Grande romanzo americano

Il Grande romanzo americano

Emily Temple Lascia un commento

Esiste il Grande romanzo americano? Questa lista, pubblicata originariamente su Lithub che ringraziamo per la concessione, prova a rispondere a questa difficile domanda. Buona lettura!

di Emily Temple
traduzione di Chiara Gualandrini

Nel 1868, lo scrittore John William DeForest coniò la definizione, oggi imprescindibile, di «Grande romanzo americano», con cui intitolava il suo omonimo saggio pubblicato su The Nation. Non bisogna dimenticare che all’epoca – pochi anni dopo la fine della Guerra Civile – il concetto di «America» per molti non era ancora ben definito; e in effetti si potrebbe dire la stessa cosa anche nel 2017, il che dà un’idea della ragione per cui l’espressione «Grande romanzo americano» sia così problematica.

Quando scrisse il suo saggio, DeForest dichiarò che il Grande romanzo americano, inteso come «il ritratto delle emozioni e dei comportamenti ordinari dell’esistenza americana», non era ancora stato scritto, nonostante si vedesse all’orizzonte: l’autore notava come, per esempio, La capanna dello zio Tom fosse «il tentativo più prossimo al fenomeno auspicato». (DeForest disprezzava sia La lettera scarlatta di Hawthorne sia L’ultimo dei Moicani di Cooper, ragion per cui, nonostante molti li abbiano definiti Grandi romanzi americani, non verranno menzionati nella lista che segue.)

Nei quasi centocinquant’anni dalla pubblicazione di quel saggio, il dibattito sul Grande romanzo americano – cos’è?, cosa dovrebbe essere?, ne esistono?, ne abbiamo bisogno?, perché così tanti scrittori bianchi? – ha continuato a imperversare. Secondo le parole memorabili di A.O. Scott: «il Grande romanzo americano, per la sua natura ibrida (a metà fra il reportage e la narrativa, tra la filosofia più profonda e il pettegolezzo più triviale, fra l’illusione e lo scetticismo più assoluto) sembrerebbe più simile allo Yeti o al Mostro di Loch Ness – o magari a Bigfoot, se vogliamo rimanere a casa nostra. Si tratta, in altre parole, di una creatura che un bel po’ di persone – non tutti pazzi certificati e alcuni con prove notevoli fra le mani – sostengono di aver visto». Molti, moltissimi libri sono stati avvistati – ehm… volevo dire definiti – come il Grande romanzo americano, o perlomeno «uno dei», o perlomeno un grande romanzo americano, che è decisamente un’altra cosa. Quali? Chi l’ha detto? Ha importanza? Questa mappa è abbastanza accurata? Leggete per credere.

Nota bene: Non c’è modo di elencare ogni singolo libro che sia stato chiamato da qualche parte e almeno una volta Grande romanzo americano. In questa lista compaiono molti dei libri che solitamente vengono definiti tali, accompagnati da una citazione tratta da una fonte attendibile.

I CONTENDENTI

Scott Fitzgerald, Il grande Gatsby

gatsbyLa magia di Gatsby non deriva soltanto dal suo stile poetico vigoroso – in cui la lingua americana di tutti i giorni diventa fuori dal comune – ma dall’autorevolezza con cui racconta chi vogliamo essere come americani. Non chi siamo, ma chi vogliamo essere. Ed è proprio questo desiderio che attraversa ogni pagina di Gatsby, rendendolo il nostro Grande romanzo americano. Ma è anche il Grande romanzo americano più facile da sottovalutare: troppo breve, troppo incline a essere letto come una semplice storia d’amore finita male; troppo incentrato sui Ruggenti anni Venti e via dicendo.

–Maureen Corrigan, So We Read On: How The Great Gatsby Came to Be and Why It Endures, 2014

 

Herman Melville, Moby-Dick

moby dickFra tutti i candidati a diventare il Grande romanzo americano, forse Moby-Dick (1851) è quello che supera meglio il test del premio Nobel J.M. Coetzee. [«Finché un classico ha bisogno di essere difeso dagli attacchi della critica non può essere considerato classico».] Almeno per ora, la causa Moby-Dick non sembra aver bisogno della minima difesa. […] La diffusione del testo e la sua capacità di diventare oggetto di imitazione – come icona, come logo, come metafora – hanno ampiamente varcato i confini nazionali, così come aveva fatto il Pequod.

