Susanna Basso

Elogio dell’esitazione / 1

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Pubblichiamo oggi la prima parte del discorso che Susanna Basso ha tenuto in occasione del Premio Giovanni, Emma e Luisa Enriques, assegnatole durante le Giornate della traduzione letteraria di Urbino. Il discorso è apparso originariamente sullo Straniero, ringraziamo la rivista, la traduttrice e le Giornate per averci concesso la riproduzione. Buona lettura.

E forse, dopo tutto, è così che bisogna tradurre, con l’oscura coscienza cioè che in ogni traduzione non si è che se stessi, nel nostro proprio giorno e che questa transitorietà avvolge tuttavia una testimonianza.   –Yves Bonnefoy

Partiamo da una frase.

«L’arma del traduttore è l’esitazione».

Forse no. Forse meglio: «L’esitazione è l’arma del traduttore».

Che sia uguale? È uguale affermare che l’arma del traduttore è l’esitazione e che l’esitazione è l’arma del traduttore? Beh, nel primo dei due enunciati l’arma del traduttore costituisce il tema e l’esitazione il rema; nel secondo dei due, ovviamente è vero il contrario. Perciò, a ben guardare, non è la stessa cosa. E dunque, qual è il mio vero tema? Quale voglio che sia il soggetto dell’enunciato? Ma quale soggetto, poi? Quello grammaticale, quello psicologico, quello logico?

E ancora, perché dico «arma»? Che cosa mi fa attingere alla sfera semantica del conflitto? Contro chi o che cosa combatto quando traduco? Non posso esprimere il pensiero ricorrendo a un’immagine meno bellica, per non dire decisamente non bellicosa?

Proviamoci.

«La risorsa del traduttore è l’esitazione». Che ne dico di «risorsa»? L’etimo non è male: dal latino resurgĕre. La definizione del Vocabolario Devoto/Oli propone: Mezzo o capacità disponibile, consistente in una riserva materiale, o in un’abitudine a reagire adeguatamente alle difficoltà. Sì, potrebbe andare, anche se… Non mi convince appieno, mi risulta meno immediata, forse quell’idea che qualcuno, qualcosa debba risorgere è un tantino eccessiva, forse perfino scorretta. Diciamo che “risorsa” mi serve per quello che voglio dire, ma non mi completa il pensiero.

Che altro? «Strumento»?

«Lo strumento del traduttore è l’esitazione». (O viceversa, «L’esitazione è lo strumento del traduttore»: quella dell’ordo verborum rimane comunque una questione in sospeso).

L’etimo di «strumento» è a sua volta interessante: il latino instruĕre da cui instrumentum, rimanda al concetto di costruire. Sì, costruire è una buona idea, senz’altro meglio dell’arma, e magari anche della resurrezione.

Vediamo il Devoto. Uno strumento è un arnese indispensabile per lo svolgimento di un mestiere. Direi che ci siamo. Un arnese per costruire. Come uno strumento musicale, ad esempio. Il traduttore suona la propria esitazione. Esatto.

Quel che è certo, anche da questo esordio, è che il traduttore medio esita. Sono vissuta esitando. Ho esitato per ore, quasi ogni giorno. Non posso dire che non sia faticoso. Non posso dire che nello spazio mentale dell’esitazione non alloggi a volte un desiderio di fuga. Perché stare lì, protrarre il tempo dell’esitazione, può rivelarsi estenuante. Può condurre a decisioni, secondo il cliché verbale, «affrettate». In che senso è affrettata una decisione affrettata? Per il traduttore, nel senso che è il contrario dello strumento, appunto, dell’esitazione. Rinuncio allo strumento e decido, cioè taglio via, escludo, separo, lascio indietro, elimino. Il traguardo vero del traduttore esitante è un altro, è la scelta, l’elezione, l’adozione. Adotto parole, frasi, ordini verbali, li suono come so al mio strumento di esitazione.

Ma a me che cosa ha dato militare tanto a lungo nell’esitanza? Per cominciare posso dire di avere esitato su territori privilegiati. Non sempre magari, e non subito, ma spesso e, da un certo momento in poi, sulle terre alte della letteratura.

