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A cosa dovrebbe servire una copertina?

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Dale Megan Healey racconta la genesi della copertina originale di Nessuno scompare davvero, il romanzo d’esordio di Catherine Lacey. L’articolo è apparso su Literary Hub, che ringraziamo.

 di Dale Megan Healey
traduzione di Dario Matrone

La copertina di un libro continua a svolgere una funzione anche molto tempo dopo aver catturato l’occhio del lettore da uno scaffale. Svolge una funzione quando il lettore posa il libro sul comodino, o quando lo legge stando in piedi in una metropolitana affollata. Prolunga la storia dopo che abbiamo girato l’ultima pagina: non so più quante volte ho finito di leggere un libro che avrei voluto non finisse mai e sono rimasta a fissare la copertina come se il racconto potesse continuare lì.

Ma qual è esattamente la funzione di una copertina? E, quando questa funzione viene svolta bene, come facciamo a non giudicare l’interno dall’esterno, almeno in parte? Ho chiesto a Charlotte Strick, che ha progettato la copertina del romanzo d’esordio di Catherine Lacey Nessuno scompare davvero, come è riuscita a creare un contenitore che riecheggia tanto accuratamente la profondità del suo contenuto. L’illustrazione, divisa in tre riquadri, raffigura una donna che affonda lentamente nell’acqua. «Come lettori, di norma non vogliamo sapere che aspetto abbia il personaggio di un libro», ha detto la Strick. «Preferiamo immaginarlo a modo nostro. L’illustrazione è uno splendido modo di mantenere questa distanza. La donna del disegno può essere una tua amica, o il personaggio che ti sei immaginata, ma potresti anche essere tu stessa».

Nessuno scompare davvero è la storia di Elyria, una donna che di punto in bianco abbandona la sua vita a New York e prende un volo di sola andata per la Nuova Zelanda. Il romanzo non rivela un evento specifico che l’abbia spinta a partire, ma iniziamo a capire la sua profonda inquietudine via via che ci conduce attraverso i ricordi di una tragedia familiare ancora troppo viva e di un matrimonio complicato. Elyria sta cercando di allontanarsi da sé stessa, o dalla sé stessa che vede riflessa negli altri, non per reinventarsi ma forse proprio per raggiungere una totale assenza di sé. Dichiara Elyria: «Alcune mattine vorrei essere una cosa che fugge lontano da me piuttosto che quella cosa cucita dentro di me per sempre».

Charlotte Strick è stata per quattordici anni l’art director di Farrar, Straus and Giroux, l’editore del libro. Negli ultimi cinque anni è stata art editor della Paris Review, e di recente ha fondato un proprio studio di design, Strick&Williams. Tra le copertine da lei create ci sono stati casi letterari come Libertà di Franzen, 2666 di Roberto Bolaño e I lanciafiamme di Rachel Kushner. La bravura della Strick nel suo lavoro risiede in parte nel fatto di essere un’avida lettrice. «Anche se a pagina 50 mi viene un’idea su come risolvere la copertina del libro, ho bisogno comunque di sapere come va a finire la storia», mi ha detto nella cucina di casa sua, a Williamsburg. «Mi sembra sempre di non fare un buon servizio al libro se decido che taglio dare alla copertina o alla sovraccoperta prima di essere arrivata alla fine».

Per la copertina di Catherine Lacey, le prime idee le sono venute all’inizio della lettura. «Mi sono resa conto subito di quant’era originale la scrittura. Era estremamente stratificata, e ho capito che dovevo trovare un modo di suggerire il lento e tortuoso rivelarsi di questa donna». La Strick si è appuntata la parola «razza» quando, in una delle scene iniziali del libro, Elyria è a bordo di un traghetto e guardando in basso vede una razza che sanguina sulla superficie dell’acqua; si è copiata l’intero passo su un taccuino:

