Andre Dubus

Tradurre Andre Dubus

Nicola Manuppelli Lascia un commento

Abbiamo chiesto ad alcuni traduttori di raccontarci la loro esperienza al lavoro su un autore o un’opera in particolare. Oggi Nicola Manuppelli, traduttore italiano dello scrittore statunitense Andre Dubus, ci racconta la sua storia. Buona lettura!

di Nicola Manuppelli

Scrittura e traduzione per me hanno significato sempre la stessa cosa. O perlomeno due idee associate.

Da bambino, davanti a una vetrina, fui folgorato dalla copertina di un libro con sopra un enorme capodoglio bianco. Era Moby Dick, ovviamente. Avevo cinque anni. Insistetti per avere il libro. Mio padre si arrese. Avevo appena iniziato a distinguere le lettere. Moby Dick fu il libro su cui imparai a riconoscere una frase, un paragrafo. Era una versione integrale, tradotta da Cesare Pavese. Non ci capii nulla. Se non una cosa, quando le persone mi avrebbero chiesto: «Che cosa vuoi fare da grande?», be’ io avrei risposto, «Leggere e scrivere». E anche io volevo fare qualcosa che diventasse uno di quegli oggetti misteriosi: i libri.

Le librerie a quel tempo erano diverse. Non che adesso non ce ne siano di buone, ma erano qualcosa di diverso. C’era una sorta di magia, di ingenuità. Magari ci trovavi meno gente esperta, ma erano luoghi accoglienti. O perlomeno, io li ricordo così.

Leggere ti faceva sentire un po’ come Bastian in La storia infinita (qualche anno dopo ci persi letteralmente la testa per Michael Ende). Anche una sorta di rifugio. Avete presente i ragazzini di certi romanzi o racconti di King? Proprio così. (E se non li avete presenti, correte a leggere il suo bellissimo racconto lungo «Uomini bassi in soprabito giallo.)

A casa non avevo tanti libri. I miei genitori leggevano saltuariamente. C’era una copia di Peter Camenzind di Herman Hesse, una di Cronache familiari di Vasco Pratolini (la prima la conservo ancora da qualche parte, il secondo è uno dei miei libri preferiti) e poi c’era un libro strano, con una specie di nave fantasma in copertina. Era Le avventure di Gordon Pym di Edgar Allan Poe. Fu il secondo libro che lessi. Poi seguì Huckleberry Finn di Mark Twain. Poi Zanna Bianca di Jack L0ndon.

Quattro libri. Quattro americani.

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La mia insegnante alle elementari ci dava un sacco di roba da leggere. Ricordo Joseph Joffo di Un sacchetto di biglie e poi una serie di romanzi legati a un gruppo di personaggi chiamati «I cinque». Mi abituai a leggere un libro al mese, poi uno ogni venti giorni e così via.

C’erano anche i fumetti. E anche qui la provenienza era americana. C’erano Topolino, Popeye, Spiderman, Batman. E poi c’era Alan Ford, che era italiano ma era ambientato negli Stati Uniti.

L’oculista mi teneva sott’occhio, se si può dire. Mi mancava qualche diottria all’occhio destro. Lui mi dava da fare degli esercizi, io rovinavo tutto leggendo come un forsennato.

A un certo punto mi vietò di leggere. Per qualche mese. Mi nascondevo da mia nonna e disubbidivo.

Cosa c’entra tutto questo con Dubus? Ci arrivo. Il punto principale (un po’ come insegna il libro madre di tutti i libri, l’Odissea) è l’accoglienza.

Per me i libri erano una vera e propria casa. Cercare di scrivere delle storie era come costruirsi una casa su misura.

C’è una frase del poeta irlandese Yeats molto bella a riguardo: «Le parole sono l’unico rifugio sicuro».

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Mentre scrivo queste righe, ascolto «Contemplation Rose» di Van Morrison e mi viene in mente che anche la musica è stata un traghetto verso la letteratura americana, che per un po’ è rimasta accantonata in un angolo della mia mente, intanto che al liceo leggevo i russi (ero pro Dostoevskij ma adoravo anche I quattro libri di lettura di Tolstoj), i francesi (Victor Hugo), i latini (Lucrezio su tutti) e poi i poeti (Keats, Yeats, Villon).

Il liceo. Frequentavo il Liceo Classico Manzoni di Milano. Se devo spiegare come sono arrivato alla traduzione, le scuole contano, no? Be’ me la cavavo bene con latino e greco; favolosamente con la matematica e mi piaceva la filosofia, soprattutto quell’antica. Storia dell’arte, invece, non la sopportavo. Non mi piaceva il modo in cui si doveva necessariamente spiegare e analizzare un’opera. E non mi piaceva l’insegnante. Rischiai seriamente di aderire agli iconoclasti russi.

E inglese? L’ho studiato solo due anni ed ero una frana. Avrei voluto fare francese. Leggermi gli autori del momento. Il primo anno venni rimandato, il secondo lo chiusi a fatica. E poi salutai quella lingua (pensavo) per sempre.