–Lawrence Buell, The Dream of the Great American Novel, 2014

 

Harper Lee, Il buio oltre la siepe

il buio oltre la siepeIl Grande romanzo americano è un obiettivo sfuggente e lo spazio che tale espressione delimita viene occupato dal romanzo che in ogni singola epoca rispetta tre criteri fondamentali:

Ubiquità: dev’essere un romanzo letto da un numero relativamente elevato di americani, e noto per vie alternative a una grande percentuale di coloro che non l’hanno letto (attraverso un adattamento cinematografico, per esempio).

Notabilità: dev’essere opinione comune che il romanzo sia significativo – possieda qualità letteraria e/o faccia parte di un certo panorama culturale in modo inequivocabile (anche se attaccabile da parte della critica).

Moralità: deve affrontare qualche elemento caratteristico dell’esperienza americana, solitamente o le nostre colpe oppure le nostre aspirazioni come nazione, con una riconoscibile forza morale (da non confondersi con il lieto fine).

[…]

Ecco le ragioni per cui, in questo momento, il Grande romanzo americano è Il buio oltre la siepe di Harper Lee, seguito dal Grande Gatsby di F. Scott Fitzgerald e dalla Lettera scarlatta di Nathaniel Hawthorne in seconda e terza posizione. Sono questi i migliori romanzi americani? È soggettivo (io dico di no), ma erano fra le letture obbligatorie quando andavo al liceo, e lo sono ancora oggi che ci va mia figlia, a trent’anni di distanza. Sono un’esperienza americana condivisa, una delle poche che ci rimangono.

–John Scalzi, Los Angeles Times, 2016

 

Mark Twain, Le avventure di Huckleberry Finn

huckleberry finnNessuno si accorse [al momento della sua pubblicazione] che un grande romanzo americano era arrivato sulla scena letteraria del 1885. In quel clima culturale non erano prevedibili le lodi che sarebbero arrivate cinquant’anni dopo da parte di T.S. Eliot e Ernest Hemingway. Nella prefazione a un’edizione iglese, Eliot parlava di «capolavoro […] che rappresenta appieno il genio di Twain», e Ernest si spinge oltre. In Verdi colline d’Africa, dopo essersi sbarazzato di Emerson, Hawthorne e Thoreau, e aver ripagato Henry James e Stephen Crane con un cenno amichevole, continua dichiarando: «Tutta la letteratura americana moderna deriva da un libro di Mark Twain intitolato Huckleberry Finn […] È il libro migliore che abbiamo. Tutta la scrittura americana viene da lì. Prima c’era il nulla. E dopo non c’è stato niente di paragonabile». […] Cos’altro è la grandezza se non l’indistruttibile ricchezza che lascia nel ricordo, dopo che la speranza si è inacidita e le passioni si sono consumate? La speranza della democrazia è sempre di avere a disposizione una ricchezza inesauribile, e il dono prezioso ed eterno di Huckleberry Finn è che ci offre la libertà di pensare alla democrazia e alla sua sublime, terribile premessa: che le passioni e le cupidigie e i sogni e i capricci e gli ideali e le avidità e le speranze e le nauseanti corruzioni degli esseri umani si dispieghino a loro piacimento e il mondo sia comunque un posto migliore, perché c’è più bene che male nella somma di tutti noi e delle nostre azioni. Mark Twain, piena incarnazione dell’uomo democratico, aveva compreso quella premessa ad ogni giro di penna, torcendola e stuzzicandola e mettendola alla prova fino a farci innamorare di nuovo perdutamente dell’idea.

Norman Mailer, The New York Times, 1984

 

Thomas Pynchon, Mason & Dixon

mason-dixonRendiamo le cose molto più facili. Dopo Twain e Fitzgerald c’è Thomas Pynchon, e poi ci sono tutti gli altri. Quando ci interroghiamo sul Grande romanzo americano, quello che ci chiediamo è: quale dei romanzi di Pynchon è il più americano? […] Il candidato più papabile sembra essere Mason & Dixon, una storia picaresca e giocosamente arcaica su due astronomi del Settecento incaricati di disegnare la «Cicatrice geometrica», la linea Mason-Dixon, lungo la quale l’America si è quasi dissanguata durante la Guerra Civile. Ma il Grande romanzo americano potrebbe facilmente essere qualunque altro dei romanzi di Pynchon, ognuno dei quali risponde in modo nuovo alle solite due domande: cos’è accaduto al Paese che volevamo?, e: verrà mai mantenuta la promessa originaria?