Sapevo che quella razza era stata azzannata da qualche altra bestia perché l’oceano non è altro che questo, un’enorme fossa piena di bestie che si azzannano a vicenda, ed è strano che la gente vada in spiaggia a rilassarsi guardando l’acqua increspata dalle onde, perché in realtà quella che vede è solo una coltre blu stesa sulla violenza più selvaggia, vite che divorano altre vite, l’azzannarsi inarrestabile, e chissà se in mezzo alla gente in vacanza c’è qualcuno che lo sente tutto il sangue che scorre sotto la superficie, e chissà se in realtà il lato oscuro, carnoso e agonizzante dell’oceano non sia proprio ciò che cercano quando se ne stanno lì a guardare: il palpito feroce sotto tutta quella quiete.

Questo brano segna la fine di un capitolo; un buon momento per fare una pausa. Mentre le parole della Lacey continuano a risuonare nella testa del lettore, è qui che la cover ha la possibilità di dire la sua: ecco un indizio visibile di quella «violenza selvaggia». Ecco un’allusione alla «coltre blu», sotto la quale è sommersa una donna. Nelle più riuscite interazioni di testo e immagine, l’immagine non è una semplice illustrazione del contenuto, ma qualcosa in più che contribuisce ad assaporare il libro, a godersi lo stile. Una buona copertina non dice al lettore cosa visualizzare, ma è un’estensione del testo nel mondo tangibile. Andando avanti nella lettura, la Strick ha iniziato a restringere lo sguardo, appuntandosi le immagini che riguardavano l’acqua e cose che affondano. «Elyria ha un senso di vuoto, una violenza interiore che non sa dove rivolgere», spiega. «Ed ecco perché deve intraprendere questo viaggio, e perché non si lega a nessuno. Il lettore quasi la implora: “Ti prego, trovati un’ancora di salvezza”».

mystery_inspirationPer la Strick, comunque, la vita andava avanti. Ha interrotto la lettura, ha messo momentaneamente da parte il romanzo della Lacey, e l’immagine che alla fine ne ha ispirato la copertina è arrivata mentre lavorava a un altro libro. Inseguendo il filo di qualche intricata ricerca su internet, è spuntata fuori l’illustrazione di un artista sconosciuto il cui stile ricordava un po’ Roy Lichtenstein. Era divisa in tre riquadri orizzontali e mostrava una donna con la testa all’indietro, in lacrime. L’immagine le è rimasta impressa, ma non è riuscita più a ritrovarla da nessuna parte. (Durante una ricerca più recente fatta in occasione di questo articolo, abbiamo scoperto che si trattava di una vecchia striscia della Marvel modificata. La versione originale è divisa in riquadri verticali anziché orizzontali, con la scritta «…It’s… all… over!» strillata a lettere rosse sopra la donna. La Strick ha commentato che, se avesse visto l’immagine nella sua forma originale, probabilmente non ci si sarebbe neanche soffermata.)

Mentre lavorava su quest’idea, si è posta delle domande: il volto della donna doveva cambiare da riquadro a riquadro? Nelle intenzioni della Strick, la donna non doveva piangere, come nella striscia Marvel. Doveva rendersi conto che stava affondando? Nel terzo pannello doveva sembrare allarmata, sorpresa? Doveva essere una scelta consapevole quella di annegare?

Il direttore creativo di Farrar, Straus and Giroux l’ha indirizzata all’illustratore Patrick Leger, che aveva lavorato a una loro copertina l’anno prima. Secondo la Strick, è stata la palette di colori di Leger a darle la certezza che sarebbe riuscito a restituire la discesa di Elyria. «Sono convinto che la copertina debba saper comunicare il tono del libro», ha scritto Leger in una mail. «Molti editori vorrebbero che in copertina ci fossero tutti gli elementi della storia, ma a mio avviso la cover funziona meglio se è grazie al tono che stabilisce un rapporto con il lettore. Il testo del libro poi sviluppa quell’aspettativa iniziale». Leger ha spedito alla Strick il bozzetto di una donna, diviso in tre riquadri, insieme ad alcune alternative: Elyria che fluttuando si allontana da un paesaggio urbano verso le montagne, oppure sotto il proprio riflesso, oppure sotto un cielo notturno. «Concettualmente non erano tanto diverse dall’idea iniziale di Charlotte, ma le hanno offerto la possibilità di guardare le cose da un’altra prospettiva», ha detto.

