Roxane Gay

La libreria come rifugio: il discorso di Roxane Gay ai librai americani

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Ogni anno l’American Booksellers Association, l’associazione dei librai indipendenti americani, organizza il Winter Institute, una serie di incontri e conferenze in cui si discute delle prospettive del settore. Dato l’attuale clima politico, il Winter Institute che si è tenuto a Minneapolis lo scorso gennaio è stato senza precedenti. Con manifestazioni in corso contemporaneamente in diverse città degli Stati Uniti, i librai hanno avvertito un senso d’urgenza, non riscontrato negli anni precedenti, riguardante il loro ruolo in questi tempi di cambiamento.

Il discorso di apertura è stato affidato a Roxane Gay, scrittrice e intellettuale femminista, autrice della raccolta di saggi Bad Feminist. Per molti il suo discorso, che esortava i librai a smettere di parlare di diversità e agire ed essere più determinati nel loro compito di offrire un rifugio, ha dato il giusto tono a uno dei raduni di librai più politici ed entusiasmanti della storia recente.
Il testo completo del discorso è stato pubblicato originariamente su Publishers Weekly e viene qui riprodotto per gentile concessione dell’autrice.

di Roxane Gay
traduzione di Milena Sanfilippo

Quando ho ricevuto l’invito a parlare al Winter Institute, sapevo, ancor prima di conoscere i dettagli, che mi avrebbero chiesto di parlare di diversità in un modo o nell’altro. È così in quasi tutti i settori, e soprattutto nell’editoria contemporanea. Noi persone di colore non veniamo interpellate riguardo le nostre aree di competenza, come se l’unico ambito in cui ci è dato essere degli esperti fosse l’emarginazione. Ci viene chiesto di spiegare in che modo i bianchi possono comportarsi meglio e sentirsi meglio riguardo al problema della diversità, o della mancanza della stessa. Ci viene chiesto di offrire alla «brava» gente bianca, animata da «buone intenzioni», l’assoluzione dai mali del razzismo.

Negli ultimi tempi si è talmente abusato della parola diversità da svuotarla di senso. In un articolo del 2015 per il New York Times Magazine, Anna Holmes ha parlato di diluizione della parola diversità, imputando la sua perdita di significato a una «combinazione di abuso, imprecisione, inerzia e intenzioni egoistiche».

La parola diversità è, nei suoi usi più impropri, un surrogato per riferirsi a questioni di inclusione sociale, inserimento e permanenza nel mondo del lavoro, rappresentanza politica. La diversità è un problema, apparentemente irrisolvibile. Ne parliamo e riparliamo ma sembra che non cambi mai molto. Ed eccoci qui oggi, a parlarne ancora una volta.

Sono stufa di parlare di diversità.

L’editoria ha un problema di diversità. Questo problema si estende a ogni area del settore. Cioè, guardate questo posto, riesco letteralmente a contare il numero delle persone di colore tra circa settecento librai. Non si pubblicano abbastanza scrittori di colore. Quando ci pubblicano un libro lottiamo, anche più degli scrittori bianchi, per ottenere pubblicità e recensioni. Le persone di colore sono sottorappresentate tra gli editor, nel marketing, negli uffici stampa, nelle agenzie letterarie. Le persone di colore sono sottorappresentate nel commercio dei libri. E così via.

Naturalmente, esistono eccome persone di colore tanto competenti da poter operare nell’editoria. Siamo in molti ma sembra che l’editoria non ci scopra, a meno che non facciamo il lavoro di tre o quattro scrittori e incappiamo in un colpo di fortuna. Questa incapacità dell’editoria di scoprire persone di colore è uno dei grandi misteri irrisolti del nostro tempo, immagino.