–David Kipen, Los Angeles Times, 2016

 

Bret Easton Ellis, American Psycho

american psychoCon il Quattro Luglio che si profila dritto all’orizzonte, è il momento perfetto per giocare alla versione casalinga di questo gioco: qual è secondo te il Grande romanzo americano? Non il miglior romanzo mai scritto da un americano. Piuttosto il romanzo scritto da un americano che meglio riflette lo spirito, il carattere e il destino dell’America, luci e ombre, fallimenti e trionfi. È più di un gioco, ovviamente. Selezionare un romanzo che riassuma l’anima di una nazione è un modo subdolo di mettere in discussione le proprie profonde convinzioni sul paese, i propri pregiudizi, le proprie aspettative […] Tuttavia, voglio fare il bastian contrario e mettermi a litigare con le tante persone gentili che mi scrivono email, perciò dirò che al momento subisco il fascino violento di American Psycho. Stigmatizzato all’epoca della pubblicazione per le sue scene allegramente splatter, il romanzo di Ellis su un serial killer impenitente mi colpisce per quanto è acuto e spiritoso. È pieno di nomi di marche, sesso e tensione sociale, un triumvirato che tipicamente non viene esplorato nei romanzi a focalizzazione interna. Per questo prezioso nanosecondo, allora, scelgo American Psycho.

–Julia Keller, Chicago Tribune, 2007

 

John Steinbeck, Furore

furoreOggi è il sessantanovesimo anniversario della pubblicazione di Furore, di Steinbeck, che a mio giudizio è «il Grande romanzo americano» del Novecento. Personalmente, mi piacciono di più Gatsby e Per chi suona la campana, ma Gatsby è in un certo senso un personaggio poco credibile (è altamente improbabile incontrare un tipo come lui nella vita reale) e il romanzo di Hemingway non è ambientato negli Stati Uniti. Furore è un libro nettamente americano che racconta uno dei capitoli più bui della nostra storia, e Tom Joad e mamma Joad, un personaggio di madre senza tempo, sono persone che potreste incontrare. […] Steinbeck cattura l’essenza americana delle persone reali, gran lavoratori, ragazzi normali che «cercano soltanto di tirare avanti senza pestare i piedi a nessuno», come Tom dice che Scott ed Ernest non hanno mai fatto.

–Michael Rogers, Library Journal, 2008

 

Don DeLillo, Underworld

underworldDalla sua prima apparizione, nell’ottobre del 1997, momento che ricordo bene visto che lavoravo alle pagine culturali dell’Observer, Underworld venne definito un’opera imponente e venne accolto come il più elusivo degli ippogrifi letterari: il Grande romanzo americano. Nella sua recensione lo scrittore William Boyd scrisse: «In Underworld troviamo uno scrittore maturo ed estremamente esperto che accende i motori al massimo […] leggere questo libro è un’esperienza estetica intensa ed elettrizzante che ci fa ricordare, riconoscenti, che questo è ciò che può fare un romanzo». L’Observer lo descrisse anche come «un romanzo epico da affiancare a Moby Dick e Augie March». Queste idee erano forse avvalorate dalla citatissima frase iniziale del romanzo di DeLillo: «Parla la tua lingua, l’americano, e c’è una luce nel suo sguardo che è una mezza speranza».

–Robert McCrum, The Guardian, 2015

 

 

Vladimir Nabokov, Lolita

lolitaC’è chi sostiene che il Grande romanzo americano sia Huckleberry Finn, altri che sia La giungla, altri ancora che sia Il grande Gatsby. Ma il mio voto va alla narrazione più ricca di libido, ipocrisia e ossessione, con uno sguardo sull’America che può avere solo un outsider: Lolita di Nabokov. […] Ciò che rende Lolita un capolavoro non è che il titolo del romanzo sia entrato in uso nel linguaggio comune, non è il fatto che abbia anticipato di una generazione il feticismo per le ragazzine. No, è la scrittura, il modo in cui Nabokov fa rimbalzare le parole come se la lingua inglese fosse un baule di giocattoli, la sagace malizia, il modo in cui riesce ad essere devastante, cinico e straziante allo stesso tempo. La povera vecchia Dolly Haze magari non sarà cresciuta tanto bene, ma Lolita conserverà sempre la sua malizia senza tempo.