leger_sketches-1018x1024Catherine Lacey è rimasta estasiata dall’illustrazione. «Mi sento come se dovessi a Patrick e a Charlotte il mio primogenito», mi ha scritto in una mail. Tempo dopo, mentre prendevamo un caffè, mi ha spiegato che siccome Nessuno scompare davvero era nato come una serie di pezzi brevi e a sé stanti, non si era mai posta il problema di come potesse essere la copertina dei suoi sogni. «Per fortuna quelli di FSG sono dei maghi in fatto di grafica, perciò da un lato non avevo paura che mi rifilassero una copertina sexy o rosa, con la solita torta o la solita figura femminile, dall’altro non avevo in mente una mia copertina ideale», ha detto. «Forse mi ero immaginata un’illustrazione più aggressiva, più pazzoide, ma questa qui era molto meglio. Non ha paura di essere delicata. Nel libro si ha la sensazione che la narratrice venga lentamente ingoiata dal proprio inconscio, e l’illustrazione comunica questa cosa in un modo sottile e meraviglioso. La sequenza dei tre disegni crea quasi un loop. Ti chiede di continuare a guardarla».

Nessuno scompare davvero è stato accolto dagli elogi della critica. Il New York Times ha definito le frasi della Lacey «di una bellezza improbabile», paragonando il suo esordio a Mai ci eravamo annoiati di Renata Adler e a Prendila così di Joan Didion. Vanity Fair ha parlato di una versione lirica e più letteraria dell’Amore bugiardo di Gillian Flynn. Altri motivi di apprezzamento sono venuti fuori intanto sui social network: anche la cover, non in quanto separata dal libro, ha iniziato ad attirare l’attenzione. Il regista Joss Whedon ha postato su Twitter una fotografia della copertina, scrivendo: «Non ho parole. Catherine Lacey si è presa tutte le parole e le ha messe qui dentro e ora mi sento contemporaneamente meno solo e più solo. Sono ammirato». Sull’Instagram del duo musicale Tegan and Sara, la foto del libro appoggiato sulle gambe di qualcuno con i jeans ha ricevuto più di 6000 like. Queste ulteriori, sintetiche manifestazioni di apprezzamento mi spingono a chiedermi cosa c’è dietro le scelte che facciamo quando condividiamo un libro: perché postare la copertina, ad esempio, anziché una frase che ci è piaciuta particolarmente? Quanto al risultato in termini di attenzione, 6000 like dai fan di Tegan and Sara possono davvero significare 6000 nuovi lettori?

imageNaturalmente sia Josh Whedon che Tegan and Sara hanno condiviso l’immagine perché, come lettori, hanno apprezzato il romanzo in sé, e forse lo avrebbero condiviso anche se non ci fosse stata questa specifica copertina. Tuttavia, è degno di nota il fatto che l’impatto visivo della copertina ha favorito il diffondersi di questo tipo di segnalazioni. Ho domandato alla Lacey cosa ne pensa di quest’impulso a condividere la copertina di un libro sui social: «È un modo di far entrare gli altri nel privato della propria esperienza di lettura», ha detto. «Ma così il libro diventa una specie di accessorio, non trovi? Magari lo condividono perché è carino esteticamente, o perché vogliono esservi associati. Questo significa che non l’hanno preso sul serio? Come autore, è una domanda che ti viene da farti».

