Dorotea Muhr

Dorotea Muhr: vivere la vita breve / 1

Leila Guerriero Lascia un commento

Tra qualche giorno sarà in libreria Triste come lei, splendida raccolta di racconti dell’autore uruguayano Juan Carlos Onetti, tra caffè, sigarette e amori sgualciti. Pubblichiamo oggi la prima parte di un’intervista a Dorotea Muhr, Dolly, la donna che gli è stata accanto per tutta la vita.
L’articolo è apparso originariamente su
Gatopardo e viene qui riprodotto per concessione dell’autrice e della rivista.

di Leila Guerriero
traduzione di Giulia Zavagna

I binari del treno si trovano a pochi metri da lì, oltre il viale ombreggiato da alberi antichi. Dietro piccoli muri, dietro piccoli giardini, dietro ringhiere ben pitturate, le case appaiono solide e pulite come se fossero appena state ristrutturate. È mezzogiorno e c’è il silenzio della siesta, senza automobili, senza gente per strada. Niente è cambiato molto negli ultimi cento anni. I binari del treno erano già lì, alcuni di questi alberi erano già lì. La casa pure. Occupa un angolo di calle de Olivos, un sobborgo elegante nella zona nord di Buenos Aires, ma spunta appena da dietro il cancello, da dietro il muro assediato dall’edera. Il campanello emette un rumore sordo, doloroso. Dal citofono si sente la voce di una donna.

«Chi è?»

«Sono venuta a trovare Dolly».

«Entra».

Il cancello si apre con un ronzio e mostra un giardino selvatico, oscuro. Oltre il giardino aspetta una donna anziana, i capelli all’altezza delle orecchie, pettinati all’indietro. È minuta, dall’aspetto vivace, la pelle molto bianca.

«Salve. Io sono la cognata».

Qui non dovrebbe esserci una cognata. Dovrebbero esserci solo due sorelle: una di loro olimpica, novant’anni, più di un metro e settanta; l’altra, tre anni più giovane, dall’aspetto sconosciuto. Quindi: cognata di chi?

«Sei arrivata», dice una voce potente che proviene dalla penombra, alle spalle della donna minuta. «Che puntualità. Hai origini inglesi?»

La donna olimpica, novant’anni, più di un metro e settanta, cammina verso la luce dell’ingresso. Indossa un vestito stampato, azzurro e bianco, che le arriva sopra le ginocchia.

«Entra. Non hai problemi con i gatti, vero? Ne abbiamo quattordici».

La donna minuta saluta e scompare. La donna olimpica vede il registratore e dice: «Juan diceva sempre: “Senza registratore”. A me non dà fastidio. Ora lo tradurranno in turco. Povero Juan».

«Perché povero?»

«Tesoro, tu sai il turco? Una traduzione così è impossibile da controllare».

C’è qualcosa, nella rapidità con cui comincia a parlare di Juan, che chiarisce tutto. In questa casa vivono, in realtà, due sorelle. Questa donna – Dolly, Dorotea Muhr, vedova dello scrittore uruguayano Juan Carlos Onetti, autore de La vita breve, Gli addii, Il cantiere, vincitore del premio Cervantes, mancato nel 1994 – e sua sorella Nessy: la donna minuta. Solo che Nessy è, anche, cognata di Onetti. E questo suo modo di presentarsi – «sono la cognata» (di Onetti) e non «sono la sorella» (di Dolly) – rivela che lui è l’uomo intorno al quale ha sempre girato la peregrinazione di parenti ed estranei in questa casa: intorno ai libri di Juan, all’insonnia di Juan, all’esilio in Spagna di Juan, al letto da cui Juan non si alzava mai. Rivela che nessuno è mai venuto qui in cerca della donna con cui Juan condivise la scrittura, i libri, l’insonnia e l’esilio per quarant’anni di una vita intera, fino al giorno della sua morte.

Dolly Muhr indica una porta laterale che dà sulla sala da pranzo: «Vieni. Che cosa prendi? Caffè, acqua, Coca-Cola?»

Fuori fanno trentasei gradi ma la stanza si mantiene fresca. Le finestre, coperte da tende di lino, lasciano passare appena la luce violenta. Dolly esce dalla porta che dà sulla cucina. Si muove con rapidità ma sembra un po’ rigida. Nel giugno del 2015 è caduta e si è rotta l’anca mentre passeggiava per Salamanca, in Spagna. Per questo, sebbene passi la maggior parte dell’anno a Madrid, nell’estate del 2016 si trova nella casa dove è nata, a riprendersi a forza di passeggiate. Quando torna, appoggia sul tavolo una bottiglia di Coca-Cola e due bicchieri.