–Mary Elizabeth Williams, Salon, 1996

 

John Dos Passos, La trilogia USA

trilogia USAtrilogia USAtrilogia USA

Il grande romanzo americano non può più essere scritto. Non possiamo fare ciò che ha già fatto Dos Passos. La sua trilogia sull’America arriva più vicina di qualunque altro libro al Grande romanzo americano. Non si può più descrivere l’intera America. È troppo dettagliata. Prima non si poteva semplicemente piazzare un personaggio a Tampa senza conoscere Tampa. Non si poteva farla franca. In passato i lettori non storcevano il naso per una storia scarna di dettagli. Ora la quantità di dettagli da inserire limita la possibilità di espansione di un romanzo.

–Norman Mailer, Poynter, 2004

 

Ralph Ellison, Uomo invisibile

uomo invisibileÈ Uomo invisibile. No, non è stato scritto da un vincitore del Nobel, o del Pulitzer, non è in giro da secoli. È un romanzo di spessore, di strati e improvvisazioni. Si potrebbe addirittura dire che sia il più grande romanzo americano.

La grandezza di Uomo invisibile di Ralph Ellison (1952) è data dall’essere molte cose diverse a seconda di chi lo legge. Un’epopea razziale. Un romanzo di formazione in forma di monologo drammatico. Un approfondito ritratto psicologico sull’identità razziale, il razzismo, la storia, la politica, la virilità e su quanto sia difficile la crescita personale. La storia inafferrabile di, e raccontata da, un inafferrabile narratore senza nome. Una commedia in stile jazz su letteratura, musica, società, memoria e identità. Il prodotto di un lettore e scrittore vorace. In qualche modo riesce a essere tutto questo, e forse è questo il motivo per cui ha vinto il National Book Award battendo Il vecchio e il mare e La valle dell’Eden.

–Joseph Fruscione, The Millions, 2013

 

Cormac McCarthy, Meridiano di sangue

meridiano di sangueUn grande romanzo americano può solo essere anti-americano, e Meridiano di sangue, come Amatissima di Toni Morrison, è incentrato proprio sulle nostre vergogne più grandi, in questo caso il genocidio e la sete di guerra, e nei capitoli finali riflette sul massacro dei bufali; ma anche sul massacro dell’innocenza, sotto forma di un orso che balla, e di chiunque cerchi di fare ammenda, compreso The Kid. L’ultimo sguardo a ovest che non lascia intravedere nessun altro posto in cui andare.

–David Vann, The Guardian, 2009

 

William Faulkner, Luce d’agosto

luce d'agostoLuce d’agosto, pubblicato nel 1932, è il Grande romanzo americano di Faulkner. Il settimo di quelli che sarebbero stati i suoi diciannove romanzi, una produzione consacrata dal premio Nobel nel 1949 e di fronte alla quale si ha davvero, prendendo in prestito un’espressione abusata ma adatta, l’imbarazzo della scelta. Scrittore prodigioso, Faulkner lascia in eredità una panoplia letteraria fatta di personaggi complessi, analisi incisive della società, ingegnosità formale e metafore profonde. La sua opera mostra una compassione priva di sentimentalismo, un’imperturbabile visione tragica e una capacità quasi soprannaturale di indagare le motivazioni e i desideri umani. Faulkner si lascia alle spalle due capolavori della letteratura modernista: L’urlo e il furore e Mentre morivo, libri che, come altri testi modernisti, hanno cambiato per sempre il concetto di linearità narrativa e le forme di descrizione della coscienza. Assalonne, Assalonne!, spesso pronunciato tutto d’un fiato, viene considerato da molti come la migliore opera di Faulkner, la più compiuta, con una vastità mostruosa e una radicale coerenza estetica. Ma è il meno affettato Luce d’agosto, talvolta sottovalutato quando si parla delle sue opere più apertamente moderniste, a raccogliere tutte le questioni che stanno tipicamente a cuore a Faulkner – il determinismo in contrapposizione al libero arbitrio, il Sud solo parzialmente ricostruito, la religiosità, il fascino della sessualità femminile e il potere del passato che riecheggia nel presente – attorno a un tema fondamentale e profondamente americano: la razza.

