Laurie Colwin

Laurie Colwin: una storia troppo breve

Jonathan Yardley Lascia un commento

Questo pezzo è stato scritto dal critico americano Jonathan Yardley nel luglio 2003, a dieci anni dalla morte di Laurie Colwin, l’autrice di Felici tutti i giorni. Apparso originariamente sul Washington Post, viene qui ripubblicato per gentile concessione dell’autore.

di Jonathan Yardley
traduzione di Martina Testa

Dieci anni dopo la sua morte tristemente prematura, Laurie Colwin gode di un privilegio che sfugge alla gran parte degli scrittori viventi, tranne i più fortunati: tutti i suoi libri sono ancora in commercio. Pur non avendo mai pubblicato un best seller, si è conquistata un pubblico di appassionati che è rimasto costante nel tempo e recluta sempre nuovi adepti grazie al passaparola. È stata principalmente un’autrice di narrativa – tre raccolte di racconti e cinque romanzi – ma ha anche scritto con irresistibile verve di cibo e cucina, e anche le sue due raccolte intitolate Home Cooking sono amate da molti lettori.

In teoria l’argomento di questo articolo sarebbe il suo secondo romanzo, Felici tutti i giorni (1978), ma più in generale quella che segue è una riflessione su Laurie Colwin e tutta la sua opera. Mi sembra il caso di confessare fin da subito che non posso sperare di riuscire a parlarne in maniera obiettiva. Ho avuto la fortuna di esserle amico negli ultimi otto anni della sua vita, durante i quali abbiamo portato avanti senza grande regolarità una corrispondenza epistolare, scambiandoci opinioni spassionate e/o maligne, soprattutto su libri, scrittori e editoria. Quando un comune amico mi ha telefonato, una sera di ottobre del 1992, per riferirmi che Laurie era morta, la notizia mi è arrivata come il proverbiale pugno nello stomaco.

Nel suo primo libro, una raccolta di racconti intitolata Passion and Affect (1974), Laurie scriveva con quella che si può solo definire straziante preveggenza di una certa signora Parker, che «morì all’improvviso in ottobre». Il racconto prosegue così: «In relazione alla sua morte venne usata la parola “tragedia”. Lei e il signor Parker erano nel pieno della mezza età, e nessuno dei due era mai stato seriamente malato. Fu un’insufficienza cardiaca, e una cosa del tutto inaspettata».

Nel caso di Laurie fu esattamente la stessa cosa. Aveva quarantotto anni quando andò a dormire, la sera del 23 ottobre 1992, nel confortevole appartamentino di Soho in cui abitava con il marito e la figlia piccola. Non si svegliò mai più. Fu un’insufficienza cardiaca, e una cosa del tutto inaspettata. La sua morte lasciò un vuoto enorme. Quando, dopo qualche mese, i suoi amici e ammiratori si radunarono per renderle omaggio, nel grande auditorium nella parte alta di Broadway rimasero solo posti in piedi.

Originaria di Manhattan, Laurie era cresciuta in molti posti, fra cui Philadelphia e Chicago. Nella sua seconda raccolta di racconti, The Lone Pilgrim (1981), scriveva di una «vecchia, vecchissima famiglia ebraica di quelle che sono più identificabili come tradizionalmente americane che come ebraiche», frase che descrive con precisione la sua origine, così come un brano più pungente dello stesso libro: «I Mayer erano una famiglia di ebrei tedeschi e olandesi dal sangue annacquato che un tempo avevano un sacco di soldi. Adesso avevano delle cose». Era una donna molto ben istruita (il Bard College, la Sorbona, la New School, la Columbia University) e incredibilmente esperta più o meno di tutto (tranne il baseball), cosa che le tornava utile nel suo lavoro di editor e di traduttrice – dall’yiddish – di un autore meritatamente osannato come Isaac Bashevis Singer.

«Sono una persona veramente all’antica», disse una volta Laurie di sé stessa, il che era vero ma solo fino a un certo punto. Adorava i begli oggetti antichi ma poteva permetterseli di rado; quando ottenne una borsa di studio dal governo federale andò subito a comprarsi un tavolo di antiquariato per la sala da pranzo. Aveva modi impeccabili, e apprezzava le buone maniere negli altri. Amava, e conosceva benissimo, la musica classica, in particolare la musica da camera. E allo stesso modo, gran parte dei suoi scrittori preferiti erano in circolazione da molto tempo: anzi, il suo più diretto antecedente letterario era Jane Austen, come si vede con incantevole chiarezza da un breve brano del racconto che dà il titolo a The Lone Pilgrim:

Ah, le gioie domestiche! La meraviglia dei piatti da portata e dei bricchetti per il latte. Impari a conoscere le tue amiche dai loro ninnoli. Li vuoi tutti. Se la signora A. possiede il vecchio stampo da gelatina di sua mamma ne vuoi uno anche tu, insieme a tutto ciò che si porta dietro: la famiglia, la tradizione, gli anni e anni in cui ci si è modellata dentro la gelatina. Per quanto siano confortevoli le nostre case, noi sensualiste domestiche viviamo in un perenne stato di desiderio.

