Infinite Jest

Infinite Jest nel mondo. Tradurre il mastodontico romanzo di David Foster Wallace

Scott Esposito Lascia un commento

Sono trascorsi vent’anni dalla pubblicazione di Infinite Jest, ma il capolavoro di Wallace resta, inspiegabilmente, assai poco tradotto nel mondo. Ce ne parla Scott Esposito, in un articolo apparso originariamente su Literary Hub. Ringraziamo l’autore e la testata.

di Scott Esposito
traduzione di Sara Reggiani

Se un maremoto di cultura americana investe costantemente tutto il mondo è merito del capitalismo. Alla sua uscita, lo scorso dicembre, Star Wars: Il risveglio della Forza non ha invaso solo il Nord America da costa a costa: in quella prima settimana è comparso anche in oltre trenta paesi dei cinque continenti. Quando è stato pubblicato nel 2013, Inferno di Dan Brown non è andato a ruba soltanto in ogni Costco dei nostri cinquanta stati: una squadra di undici traduttori è stata rinchiusa in una soffitta da qualche parte affinché il romanzo potesse comparire simultaneamente in tutto il globo. All’inizio del 2014 era già disponibile in oltre venti lingue.

Ma non tutto ciò che questo paese produce si muove con altrettanta rapidità. Prendiamo ad esempio il mastodontico romanzo, ormai entrato quasi a far parte del canone letterario, di David Foster Wallace, Infinite Jest: pubblicato negli Stati Uniti nel 1996, nell’arco di vent’anni è stato tradotto in sole cinque lingue (una sesta traduzione, in greco, è attualmente in corso). Di questo passo potremmo dire che si stia diffondendo appena più velocemente del massiccio Don Chisciotte, comparso in Inghilterra, Francia, nei territori della Germania e a Venezia vent’anni dopo l’edizione in castigliano del 1615. È rimasto molto indietro rispetto, per esempio, al mega-romanzo di 3600 pagine La mia lotta, che – solo cinque anni dopo la sua pubblicazione in Norvegia – è già disponibile o in corso di traduzione in oltre venti lingue.

Per determinare con precisione quali forze siano in gioco nel processo di globalizzazione della magnum opus di David Foster Wallace, ho intervistato scrittori, traduttori e editori di otto paesi che avessero familiarità con l’opera e con le sue molteplici manifestazioni. Ecco cosa mi hanno raccontato.

Italia

L’Italia traduce più di qualsiasi altra nazione europea e la maggior parte dei libri che pubblica viene dall’America e dall’Inghilterra, pertanto forse non c’è da meravigliarsi che la prima traduzione di Infinite Jest sia, appunto, italiana. Il libro comparve nel 2000, soltanto quattro anni dopo l’uscita negli Stati Uniti. Deve aver giocato un ruolo importante il fatto che l’Italia è satura di cultura pop americana, quindi gli incessanti riferimenti culturali proposti da Wallace erano facilmente convogliabili ai lettori di questo paese.

Giovanna Granato, che ha tradotto Il re pallido e Oblio (oltre che autori del calibro di Michael Ondaatje, Richard Powers e Geoff Dyer), mi ha fatto da guida nel percorso che ha portato Infinite Jest in Italia. A sua detta, Wallace rientra perfettamente nei gusti italiani perché i libri «filosofici», «pretestuosi» e «contorti» fanno parte del DNA culturale del paese: «Esiste da sempre un culto per autori difficili come Joyce e Pound, Heidegger e Wittgenstein», ha osservato. La loro «intera opera è stata tradotta, studiata, commentata e persino imitata fin dal principio». Ha aggiunto che negli anni successivi al cosiddetto Ventennio – i vent’anni del fascismo – il paese è stato letteralmente travolto da traduzioni di scrittori appartenenti al canone quali Fitzgerald, Hemingway e Faulkner. Questa improvvisa scoperta della cultura letteraria americana può aver predisposto i lettori italiani a sviluppare una passione per i nostri scrittori.

