«Gli emigranti»

«Gli emigranti»
Un racconto di Horacio Quiroga

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Riprendiamo le pubblicazioni di Sotto il vulcano con un racconto dell’uruguayano Horacio Quiroga nella traduzione di Raul Schenardi: si intitola «Los inmigrantes» («Gli emigranti») ed è tratto dalla raccolta El salvaje, pubblicata nel 1920.

di Horacio Quiroga
traduzione di Raul Schenardi

L’uomo e la donna camminavano dalle quattro del mattino. Il tempo, che si era guastato nella soffocante calma che precede la tempesta, rendeva ancor più opprimente i vapori mefitici dell’estuario. Infine cadde la pioggia e per un’ora la coppia, inzuppata fino alle ossa, continuò ostinatamente ad andare avanti.

La pioggia cessò. L’uomo e la donna si guardarono allora con angoscia e disperazione.

«Te la senti di camminare ancora un po’?», disse lui. «Magari li raggiungiamo…»

La donna, pallida e con occhiaie profonde, scosse la testa.

«Andiamo», rispose riprendendo a camminare.

Ma poco dopo si fermò, tutta contratta, e si aggrappò a un ramo. L’uomo, che la precedeva, si voltò nel sentirla gemere.

«Non ce la faccio più!…», mormorò lei con una smorfia sulle labbra, grondando sudore. «Ah, Dio mio!…»

L’uomo, dopo essersi guardato intorno, si convinse di non poter fare nulla. Sua moglie era incinta. Allora, senza sapere dove andare, stravolto per le troppe disgrazie, tagliò dei rami, li distese per terra e ci fece coricare sopra la moglie. Poi si sedette in modo da tenere in grembo la sua testa.

Trascorse un quarto d’ora di silenzio. Poi la donna fu percorsa da un profondo brivido, dopo di che l’uomo ebbe bisogno di tutta la propria forza per domare quel corpo violentemente scosso dall’eclampsia.

Passata la crisi, rimase ancora un momento sopra la moglie, con le ginocchia sulle sue braccia. Infine si alzò, si allontanò di qualche passo barcollando, si batté il pugno sulla fronte e poi riprese di nuovo in grembo la testa della moglie, immersa in quel momento in un profondo sopore.

Vi fu un altro attacco di convulsioni e alla fine la donna rimase immobile. Dopo un po’ ne ebbe un altro, ma quando finì, finì anche la sua vita.

L’uomo se ne rese conto mentre era ancora a cavalcioni sopra la moglie e raccoglieva tutte le forze per bloccare i suoi spasmi. Rimase atterrito, gli occhi fissi sulla schiuma che le usciva di bocca, le cui bolle sanguinolente venivano via via riassorbite dalla nera cavità.

Senza sapere quello che stava facendo, le toccò la guancia con il dito.

«Carlota!», disse con una vocina infantile, priva di qualsiasi intonazione. Il suono delle proprie parole lo fece tornare in sé e rialzandosi si guardò intorno da ogni parte con occhi smarriti.

«È una disgrazia troppo grossa», mormorò.

«È una disgrazia troppo grossa…», mormorò un’altra volta, mentre si sforzava di capire quello che era successo. Venivano dall’Europa; su questo non c’erano dubbi; e avevano lasciato laggiù il loro primogenito, di due anni. Sua moglie era incinta e volevano andare a Makallé insieme ad altri compagni di viaggio… Erano rimasti indietro e da soli perché lei camminava con difficoltà… E forse perché stava male… forse sua moglie si sarebbe potuta trovare in pericolo…

E si voltò di scatto, con uno sguardo allucinato: «Morta, lì!…»

Si sedette di nuovo, si rimise la testa morta della moglie sulle cosce e per quattro ore pensò a quello che avrebbe fatto.

Non arrivò a nessuna conclusione, ma quando scese la sera si caricò la moglie in spalla e prese la via del ritorno.

Costeggiarono un’altra volta l’estuario. Il canneto si estendeva senza fine nella notte argentata, immobile, tutta un ronzio di zanzare. L’uomo, con la testa china, tenne un buon passo, finché d’un tratto la moglie gli scivolò giù dalle spalle. Lui rimase un secondo in piedi, rigido, e poi crollò vicino a lei.

Quando si svegliò, il sole scottava. Mangiò bacche di filodendro, anche se avrebbe voluto qualcosa di più nutriente, dato che sarebbero passati ancora dei giorni prima che potesse seppellire in un terreno consacrato il cadavere della sposa.

Si rimise in spalla il corpo, ma le forze gli venivano meno. Allora lo avvolse con delle liane intrecciate, ne fece un fardello e in questo modo proseguì facendo meno fatica.

Per tre giorni l’uomo, fermandosi a riposare e poi riprendendo la sua strada, sotto il cielo bianco di calore, divorato dagli insetti di notte, continuò a camminare, reso sonnambulo dalla fame, avvelenato dai miasmi del cadavere, concentrato su quella che era la sua missione, un’idea ostinata: portare via il corpo adorato della moglie da quel paese ostile e selvaggio.

La mattina del quarto giorno si vide costretto a fermarsi, e solo nel pomeriggio poté riprendere a camminare. Ma quando il sole scese sotto l’orizzonte, i suoi nervi estenuati furono scossi da un brivido profondo, e allora distese il cadavere per terra e vi si sedette accanto.

Era ormai notte fonda, e l’atmosfera di quel luogo remoto era riempita dal monotono ronzio delle zanzare. L’uomo avrebbe potuto sentirle tessere la loro rete pungente sul suo volto, ma i brividi che gli salivano lungo la colonna vertebrale gelata aumentavano in continuazione.

Sopra l’estuario era sorta infine la luna calante color ocra. Le canne alte e dritte luccicavano fino all’orizzonte formando un funebre mare giallognolo. La febbre malarica ora gli era salita altissima.

L’uomo diede un’occhiata all’orribile massa bianchiccia che giaceva al suo fianco e intrecciando le dita intorno alle ginocchia si mise a fissare, dritto davanti a sé, l’estuario velenoso nel quale il suo delirio dipingeva in lontananza un villaggio della Slesia a cui lui e la moglie, Carlota Phoenig, tornavano felici e ricchi a riprendersi il loro adorato primogenito.