identità multirazziale

Vi spiego la mia identità multirazziale (così nessuno lo fa al posto mio)

Jaya Saxena Lascia un commento

Una giovane americana di origini indiane si racconta fra razzismo, stereotipi culturali e la sottile linea di confine tra chi siamo e come ci vedono gli altri. L’articolo è apparso per la prima volta su Catapult; ringraziamo la testata.

di Jaya Saxena
traduzione di Mariachiara Eredia

Mia madre ride sempre quando racconta di come la scambiavano per una tata irlandese quando mi portava al parco da bambina. Questo succedeva quando le tate erano principalmente irlandesi, i matrimoni interrazziali erano meno comuni e molto prima che finissi per somigliarle in tutto e per tutto eccetto per il colore della pelle. A volte provo a immaginare come poteva svolgersi una conversazione del genere: «Scusi, signora, volevo solo chiederle informazioni sulla sua razza e su che rapporto c’è fra questa e il bebè che tiene in braccio»; e mi chiedo quanto si deve essere ottusi per non rendersi conto che una donna con i capelli rossi può avere una figlia bruna.

Si sbagliavano di continuo, ed era nostro dovere correggerli; altrimenti era come se stessimo mentendo. Lei è americana, non irlandese. Io sono sua figlia biologica. Mia madre è bianca e io no. Ma anche sì, e allo stesso tempo no. E così le convinzioni sbagliate della gente sull’aspetto che possono o dovrebbero avere le persone, su chi debba o non debba esistere, sono diventate il nostro assillo.

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Da ragazzina, la mia famiglia moderna e la mia scuola liberale, la comitiva eterogenea che frequentavo e la sfumatura appena più scura della mia carnagione mi permettevano di glissare con facilità sulla questione della razza in nome di un generico «siamo tutti uguali». Conoscevo bianchi e indiani, immigrati e ragazzini di razza mista come me, e mi veniva così spontaneo ritrovare in chiunque una parte di me che l’idea di dovermi riconoscere – io, una ragazza di madre bianca e padre indiano, newyorkese, punk, fanatica del teatro, emarginata – in un’altra persona o nelle rappresentazioni offerte dai media mi pareva assurda e inutile. Sapevo chi ero, e anche se non mi sentivo proprio a mio agio, non ho mai pensato che ci fosse qualcosa di sbagliato in me.

All’inizio del 2004 andai a trovare un amico in un piccolo college di arti liberali del Midwest che mi avevano descritto come il posto perfetto per me. Atterrai nella città più vicina e raggiunsi il campus in autobus, guardando l’orizzonte grigio che si assottigliava davanti ai miei occhi. Sembrava quell’America allo stato grezzo in cui puoi costruirti l’identità che preferisci, dove non c’è nessuno a etichettarti. Fremevo di fronte a quella speranza, la speranza di tutti i diciassettenni che, lontani da casa e dalla famiglia, assaporano la libertà per la prima volta.

Feci il giro del campus con altri aspiranti studenti accompagnata da guide allegre che raccontavano quanto il college fosse aperto e rivoluzionario, un posto in cui la gente ti ascolta davvero e prende sul serio i sogni più folli che hai. La mia preoccupazione maggiore era di annoiarmi dato che provenivo da una grande città (ed ero senza patente), ma mi garantirono che sarei stata troppo impegnata in discussioni e azioni politiche per notare la differenza rispetto a casa. Dopo il giro mi sedetti con le guide e alcuni studenti, tutti amici del mio amico, tutti bianchi e con la convinzione errata che lo fossi anch’io. Qualcuno mi chiese da dove venisse il mio nome e io risposi che era hindi, e da qui emerse che mio padre era indiano, il che spalancò le porte a una miriade di domande.

Tentai di sviarle e di spostare l’attenzione su molte altre cose per me decisamente più significative rispetto a un paese che avevo visitato una volta sola. Mi sentivo lusingata dal loro interesse, ma anche frustrata perché non reputavo interessante quella parte di me, per lo meno non se confrontata con i weekend nei locali punk di Brooklyn o con il desiderio di imparare l’italiano. Qualcuno mi paragonò a Norah Jones; sapevo di non assomigliarle per niente. Qualcun altro parlò di «politica dell’identità». Cominciai a detestarli.

Credo che la mia avversione dipendesse dal concetto di politica dell’identità: era estremamente seccante come quegli studenti di filosofia del primo anno, che discutevano di razza e genere e sesso fino allo sfinimento, fossero così sciocchi da ricondurre ogni cosa a una questione di origini e genetica. Dovevo correggerli. E negli anni a venire ho continuato a respingere l’espressione «politica dell’identità», insistendo sul fatto che fosse un modo riduttivo di vedere la realtà, e al contempo ignorando il timore che mi etichettassero senza neppure consultarmi, e che, per i bianchi, le mie origini indiane sarebbero sempre state la parte più interessante di me.