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Tradurre ha più a che fare con la lingua che traduci o con quella in cui traduci? Ed è veramente la lingua il punto della questione? O forse il punto è visione e scrittura. Percepire lo spartito. Usare le parole.

In quegli anni di «non sopportazione» dell’inglese, mi piaceva molto tradurre dal latino. Avrei voluto occuparmi di questo, di letteratura latina. Mi iscrissi anche a Lettere antiche. Poi passai a moderne per fare Antropologia.

C’è una frase di un antropologo che adoro: «Studiare le materie umanistiche aiuta a diventare stupidi». E spesso è vero. Le antologie, per esempio, ti mettono di fronte a un dato di fatto: questo autore è importante e questo no. Non ti insegnano la letteratura, ma una «storia della letteratura». Che è qualcosa di molto diverso.

In antropologia imparai un metodo utilizzabile con tutto, anche con la letteratura.

Poi un giorno, eccomi di nuovo davanti alla vetrina di una libreria a fissare una copertina, affascinato come tanti anni prima lo ero stato da quel capodoglio bianco. Il libro era Una roccia per tuffarsi nel Hudson di Henry Roth. In copertina c’erano dei ragazzini dentro un fiume, che forse è l’immagine che ho io della letteratura.

Da quel giorno riesplose la mia passione per la letteratura americana.

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Tutto questo per dire che non è stata la tecnica ma la passione a portarmi a fare il traduttore, cosa che ai tempi del liceo non mi sarei mai nemmeno sognato.

Ma poi sono successe un po’ di cose strane. Le elenco qui, perché forse in un articolo su che cosa significa per me tradurre Andre Dubus, che è il primo autore che ho tradotto e lo scrittore (insieme a Francis Scott Fitzgerald) di cui ho tradotto più opere, serve che io parli di formazione, di come ci sono arrivato. O forse non serve affatto. Forse mi va e basta.

Quindi quali sono questi avvenimenti? Eccoli qui:

  • A sedici anni la lettura di I cigni selvatici a Coole di William Butler Yeats e la decisione di mettermi a scrivere sul serio, con tanto di quaderno, biro e lingua fuori alla Charlie Brown. Ma agguerrito come Snoopy.
  • A diciotto quel disco favoloso che è Highway 61 di Dylan mi entra nelle orecchie e il mio immaginario inizia a riempirsi di staccionate alla Faulkner e viaggi in strade polverose alla Steinbeck.
  • A venti, l’episodio che mi ha segnato di più. Con alcuni appunti scritti a mano, mi presento a casa di Fernanda Pivano (senza ancora immaginarmi che anni dopo avrei fatto il suo stesso mestiere) e glieli facci leggere. Mi dice, «Ti do soli dieci minuti». Restiamo a leggere per giorni e giorni, fra scatole piene di libri e appunti e una cucina sommersa da lattine di Coca-Cola. Mi sembra di essere un giovane beat. Per la prima volta, la letteratura mi sembra qualcosa di vero, tangibile. E questo lo devo alla generosità di Fernanda Pizano. Oggi, ogni tanto, leggo qualche articolo dove la si denigra o si parla male delle sue traduzioni. Be’, io le devo molto. E credo che la generosità – la sua e quella di altri scrittori che mi è capitato di conoscere in seguito – sia uno dei motori principali per fare cultura. Ripeto; continuo a credere nella cultura come accoglienza.
  • Chet Baker. Una sera sento la sua musica e il giorno dopo inizio a scrivere un racconto, sfruttando quelle «strutture aperte» come sottofondo.
  • Giulia Belloni. All’epoca era editor per Sartorio. Le mando un racconto e lei decide di pubblicarlo in un antologia chiamata Giovani cosmetici, dove ci siamo io, Paolo Zardi, Francesco Coscioni, che dopo poco avrebbe fondato la casa editrice Neo (e che pubblicherà il mio secondo racconto) e altri.
  • Henry Roth. Nel frattempo io avevo scritto la mia tesi, su Henry Roth e gli autori della letteratura ebraico-americana. Molte cose non le avevo trovate tradotte e così avevo iniziato a leggere in lingua. Ricominciando tutto da capo con l’inglese. Da autodidatta. E così mi era capitato di leggere autori mai sentiti in Italia e di pensare, «Sarebbe bello averli anche qui».

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E quindi ora, per farla breve (ma come avrete visto, non è un mio pregio) eccoci al punto. A un certo momento, mi capita di scovare alcune connessioni biografiche fra scrittori americani, soprattutto dalle parti di Stanford. Mi viene l’idea di un’antologia chiamata Lo Stanford Book e contatto più di cento autori americani. E loro sono molto generosi, mi rispondono, mi passano brevi memoir e inediti.

Il libro diventa migliaia di pagine. Lo spedisco a qualche editore. Qualcuno mi chiama.