Anziché essere visti come la soluzione al problema, siamo considerati uno strumento per evidenziare quanto poco le persone di colore siano rappresentate, in tutti gli ambiti dell’editoria, e quanto poco le cose cambino. Le persone di colore offrono una testimonianza delle loro esperienze nell’editoria e vengono ignorate, piuttosto spesso. O quei pochi che riescono a sfondare vengono celebrati come esempio di progresso, ma siamo ancora l’eccezione e non la regola. A quel punto succede che gli scrittori che emergono dopo di noi si sentono dire che non c’è posto per loro. Non avete idea di quante donne nere mi hanno scritto per dirmi che la loro raccolta di saggi è stata rifiutata perché «L’editoria ha già una Roxane Gay». Quelli di noi che riescono a sfondare sono, per alcuni, pedine sostituibili, tirate in ballo come esempi di progresso quando, in realtà, il progresso è perlopiù un’illusione.

Quando le nostre storie trovano ascolto, di solito vengono dimenticate finché ovviamente non c’è un accorato articolo di denuncia da scrivere, una tavola rotonda da convocare o una conferenza da organizzare. Allora, le persone di colore, me compresa, sono invitate a parlare e insegnare ai bianchi cose che sono piuttosto facili da comprendere. Ci chiedono la soluzione a problemi che non abbiamo contribuito a creare. Anche se siamo scrittori, ci chiedono di trasformarci in esperti di diversità che è, di fatto, un ambito di specializzazione a sé stante. Quasi sempre, ci chiedono di fornire questa prestazione senza un compenso. Ci chiedono di fornire questa prestazione ignorando il nostro lavoro creativo nell’interesse di un effimero bene superiore dei bianchi. Lasciatemelo dire, è un boccone un tantino amaro da mandare giù.

L’anno scorso ho deciso che ne avevo abbastanza di sedere a tavole rotonde sulla diversità. Sono stufa di ripetere sempre le stesse cose quando cambia poco o niente. La gente non vuole davvero sentir parlare di diversità e inclusione. Non vogliono fare ciò che è necessario – investire denaro concreto, per un lungo periodo di tempo, per cambiare l’assetto di questo settore. Al contrario, sembra che quasi tutti vogliano solo sentirsi meglio con sé stessi attraverso qualche gesto simbolico che si pensa debba bastare perché, oh, almeno ci hanno provato – una tavola rotonda oggi, una borsa di studio domani. Cambiamento, non pervenuto. È qui che sta l’inerzia, l’intenzione egoistica.

Prima di tutto, sono una scrittrice. Scrivo da quando avevo quattro anni. All’epoca disegnavo villaggi su tovaglioli di carta e poi scrivevo delle storie sugli abitanti di quei villaggi. Amavo l’idea di poter inventare tutto quello che volevo. Non c’erano limiti o regole oltre i confini della mia immaginazione. I miei genitori, vedendomi buttare giù quelle storielle, mi regalarono la prima macchina da scrivere ed è stato in quel momento che il mio amore per la scrittura è scattato davvero.

Ero anche una lettrice e la lettura permetteva ai confini della mia immaginazione di espandersi. Era la lettura a rinfocolare la mia aspirazione a scrivere storie più belle, più importanti. La prima libreria in cui ho messo piede è stata la Little Professor di Omaha, in Nebraska, dove sono cresciuta. Mia madre, che è a sua volta una lettrice vorace, voleva integrare l’istruzione che io e i miei fratelli ricevevamo a scuola (atteggiamento tipico di una madre haitiana), quindi ci portò alla Little Professor per scegliere dei libri di testo con cui migliorare la nostra istruzione e dei libri di racconti da leggere.

Mi piaceva da matti andare alla Little Professor perché sapevo che ci avrei trovato qualcosa di nuovo da far divorare alla mia immaginazione. Tutti i weekend, mia madre ci portava anche in biblioteca dove, una volta capito che potevo prendere in prestito tutti i libri che volevo, iniziai a vederla quasi come una sfida personale. I miei genitori non controllavano le mie letture, che spaziavano ben oltre i contenuti adatti alla mia età. I confini della mia immaginazione continuavano a espandersi in modi entusiasmanti.

Dopo qualche tempo ho iniziato a percepire una paghetta settimanale e i libri erano l’unica cosa per cui spendevo soldi. Abitavamo in periferia così, quando ero ormai troppo grande per la Little Professor, le librerie a mia disposizione erano B. Dalton e Waldenbooks al centro commerciale. Amavo la quantità di libri esposti in quei negozi, il loro odore, il fatto che, anche se per portarmi un libro a casa dovevo comprarlo, potevo mettermi seduta e leggere mentre mia madre faceva shopping negli altri negozi. È stato in queste librerie che ho comprato The Girls of Canby Hall, Il club delle baby sitter, The Boxcar Children e Sweet Valley High. Ero una lettrice portata per la serialità, evidentemente.

