Merritt Tierce

Feroci appetiti.
Intervista a Merritt Tierce

Dwyer Murphy 2 Commenti

Carne viva di Merritt Tierce è in libreria. Pubblichiamo un’intervista con l’autrice apparsa nel settembre 2014 su Guernica Magazine. Ringraziamo l’autore e la testata.

di Dwyer Murphy
traduzione di Martina Testa

Carne viva è il romanzo d’esordio di Merritt Tierce, segnalata dalla National Book Foundation nel 2013 fra i cinque migliori scrittori statunitensi sotto i 35 anni, già vincitrice del premio della Rona Jaffe Foundation per la scrittura femminile, e voce di spicco nel dibattito sul futuro dell’aborto in Texas.

È un libro che parla di lavoro e di autodistruzione, e del confine spesso poco netto che li separa. È anche un libro sulla vita nei ristoranti, ed è un sollievo non trovarci neanche il minimo riferimento a sapori o aromi, alla vicinanza spirituale delle aziende agricole alla nostra tavola, o alla necessità di rispondere a qualunque ordine con un ferreo «Sì, chef». Il mondo della Tierce è popolato da cameriere, lavapiatti e aiuti barman, figure marginali la cui arte risiede nel movimento incessante e nella capacità di affrontare l’ennesimo turno di lavoro mantenendo una dose ragionevole di buonumore e volgarità.

Al centro del romanzo c’è il personaggio di Marie, una giovane cameriera di Dallas che serve in una sfilza di ristoranti diversi. A casa ha una figlia piccola, una bambina a cui non sa come voler bene, e il dolore di questa separazione la spinge a massacrarsi sempre di più. Accetta qualunque turno le offrano, qualunque droga, qualunque cosa da bere, qualunque partner sessuale, fino a farsi male. Come scrive la Tierce, «non era questione di piacere: era che alcuni tipi di dolore sono il perfetto antidoto per altri».

Per questa intervista ho raggiunto Merritt Tierce via Skype sulla terrazza di un caffè di Austin, in Texas, dove si trovava per assistere a un processo contro le nuove norme restrittive nei confronti delle cliniche texane che praticano l’aborto. Parallelamente al suo lavoro di scrittrice, la Tierce è impegnata da molto tempo nel movimento per il diritto all’autodeterminazione femminile, ed è membro fondatrice e direttrice esecutiva del Texas Equal Access Fund. Questo mese lascerà il suo incarico nell’organizzazione ma non certo il movimento, al quale ha intenzione di continuare a dare il suo contributo come texana e scrittrice a tempo pieno.

Su una vasta gamma di argomenti Merritt Tierce discute con passione ed eloquenza. Nel corso di un pomeriggio abbiamo parlato di desideri repressi, del suo allontanamento dal cristianesimo conservatore e della doppia morale che le donne devono affrontare quando parlano di sesso e maternità. Sembrava augurarsi che gli altri avventori del locale ascoltassero la nostra conversazione, si prendessero un altro caffè e si sedessero al nostro tavolo a chiacchierare insieme a noi.

Carne viva racconta un susseguirsi costante di sesso, droga, lavoro nei ristoranti e comportamento autodistruttivo. Sembra che queste attività vadano di pari passo, come mai?

Ci ho pensato molto, perché è universalmente riconosciuto che chi lavora in un ristorante entra a far parte di un mondo frenetico e pompato dalla droga. Ho varie teorie al riguardo. Una ha a che fare con gli appetiti. Ci si fa in quattro per soddisfare gli appetiti degli altri, ed è impossibile riuscirci senza reprimere i propri, finché a un certo punto non saltano su all’improvviso, come un pupazzo a molla. Un’altra teoria è che sia un problema di performance. Specialmente se si lavora a pieno ritmo nella ristorazione ad altissimo livello, si finisce per essere un ingranaggio nello splendido macchinario di qualche persona molto ricca. Ti pagano perché la macchina continui a funzionare, e devi incarnare una versione di te che sia sempre uguale a sé stessa, appariscente e impeccabile. Tutto questo sulle persone ha un prezzo, un prezzo che in qualche modo va compensato. E poi, di base, è un lavoro veramente stressante. Ogni volta che si lavora in un ambiente così faticoso, bisogna fare qualcosa per scaricarsi. Del resto, lo stesso vale per tante altre situazioni professionali in cui si viene messi fortemente sotto pressione.