«Passo più tempo in Spagna che qua. Se non fosse per l’anca sarei già a Madrid. Noi donne dobbiamo fare attenzione al calcio. Tu mangi carne?»

«Sì».

«Ti pungono le zanzare?»

«Non tanto».

«Vedi? Mia sorella ha la stramba teoria che a lei non la pungono perché è vegetariana. Ha idee molto precise sulla dieta. È una delle poche persone che conosco che è nata e morirà, come dice lei, nella casa dove è nata. Non ha buttato via nulla. Tiene tutto. Perfino la vasca da bagno di quando eravamo bambine».

Il tavolo della sala da pranzo sembra accantonato di fronte all’esplosione di mobili che riempiono la stanza di tre metri per tre: un televisore, un comò con sopra quattordici portafoto e quattro vasi di fiori, scaffali pieni di libri, una cassettiera, un piano verticale con sopra cinque portafoto e una lampada, un caminetto con sopra cinque vasi di fiori, un tavolo rotondo con sopra uno stereo, una biblioteca piena di libri e statuine di porcellana – oche, contadinelle, musicisti, gatti –, una vetrina di porcellana antica, un tavolino, un tavolo più grande, un divano, uno sgabello.

«Una quantità di oggetti impressionante».

«Be’, sono cento anni di vita».

Cento anni di cui lei, che ne ha dieci di meno, parla poco.

***

 

Cinque giorni prima: «Salve, vorrei parlare con Dorotea Muhr».

«Sono io».

Parla in un tono parodicamente marziale, tagliente, divertito. Chiede: «Hai letto i libri di Juan?»

«Certo».

«Che bello».

«Ma voglio parlare di lei».

«Va bene, ma non so proprio cosa ti posso raccontare».

 

***

 

All’inizio del secolo scorso, il padre di Dolly Muhr lasciò l’Austria, dov’era nato. Voleva fare il musicista e suo padre, proprietario di vigneti, non glielo permetteva, quindi decise di trasferirsi in Inghilterra. Poco dopo il suo arrivo scoppiò la prima guerra mondiale e, per evitare la chiamata al fronte, pensò di attraversare l’oceano. Un panettiere gli prestò i soldi necessari per un biglietto per New York, ma la nave era al completo e finì a Buenos Aires. Da parte sua, la nonna di Dolly Muhr, inglese, si sposò con un francese e partì per Buenos Aires. Quando iniziò la guerra il francese venne mandato al fronte, dove fu ucciso. La donna rimase sola, prima con tre figli – un maschio e due femmine –, e poi con due perché una delle bambine morì di meningite. L’altra, Dorotea – la chiamavano Dodo – diventò una donna e nel 1924 conobbe un austriaco che si guadagnava da vivere dando lezioni di inglese: il padre di Dolly.

«Mia madre dice che è stato un coup de foudre. E così sono nata io».

Forse da questo miscuglio di lingue e nazionalità – o forse perché le sorelle parlano, tra loro, inglese – deriva lo strano accento dello spagnolo che parla, grezzo, duro nelle consonanti.

«Nessy è nata nel 1928. Questa casa la costruì mio padre, all’epoca qui non c’era niente. La chiamò Villa Dodo in onore a mia madre. A me mi chiamavano Dodita. Ora l’unica che mi chiama Dodita è mia sorella. Per il resto sono Dorotea o Dolly. Che non mi piace. È molto pacchiano».

«Suo padre come si chiamava?»

«Hans. Juan. Come Juan. Juan e Juan. È stato un commesso viaggiatore, poi ha lavorato in un’azienda che produceva acciaio. Ma gli interessava solo la musica. Suonava il violoncello. Ma con la musica non poteva certo mantenere una famiglia. Io ho iniziato a suonare il piano quando avevo sette anni, ma quando Nessy ne aveva cinque mi disse: “Tu vattene”. Mi cacciò. Allora iniziai a suonare il violino con papà e il piano rimase a lei. Ma è andata bene così, adoravo suonare in orchestra. E lei è una pianista incredibile. È il genio di famiglia. A te piace la musica?»

«Sì».

«Cosa suoni, suoni qualche strumento?»

«La chitarra».

Si butta all’indietro, fingendo stupore.

«Ah, zinzinzinzin».

«No. Chitarra classica. Bach. Cose così».