Crescendo, ho continuato a frequentare le librerie – sia quelle indipendenti che le grandi catene come Borders, Barnes & Noble, Books a Million. Ho continuato a subire il fascino dei librai sempre così pazienti quando ero più piccola e poi, da grande, disponibili e pronti a dimostrarmi, illustrandomi libri di ogni tipo, che la mia immaginazione non doveva avere alcun confine.

Per tutta la vita i libri sono stati i miei migliori amici. Nelle librerie e con i libri ho dimenticato le crudeltà del mondo. Mi sono riparata quando avevo bisogno di sicurezza. Ho trovato consolazione e gioia. Ho trovato un rifugio – un luogo sacro, un luogo di asilo e protezione.

Ho pensato molto ai luoghi di rifugio, di recente, in questo tempo di sciagura per l’America. Ho pensato a come io abbia creduto a lungo che scrivere da donna, e scrivere da donna nera, sia un atto politico e che le parole sono il mio rifugio e, ora più che mai, ho bisogno di ripararmi.

Martedì 8 novembre 2016 Donald Trump è stato eletto presidente degli Stati Uniti. Ho passato la serata a guardare i risultati elettorali e, di ora in ora, la speranza di vedere Hillary Clinton eletta primo presidente donna svaniva un po’ di più. Ma ho continuato a sperare perché era più facile che affrontare la realtà dei fatti. Non mi reputo un’idealista ma non permettevo a me stessa di credere in una vittoria di Trump. Non pensavo neanche che potesse guadagnarsi la candidatura repubblicana. Per qualche assurda ragione, pensavo che nel paese la gente che credeva nel progresso sociale e in un bene più grande fosse abbastanza da superare quella che, qualunque sia il motivo, credeva nella retorica pericolosa di Trump.

Ero scioccata. Mi vergognavo di essere tanto scioccata, tanto impreparata ad affrontare questa realtà americana.

Il mattino dopo le elezioni, ho ignorato una telefonata di mia madre. Sapevo che voleva controllare come stavo. Sapevo che era preoccupata perché avevamo parlato per tutta la nottata elettorale e io non l’avevo presa affatto bene. Dopo qualche minuto, mi ha scritto: «Oggi il sole splende e siamo vive, ancora insieme, e di sicuro più forti. Sveglia».

Non volevo svegliarmi. Non lo voglio tuttora. Ma.

Il 9 di novembre sono uscita di casa perché la vita va avanti, anche quando non vogliamo. Ho dovuto sbrigare delle commissioni. Quella sera, avevo il firmacopie di un libro a fumetti da Von, la libreria locale di West Lafayette. Dato che vivo in Indiana, uno stato che ha votato per Trump con entusiasmo, sapevo che i luoghi in cui rifugiarsi scarseggiavano. È stato difficile uscire di casa.

Ho affrontato la giornata. C’erano le interviste con i media, sebbene non avessi idea di cosa dire, nessun modo per comprendere l’incomprensibile. Cosa fare adesso? mi domandavano, e io volevo dire soltanto: «Non ne ho idea, cazzo». Non potevo dirlo, perché non è consentito imprecare in diretta radiofonica.

Mentre sbrigavo le mie commissioni, il sole splendeva sul serio. L’aria era frizzante, una perfetta giornata d’autunno. Anche gli altri erano indaffarati, vivevano le loro vite. In palestra, tutti chiacchieravano come sempre. La donna della lavanderia mi ha sorriso e mi ha augurato buona giornata, come sempre, e io ho ricambiato il suo augurio, come sempre. La vita andava avanti, o almeno così sembrava. Io continuavo ad aver voglia di urlare: «Ma non avete visto che sta succedendo?» E al tempo stesso, scrutavo ogni singola persona e pensavo: «Forse hai votato per Trump. Come hai potuto? Ti rendi conto di quello che hai fatto?»