Vanno fatti dei chiari distinguo, perché servire ai tavoli di un ristorante non è come fare il soldato o il chirurgo. Ma si ha comunque una missione da compiere entro certi tempi precisi, in condizioni quasi impossibili, e a volte i tuoi compagni di trincea sono insopportabili o ti mandano al manicomio, ma l’atmosfera crea comunque un collante fra i colleghi. Alla fine del turno è difficile mollare tutti e andarsene a casa. Sembra sempre di dover fare qualcosa per rendere onore all’esperienza che si è appena affrontata e superata insieme, anche se ciò che si fa per onorarla non è sempre positivo.

Sei particolarmente ispirata dalle cose più abiette che succedono dietro le quinte di un ristorante? La prosa del tuo romanzo acquista potenza nelle storie più spinte.

È un rapporto di proporzionalità inversa. La qualità della scrittura deve alzarsi, altrimenti l’effetto è il semplice disgusto. Perché leggere di certe cose se il testo non ha una sua bellezza? E perché scriverne?

Sembra che la tua narratrice, Marie, noti e apprezzi le migliori doti fisiche di chiunque, in particolare della gente che la tratta peggio. È un po’ lo stesso impulso?

Marie ha un’autentica fame di bellezza e ha imparato a vederla nei posti più banali, invece di aspettare che la bellezza tradizionalmente intesa le venga incontro e soddisfi quella fame. Ecco come fa a sopportare tutto lo schifo che la circonda. È una cosa di lei che mi piace moltissimo.

Quando lavoravi come cameriera avevi un tuo elemento preferito nella coreografia del ristorante? Un gesto, un movimento, una mansione?

Mi piaceva molto il modo in cui il corpo pian piano imparava a rapportarsi con il ristorante. I primi tempi che si lavora in un locale nuovo, si va a sbattere di continuo contro tutto e tutti. Dopo averci lavorato per un po’, il corpo si calibra in rapporto allo spazio fisico. Non è una cosa che avviene a livello conscio. Il corpo si adatta autonomamente, in maniera tale che non finisci mai addosso a qualcuno svoltando un angolo insidioso, e sai cosa aspettarti da ogni centimetro della sala, e quanti passi servono per attraversarla. In questo c’è un’autentica bellezza. Mi piace da morire guardare dei camerieri che lavorano insieme nello stesso ristorante da parecchio tempo. Hanno dei movimenti scorrevolissimi, fluidi. Il lavoro di cameriere è fatto di questi aspetti fisici, sensuali, che non c’entrano nulla con i motivi per cui la gente va al ristorante.

Tu mangi spesso fuori?

Sì, e mi piace mangiare fuori con altri camerieri, perché sanno come si fa. Uno direbbe che non è complicato: vai in un posto, ti siedi, ti metti in bocca quello che hai nel piatto. Ma ci sono delle regole. Non parlo solo delle buone maniere a tavola. Parlo di come ci si comporta con le altre persone, di come si divide la roba da mangiare, di come si interagisce con il cameriere. Saper mangiare fuori è un’abilità particolare.

Qual è il peccato capitale per il cliente di un ristorante?