–C.E. Morgan, The Daily Beast, 2012

 

William Faulkner, Assalonne, Assalonne!

assalonne, assalonne!Nel gennaio 1936,William Faulkner aveva appena terminato l’ennesimo romanzo e cominciato l’ennesimo periodo di bevute ininterrotte. Mandò il manoscritto a un amico dicendogli: «Voglio che tu lo legga […] credo sia il miglior romanzo scritto da un americano».

Poteva sembrare che fosse il bourbon a parlare, ma Faulkner aveva ragione. Ce l’ha ancora. L’amico in questione, che aveva conosciuto quando lavorava alla Warner Bros, aveva per le mani l’unica copia di quello che sarebbe diventato – dopo la revisione – Assalonne, Assalonne!, la cui pubblicazione avrebbe riaperto il dibattito sul Grande romanzo americano. Assalonne, Assalonne! è il nono romanzo di Faulkner, e il migliore. Nel 1902 il rimanziere Frank Norris scrisse che il Grande romanzo americano era solo un mito, una creatura ibrida che non sarebbe mai esistita. Il suo discorso era condivisibile, ma prematuro: anni dopo, l’uscita di Assalonne gli avrebbe dato torto.

–Arthur Hirsch, The Baltimore Sun, 1997

 

John Updike, Corri coniglio

corri, coniglioAffrontare le 1700 e rotte pagine della saga di Harry Angstrom – l’esuberante tetralogia di Coniglio e i suoi zoppicanti post scriptum – significa ritrovarsi ad affrontare un’opera che ha ottimi motivi per candidarsi al titolo di Grande romanzo americano, ma non vi si potrà biasimare se preferirete passare il vostro tempo con altri quattro o cinque romanzi leggermente meno Grandi.

–Troy Patterson, Slate, 2009

 

David Foster Wallace, Infinite Jest

infinite jestEra il 1996 quando uscì Infinite Jest; non avevo mai visto nulla di simile, e non mi aspetto si ripeta. Erano anni che giravano voci più o meno vaghe sull’arrivo di un nuovo, colossale pretendente al titolo di Grande romanzo americano, o almeno a quello di Grande fermaporte del decennio, un immenso, pynchonesco, irriassumibile, labirintico, ironico/tragicomico libro sul tennis e la dipendenza che un qualche genio matematico dell’Illinois aveva avuto la faccia tosta di intitolare Infinite Jest. I critici mormoravano di questa creatura leggendaria come faceva Achab con la balena: impossibile non esserne curiosi.

–Colby Cosh, National Post, 2008

 

Saul Bellow, Le avventure di Augie March

le avventure di augie marchLe avventure di Augie March è il grande romanzo americano. Inutile continuare le ricerche. Tutte le piste si sono esaurite quarantadue anni fa. La missione è riuscita in ciò che raramente le riesce: si è conclusa […] Augie March, infine, è il Grande romanzo americano per la sua straordinaria inclusività, il suo pluralismo, la sua promiscuità senza scrupoli. In queste pagine alto e basso si fondono e fanno amicizia nella vasta democrazia della prosa di Bellow. Qui dentro c’è tutto, la disperazione e l’esaltazione e ogni sfumatura intermedia, dal lavapiatti […] all’aquila simbolo degli Stati Uniti.

–Martin Amis, The Atlantic Monthly, 1995

 

Anita Loos, I signori preferiscono le bionde

i signori preferiscono le biondeSto (finalmente!) leggendo il Grande romanzo americano e vorrei sapere se ce ne sono – o ce ne saranno – altri e se conoscete la ragazza [che lo ha scritto], dev’essere un genio.

–Edith Wharton, «The Great American Novel», Yale Review, 1927

 

 

 

Toni Morrison, Amatissima

amatissimaQuando la New York Times Book Review chiese a centoventicinque scrittori di indicare le migliori opere di narrativa degli ultimi venticinque anni (questo nel 2006), Amatissima risultò in testa alla classifica.