Il suo sguardo si copre, di colpo, di rispetto assoluto: totale reverenza.

«Che bello! E suoni?»

«Ormai non più».

È difficile sapere, allora, se quello che riflette il suo volto è indignazione o dolore. In una stanza del piano di sopra, riposto nella sua custodia, c’è il violino che lei, da quando ha lasciato l’Orchestra Sinfonica di Madrid, non ha più suonato.

 

***

 

Nelle interviste le chiedono: «Perché Onetti non è mai voluto tornare a Montevideo?»; «Che vita faceva Onetti in Spagna?»; «Davvero Onetti non si alzava mai dal letto?» Non sembra mai darle fastidio che nessuno le chieda com’è stato, per lei, lasciare Montevideo, esiliarsi in Spagna, passare la vita con un uomo che viveva sdraiato a letto.

«Le chiedono sempre di Juan».

«Ovviamente. Tutte le interviste che ho rilasciato erano per Juan, non per me».

«E non le dà fastidio?»

«No! Perché? Mi sembra meraviglioso».

«Crede che, dei due, fosse lui la figura più importante?»

«Che domanda sciocca, tesoro. Certo. Lui era unico».

A volte parla al presente. Dice: «Juan è un Cancro». O: «Quando io esco, lui resta a casa a leggere».

 

***

 

Nell’ingresso, oltre a tre poltrone, un tavolo, un appendiabiti, un mobile di vimini con dei vinili, due librerie zeppe, c’è, in un mobiletto ad angolo, un apparecchio che permette di chiamare rapidamente i pompieri, l’ambulanza e la polizia. Sotto all’apparecchio, un cartoncino in cui, con matite di diversi colori, sono annotati i nomi e gli anni che avevano alcuni dei gatti della casa nel 2013: Pussycat 4 e mezzo, Boy Blanche 5, Triggy 5, Belladonna 4 e mezzo, Kinderlein 1 e mezzo, Rashomon 2 e mezzo.

«Abbiamo iniziato a studiare musica a sette anni in un conservatorio qui all’angolo. Un incubo. Mia sorella ha sempre un po’ odiato mio padre perché non si rendeva conto che lei era un genio. Abbiamo perso otto anni in quel conservatorio».

«Dove andavate a scuola?»

«Al Northlands. Un’altra scemenza dei miei genitori».

Il Northlands è un liceo molto famoso, bilingue, solo per donne. Tra le alunne c’è stata anche Máxima Zorreguieta, regina d’Olanda.

«Quando abbiamo finito la scuola ci hanno mandate a studiare per diventare traduttrici, un corso anche quello per sole donne. Io non sapevo come relazionarmi con i ragazzi. Quello che è successo dopo fu inevitabile».

«Cosa è successo?»

«Che mi sono dedicata a innamorarmi degli amici di mio padre. Mi innamorai di un direttore d’orchestra. Io avevo diciassette o diciotto anni. Andai ad ascoltarlo in chiesa, suonava il Requiem di Mozart. Ahi, ahi, ahi. Quando uscii di lì ero innamorata. Ma l’amore non esiste. È una specie di feticismo, di incantesimo. Be’, alla fine la storia del direttore venne fuori. E fu un disastro. Perché lui era sposato».

«Quindi avete avuto una relazione?»

«No, no. Io non ho avuto relazioni con nessuno finchè Juan…»

«No. Intendevo dire che avevate una relazione. Che uscivate insieme».

«Sì. Ma non c’è mai stato più di un bacio. Mi rispettavano sempre. Perché ho avuto vari uomini più grandi di me. Ma non sono mai finita a letto con loro. Nemmeno sul divano. Quando mi scoprirono, mio padre mi incastrò per farmi laggere i dieci volumi di Jean-Christophe, il romanzo di Romain Rolland. L’hai letto?»

«No».

«Be’, è la storia di due ragazzi che si innamorano. E dopo dieci tomi di due donne che si innamorano. Dopo è andata ancora peggio. Credo che l’adolescenza sia una trappola mortale. Quella passione che si prova costantemente. Una passione che non è reale, è tutto un delirio. È come se fossimo un po’ narcotizzate. E mi misi con Juan in presa alla stessa follia. Per Juan era facile cadere. Quando arrivò Juan, sapevo che era giusto, che era lui».

«E come se ne rese conto?»

«Perché mi sentivo assolutamente dominata e completa con lui».