Forse per via della sua provenienza da uno dei paesi più belli, raffinati e imbevuti di vino del pianeta, nelle sue risposte la Granato fa spesso riferimento a un altro fattore: l’amore. «Sono convinta che gli italiani che decidono di imbarcarsi nella lettura dei libri di Wallace lo facciano con lo stato d’animo di un innamorato», ha commentato. «Accettano tutto ciò che viene da lui, anche se non lo capiscono; e lo trovano magnifico». Più tardi, discutendo dell’impatto di Wallace, mi ha detto: «Perché un paese o una generazione finisca per innamorarsi di un artista di un altro paese e di un’altra cultura resta un mistero. In Italia è andata proprio così: c’è un’intera generazione di scrittori che si è ispirata alla scrittura di Wallace e sostiene ancora che Wallace sia stato il suo maestro». Ha aggiunto che a oggi, sedici anni dopo la prima pubblicazione, la traduzione vende ancora bene, fenomeno piuttosto insolito nell’ambito del mercato editoriale italiano.

Granato ha letto Infinite Jest due volte: la prima quindici anni fa sull’onda dell’entusiasmo per l’autore e la seconda quando di recente ha tradotto Il re pallido. «Di giorno traducevo il mio libro e la sera, prima di andare a letto, leggevo Infinite Jest per continuare a sentire la voce di Wallace nella testa». Ne risultava che i suoi sogni «erano pieni di parole, di parole inglesi, di parole inglesi inusitate».

Spagna, Argentina, Messico

In Spagna la traduzione di Infinite Jest è arrivata nel 2002, per mano del romanziere spagnolo postmoderno Javier Calvo e del traduttore Marcelo Covián. Le basi erano già state gettate fin da quando, a metà degli anni Novanta, Wallace era diventato un fenomeno di culto fra gli iberici grazie a coloro che lo avevano letto in inglese – come lo scrittore postmoderno Germán Sierra, che l’aveva letto nei primi anni Novanta alla UCLA. Via e-mail Sierra mi ha rivelato che sono stati Calvo, lo scrittore e saggista barcellonese Eloy Fernández Porta, oltre al romanziere argentino Rodrigo Fresán, a insistere per portare Wallace in Spagna. «A parlare di David Foster Wallace ci si sentiva quasi una “setta” – erano pochi quelli che conoscevano la sua opera, qui, ma chi la conosceva la conosceva molto bene». Wallace ha avuto un forte impatto sulla cosiddetta Generazione Nocilla, un combattivo gruppo di autori postmoderni il cui lavoro sta iniziando a comparire in traduzione inglese. Io stesso ho pubblicato un estratto del romanzo Standards di Sierra su The Quarterly Conversation, mentre per la Fitzcarraldo Editions è di recente uscito Nocilla Dream di Agustín Fernández Mallo.

Nonostante queste eccezioni, tuttavia, Sierra sostiene che la letteratura spagnola sia prevalentemente conservatrice e Wallace sia rimasto un autore di nicchia nel paese anche dopo la sua morte, nel 2009. Per Sierra, tuttavia, è stato un autore importante: «Ricordo che Blake Butler disse che leggere Infinite Jest aveva completamente cambiato la sua concezione di ciò che si poteva fare con la scrittura e che da quel momento aveva deciso di scrivere narrativa. Non ero più così giovane quando è uscito Infinite Jest, quindi non ha esercitato un’influenza così pesante su di me, eppure credo che sia uno dei grandi capolavori del ventesimo secolo e che Wallace e Vollmann siano gli autori americani più rappresentativi della loro generazione».

Naturalmente la traduzione spagnola ha aperto a Wallace le porte del Sud America (arriveremo alla più vistosa eccezione, il Brasile, di qui a breve). Si consideri l’Argentina, la patria di postmodernisti quali Borges e Cortázar, nonché nazione che ha i suoi grattacapi con il capitalismo fin dagli anni Novanta. «In un certo qual modo l’Argentina è stata, è e sempre sarà postmodernista», dichiara lo scrittore argentino Rodrigo Fresán, che deve molto a Thomas Pynchon, Philip K. Dick e all’amico Roberto Bolaño. La traduzione inglese del suo romanzo La parte inventada sarà pubblicata l’anno prossimo. Nonostante l’inclinazione postmoderna dell’Argentina, Fresán osserva che Infinite Jest sia un libro più discusso che letto, tendenza che è andata aumentando a partire dal suicidio e dalla conseguente santificazione dell’autore: «Ora ci sono la leggenda, il suicidio, il film… tutte cose che ti aiutano a parlare “con scioltezza” di Wallace senza bisogno di averlo letto». Sostiene che per gli argentini siano più congeniali i saggi dello scrittore. Una preferenza che, venendo dalla terra di Borges, forse ha senso.