«Ogni altro risultato sarebbe stato sorprendente, dato che il romanzo di Morrison si è inserito nel canone americano in modo più completo di ogni potenziale rivale. Con una velocità impressionante, Amatissima è diventato, a meno di vent’anni dalla pubblicazione, un testo basilare nei corsi di letteratura al college, vale a dire classico. Questo trionfo è commisurato all’ambizione, dato che Morrison lo scrisse proprio per estendere la portata della letteratura americana classica, per entrare, donna nera e vivente, nella cerchia di uomini bianchi e morti del calibro di Faulkner, Melville, Hawthorne e Twain. I primi tempi, quando si cominciò ad assegnare il libro nelle aule universitarie, durante una fase iniziale e, col senno di poi, molto meno virulenta delle battaglie culturali odierne, la sua inclusione nei programmmi accademici venne presa come un gesto radicale sia da chi parteggiava per lei sia da chi le si opponeva. (La bufala conservatrice che si sentiva girare all’epoca era che un professore di sinistra aveva tolto dal programma Shakespeare a favore di Morrison.) Ma la retorica politica del tempo oscurò l’essenziale conservatorismo del romanzo, che non si prefiggeva di scavalcare o detronizzare i suoi amatissimi precursori, ma di completarli e in un certo senso correggerli».

–A.O. Scott, The New York Times Book Review, 2006

 

Michael Chabon, Le fantastiche avventure di Kavalier e Clay

le fantastiche avventure di kavalier e clayNon so esattamente cosa significhi «Grande romanzo americano», ma sono abbastanza sicuro che il tentacolare, idiosincratico e lancinante romanzo di Michael Chabon lo sia. Nonostante il frivolo titolo da fumetto Marvel (è, dopo tutto, un romanzo sui fumetti e su chi li fa), Le avventure di Kavalier e Clay si concentra su temi vasti e seri tipicamente americani: il significato e le dinamiche dell’assimilazione culturale, la ricerca di un’identità morale ed emotiva in un mondo totalmente indifferente, il ruolo di trasformazione che riveste l’intrattenimento di massa nella vita dei singoli e della nazione stessa. Ah, e ho parlato dell’amore, della morte, della colpa e della redenzione? Ecco, lì dentro ci sono anche quelle.

–Daniel Mendelsohn, New York Magazine, 2000

 

Jonathan Franzen, Libertà

libertà(La faccia di Franzen sul TIME accompagnata dal titolo «Il grande scrittore americano» penso sia una credenziale sufficiente, ma in caso non basti…)

«Il pacchetto completo, svergognatamente generoso per massa (raggiunge le 626 pagine) e qualità rappresenta un raro piacere, un irresistibile invito al binge-reading, a dedicargli la stessa quantità di tempo che di solito al giorno d’oggi riserviamo esclusivamente al lavoro, a dormire o alla maratone di serie tv in cofanetto. Affronta anche uno dei dilemmi fondamentali della classe media contemporanea americana – ossia: davvero è ancora giusto passare la vita a ribadire il proprio inalienabile diritto alla ricerca della felicità, quando il resto del mondo si trova in queste condizioni? – è questo che lo rende meraviglioso. Se Libertà non va definito un Grande romanzo americano del nostro tempo, non so davvero quale altro libro potrebbe fregiarsi di questo titolo… È il primo Grande romanzo americano dell’era post-Obama.»

–Benjamin Secher, The Telegraph, 2010

 

Junot Díaz, La breve favolosa vita di Oscar Wao

la breve e favolosa vita di oscar waoSei mesi prima dell’uscita ufficiale, nel 2007, mi arrivò la bozza per email. Ero in partenza per la Svizzera, quindi stavo per declinare l’offerta di recensire il libro a causa della sua lunghezza – mi ero ripromesso di trascorrere il mio soggiorno in Europa concentrandomi esclusivamente sulla mia scrittura. Ma d’impulso decisi di accettare l’incarico, se non altro avevo la scusa per leggere l’attesissimo romanzo dell’autore di Drown. Quando ho finalmente iniziato il libro, ho capito subito che avevo per le mani qualcosa di speciale. Quello era il libro delle Américas. Quello era il Grande romanzo delle Americhe.

Dopo essermi imbattuto in tanti discorsi sul «Grande romanzo americano» ho capito che non si prende mai in considerazione uno scrittore come Díaz, né un libro come La breve favolosa vita di Oscar Wao, dove il viaggio migratorio procede verticalmente e non orizzontalmente, dove l’identità culturale è coltivata con una consapevolezza Panamericana. Il secchione sfigato Oscar de León si aggira per il New Jersey contemporaneo, mentre la sua storia familiare ha origine in una Repubblica Dominicana dal passato difficile, e quando le due narrazioni convergono, ne nasce la quintessenza dell’antieroe del ventesimo secolo.