La famiglia, il matrimonio, gli averi, la tradizione: è Jane Austen allo stato puro. Ma Laurie amava anche la musica pop, in particolare quella della Motown; il suo quarto romanzo, Goodbye Without Leaving (1990), le permise di vivere, benché per interposta persona, il suo sogno non più segreto di essere l’unica corista bianca in un gruppo soul in tour. Nei suoi libri parlava quasi solo di giovani abitanti privilegiati di Manhattan della sua generazione, ma trovava il tempo parecchi giorni a settimana di lavorare in una mensa per gli anziani e i poveri; era una progressista, ma non certo una radical chic. Si muoveva con disinvoltura fra i ricchi e i vip, ma i suoi affetti più profondi li riservava ad amici ben poco noti al di fuori del loro ambiente; ogni volta che in una lettera diceva di conoscere qualcuno di moderatamente famoso, usava sempre un tono quasi di scuse.

Quando ci conoscemmo di persona, nel 1984, avevo letto tutti e cinque i libri da lei scritti fino a quel momento e recensito in toni entusiastici il più recente, Family Happiness (1982), ma Laurie non era affatto come me l’ero aspettata. L’autrice dalla prosa immacolata che raccontava storie di persone che sembravano restare in qualche modo immacolate anche quando combinavano casini si rivelò essere non una flessuosa bellezza ma una compatta riserva di moto perpetuo che assomigliava all’orsetto delle pile Duracell. Era una scrittrice, quindi passava molto tempo da sola, ma era anche una peperina che adorava stare in compagnia delle persone che le piacevano almeno quanto adorava dirne di tutti i colori su chi non le piaceva. Aveva la tipica tendenza da mamma ebrea a rimpinzare gli ospiti di manicaretti che facevano un gran bene all’anima e molto male al punto vita.

Ma dato che aveva un grande cuore, non sorprende che l’argomento di cui scriveva più spesso fosse l’amore. In che misura la sua conoscenza di questo tema infinitamente complesso e interessante derivasse dall’esperienza, non lo so. Si sposò che era già ben oltre i trent’anni, e fu un matrimonio felice, ma dai suoi primi racconti e romanzi si capisce che aveva fatto un lungo percorso, e forse anche qualche passo falso, prima di arrivarci. «Innamorarsi non è un errore», dice un personaggio di uno dei racconti di The Lone Pilgrim, il che riassume piuttosto bene l’opinione dell’autrice, così come un’altra frase della stessa raccolta: «Gli animali per lei erano un argomento delicato, ma verso i gatti provava un senso di somiglianza: così volenterosi, così affamati d’amore».

Laurie sapeva che l’amore può dare una felicità incredibile ma che può anche essere incredibilmente difficile. È questa la spietata verità al centro di Felici tutti i giorni, perché i quattro innamorati attorno a cui ruota questo romanzo delizioso non sono affatto felici tutti i giorni. Guido Morris sposa Holly Sturgis, e suo cugino Vincent Cardworthy sposa Misty Berkowitz, ma la storia non finisce certo qui. «L’amore rendeva ridicolo chiunque. Era il destino dell’uomo». Oppure, come dice Vincent poco dopo, «A volte penso sia amore e a volte penso sia una malattia».

Lo dice parlando di Misty, che è palesemente Laurie Colwin molto ben camuffata. «Io sono», dice Misty poco dopo aver incontrato Vincent, «il flagello di Dio», e per buona parte del romanzo sembra proprio aver ragione. «Non sopporto di fare qualcosa senza dover lottare», dice, riferendosi anche, decisamente, all’innamorarsi. «Misty pensava che la vita fosse una battaglia. Bisognava lottare e pensare. Bisognava farsi strada nella vita usando l’intelligenza come un machete per abbattere più ostacoli possibile. Si nasceva senza sapere niente: si doveva combattere per conquistarsi le proprie conoscenze». Ma anche l’ostinato Vincent è uno che lotta, e dopo un po’ di tempo – e parecchi spericolati alti e bassi emotivi – riesce a conquistare Misty. Una sera, a cena, i due annunciano a Guido e Holly che si sposeranno:

Ci saranno migliaia di cene come questa, pensò Misty. Questo è il mio posto a tavola. Questo è il migliore amico del mio promesso sposo e quella è la moglie del migliore amico del mio promesso sposo, e passerò il resto della mia vita a conoscerli. Di fronte a lei, a tavola, Vincent appariva serafico e felice. Che buon sapore aveva tutto quanto, pensò Misty. Ogni cosa sembrava luccicare. Erano gli effetti dell’amore, o si trattava solo del vino? Decise che doveva essere l’amore.

