cape Town. Il suo primo libro di poesie, Modern Rasputin, è stato pubblicato da uHlanga Press. Il suo profilo Twitter è @rosalyster.