Comportarsi come se non esistesse altro al mondo tranne te e l’hamburger che stai mangiando. Comportarsi come se il cameriere non fosse un essere umano. Non dico che bisogna chiedergli la storia della sua vita. Quando facevo la cameriera, non volevo neanche che i clienti si prendessero tutta quella confidenza. Ma bisognerebbe essere cortesi e riconoscere che anche se uno sta facendo il suo lavoro e l’altro sta pagando per un servizio, il fatto che alla base ci sia una transazione economica non esclude che sia un rapporto fra due esseri umani. C’è gente che non ce la fa proprio. Pensano che siccome il cameriere li serve, sia in una posizione servile rispetto a loro.

Non mi vengono in mente molte opere letterarie sui camerieri dei ristoranti. Mi sembra un mondo socioeconomico sottorappresentato.

È strano, no? Tantissimi scrittori e artisti di ogni tipo hanno lavorato come camerieri in qualche momento della loro vita. Ma secondo me, se uno sopravvive, non ha voglia di pensarci mai più. Vuole solo dimenticarsi quel brutto lavoro di merda che doveva fare per pagarsi l’affitto. Non vuole rituffarcisi dentro e riviverlo. O almeno questa è la mia teoria. Ma in realtà, dal punto di vista narrativo, è una miniera d’oro. È la perfetta rappresentazione del sistema di caste che vige in America. Ci sono persone ritenute completamente prive di valore – gli immigrati clandestini, che lavorano per pochi spiccioli e sopravvivono a malapena – e, proprio dietro l’angolo, dei miliardari che mangiano nei piatti che quelle persone hanno appena lavato. C’è un sacco di carne al fuoco. Rebecca Curtis ha pubblicato una raccolta di racconti intitolata Ventimila dollari in cui ce ne sono alcuni che parlano del lavoro di cameriere, ma a parte questo non è un mondo che ho visto rappresentato in letteratura, in tv o al cinema. Eppure ce ne sarebbe di materiale per tirarci fuori una serie tv.

Forse i produttori di Friday Night Lights potrebbero creare uno spin-off ispirato a Carne viva in cui Lyla Garrity o Tim Riggins finiscono a servire ai tavoli in qualche ristorante di Dallas, con un bambino piccolo a carico.

Quanto mi piace Friday Night Lights! Sono cresciuta in una cittadina del Texas orientale che era identica a Dillon. È un telefilm veramente ben fatto. Sorvolando sul fatto che gli attori che interpretano i ragazzi delle superiori hanno tutti sui trent’anni, rappresenta benissimo la vita quotidiana da quelle parti. La cittadina dove abitavo io chiudeva davvero i battenti il giorno della partita, e tutte le dinamiche del piccolo centro di provincia sono riprodotte alla perfezione.

Posso farti qualche domanda sulla tua educazione? Nel background della protagonista del libro vediamo un allontanamento dalla religione, e mi chiedevo se anche tu hai vissuto un’esperienza del genere.

Be’, ho subito un lavaggio del cervello fin dalla primissima infanzia. Sono cresciuta in una famiglia di fondamentalisti cristiani appartenenti alla chiesa battista del Sud. Ma i danni sono stati minori del previsto. I miei genitori sono cristiani conservatori, ma non estremisti. Si mantengono nella zona moderata dello spettro. Io non ho potuto superare i confini di quella mentalità fino all’età adulta, il che ha avuto conseguenze non indifferenti su di me, sui miei figli e sul mio ex marito. A tutt’oggi non so come ho fatto a uscire da quella gabbia, perché a livello psicologico non è affatto facile. Quando però mi sono effettivamente allontanata dal cristianesimo, è successo in maniera piuttosto improvvisa. È stata una specie di epifania. Mi sono resa conto che non dovevo per forza credere a certe cose, pensare certe cose, fare certe cose. È stato il più grande sollievo che ho provato in vita mia. Ma questo non voleva dire che avessi chiaro cosa fare da quel punto in poi, e senza le limitazioni imposte da quel sistema di valori molto rigido mi sono ritrovata ad annaspare.

Se ci sono delle sovrapposizioni fra la tua vita in quel periodo di annaspamento e la vita di Marie, la voce narrante del libro, quanto ne sono al corrente i tuoi genitori?