E poi c’è il Messico: con più di cento milioni di abitanti, è uno dei paesi più popolati dell’emisfero e una fucina letteraria incandescente: soltanto fra gli autori ancora in vita si annoverano Álvaro Enrigue, Valeria Luiselli, Yuri Herrera, Jorge Volpi, Juan Villoro, Guadalupe Nettel, Carmen Boullosa e Sergio Pitol. Guillermo Nuñez, editor della rivista di cultura e letteratura Tempestad, mi ha detto che Infinite Jest «è un libro molto noto in Messico, fra i pochi lettori rimasti (lo scorso anno, secondo le stime del Conaculta, i messicani hanno letto meno di tre libri a testa), ma anche fra quelli non sono sicuro che sia stato letto interamente, a dispetto della sua fama». Nuñez si è poi affrettato ad aggiungere: «I libri di Wallace esercitano grande influenza (soprattutto i saggi e le raccolte di racconti) sui nostri intellettuali: a volte temo che gran parte dei nostri scrittori non legga altro che autori angloamericani». Ha osservato infine che la cultura americana passa facilmente (grazie alle soap opera e ai film che proliferano a sud del confine), rendendo Wallace e altri più facili da apprezzare. I grandi temi di Infinite Jest comunicano qualcosa al lettore messicano: Nuñez sostiene che sia così perché Wallace «affronta con grande chiarezza (nonostante la sua complessità) l’ethos del nostro tempo e la spirale discendente che ci trascina nella tirannia dell’Intrattenimento e dello Spettacolo».

Germania

È il turno del tedesco, lingua in cui Infinite Jest è stato tradotto nel 2009. Ho avuto modo di chiacchierare via e-mail con il traduttore Ulrich Blumenbach, che più tedesco di così per me non poteva essere. La sua meticolosità e modestia mi hanno colpito. È stato il corrispondente più puntuale e preciso che abbia mai avuto. Al termine dell’intervista mi ha confidato i suoi sospetti, secondo cui non sarebbero stati sufficienti interi saggi a sondare le profondità delle mie domande su Wallace e il suo romanzo. Tuttavia, se Blumenbach li avesse scritti, avrei senza dubbio letto ogni singola parola con devozione.

Ma come è approdato Infinite Jest in Germania? È stato l’incredibile successo di vendite (centomila copie) di un’edizione di Una cosa divertente che non farò mai più – saggio in cui Wallace racconta un suo viaggio in crociera, probabilmente la cosa più divertente che sia uscita dalla sua penna o da quella di chiunque altro – a spianare il terreno per una traduzione del romanzo. Si è rivelata una buona idea, a quanto pare. Blumenbach afferma che «Unendlicher Spaß ha ormai venduto settantamila copie, che in Germania significa un successo incredibile per un libro di tale complessità». Ne parlarono tutte le testate giornalistiche principali e Blumenbach azzarda che nessun altro libro sia stato accolto con tanto entusiasmo dai tempi della traduzione di Ulysses di Hans Wollschläger, arrivata in Germania nel 1975.

Ancora una volta la preponderanza della cultura americana in Germania rende Infinite Jest un libro di immediata comprensione (e a questo punto non posso non compiacermi dell’ironia tutta wallaciana per cui l’influenza del capitalismo americano sul mondo globalizzato ha aperto la strada a una penetrante critica del capitalismo stesso, contenuta, come un cavallo di Troia, in un oscuro super romanzo). Tuttavia qualcosa va comunque persa: Blumenbach ha affermato di aver fornito «più note possibili e l’editore per un po’ ha messo a disposizione quella sessantina di pagine sul sito web della casa editrice».

Per consegnare questo libro ai lettori tedeschi si è servito dell’Oxford English Dictionary, così come del «dizionario di tedesco dei fratelli Grimm», che lo ha aiutato a rimpiazzare i termini volutamente obsoleti utilizzati da Wallace con termini altrettanto arcaici del tedesco. Si è poi affidato ad amici e parenti per la storia dell’arte, il linguaggio medico, la cultura televisiva pop e la trigonometria.

