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La letteratura americana dal 1900 a oggi. Philip K. Dick

Umberto Rossi Lascia un commento

Il 2 marzo  1982 si spegneva Philip K. Dick, uno dei più celebri e geniali scrittori di fantascienza. Per ricordarlo ne pubblichiamo un profilo, tratto dal dizionario per autori La letteratura americana dal 1900 a oggi, curato da Luca Briasco e Mattia Carratello, edito da Einaudi. Ringraziamo l’autore, i curatori e la casa editrice.

di Umberto Rossi

La nascita del romanziere Philip Kindred Dick, avvenuta il 16 dicembre 1928 a Chicago, prefigura uno dei temi fondamentali della sua opera: la sorella gemella Jane morirà in poco meno di un mese, e questa perdita originaria non sarà solo causa del divorzio dei genitori – che avrà ripercussioni infinite sulla vita e l’opera dello scrittore – ma verrà a tradursi letterariamente nelle varie figure di personalità scisse o sdoppiate presenti in molti suoi romanzi, come Tempo fuor di sesto (Time Out of Joint, 1959), Un oscuro scrutare (A Scanner Darkly, 1977) e Valis (VALIS, 1981). Trasferitosi con la famiglia a San Francisco nel 1929, Dick non avrebbe più lasciato la California per il resto della sua vita (tranne che per brevi viaggi), diventando uno dei maggiori testimoni della società West Coast negli anni cruciali che vanno dalla fine della seconda guerra mondiale all’elezione di Ronald Reagan. Se si tende ad associare l’ambiente californiano con uno stile di vita anticonformista e una posizione controculturale, Dick va visto come un classico esponente di un mondo che sarebbe giunto alla ribalta proprio alla metà degli anni Sessanta, lo stesso periodo in cui pubblicherà alcune delle sue opere più significative. Un atteggiamento iconoclasta e libertario contraddistingue Dick già all’inizio degli anni Cinquanta, quando frequenta l’Università di Berkeley senza però giungere a laurearsi: in quel periodo fa amicizia con il poeta Robert Duncan. Il fatto che inizi a pubblicare racconti fantastici e di fantascienza nel 1952, sulle riviste pulp che all’epoca costituivano il principale canale di diffusione dell’immaginario tecnologico (in particolare The Magazine of Fantasy & Science Fiction, il cui direttore, Anthony Boucher, fu il mentore di Dick ai suoi esordi) non va visto tanto quale segno d’interesse per le scienze esatte, ma come scelta obbligata per un autore dall’ispirazione originale e visionaria, impegnato tra l’altro in una continua ricerca non accademica nei territori della psicoanalisi, della psichiatria, della teologia e della filosofia ermetica. Fin dai suoi primi anni di attività, del resto, Dick appare diviso tra il successo della sua narrativa fantastica e fantascientifica – da segnalare i romanzi La città sostituita (The Cosmic Puppets), Occhio nel cielo (Eye in the Sky), entrambi del 1957, e Tempo fuor di sesto, tutti incentrati sulla critica dell’America di Eisenhower, ma anche su un’incertezza ontologica e un’ansia metafisica, pur contenute nei meccanismi di genere – e l’ambizione di pubblicare romanzi realistici con i prestigiosi editori di New York, un desiderio frustrato dalla serie di rifiuti che queste opere ricevono – usciranno solo dopo la morte dell’autore rivelandone un aspetto fino ad allora sconosciuto; tra di esse vanno segnalati i romanzi L’uomo dai denti tutti uguali (The Man Whose Teeth Were All Exactly Alike), 1984, In questo piccolo mondo (Puttering About in a Small Land) e In terra ostile (In Milton Lumky Territory), 1985. Il successo di pubblico, pur se nel «ghetto» della fantascienza, giunge con il romanzo L’uomo nell’alto castello (The Man in the High Castle, anche pubblicato come La svastica sul sole, 1962) che vince il premio Hugo nel 1963 e fa conoscere Dick come scrittore trasgressivo e politicamente impegnato: nella raffigurazione di un mondo dove la Germania  nazista e il Giappone hanno vinto la seconda guerra mondiale e si sono spartiti gli Stati Uniti, traspare in modo oggi evidente una critica dell’impero americano e della sua sospetta ricerca di supremazia tecnologica ed economica (precorrendo così un classico della letteratura postmodernista come L’arcobaleno della gravità di Thomas Pynchon). Seguono, nel corso degli anni Sessanta, altre opere di una fantascienza psichedelica, ironica, allucinatoria, dove l’uso di droghe o tecnologie futuribili rendono incerto il confine tra reale e immaginario, e prefigurano i temi della realtà virtuale e della rivoluzione digitale a venire: tra di esse spiccano I simulacri (The Simulacra, 1964), Noi marziani (Martian Time-Slip, 1964), Le tre stimmate di Palmer Eldritch (The Three Stigmata of Palmer Eldritch, 1965), Cronache del dopobomba (Dr. Bloodmoney, 1965), Ma gli androidi sognano pecore elettriche (Do Androids Dream of Electric Sheep, 1968, sul quale è basato il film di Ridley Scott, Blade Runner) e Ubik (Id., 1969). Tutti questi romanzi, unitamente a una vasta