Ogni tanto, racconta la Strick, in metropolitana le capita di vedere qualcuno che tiene in mano un libro con una copertina progettata da lei, e di scattargli furtivamente una foto. «È che mi fa sorridere l’idea che una cosa su cui ho sudato tanto, che mi ha tenuta sveglia fino alle tre di notte e che pensavo non sarebbe mai stata approvata, adesso se ne va in giro per il mondo». Questi avvistamenti rientrano in pieno tra gli scopi che si prefigge di raggiungere con le sue copertine. «La mia speranza è di creare oggetti dotati di una loro bellezza. E voglio anche che abbiano un significato concettuale in rapporto al testo». Con la crescente popolarità degli ebook, mi domando cosa ne sarà degli avvistamenti di copertine in metropolitana, e in che misura questi oggetti visivi andranno perduti. L’era digitale segnerà la morte delle copertine dei libri come ha fatto con quelle dei dischi? In metro, anziché copertine, vedremo ognuno la custodia del Kindle dell’altro.

Leger è ottimista e osserva che anche nel caso in cui non leggiamo il libro fisico, la grafica di copertina ha molte possibilità di farsi notare. «Credo che il legame tra la copertina e il contenuto di un libro sia più importante oggi, nell’era digitale, di quanto sia mai stato in passato», ha detto. «Via via che su internet acquista sempre più importanza l’aspetto visivo, la copertina del libro diventerà la cosa che spicca di più, che venga vista su un social come Instagram o sulla lista dei suggerimenti di Amazon».

Sono tantissimi gli amanti dei libri che si trovano a disagio con l’idea degli ebook, e ho notato che spesso la conversazione si interrompe bruscamente quando qualcuno dichiara: «Mi mancherebbe la sensazione di tenere in mano il libro». Tutti annuiscono con enfasi, e anch’io sono d’accordo, ma mi chiedo se non ci stiamo soltanto ostinando. Mi piace girare fisicamente le pagine, e mi piace avere la possibilità di lanciare il libro da una parte all’altra della stanza. Mi piace l’odore delle pagine fresche di stampa, e mi piace poter chiudere il libro e assaporarne il contenuto grazie alla grafica di copertina. Ma le nuove modalità di lettura danno vita a un’esperienza meno profonda, o semplicemente diversa? Se il libro-come-accessorio fa sì che il lettore sia meno coinvolto, allora forse l’ebook (con la sua miniatura in jpeg della copertina) potrebbe farlo immergere ancora più a fondo nel contenuto.

La Lacey ha sottolineato che durante i viaggi le diventava complicato portarsi dietro i libri fisici e gli ebook, ovviamente, sarebbero stati un’opzione più comoda. Ma, nonostante la praticità, si sarebbe persa alcune ricompense inaspettate che derivano dal fatto di avere con sé lo stesso libro per tanto tempo. È così che ha finito per leggere Mrs. Bridge di Evan S. Connell per ben tre volte: un dettaglio autobiografico che fa capolino anche nelle pagine del romanzo, dato che Elyria viaggia con una copia di Mrs. Bridge. «Mi trovavo nel bel mezzo del nulla ed era l’unica cosa che avevo sotto mano… Ho anche letto dieci volte L’amore ai tempi del colera, perché non avevo alternative: ero in Giappone e non c’erano libri in inglese».

Sia che si tenga da conto il libro come un oggetto prezioso, sia che lo si consumi a forza di portarselo dietro nelle proprie avventure, la grafica di copertina aiuta a costruire un’identità in accordo con il contenuto. «Quando progetti una copertina diventa subito come un figlio. Devo sempre sforzarmi di ricordare che il libro è di un’altra persona», ha aggiunto la Strick. «Prima che mio, è figlio di Catherine. Ed è figlio dell’editor nel momento in cui ci lavora sopra. Tutti noi abbiamo a cuore il suo destino. Poi finisce nelle mani di te lettore: diventa tuo, un bambino sugli scaffali della tua libreria, che hai voglia di far vedere agli amici (o su Instagram) e che non darai mai via in beneficenza. Mi piace pensare che in tutto questo la grafica di copertina abbia un ruolo».

© Dale Megan Healey, 2015. Tutti i diritti riservati.