Era proprio come sospettava: l’amore ti trasformava in una vera rammollita

In questo brano, così come in ogni pagina di Felici tutti i giorni, Laurie sfiora il confine del sentimentalismo e poi se ne ritrae bruscamente. Felici sì, melensi no. Misty parla per Laurie tanto quanto per sé stessa quando dice a Vincent: «Tu credi nel lieto fine. Io no. Tu pensi che tutto si risolverà per il meglio. Io no. Tu pensi che tutto sia perfetto. Io no. […] Io vengo da una famiglia che è scappata dall’esercito dello zar, si è fatta spaccare la testa durante i picchetti e non ha mai dormito serenamente da nessuna parte». Ciò che rende inconfondibile la scrittura di Laurie, che la salva sempre dal banale romanticismo, è la tenace risolutezza che ha dentro.

Quello che ho detto nella mia recensione di Family Happiness vale ugualmente per Felici tutti i giorni e per il resto dell’opera di Laurie: «Anche se il romanzo, a prima vista, può dare un’impressione di pruderie e perfino di sentimentalismo, il lettore stia in guardia: sotto la superficie scintillante si annidano questioni più oscure, e un’ironica consapevolezza delle ambiguità della vita». I quattro personaggi che ci regala in Felici tutti i giorni si possono descrivere a buon diritto come brave persone, ma non gli viene mai permesso di cavarsela a buon mercato. I loro matrimoni sono la chiave per la felicità, ma il matrimonio può essere noioso e banale, come Misty scopre ben presto una volta che ha la fede al dito. Anche quando è felice, la felicità richiede un certo impegno:

La grande sorpresa che il matrimonio con Vincent le aveva riservato era l’appagamento. Alternava attimi di desolazione ad attimi di piena gioia, ma sotto c’era sempre un sentimento che scorreva senza sosta. La propensione di Misty per il pessimismo e quella di Vincent per l’ottimismo erano davvero complementari. Vincent non era meno allegro, e Misty era solo lievemente meno critica, ma sembravano aver dato vita a una terza persona che smussava i loro spigoli e rendeva la vita insieme possibile e fruttuosa. Misty distingueva Vincent dal resto del genere umano. Aveva i suoi difetti, ma la sua gentilezza e la sua sincerità erano autentiche. Giocava pulito ed era generoso. La differenza tra loro era che Vincent credeva davvero che le cose si risolvessero per il meglio e Misty no.

Insomma: un libro saggio e generoso che arriva da un’autrice saggia e generosa. Ma anche abilissima e ricca di umorismo. Laurie era in grado di inquadrare perfettamente una persona in un paio di frasi. «Sybel era una ballerina di danza moderna che studiava anche da mimo. Era vegetariana e prendeva delle vitamine di una marca reperibile solo in New Jersey». Oppure: «Arnold Milgrim era un uomo basso e robusto. Il suo completo aveva l’aria di essere stato adattato alle misure di una tartaruga. Ai piedi portava dei piccoli mocassini lucidi e delle calze della cupa tonalità di rosso del sangue arterioso. Era calvo e il suo viso aveva la spoglia sensualità politica dei busti dei generali romani».

Laurie non era una scrittrice autobiografica nel senso comune del termine, ma i suoi libri seguirono da vicino le vicende della sua vita. I primi racconti e il romanzo Shine On, Bright and Dangerous Object (1975), parlano dell’amore giovanile, del piacere e del dolore che può provocare. Felici tutti i giorni e Family Happiness parlano dell’amore coniugale e familiare. La raccolta di racconti Another Marvelous Thing (1986), e il romanzo postumo A Big Storm Knocked It Over (1994), parlano della maternità e dell’amore materno. Se avesse avuto più tempo a disposizione, c’è da scommettere che avrebbe scritto sempre di più di infanzia e adolescenza, e della piccola famiglia nucleare. Trasfigurava la propria esperienza in libri capaci di toccare le altre persone; lavorava su piccola scala ma riusciva a tirar fuori l’universale.

Le sono stati concessi meno di venticinque anni di scrittura, dal primo racconto pubblicato nel 1969 alla sua morte, occorsa ventitré anni dopo, ma li ha sfruttati al meglio: dieci libri sublimi che negli Stati Uniti sono ancora in commercio e portano ancora la felicità, in salsa Colwin, al mondo. In futuro ne arriverà anche un altro. È in cantiere una raccolta delle sue lettere, anche se la data di pubblicazione resta sconosciuta. Avendo avuto la fortuna di riceverne alcune, posso farvene una recensione in anteprima: sarà l’ennesimo libro meraviglioso.

© Jonathan Yardley, 2003. Tutti i diritti riservati