 

***

 

Con le grandi finestre che affacciano sul giardino, la sala della musica che Hans Muhr costruì per la figlia minore, Nessy, è la stanza più grande e con la posizione migliore di tutta la casa. Lì, in mezzo a poltrone, sedie, sgabelli, tavoli, librerie, vetrine e due piani a coda, Nessy studia e dà lezioni a più di trenta alunni. Su un lato della sala, sotto la scala che porta al piano di sopra, c’è la piccola cucina, oscura. Ai piedi del frigorigero ci sono sempre ciotole con il cibo per i gatti.

 

***

 

Quando Dolly conobbe Onetti lui si era già sposato due volte (con due sue cugine di primo grado, sorelle tra loro, e aveva avuto un figlio, Jorge, con la prima), e inaugurava il suo terzo matrimonio con Elizabeth María Pekelharing, un’olandese con cui lavorava presso l’agenzia di stampa Reuters. Lo stesso anno in cui si sposò con lei – 1945 – conobbe Dolly. La leggenda dice che la vide per la strada, con il violino, e disse alla moglie: «Che creatura meravigliosa». La moglie rispose: «Vuoi che te la presenti? Andavamo a scuola insieme».

«Io ero amica della moglie di Juan. Eravamo andate a scuola insieme. Juan si innamorò un po’ di me la prima volta che mi vide. Io no, perché stavo frequentando un’altra persona. Lui si dedicò a sedurmi e vinse. Abbiamo avuto una relazione clandestina per dieci anni. Soffrii moltissimo. Ma ero decisa a rimanere la donna che vive nell’ombra. Ci vedevamo in una casa di appuntamenti, un motel. Ho conosciuto tutte le case chiuse di Buenos Aires. Una volta ci è toccato aspettare fuori con altre coppie e gli uomini si conoscevano. Il tipo disse: “Certo che il mondo è piccolo”. E Juan rispose: “Sì, e anche bello sporco”. Geniale, no?»

«E lei non provava vergogna».

«No! Stavo con la persona più meravigliosa del mondo. Fin dall’inizio ho preso a frequentare Juan perché sapevo che era il mio uomo. Ma soffrivo, e lui deve aver sofferto vedendo quanto stavo male».

«Non gli ha mai chiesto di separarsi».

«No, mai. Lo capivo. Gli uomini sono codardi. Non vogliono fare del male a nessuno. E poi, io ero amica dell’olandese. Era una donna molto simpatica, mi piaceva. E ci vedevamo sempre, perché frequentavamo lo stesso gruppo di persone».

Nel 1949 nacque María Isabel (Litty), la seconda figlia di Onetti. Un anno dopo lui pubblicò La vita breve, in cui appare il personaggio di una violinista: «Approfittavo delle pause per contemplare il profilo asessuato, il naso diritto, gli occhi accecati sotto i capelli biondi e ricci; la sensualità, scarsa e tragica, si affacciava da un angolo della bocca».

«Quando l’olandese ebbe Litty fu durissima. Ma io ero molto passiva con Juan. Mi sentivo totalmente dominata da lui. Non dominata nel senso negativo del termine. Consegnata, che è meglio».

Prende un sorso di bibita con l’avidità di chi mastica: come se la Coca-Cola fosse una bistecca, una cosa solida.

«Dopo la morte di Juan, mi analizzai per dieci anni. E mi resi conto che cercavo mio padre negli uomini di cui mi innamoravo. Mio padre usava il gilet, e Juan si metteva il suo gilet e mi diceva: “Ti piace, no?” Era come tornare a casa. Capisci? Juan era in grado di capire le persone.

In Costrucción de la noche, una biografia di Onetti scritta da María Esther Gilio e Carlos María Domínguez nel 1993, Onetti dice: «Quando una donna si sente amata totalmente, si consegna come una bambina ed è felice di essere bambina […] A me piacciono le donne pazze. Le donne convenzionali, borghesi, non mi piacciono. (Dolly) Ha un’enorme vitalità. Sembra essere creata per compensare la mia abulia, la mia miscredenza, il mio scetticismo […] mi ha fatto felice e continua a farmi felice. Donne con cui sono stato felice per un po’ ce ne sono state tante; giorni o mesi, alcune. Anni, alcune. Tutta la vita: Dolly». Nel 1954, lui pubblicò Gli addii. Non era dedicato a sua figlia, né a sua moglie, né a Dolly, ma a una poetessa uruguayana di nome Idea Vilariño.

Juan Carlos Onetti e Dorotea Muhr vissero insieme per quarant’anni. Lei fu la sua quarta moglie.