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Nel frattempo, un’altra passione. Il cinema. Una sera vado a vedere un film intitolato I giochi dei grandi. Mi piace, ma non molto. Ma mi piace la tensione fra i personaggi, il colore. Il calore. C’è qualcosa di accogliente lì. Non guardo i titoli di coda. Decido solo che vorrei scrivere una cosa così. Una cosa di quel tipo, perché non ne ho mai lette.

E siccome sono uno di quelli convinti che i modelli servano e copiare sia importante, inizio a cercare in antologie di racconti americani se c’è qualche autore che abbia scritto qualcosa con quel calore, quell’atmosfera. Un autore che mi faccia piangere e che mi scaldi, che mi porti in casa e mi offra il caffè.

Ne trovo uno. Si chiama Andre Dubus. Solo qualche mese dopo scoprirò che I giochi dei grandi era tratto da due suoi racconti.

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Ho letto tutto di Andre Dubus. Per me è come un secondo padre (e Fitzgerald, invece, è una specie di fratellastro). Con lui ho iniziato a tradurre, a fare reading. Tradurlo mi è servito a imparare di nuovo.

Quando da Mattioli mi chiamarono per quello strano libro su Stanford e il direttore della casa editrice mi chiese se non si potesse invece trovare un singolo autore fra quelli della lista da cui partire, non gli feci il nome di uno scrittore di Stanford. Gli nominai invece un autore che aveva frequentato l’Iowa Workshop e che era grande amico di Richard Yates. Gli nominai Andre Dubus.

Poi venne la domanda difficile: «Ti va di tradurlo?»

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Non lo avevo mai fatto. Tradurre. E invece lo avevo fatto.

Lo avevo fatto al liceo e all’università coi latini. Ma, soprattutto, lo avevo fatto scrivendo. Che cos’è un racconto o una poesia se non una traduzione in parole di una visione?

E poi c’entra molto con la matematica e con il fatto che le materie umanistiche «non dovrebbero» aiutare a diventare stupidi. Il problema non era l’inglese. Era vedere. E per me Dubus è stato un vero e proprio insegnante.

Se mettevi una virgola al posto sbagliato a pagina 39, questa ti rimbalzava indietro a pagina 51. C’è molta struttura nella traduzione, molta armonia, molto equilibrio, molta matematica. È come una musica. Un romanzo è una partitura.

A quel punto sei un musicista e devi esibirti nel pezzo scritto da un altro. Ma lo devi fare tuo. Non puoi semplicemente riprodurlo. Gli devi dare un soffio, un’anima. Riproduzione + interpretazione. Più passione hai, più quest’anima è viva. Ci dev’essere feeling fra te e l’autore. Perlomeno io la penso così. Devi sentire come lui, piangere quando lui piange, arrabbiarti quando lui è arrabbiato, ridere e bere con lui. Allora lo spartito arriva. La musica si diffonde.

C’è un luogo comune secondo cui gli autori non sempre corrispondano alla loro opera. Be’, non ne sono convinto. Credo che il nocciolo del loro sentimento corrisponda a ciò che scrivono. E tu devi essere d’accordo con questo. Devi sentire, sentire e sentire.

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Dubus scriveva che il suo principio estetico come scrittore è sempre stato l’onestà. Credo che sia questa a dargli quel calore, che poi è l’evoluzione – almeno per me – di quell’accoglienza che trovavo nelle librerie da bambino.

Anche questa è una cosa che ho cercato di tradurre e fare mia. Una cosa che ho «sentito con lui». L’onestà. Lavorare ai libri in cui credo, scrivere libri che avrei voluto scrivere e con i quali provo un’affinità che mi permette di esserne coautore in italiano. Tradurre è scrivere. E scrivere è personale. E spero sempre di essere una persona appassionata.

Dubus quindi mi ha insegnato il mio «metodo da traduttore». Scegliere i testi, segnalarli e tradurli. Un editor-traduttore insomma.

«Insegnato» non è una parola casuale. Quando traduci è come in Una lezione prima di morire un dare a doppia mandata. Tu formi le parole di quello scrittore e lui forma te. È come andare a lezione di scrittura creativa ogni giorno.

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Ho letto tutto di Dubus. Tradotto gran parte dei suoi lavori. Parlato con suoi parenti e amici. Ho visto i suoi libri faticare all’inizio e ho cominciato a fare delle letture, poi ha preso piede. E oggi è lui che trascina me. Mi dà anche più spazio per scrivere le mie cose. E ogni tanto è lì, che mi dà un consiglio.

Non riesco davvero a parlarne in modo distaccato.

Andre Dubus e i suoi libri sono una delle cose più belle che mi siano capitate nell’esistenza.

E questo vuol dire anche che i libri sono vivi e vegeti. Perché un singolo autore mi ha fatto muovere, conoscere persone, fare esperienze lavorative, iniziare a occuparmi di altri autori.

La letteratura è qualcosa di concreto.

Ed è passione.

Passione sopra tutto.

Le mosse di marketing, le furbizie, gli ammiccamenti durano come una strizzata d’occhio. La passione è come una stretta di mano. Ad andar male, per dirla alla Cohen, dura come una Volvo.