Blumenbach ha avuto il suo bel da fare con Wallace: ha lavorato alla sua prima raccolta di saggi, A Supposedly Fun Thing I’ll Never Do Again [divisa nell’edizione italiana tra i due volumi Una cosa divertente che non farò mai più e Tennis, tv, trigonometria, tornado, n.d.t.], che insieme a Considera l’aragosta e Di carne e di nulla verranno prima o poi pubblicati in un’unica grande raccolta di saggi di David Foster Wallace. È una buona accoppiata – come altri suoi traduttori, anche Blumenbach venera Wallace: «Lo adoro. È (d’accordo: insieme a Joyce) l’Autore della mia vita. Amo la sua precisione, il suo vocabolario, la sua polifonia, il suo humor, la sua erudizione, la sua empatia, i suoi personaggi, il suo ritmo…»

Brasile

In Brasile Wallace deve ancora avere l’impatto che ha avuto altrove, in parte probabilmente perché Infinite Jest vi è approdato soltanto nel 2014. Caetano Galindo, che si è occupato della traduzione del libro, mi ha detto che in precedenza erano già stati pubblicati Brevi interviste e altri suoi saggi ma avevano ricevuto un’accoglienza tiepida. «Non credo che abbiano risvegliato l’interesse della critica e degli accademici, come invece avrebbero dovuto», ha affermato, aggiungendo che «c’è tutta una serie di giovani scrittori talentuosi che hanno subito la sua influenza in modo molto marcato… il più importante di questi “giovani turchi” è Daniel Galera, l’autore sotto i quarant’anni più rispettato del Brasile».

Va detto che, sebbene l’abbia conosciuto solo via e-mail, non si può dubitare della straordinaria estrosità e dell’atteggiamento rilassato di Galindo. Quando lo interrogavo su Infinite Jest, nelle sue risposte era tutto un simpatico proliferare di emoticon e stampatelli affiancati a una sfilza di neologismi affascinanti quali «DFWallacese», «viceversamente», «viceversante». Non si poteva sperare in una personalità più adeguata e in un’intelligenza linguistica migliore per dare voce a Infinite Jest in Brasile.

Come altrove, anche in Brasile i riferimenti alla vita americana e i guizzi d’ingegno di Wallace vengono facilmente recepiti dal lettore, essendo anche questo paese impregnato di cultura americana. Galindo mi ha detto che il forte senso dell’ironia di Wallace e i suoi moti di autodisprezzo ben si adattano al Brasile contemporaneo: «Ciò che arriva davvero, però (e ora non parlo da traduttore, ma solo da uno che ha tenuto tre corsi su Wallace per laureati e non…), è molto più UMANO, non AMERICANO (come immagino avesse lui stesso pensato). Leggendolo le persone entrano in sintonia con lui in quanto persone. Ho visto ragazze, che all’uscita del libro potevano avere due anni, sciogliersi in lacrime (insieme a me) IN CLASSE…»

Al fine di districarsi nei meandri della complessa sintassi di Wallace, Galindo ha fatto largo uso di David Foster Wallace Wiki, così come del leggendario gruppo di discussione online, Wallace-1. Questi sono ovviamente i suoi luoghi, essendo un dichiarato wallaciano. Ai suoi occhi Wallace è «un maledetto genio. Probabilmente lo scrittore più “onesto” dai tempi di Tolstoj. Un uomo tormentato che non trovava altra via di scampo che danzare intorno al vortice come modo di rappresentare la bellezza (e la disperazione) della sua ricerca». Galindo ha poi aggiunto che la traduzione di questo libro è stata la seconda più difficile che abbia mai affrontato; la prima è quella «“cosetta” irlandese», ovvero l’Ulysses.

Francia

Incredibilmente la Francia ha visto la pubblicazione di Infinite Jest solo nel 2015, nonostante la generale predilezione del paese per i romanzi cerebrali e filosofici, e una buona rappresentanza di postmodernisti americani in traduzione. Il libro ha fatto subito il botto, ventimila copie vendute nei primi quattro mesi. Olivier Cohen, fondatore di Éditions de l’Olivier, che ha pubblicato L’Infinie comédie, ha attribuito il grande successo del libro all’amore dei francesi per l’archetipo dell’«écrivain maudit», all’aspra critica di Wallace all’America, e al mito che è cresciuto intorno a lui: «Un autore che sacrifica la vita sull’altare della letteratura è visto come un eroe».

Bisogna considerare che era già stato fatto un notevole lavoro di preparazione: quando Infinite Jest è uscito in francese, la maggior parte dell’opera di Wallace era già stata tradotta in quella lingua. Cohen ha osservato che era «come se fosse stata pubblicata l’intera opera di Joyce a eccezione dell’Ulysses». L’uscita del libro è stata inoltre pubblicizzata come un grande evento: è stata organizzata «una gigantesca campagna pubblicitaria, iniziata circa un anno prima della pubblicazione, una festa per i librai con un reading di un attore molto noto, e uno speciale alla radio», fra le altre cose.