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Il «passing», ovvero la capacità di dissimulare la propria identità razziale per assumerne una nuova, è un argomento spinoso in America, profondamente legato al razzismo nei confronti dei neri, alla segregazione razziale e alla sopravvivenza, nonché al tentativo di scegliere in che modo essere considerati. In Bengali Harlem, Vivek Bald scrive che è possibile parlare di «passing» in rapporto alla primissima ondata migratoria in America degli indiani, uomini che arrivarono alla fine dell’Ottocento per vendere tessuti ricamati a mano ai bianchi con la mania dell’«Oriente», e che spesso finivano per sposare donne bianche, nere o ispaniche e dare vita a nuove famiglie americane.

Il dualismo tipico del modo di considerare le razze in America generò nei bianchi molta confusione su come classificare gli indiani: non erano neri, ma di certo nemmeno bianchi (come stabilito da un tribunale nel 1923). Si prestavano di più a essere accolti fra i bianchi, contrassegnati come esotici e adulati per le loro mercanzie «orientali», anche se non in maniera permanente. Secondo Bald, alcuni uomini di colore scoprirono che indossare turbanti e adottare nomi musulmani consentiva loro di «superare il confine tra “negro” e “indù” passando da una diversità denigrata a una esotica, con la pelle nera che diventava socialmente accettabile quando prima era stata inammissibile». Non significava molto, ma aumentava le possibilità di sopravvivenza per alcuni.

Tuttavia, il «passing» dipende anche dal contesto: non solo dall’aspetto che hai, ma anche dalle persone di cui ti circondi. Grazie alla carnagione scura, gli indiani erano spesso benaccetti nei quartieri e nelle comunità ispaniche e afroamericane. Giunta l’ora di sposarsi, molti sceglievano donne nere e ispaniche; quando arrivava l’addetto al censimento, confuso riguardo a cosa fosse un «indù», segnava entrambi come appartenenti alla razza della moglie. (Le cose sarebbero cambiate qualche anno dopo con l’Expatriation Act del 1907, con cui le donne prendevano la cittadinanza dei mariti a prescindere dalla residenza.)

Mio padre non parla molto di come è stato trasferirsi in America tre anni prima che l’Hart-Celler Act, nel 1965, abolisse il sistema delle quote nazionali e un decennio prima che una nuova ondata di immigrati quadruplicasse il numero di indiani negli Stati Uniti. Quando ne parla, però, scherza su come i suoi genitori lo mandassero a scuola in giacca e cravatta e armato di valigetta, e su come gli insegnanti gli avessero affibbiato un nome americano e quasi tutti quelli che incontrava non avessero mai visto un indiano prima di allora.

Non so cosa pensasse la gente di lui, però so che diventò «cool» dopo che i Beatles andarono in India. Suo padre era un medico, con la pelle più chiara della mia. In famiglia si racconta che spesso lo scambiavano per un ebreo. Mi chiedo se la gente gli facesse sempre le stesse domande quando lo incontrava in giro con la moglie e i figli dalla carnagione più scura. Sono suoi? Da dove venite? State insieme?

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Il contesto permette alla gente di fare delle supposizioni, e determina anche se queste giocano a favore del diretto interessato oppure no. Sebbene per tutta la vita la gente mi abbia chiesto che «cosa» sono, non conosco mai la risposta a questa domanda finché non me la fornisce qualcun altro.

Per i bianchi, sono bianca come loro fino a prova contraria, e una volta svelata la verità mi assicurano sempre con entusiasmo che posso ancora «passare» per una di loro. Mi hanno garantito che in un giorno d’inverno con poca luce potrei addirittura essere scambiata per una francese. Per la gente di colore, di solito è evidente che in me c’è qualcosa di non-bianco: la forma degli occhi o il nero dei capelli o qualcos’altro su cui nessuno di noi vuole indagare troppo per paura di trasformarci in frenologi che discutono della struttura dell’osso nella tipologia mongoloide. Ma persino per la gente di colore rappresento una sorta di test di Rorschach in salsa etnica, e solitamente chi mi osserva tende a scambiarmi per quello che spera io sia.

Come molti colleghi di università benestanti, dopo la laurea trascorsi alcuni mesi a viaggiare da sola in luoghi sconosciuti, convincendomi di stare cercando un senso e uno scopo nella vita e allo stesso tempo fuggendo da qualsiasi cosa avrebbe potuto fornirmeli davvero. In un ostello, un ragazzo israeliano mi si avvicinò e iniziò a provarci con me in ebraico, come intuii dalla sua espressione e dai gesti che faceva con le mani. Allora dissi in inglese: «Scusa, non parlo ebraico». Lui era sbalordito: «Ma se sei ebrea!», esclamò, conclusione a cui era saltato per conto suo. Succedeva ovunque. In Nuova Zelanda erano convinti che avessi sangue Maori. In Cile pensarono che fossi una persona del posto che portava in giro i turisti. Nel quartiere greco in cui abito, spesso mi scambiano per una snob di seconda generazione che non ha mai imparato il greco. E ogni volta che qualcuno sbaglia a indovinare, sono io a scusarmi.