Per tutto il giorno ho pensato al linguaggio e a quanto siamo diventati poco attenti al linguaggio durante le elezioni. L’espressione «love trumps hate» [«l’amore sconfigge l’odio», n.d.t.] era particolarmente odiosa perché, in realtà, accade raramente e, ripetendola di continuo, la gente stava mettendo Trump al centro della scena. I risultati elettorali hanno dimostrato che l’amore non sconfigge l’odio, per niente. Per quanto possa sembrare un’espressione accattivante, non sono una «nasty woman» [«donnaccia», insulto usato da Trump nei confronti di Hillary Clinton, n.d.t.] perché non c’è modo di salvare e riutilizzare l’idea che Trump ha delle donne. I tailleur-pantalone sono una tenuta da combattimento elegante e alla moda, ma non ci condurranno alla terra promessa.

Ho odiato anche l’espressione «They go low, we go high» [«Loro cadono in basso, noi andiamo in alto», n.d.t.] e il fatto che la gente ripeta a pappagallo queste parole senza alcuna comprensione del mondo e dei suoi ingranaggi. Troppe persone perseguono, ora come allora, l’idea di purezza e infallibilità. Non si rendono conto che non può esserci alcuna purezza se si vuole combattere tutto ciò che Trump rappresenta. Non si può fare la cosa giusta con un uomo che ha nominato Bannon chief strategist della Casa Bianca, che non mostra alcuna preoccupazione per le violenze sessuali, ciecamente determinato a costruire un muro lungo il confine meridionale del paese, che ha firmato un decreto per bandire i musulmani dagli Stati Uniti.

Il linguaggio è importante e a volte, come la parola diversità, diventa un contenitore vuoto pronto ad accogliere qualsiasi cosa la gente voglia metterci dentro. Volate alto. Sconfiggete l’odio. Siate delle donnacce. Indossate un tailleur. Non invidio chi trova conforto e solidarietà in queste parole e in queste idee, ma dannazione. Dovevamo fare di meglio allora e dobbiamo fare di meglio adesso. Dobbiamo diventare scomodi, e questo vuol dire andare oltre le paroline ordinate che ci fanno credere che il mondo sia un posto migliore, più unito e più inclusivo.

Sono una donna nera bisessuale. Sono una haitiana americana. Sono della bilancia. Sono cresciuta da esponente del ceto medio e poi della classe medio-alta. Sono grassa. La mia identità ha un peso politico perché tanto di ciò che sono fa parte del dibattito pubblico, è soggetto alle leggi, alle discriminazioni e alle ingiustizie. Certo, questa non è tutta la mia vita o tutto ciò che sono. Non fraintendetemi, sono stata piuttosto fortunata. In realtà, il lavoro che faccio, non lo faccio per me. Lo faccio per quelli che non hanno i miei stessi privilegi, che hanno bisogno di qualcuno che li sostenga e parli e lotti per loro, con loro. Ci sto provando, con la scrittura e l’attivismo, a offrire un rifugio.

Questo mi riconduce ai libri e alle librerie, quali luoghi consacrati. Il giorno dopo le elezioni ero in una libreria, circondata da gente che ama i libri e che era sconvolta dalle elezioni quanto me. Ero circondata da estranei che non erano poi tanto estranei perché condividevamo l’amore per la lettura. Sentirsi parte di una comunità, anche per un’ora sola di quel giorno terribile, mi ha portato un po’ di conforto e un necessario briciolo di speranza. Insieme, abbiamo trovato un rifugio.

Le librerie sono sempre state importanti come spazi di condivisione, ma nei prossimi anni saranno ancora più importanti, più necessarie che mai. I libri saranno più importanti che mai poiché gli scrittori useranno le parole per giudicare questa nuova amministrazione, per portare una testimonianza, per ricordare e ricordarci della storia, per documentare i modi in cui la storia si va ripetendo.

Per questo è fondamentale che le librerie, questi spazi di condivisione, siano più inclusive e che i librai facciano la loro parte per assicurare questa inclusività.