 

***

 

Le date, con precisione: Onetti era sposato da quattro anni, aveva da quattro anni una relazione clandestina con Dolly ed era appena nata sua figlia quando, nel 1949, conobbe a Montevideo la poetessa uruguayana Idea Vilariño. «Quella sera stessa mi innamorai di lui. Mi innamorai, mi innamorai, mi innamorai», scrisse lei. Iniziò fin da subito, una corrispondenza ardente tra i due.

«Juan si vedeva con Idea. Lei gli stette dietro per molto tempo. Era molto innamorata. Ma non si sposarono mai, né ebbero una vera e propria relazione. Litigavano molto. Per la politica. Idea era molto politicizzata. Era una grande scrittrice. Ma penso che soffrì moltissimo per la storia di Juan. Moltissimo. Io la incontrai diverse volte. Lei aveva delle lettere di Juan e voleva pubblicarle. Ne parlammo. Credo che lui fosse l’amore della sua vita, anche se ebbe molti amori. Era molto sensibile».

Le date, con precisione: Onetti era sposato da nove anni, aveva da quasi dieci anni una relazione clandestina con Dolly, e da cinque con Idea, quando, nel 1954, la moglie lo cacciò di casa.

«Non me lo potrò mai dimenticare. Un giorno mi chiamò nell’ufficio dove lavoravo e mi disse: “L’olandese mi ha cacciato”. Io ero seduta sulla scrivania. Non riuscivo a crederci. Avevo appena messo insieme i soldi per andare in Europa, in nave, a trovare mio zio, e mi disse: “Non puoi partire ora”. E io gli dissi: “Sì, parto lo stesso”. Sono stata in Europa tre mesi. Lì mi mandò Gli addii».

«Il romanzo che dedicò a Idea».

Dorotea Muhr«Sì. Copertina gialla, bellissima. Quando tornai, Juan era andato a lavorare a Montevideo e io fui costretta a raccontare tutto a mio padre. Glielo dissi proprio in questa cucina. Diede un pugno al frigorifero, e mi guardò e mi disse: “È troppo tardi”. Come volesse dire: “Ormai questa non la cambio più”. Pose una condizione: dovevamo sposarci. Per Juan non c’era niente di più facile. Si sposava sempre. Ci sposammo tramite un’agenzia, via Messico. Il matrimonio non aveva validità in Argentina. Ti arrivava un telegramma che diceva: “Siete sposati”. Mi sposai legalmente con Juan quando ci trasferimmo in Spagna».

«E la sua amica, l’olandese, seppe che stavate insieme già da prima?»

«Be’, non sapeva quando era iniziata. Una volta me lo chiese, perché avevamo continuato a vederci. Ma Juan ci soffrì molto, perché per anni non poté vedere Litty. In seguito io diventai molto amica di Litty. Vive a pochi isolati da qui, e ha dei nipoti, e spesso mi chiama per passare un po’ di tempo insieme. Io però avevo un po’ la coda di paglia, perché le avevo portato via suo padre».

Dolly arrivò a Montevideo un giorno del 1955. Sua sorella, che è anche sarta, le aveva fatto un vestito speciale.

«Bianco, bellissimo. La prima cosa che mi disse Juan fu: “Vai a comprarti un anello”, e così feci. Mi comprai un anello pour la galerie, come si dice, e fui accettata come la sposa di Juan».

E fu così che iniziarono gli altri quarant’anni di vita con Juan.

 

***

 

È una calda mattina di febbraio. Da Pista Urbana, il bar di Mónica Lacoste a San Telmo, le sedie e i tavoli sono impilati contro le pareti. È un’attrice, figlia di una coppia di amici da cui Onetti finiva ogni volta che si separava da qualche donna.

«Adoravo Juan. Ballavo per lui, e lui mi scriveva poesie. I miei genitori vivevano tra Montevideo e Buenos Aires, e un giorno Juan arrivò alla casa di Montevideo, con Dolly. Io avevo sette anni. C’era un cortile su cui si affacciavano tutte le stanze. E quella giovane giocherellona mi propose di tirare acqua da sopra, sui commensali che stavano sotto. Dolly per me fu sempre la giovinetta che aveva più voglia di giocare di me. A Montevideo andavamo in bicicletta e facevamo trenta, quaranta chilometri. Andavamo al cinema. Era di una vitalità incredibile. Ancora oggi, ha una capacità di improvvisazione unica. Tu la chiami un sabato sera e le dici: “Vieni in centro che c’è questo concerto, o una lettura di poesia”, e lei prende un autobus e viene».