Non c’è bisogno che la gente sappia che sono indiana. Non ha nulla a che fare con la mia faccia o la pelle, con la mia religione o le mie abitudini quotidiane. Potrei cambiarmi il nome in Victoria, la traduzione inglese più vicina all’originale, e diventare semplicemente un’altra ragazza bianca che ama il cibo indiano e i braccialetti.

Questo naturalmente significherebbe rinnegare la mia famiglia e il mio retaggio culturale e tutte quelle piccole cose invisibili che mi rendono indiana, e non farei mai una cosa del genere. Ma poter rivelare la propria identità razziale invece di essere identificati subito presenta un vantaggio: diventi una bella sorpresa, affascinante e fantastica per la gente che si sente normale, e quindi noiosa.

Una volta, in un bar, mi presentai a una donna con cui stavo giocando a biliardo. Dopo l’inevitabile domanda sul mio nome seguita dalla solita risposta, la donna lanciò un gridolino di gioia. «L’India è così bella», insisteva, così incantevole e piena di colori e tante altre cose che si vedono nei video dei Coldplay. Mi chiese cosa ne pensassi di The Millionaire nonostante non avessi mai detto di averlo visto. Era tutto molto seccante, ma almeno ero la diversa «esotica» e non quella disprezzata.

Di solito questo dover svelare la propria identità è la conseguenza di un errore da parte di qualcun altro, e si accompagna all’imbarazzo di informare l’interlocutore di essersi sbagliato. E anche, in un certo senso, di essere sbagliati. La nostra faccia, i nostri modi, il colore della nostra pelle hanno nascosto la verità dando agli altri un’impressione errata, ed è come se fossimo stati noi ad averli messi in imbarazzo. La troppa educazione a volte ha l’effetto di invertire le responsabilità fino a questo punto.

Quando dichiaro chi sono, cosa sono, che sia in un tweet o in un saggio o in una conversazione, lo faccio perché nessuno mi incolpi di una mezza verità. Per non confermare mai le supposizioni errate delle donne che frequentano i parchi. Ho imparato a dichiarare subito la mia identità razziale, prima che qualcuno abbia l’opportunità di farmi domande – a riassumere quattrocento anni di storia della mia famiglia in modo che nessuno si sbagli; in modo che io non risulti sbagliata.

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Il nostro neopresidente, con le sue minacce di deportazione e l’intento di rinfocolare la paura delle persone di colore, ha riportato questi pensieri al centro della mia vita. Non corro il rischio che uno sconosciuto disegni una svastica sulla porta di casa mia. Molta gente prevenuta che lavora nel settore terziario potrebbe semplicemente pensare che debba il mio nome a due genitori hippie. Mio marito, che è ebreo, in rete ha ricevuto molti più insulti razziali di me. A meno che non sia io a manifestarla, nessuno può vedere la paura che nutro per mio padre, che non possiede ancora la cittadinanza, o mia nonna, che non indossa mai abiti occidentali.

Possiedo tre identità razziali differenti: bianca, indiana e multirazziale. In me non ce n’è una che abbia la prevalenza sulle altre: sono tutte complete e parte di me allo stesso modo. Mi sento bianca quando la gente accusa i bianchi di razzismo ed esige che cambino atteggiamento, e mi sento l’indiana che li incita a far sentire la loro voce nei luoghi in cui detengono il potere, così come mi sento una persona di razza mista che rammenta a tutti che le sovrastrutture culturali, in apparenza così solide, crollano al minimo esame più ravvicinato.

Appoggiata sul tavolo della cucina, ho osservato mio marito mentre lasciava cadere striscioline di formaggio in bocca al gatto, e ho cercato di spiegargli tutto ciò per capire se avrebbe avuto un senso una volta messo nero su bianco.

«È giusto, ti pare?»

«Più o meno», ha risposto lui.

Ci sono rimasta male e ho attribuito la sua incapacità di comprendere il mio pensiero all’identità razziale ben definita che ha, non al fatto che stessi blaterando decine di frasi sconnesse mentre lui cercava solo di bere un’altra tazza di caffè. Più tardi avevamo entrambi le lacrime agli occhi al pensiero di un muro così imponente a dividerci, e ho confessato di aver creduto che non riuscisse a capirmi. A questo punto non sono mai sicura di chi riesca a vedermi sul serio e chi no, compreso mio marito. Ma se qualcuno sbaglia a indovinare, non voglio essere io a sentirmi in colpa.

 

© Jaya Saxena, 2017. Tutti i diritti riservati.

Jaya Saxena è una scrittrice newyorkese. È coautrice di Dad Magazine e Basic Witches, di prossima pubblicazione, e ha scritto The Book of Lost Recipes.