Dieci giorni fa ho tenuto un reading da Skylight Books, una libreria meravigliosa di Los Angeles, e, più tardi quella sera, una donna latinoamericana mi ha inviato un messaggio su Facebook. Mi chiedeva: «È incredibile o sorprendente che il pubblico di stasera fosse composto in maggior parte da donne bianche?» E io ho pensato: «No, non è incredibile», perché non c’era niente di eccezionale nella composizione demografica di quella platea. Visito le librerie di tutto il paese e ci sono sempre gruppetti di persone di colore, molte di più di quante ne vantino la maggior parte degli scrittori, ma la maggioranza è composta di donne bianche e degli uomini al loro seguito. Quasi tutti i librai in questi negozi sono bianchi e se ne parla molto di rado.

L’editoria ha un problema di diversità e così le librerie che operano nell’ecosistema editoriale. Noi gente di libri siamo brave persone, ma non siamo esenti dalle cose del mondo.

Mi hanno chiesto di parlare del problema della diversità e di suggerire soluzioni ma io sono solo una scrittrice. Non ho accesso a una magica e segreta saggezza negra da cui i bianchi sono esclusi. Ma so che oggi, domani e nell’immediato futuro, tutto quello che facciamo come lettori, scrittori, librai e cittadini è politico.

Non abbiamo più tempo per stabilire alleanze. Non ci possiamo permettere il rassicurante distacco dell’alleanza. Le sfide che affrontano le persone sottorappresentate, emarginate e indifese devono essere sfide che tutti noi siamo disposti ad accettare. Oggi tutto è politico e abbiamo la responsabilità di fare di ciò che è politico una questione personale. Dobbiamo lottare gli uni per gli altri, con gli altri.

Come librai, il lavoro che vi aspetta è quello di assicurarvi che i vostri negozi siano luoghi di rifugio per chiunque ne abbia bisogno.

Vi farò un esempio. Quando ho visitato la Boswell Book Company di Milwaukee, nel 2014, per presentare romanzo An Untamed State, Daniel, il proprietario, mi raccontò che aveva contattato le associazioni nere del posto e che lo faceva spesso quando ospitava scrittori neri. Come previsto, c’erano diverse donne nere fra i presenti. Non l’ho mai dimenticato, il modo in cui Daniel aveva preso l’iniziativa di ampliare la comunità accolta nella sua libreria. Non si concesse quel rassicurante distacco. Invece, offrì a me la gioia silenziosa di scorgere nel pubblico qualcuno che mi somigliava. Mi offrì un rifugio.

All’inizio volevo elargire ai librai consigli su come diversificare la comunità dei loro negozi e incoraggiare i clienti ad aprirsi a letture più eterogenee. Avevo stilato un elenco di cose, tipo seguire l’esempio di librerie come la Eso Won Books di Los Angeles o la Source Books di Detroit – librerie gestite da neri che incoraggiano la formazione di solide comunità nere di lettori. Volevo parlare dell’importanza di dialogare con le comunità di colore e assicurarsi che i libri scritti da persone di colore non finiscano solo in sezioni isolate ma in tutto il negozio. Volevo parlare di quanto sia importante il ruolo dei librai nel promuovere attivamente libri di autori di colore e trovare modi per non venderli solo ai lettori neri ma anche ai bianchi. Volevo parlare degli spazi fisici di molte librerie indipendenti e di quanto siano poco accoglienti verso i disabili, perché l’inclusione non riguarda solo la razza e l’etnia. L’elenco è ancora lungo.

Ma in realtà, non c’è bisogno che io vi dica tutto questo. Non vi darò né le risposte che cercate né l’assoluzione o farò il lavoro che siete già perfettamente in grado di fare. Siete gente di libri appassionata e intelligente. Potete risparmiarvi la lungaggine di farvi insegnare da altri quello che siete in grado di imparare da soli empiricamente. Potete capire come essere più inclusivi in tutti i sensi. Potete assumere un ruolo politico. Potete diventare scomodi. Potete ricordarvi che non vendete semplicemente libri. Voi offrite un rifugio. Siete i gestori di luoghi sacri. Mostratevi all’altezza della situazione. Fatevi valere.

© Roxane Gay, 2017. Tutti i diritti riservati.