 

***

 

A Montevideo, Dolly studiava violino e lavorava come segretaria per diverse aziende, mentre Onetti lavorava al quotidiano Acción. Vivevano in un piccolo appartamento, gelido, e non avevano nemmeno il frigorifero.

«Mi tenevano da mangiare al magazzino all’angolo. Per abbellire il salotto comprai delle assi di legno e rivestii le parete. Ma i chiodi che avevo usato non erano abbastanza forti, e a volte le assi cadevano. A notte fonda si sentiva: “Pam!” Juan diceva: “Te n’è caduta un’altra”. Una volta misi delle tende in stile inglese, a fiori. Lui le guardò e mi disse: “Non importa, poi mi abituo e non le vedo nemmeno”. Ma io gli risposi: “No, dimmi che tende vuoi”. E mi disse: “Rosse”. Aveva l’insonnia. Si addormentava sempre tardissimo e la mattina il sole filtrava attraverso le tende. Quindi gli misi le tende rosse. Però erano anni meravigliosi. Juan aveva tantissimi amici, scrittori, andavamo nei locali. Era molto socievole. Io poi uscivo da una specie di ostracismo, da dieci anni di clandestinità, ed entrare nell’ambiente letterario, dove tutti volevano bene a Juan e lo ammiravano, fu meraviglioso».

Nel 1957, Idea Vilariño pubblicò un libro intitolato Poemas de amor, e lo dedicò, senza mezzi termini, “A Juan Carlos Onetti”.

«Sono poesie molto belle. Quella che dice “No te veré morir” è bellissima».

La poesia, intitolata «Ya no será, dice, verso la fine: «No me abrazarás nunca / como esa noche / nunca. / No volveré a tocarte. / No te veré morir». Nel 1960 Onetti dedicò a Dolly il suo libro La cara de la desgracia: «Per Dorotea Muhr, ignorato cane della felicità».

«A me piacque molto. A mia madre non piacque per niente. Ma lui me lo spiegò. Era come la sorpresa che un cane potesse dare molta felicità. Lui adorava i cani. Ma mia mamma diceva: “Cos’è questa roba? Tu non sei un cane!” Mi chiese se ero d’accordo e io le dissi di sì. Come vuole Juan. È molto originale, una dimostrazione d’amore. Vuole semplicemente dire quando amore può dare un animale».

«Lui le diceva che la amava?»

«No».

Silenzio.

«Questo no».

Silenzio.

«Era implicito. Mi dicevano sempre: “Come fai a permettere che abbia altre donne?” Sentivo che Juan aveva un mondo in queste relazioni. E perché era sposato con la sua signora sposa non poteva averlo? Molto spesso penso che non solo a livello emotivo, ma anche a letto, abbia avuto cose che non poteva avere con me. Non mi è mai venuto in mente di negarglielo. Credo che la metà delle donne sappiano e i loro uomini escono con altre e fanno finta di niente. Sono stata gelosa una sola volta. Io ero un po’ la ninfa, la bambina, la pura, e c’era una ragazza che era proprio così. Non hanno avuto una relazione, ma lo faceva impazzire. Fu l’unica volta che dissi a una ragazza: “È un uomo sposato”. Come a dire: “Cercatene un altro”. Perché non ho mai detto niente del genere, a nessuna di loro, mai. Lui non mi mentiva. Io non volevo che mi mentisse. Mi raccontava tutto. Mi diceva: “Tu sei come un mio braccio”. Finchè io e lui avessimo sentito che la nostra storia era per sempre, il resto non importava. È la condizione che in fondo è stata la base della nostra vita. Questa cosa esiste ed è inamovibile».

Colpisce il tavolo con il palmo della mano.

«Come questo, non si muove».

«Che dedizione».

«Che amore».

Sebbene ci furono altre donne, la relazione tra Onetti e Idea Vilariño restò scolpita nel marmo. Nel 1961, dopo una lite violenta – avevano passato insieme diversi giorni di clausura amorosa quando lei fu convocata per questioni politiche e lui pretendé che si fermasse, ma lei non gli diede retta –, sembra cha sia finita. Idea scrisse sul suo diario che quella sera stessa, dopo essere andata all’incontro, andò a trovarlo. Dolly la fece entrare, la condusse da lui. Quando se ne andò, Idea chiese a Dolly come poteva tollerare che ci fossero altre donne e Dolly, secondo Idea, rispose: «Io voglio che sia felice».

 

© Leila Guerriero, 2016. Tutti i diritti riservati.