produzione di racconti, fanno di Dick uno degli autori di fantascienza più letti dai giovani dell’epoca (incluso, tra gli altri, John Lennon). A questa fase di iperproduzione segue però una pausa dovuta a gravi problemi personali (dipendenza da anfetamine, il naufragio del quarto matrimonio, un tentativo di suicidio), durante la quale Dick contempla la possibilità di trasferirsi in Canada. Dopo questo momento di crisi lo scrittore abbandona la Bay Area per stabilirsi nella Orange County, a sud di Los Angeles. Il trasloco segna una tregua nei suoi problemi personali che gli consente di dedicarsi a nuovi romanzi, due dei quali affrontano il tema delle droghe: Scorrete lacrime, disse il poliziotto (Flow My Tears, The Policeman Said, 1974), in vena più marcatamente fantascientifica, e Un oscuro scrutare (adattato per il cinema da Richard Linklater nel 2006), che attinge a dolorosi materiali autobiografici, con pochi ma decisivi elementi fantastici. Il secondo romanzo in particolare costituisce uno dei momenti più intensi della narrativa dickiana, dipingendo una società di stampo orwelliano dove tutti sono sorvegliati grazie a tecnologie avanzate, ma calandola nella quotidianità stralunata di un gruppo di tossicodipendenti californiani assai simili a quelli che Dick aveva ospitato negli anni trascorsi a Santa Venetia, la sua ultima residenza nell’area di San Francisco. Al centro della vicenda è il personaggio di Bob Arctor / Fred, un agente della narcotici sotto copertura che, a causa del consumo di Sostanza M (una droga fantascientifica), soffre di una scissione della personalità, cominciando a credere che le sue due identità (il poliziotto e il drogato) corrispondano a due individui fisicamente distinti. Negli ultimissimi anni di vita DICK scrive quello che è probabilmente da considerare il suo testamento letterario, nonché il suo più interessante esperimento: si tratta della trilogia di Valis, articolata sui tre romanzi Valis (Id., 1981), Divina invasione (The Divine Invasion, 1981) e La trasmigrazione di Timothy Archer (The Transmigration of Timothy Archer, 1982). L’unità del trittico non sta in una continuità di trama o personaggi, ma nel rappresentare i tre filoni della narrativa dickiana: il primo romanzo è un’opera decisamente nella linea postmodernista, che può essere letta come narrazione realistica di un caso di pazzia (se non crediamo che il protagonista Horselover Fat, alter ego di Dick, abbia ricevuto dei messaggi da Dio), o come fantascienza teologica (se ci convinciamo che le visioni di Fat siano veramente di origine divina). Dick riesce a mantenere la narrazione sulla linea di confine tra due generi, conservando l’incertezza fino all’ultima pagina, giocando contemporaneamente la carta della narrazione autobiografica (si tratta di un romanzo a chiave, nel quale figurano sotto falso nome molti amici dello scrittore). Il secondo volume della trilogia, Divina invasione, è invece un «classico» romanzo di fantascienza dove però uno dei topoi più sfruttati del genere, l’invasione della Terra, viene stravolto da Dick immaginando che sia Dio a invadere il nostro pianeta, caduto sotto la dominazione di Belial, il demonio. Elementi presi dalle più diverse tradizioni religiose, da quella cristiana a quella ebraica, passando per le dottrine esoteriche, vengono rielaborati in modo originale: il Dio biblico Yah soffre di amnesia e deve recuperare una parte rimossa della propria identità; un messia bambino è sotto tutela del profeta Elia; una versione digitalizzata della Torah traduce in termini informatici le interpretazioni cabalistiche dell’Antico Testamento. La posta in gioco del romanzo è comunque la possibilità che Dio sostituisca il mondo distopico descritto nel romanzo (una Terra oppressa da una dittatura planetaria) con un mondo forse imperfetto ma se non altro vivibile: ancora una volta in Dick religione, politica e psicologia risultano facce di un unico mondo condiviso (o koinos kosmos). Il terzo volume, La trasmigrazione di Timothy Archer, è un romanzo assolutamente realistico, dove nella figura del vescovo Archer si intravede uno dei più cari amici di Dick, il vescovo Jim Pike, religioso politicamente impegnato e decisamente non ortodosso. La vicenda di Tim Archer e della nuora Angel (un io narrante al femminile decisamente insolito nel mondo narrativo dello scrittore) viene poi proiettata, con una fitta tessitura di rimandi più o meno espliciti, sul passato delle prime comunità cristiane (con forti riferimenti alle tradizioni gnostiche) e sul presente della controcultura in declino. La morte precoce, avvenuta il 2 marzo 1982, ha impedito allo scrittore di godere a pieno del riconoscimento mondiale riservato alle sue opere, consacrate dalla pubblicazione nella prestigiosa Library of America, e che continuano a essere fonte di frequenti trasposizioni cinematografiche.

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