Il grande romanzo delle Americhe esamina le storie di coloro che sono relegati ai margini dalla letteratura americana. Anche nei fumetti e nei romanzi di fantascienza che plasmano la visione del mondo di Oscar i personaggi principali sono bianchi, così lui completa la propria identità e il proprio punto di vista con il folklore familiare: la maledizione fukú che si ripercuote su diverse generazioni della famiglia e tutte quelle note a pié di pagina sulla dittatura di Trujillo, che diventano elementi rilevanti per la narrazione principale man mano che la storia prosegue.

–Rigoberto González, Los Angeles Times, 2016

 

Steve Erickson, These Dreams of You

these dreams of youMalgrado il suo punto di vista intimo e ravvicinato, These Dreams of you potrebbe benissimo rappresentare il Grande romanzo americano di oggi. Non solo per il ritratto che fa dei sogni e delle preoccupazioni tipicamente americani, non per la sua ampiezza di sguardo sulla società, o per la sua attenzione all’attualità storica e politica – che tratta abbondantemente – ma piuttosto per la sua sincerità disarmante, l’umile presa di coscienza dei fallimenti umani e la continua speranza che non sia mai troppo tardi.

–Pawel Frelik, Los Angeles Review of Books, 2012

 

Rachel Kushner, I lanciafiamme

i lanciafiammeI lanciafiamme è un romanzo che rompe gli schemi, non solo perché scritto da una donna ma anche perché la protagonista è una donna. Nei libri che più spesso vengono candidati al titolo di Grande romanzo americano sono i personaggi maschili – Jay Gatsby, Huckleberry Finn, Achab – a recitare questa parte, rappresentando, presumibilmente, l’esperienza americana. Ma (e ho davvero bisogno di dirlo a questo punto?) l’idea che una figura femminile possa servire al medesimo scopo mina il concetto stesso di Grande romanzo americano. Agli uomini è concesso di rappresentare l’identità nazionale o l’umanità nella sua interezza, ma dalle donne ci si aspetta che rappresentino solo la femminilità, sia pure in varie sfumature.

Questo non significa che Kushner presenti apertamente Reno come la quintessenza dell’americanità, nonostante il personaggio abbia una parabola di ambizione simile, a suo modo, a quella di Gatsby e cerchi una rottura col passato decisiva quanto quella di Huck (pur partendo per un viaggio in direzione geograficamente opposta). Di fatto i problemi di Reno sono proprio i problemi di una giovane donna. Rischia sempre di adagiarsi sulla sua bellezza e tende a legarsi a uomini risoluti per ottenere la spinta all’azione che dice di desiderare. Accetta un lavoro in un laboratorio di stampa e sviluppo cinematografico, dove posa come modella per i fotogrammi di controllo all’inizio delle pellicole, una delle tante facce femminili il cui tono della carnagione fornisce uno standard per i tecnici addetti alla correzione del colore, «donne reali ma irraggiungibili che non davano la minima idea di chi fossero». È la forma peggiore di identità rappresentativa: generica e anonima, un mezzo per un fine, una donna qualunque che non è nessuno.

–Laura Miller, Salon, 2013

 

E adesso, per concludere questa lista, certamente lunga ma non esaustiva, che dire di Una vita come tante di Hanya Yanagihara? Del Tempo è un bastardo di Jennifer Egan? Di Americanah di Chimamanda Ngozi Adichie (chi l’ha detto che bisogna davvero essere americani per scrive il grande romanzo americano)? Nel mondo a venire di Ben Lerner? Medicina d’amore di Louise Erdrich? La campana di vetro di Sylvia Plath (cosa succederebbe se il protagonista fosse un uomo)? Carnival Love di Katherine Dunn? Tutti questi romanzi offrono senz’altro al lettore un «ritratto delle emozioni e dei comportamenti ordinari dell’esistenza americana» – a seconda, è ovvio, di cosa intendete per ordinario. Ma forse proprio perché non c’è nulla di ordinario in questo paese il GRA continua ad eludere, confondere e incantare gli scrittori americani.

© Emily Temple, 2017. Tutti i diritti riservati.