Grecia

Infine, arriviamo al tasto dolente. Il traduttore greco del libro, Kostas Kaltsas, che sta attualmente frequentando un dottorato post laurea di scrittura creativa alla University of Southampton e Bath Spa University, asserisce di essere circa al 20 per cento dell’opera. La sua traduzione dovrebbe comparire sugli scaffali delle librerie fra qualche anno.

Saranno tempi duri per Kaltsas. Quando gli ho chiesto delle difficoltà di trasporre l’inglese di Wallace in greco, la sua risposta è stata un mordace «Non me ne parlare» alla Wallace. Forse la sfida più difficile ha a che vedere con la passione dell’autore per le proposizioni di 500 o più parole stipate di subordinate, cosa che in greco è molto più difficile da rendere rispetto all’inglese: tenere fede al ritmo di Wallace, per non parlare della sua logica, può rivelarsi un’impresa impossibile. Inoltre pare che il greco non se la cavi benissimo con i registri multipli – e pochi scrittori degli anni recenti ne hanno utilizzati più di Wallace – e per quanto riguarda il passaggio da un registro all’altro con rapidità e coerenza, be’, meglio rinunciarci: «La mescolanza di registri diversi in certi punti è sconfortante», ha detto Kaltsas. Anche trasformare i tanti acronimi di Wallace in acronimi greci è un incubo: «L’allusione della sigla “O.N.A.N.C.A.A” è abbastanza ovvia nell’originale, perciò il lettore se non altro si fa un’idea, la prima volta che vi si imbatte, ma in greco si otterrebbe qualcosa come “A.B.N.A.N.K.A.Σ.”, che invece non dice un bel niente». E, come se non bastasse, c’è anche la questione che il greco non forma i possessivi con il genitivo sassone, perciò i tanti possessivi incatenati, così tipici di Wallace, in greco suonano così: «Le pulegge della corda della bandiera dell’asta portabandiera della stazione». Quanto alle fonti di riferimento, anche Kaltsas è un fan dell’Oxford English Dictionary e di Wallace-1; si è procurato anche un dizionario di greco antico per interpretare i numerosi termini arcaici utilizzati da Wallace e si serve di dizionari tecnici per il gergo specifico.

Nonostante le vertiginose difficoltà, l’editore greco di Wallace non si è tirato indietro al momento di decidere se impegnarsi con un romanzo così rischioso e costoso in tempi di crisi economica senza precedenti: «Gli interessa la grande letteratura», mi ha detto Kaltsas. «Mentre la crisi ha esercitato la sua influenza negativa sull’editoria greca, la sua visione delle cose (che condivido pienamente) è che ora più che mai è importante che i lettori abbiano l’opportunità di leggere buoni libri provenienti da tutto il mondo». E quanto alla massiccia critica di Infinite Jest al fallimento del capitalismo, pur vedendola calzante rispetto all’attuale situazione greca, Kaltsas sostiene che è impossibile non identificarsi con il libro, qualunque cosa ti stia capitando nella vita: «Non è difficile trovare punti in comune tra Infinite Jest e praticamente qualsiasi cosa possa capitarti in qualsiasi momento – c’è troppo, lì dentro, perché non sia così».

Sebbene in Grecia Wallace sia ancora considerato un autore per pochi eletti, Kaltsas sembra convinto che Infinite Jest abbia del potenziale. Ormai molti dei libri di Wallace sono stati tradotti e a dispetto dei dati di vendita poco entusiasmanti si scorge qualche segno di vita, soprattutto tra le generazioni più giovani. Parte del problema, per come la vede Kaltsas, è che la Grecia non ha mai veramente abbracciato il postmodernismo (e nemmeno il modernismo, in un certo senso). Se Infinite Jest riuscisse a far apprezzare il postmodernismo in Grecia, forse Wallace diventerebbe noto come l’uomo che ha chiuso il cerchio della civiltà occidentale, introducendo la sua ultima (e forse definitiva) innovazione là dove tutto era iniziato.

© Scott Esposito, 2016. Tutti i diritti riservati.

Scott Esposito è il coautore di The End of Oulipo? (Zero Books, 2013). L’anno prossimo pubblicherà un breve libro sul gender per la Anomalous Press.