Ho esitato sulle geometrie impeccabili e sui labirinti logici di Ian McEwan, sulle pirotecnie di Martin Amis, sulla prosa aforistica di Julian Barnes, sull’ineguagliabile eleganza di Kazuo Ishiguro, sull’accumulazione compulsiva di Steven Millhauser, sulla galassia narrativa di Ben Okri e dei suoi abiku, sul Biafra complesso di Adichie Chimamanda, sulla poesia arborea di Wilma Stockenström filtrata dall’inglese di J.M.Coetzee; ho esitato tra le porcellane di Jane Austen, i taffetà di Angela Carter e soprattutto, interminabilmente, felicemente, ho esitato sulle storie di Alice Munro.

Se dovessi, per gioco, riscrivere la frase con cui ho dato inizio a questa riflessione immaginando di tradurla da alcuni degli autori che il mestiere mi ha portato a conoscere, ne risulterebbe un elenco forse simile a quello che segue.

IAN MCEWAN

«L’inizio parrebbe facile da individuare. Al terzo calice di un Roger Sancerre dai sentori agrumati e di frutta gialla, specie albicocca, e dalla lunga nota finale, vibrante mineralità, ti convinci sia il vino la causa della tendenza a esitare, ma l’attimo dopo, ecco il capovolgimento assoluto: la consapevolezza che il tumulto esitante è dovuto invece alla pratica della traduzione».

MARTIN AMIS

«Squaleggiando tra il fragore di una concessiva e l’avanzo di virulenza adolescenziale di una finale, ascoltavo il tinnito della mia esitazione da traduttore crescere di impertinenza e volume».

JULIAN BARNES

«Metti insieme due parole che insieme non sono mai state e il mondo vacilla. Sul momento può darsi che il lettore non se ne accorga, ma non ha importanza. Il tuo mondo ha esitato lo stesso».

KAZUO ISHIGURO

«Avevo trascorso il pomeriggio a rivolgermi le stesse domande sulla misteriosa invariabilità degli avverbi e, pur considerandola un’attività stimolante, ero giunto solo alla conclusione che esitare e tradurre siano fenomeni coincidenti».

JANE AUSTEN

«È una verità pressoché universalmente riconosciuta che un traduttore in possesso di un discreto buonsenso trascorra l’esistenza esitando».

ALICE MUNRO

«Esitavo, quando ero giovane, su libri lunghi, o su libri che parevano lunghi a me. La rivelazione riguardo al segreto della necessità, in quanto traduttrice, di esitare mi venne un mattino d’inverno, mentre stiravo una camicia».

ANGELA CARTER

«Nella vellutata intimità del suo boudoir, tra drappeggi di broccato verde Paolo Veronese e fragranze di rosa damascena, il traduttore onanista esitava».

Il gioco mi riporta con la memoria a sette tipi di diversa esitazione che ho praticato, uno per ciascuna voce nella quale ho cercato di calare la mia. Ognuno degli autori che ho tradotto, anche solo una volta, anche solo per il tempo di un romanzo, come è successo con Hilary Mantel, e Hari Kunzru, con Paul Auster e John McGahern, mi ha insegnato a modulare l’esitazione in modo diverso, a seguire dubitando la sua partitura.

Ho così scoperto che lo strumento a mio uso è un formidabile espediente di esplorazione e procrastina la scelta di cui è premessa. Ho scoperto che esitare emancipa dal livello emozionale dell’esperienza e che coincide con un atto di fiducia nella propria capacità di resistere nell’ansia della scelta, nel silenzio del traduttore che tormenta il testo.

Esitiamo, vivendo e traducendo, perché la realtà non è una fila di tessere del domino, ma un tessuto, un testo.

Tentenniamo perché siamo bambini sulla soglia del linguaggio, sempre, e amiamo l’onomatopea del ten-ten-nare, la ripetizione del suono, la poesia del movimento oscillante delle parole tra i significati.

 

 

© Susanna Basso, 2016. Tutti i diritti riservati.