Non credo che sappiano molto. Siamo il tipo di persone che evitano il conflitto a tutti i costi. Siamo in buoni rapporti, in rapporti cordiali. Non sarei riuscita a superare i miei vent’anni – o quantomeno i miei figli se la passerebbero molto peggio di ora – se non ci fossero stati loro ad aiutarmi. Le nostre idee politiche e i nostri valori sono completamente agli antipodi, ma loro sono stati una rete di sostegno indispensabile e questo per me conta molto, anche se non sapevano esattamente che tipo di vita facevo mentre loro offrivano a me e ai miei figli quel sostegno. Non voglio ferirli, ma è vero anche che uno dei motivi per cui ho scritto il libro è stata la voglia di spiegare cosa significa smettere di farsi del male. Per riuscirci, bisogna mollare un po’ la corda e cominciare a fregarsene di come giudicano gli altri la tua vita.

Stiamo parlando di trasformazioni molto significative, invece in Carne viva non c’è il momento dell’epifania. È stata una tentazione a cui hai voluto resistere?

Non è stata una tentazione a cui ho voluto programmaticamente resistere, sono stata anche criticata per non aver inserito un momento di riscatto, ma tutto sommato mi piace il fatto che il libro non abbia il tipico arco narrativo. In un romanzo c’è tantissimo che si può raccontare senza metterci in mezzo epifanie, svolte e cambiamenti. A me viene molto difficile credere nelle epifanie quando leggo un libro. Nella vita reale i momenti di illuminazione improvvisa esistono, certo, ma devono essere molto convincenti, e Marie è una persona che dubita di tutto, specialmente di sé stessa.

E poi nel libro c’è comunque della tensione: succedono una serie di cose a cui assistiamo come guardando da un buco della serratura. Come lettori, vogliamo sapere quanto può rovinarsi la vita un personaggio, in quanti casini può andarsi a cacciare, ma anche cosa verrà fuori da tutta questa autodistruzione. È lo stesso istinto che ci porta a rallentare per guardare i resti dell’incidente stradale sulla carreggiata opposta dell’autostrada. È una rottura di palle quando siamo in mezzo alla coda, ma una volta che arriviamo all’inizio non riusciamo a trattenerci.

Mentre lavora nei vari ristoranti e porta avanti questa vita autodistruttiva, Marie ha una figlia piccola a casa. Di fatto stai raccontando anche la depressione post-parto?

Sì, è un aspetto importante della fase che Marie sta attraversando, e viene fuori esplicitamente in vari punti del libro. Credo che capiti abbastanza spesso che le donne soffrano di depressione post-parto senza che gli venga mai diagnosticata, senza ricevere cure e senza neanche ammettere con sé stesse di soffrirne, perché sarebbe una prospettiva troppo spaventosa.

Usi spesso la seconda persona, per dare l’idea che sia Marie a raccontare la sua storia alla figlia. Come mai hai scelto questa tecnica?

Quelle parti sono nate in maniera molto spontanea. Per tutto il romanzo il lettore è nella cabina di pilotaggio, dentro la testa di Marie, ed è normale che sia quello il modo in cui lei pensa e immagina di rivolgersi alla figlia. Ma la seconda persona può essere insidiosa. Ovviamente è la meno usata fra le modalità a disposizione dello scrittore, ed è facile usarla male. I lettori possono mettersi sulla difensiva quando sentono un «tu»: ecco perché ai pazienti in psicoterapia si dice sempre di usare la prima persona e non la seconda. Ma in quei punti Marie si rivolge a sua figlia, e quando i lettori lo capiscono, credo che la loro reazione sia diversa. Sono dalla parte di Marie, perché provano un certo senso di responsabilità nei confronti della bambina, invece di mettersi istintivamente sulla difensiva.

Vorrei farti una domanda sulle dinamiche di genere all’interno del romanzo e rispetto alla sua scrittura. Tu credi che alle donne non vengano date sufficienti opportunità di pubblicare un certo tipo di libri, ossia quelli che contengono una litania di sesso, droga e brutalità?

Non voglio attaccarti un pistolotto…

Attaccamelo, ti prego.

Già il modo in cui è posta la domanda riflette certe dinamiche di genere. Sì, certo, vorrei che ci fossero più libri sull’esperienza femminile del sesso, della droga, della brutalità, ma se sei donna e scrivi qualcosa che chiama espressamente in causa il rapporto fra uomini e donne e le nostre attese al riguardo, subito quello diventa il tema del libro e il criterio in base al quale viene giudicato. Viene considerato un libro anti-maschile, o femminista, e l’autrice viene trattata come se avesse scritto un manifesto o un pamphlet ideologico invece che un testo di narrativa, mentre se è un uomo a scrivere un libro che contiene quegli elementi, viene giudicato in maniera diversa. Questo mi dà fastidio.

Non è che avevo in testa certe dinamiche e certe idee e ho deciso a tavolino di farne l’argomento di un libro. Sono semplicemente cose che mi stanno molto a cuore, e sono venute fuori nel romanzo. La mia storia è per molti versi parallela a quella di Marie. Da piccola, a scuola, ero più intelligente dei miei compagni maschi e mi sentivo dire in continuazione che avrei potuto fare strada in qualunque campo, ma sono arrivata a un punto in cui il mio sesso mi ha tradito. Una volta diventata donna, la mia vita si è fatta sempre più dura e più brutta, e non riuscivo ad accettarlo. Mi sono trovata ad affrontare un forte conflitto interiore fra il desiderio dell’approvazione maschile e l’odio di quel desiderio, a toccare con mano l’ingiustizia delle dinamiche di genere senza avere gli strumenti per parlarne o per riconoscerla per quella che era. Anche Marie vive una situazione del genere, ed è questa la storia che volevo raccontare.

Quindi pensi che le donne che scrivono di sesso siano trattate in maniera diversa rispetto agli uomini?

Penso che ci sia un pregiudizio contro le donne che scrivono di sesso quando quel sesso non rientra in un rapporto dalla struttura socialmente accettabile, e un pregiudizio contro le donne che scrivono di maternità senza conformarsi alla mitologia comunemente accettata sull’essere madri e sull’essere genitori. Guai se si infrange quel codice.

Quale sarebbe questo codice?

L’idea dell’abnegazione è così legata all’idea della maternità che finiscono per essere quasi indistinguibili. In quanto madre, una donna dev’essere disposta a sacrificare completamente la sua persona e la sua identità in nome del benessere del figlio, al punto tale che, se non lo fa, diventa una cattiva madre. Dai padri non ci si aspetta la stessa cosa. Io ho dei figli, quindi parlo per esperienza personale, è una questione su cui ho riflettuto molto. Quasi tutti i genitori vogliono il meglio per i propri figli, ovviamente, ma questo non significa che abbiano automaticamente gli strumenti per offrirglielo, a livello materiale e psicologico. Anche se una donna pensa che una madre debba essere disposta a fare enormi rinunce per i suoi figli, può darsi che comunque non ne sia in grado. È semplificatorio e dannoso dare per scontato che lo sappia fare, o che le venga facile.

A proposito di maternità, tu oltre alla scrittura hai anche un’altra carriera, sei un’attivista per il diritto all’aborto. Come sei passata dal cristianesimo conservatore al Texas Equal Access Fund?

A diciannove anni, all’università, per un semestre ho portato avanti un progetto di ricerca sulla proibizione dell’aborto nella Bibbia e tutti gli editti dottrinali che lo condannano. Era totalmente antiabortista. E ovviamente, alla fine del semestre sono rimasta incinta per sbaglio. È un esempio di ironia della sorte talmente perfetto che sembra uscito da un romanzo. A quel punto non potevo neanche lontanamente considerare l’idea di abortire o di dare il bambino in adozione. Quindi avevo una conoscenza di prima mano di quello che significa una gravidanza indesiderata, una dose naturale di empatia verso le donne che ricorrono all’aborto, e un’antipatia istintiva, radicatissima verso ogni forma di discriminazione. Sono arrivata a pensare che le restrizioni sull’aborto e sull’autodeterminazione sono i fattori principali che impediscono a molte donne di fare ciò che vogliono della propria vita. Crescendo, man mano che mi allontanavo dalla religione, acquistavo maggiore consapevolezza politica e mi avvicinavo all’attivismo femminista, non potevo più accettare di essere considerata una persona di minor valore in quanto donna. E così nel 2004 sono stata una dei membri fondatori del TEA Fund, che nasce da un’idea della mia amica e mentore Gretchen Dyer. La nostra è un’organizzazione che finanzia gli aborti. Le donne in difficoltà economiche che vogliono abortire ma non possono permetterselo ci chiamano – in Texas l’assicurazione sanitaria federale non copre gli aborti – e gli diamo una piccola quantità di denaro per aiutarle a pagare l’intervento.

È un momento difficile per il diritto all’aborto in Texas in altri stati del Sud. Dopo l’ostruzionismo di Wendy Davis, la nuova legge restrittiva è comunque passata e ora si sta cominciando ad applicarla. A che punto siamo? Quanto è grave la situazione?

La nuova legge, la House Bill 2, è divisa in quattro parti. Le prime tre sono entrate in vigore il 1° novembre 2013, e metà delle cliniche texane per l’aborto hanno chiuso. Ora, nel settembre 2014, sta entrando in vigore la quarta parte, e resteranno aperte solo cinque o sette cliniche. Le altre chiuderanno perché non riescono a soddisfare questi ultimi requisiti, totalmente superflui e ridicoli, imposti dallo stato del Texas. Ciò significa che più di 900.000 donne in età riproduttiva si troveranno ad abitare a più di 250 chilometri di distanza dal centro per l’aborto più vicino in territorio texano. È un numero più alto di quello di altri venticinque stati più Washington D.C. È una fascia di popolazione enorme, e sono appena uscita da un’aula di tribunale in cui lo stato del Texas sosteneva che è una percentuale irrilevante. I legislatori repubblicani che sostengono il disegno di legge e i leccapiedi di Rick Perry al Dipartimento di Giustizia del Texas – ossia le persone che difendono queste norme – fingono di avere a cuore e di proteggere «la vita», ma sono pronte a sostenere davanti a un giudice che queste 900.000 donne non contano. È una contraddizione palese e intollerabile.

Ma a questo punto non esiste una via d’uscita miracolosa. Non so cosa succederà a settembre. Diventerà ancora più difficile abortire in Texas, questo è sicuro. Ci saranno anche tanti attivisti sul territorio che cercheranno di cambiare le cose, ma la fazione opposta sta vincendo, e sta vincendo già da un bel pezzo, perché ha in mano il potere politico, e finché non cambiamo quello non abbiamo modo di cambiare le leggi.

Questo mese lascerai il TEA Fund per dedicarti a tempo pieno alla carriera di scrittrice. È stata una decisione difficile?

Sì, specialmente nel pieno di questa battaglia. Ma credo anche di poter essere più utile al movimento come scrittrice che come amministratrice, quindi non è che stia abbandonando il campo.

E continuerai a vivere in Texas?

Per tutta la vita, anche da prima di diventare una democratica progressista, ho sempre odiato il Texas. Lo vedevo come un posto pieno di stereotipi a cui non volevo appartenere. Ma nel corso degli anni ho superato questo atteggiamento. Ora capisco che non c’è bisogno di me a Boston o a Portland. Lì di persone come me ne hanno già. È qui in Texas che c’è bisogno di me.

© Dwyer Murphy, 2014. Tutti i diritti riservati.