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La memoria dell’assente in Purgatorio di Tomás Eloy Martínez

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In attesa dell’uscita di Purgatorio di Tomás Eloy Martínez, vi presentiamo il romanzo pubblicando un approfondimento di Clelia Edith Ávila, docente di letteratura, che ringraziamo.

«La memoria dell’assente in Purgatorio di Tomás Eloy Martínez»
di Clelia Edith Ávila
traduzione di Alice Lucchiaro

«Mi fa una paura incredibile morire in questa città
senza aver mai parlato di queste cose».
Abelardo Castillo, El desterrado

Il romanzo Purgatorio di Tomás Eloy Martínez ricorre, come strategia narrativa, alla costruzione di un mondo alternativo che oscilla tra reale e irreale per rappresentare una realtà che diventa irrappresentabile, per trasformare la personale esperienza dell’autore in una narrazione comprensibile.

Racconta una storia d’amore in cui l’assenza e la memoria persistono e fanno tornare presente chi non c’è più. Una storia che guarda indietro, verso il passato come archivio e luogo di insoddisfazione. Che guarda avanti e, come forma di resistenza, costruisce una versione della realtà colorata dalla fantasia, messa in evidenza dall’incrocio di generi che l’autore impiega.

I modi in cui la soggettività si configura nella narrazione permettono di rendere conto del posizionamento di un io testuale che è possibile leggere come struttura speculare; allo stesso modo, la memoria e l’oblio costruiscono in maniera sottile un mondo possibile che non descrive l’orrore, ma lo suggerisce.

Leonor Arfuch in Crítica cultural entre política y poética analizza la relazione tra autobiografia, memoria e archivio per esplorare i limiti del racconto in cui la propria esperienza occupa una posizione privilegiata. Archivio: ciò che si conserva, che resiste al flusso della scomparsa, che per qualche ragione resta, si coltiva, si tesaurizza, si preserva. È uno spazio costruito nel passato che si proietta verso il futuro e molte volte procede per ritorni ostinati. L’archivio, dunque, resta impresso nella memoria, ma questa può aprire porte diverse, può scegliere di chiuderne alcune e di spalancarne altre: «Simón Cardoso era morto da trent’anni quando Emilia Dupuy, sua moglie, lo incontrò all’ora di pranzo nella saletta riservata di Trudy Tuesday».

Questo incipit impeccabile del romanzo ci colloca sul piano fantastico. Ancora di più quando ci viene rivelato che Simón Cardoso ha conservato la sua gioventù, che per lui il tempo non è trascorso: «Era rimasto fermo ai suoi trentatré anni, e perfino gli abiti erano quelli di allora». Fatti inspiegabili, come per esempio la trasfigurazione di paesaggi «Guardai dalla finestra del ristorante e, invece delle sagome grigie degli edifici di fronte, del negozio di abiti a buon mercato, della libreria dell’università e delle succursali delle grandi banche che erano sempre stati lì, vidi la pianura appena ondulata della pampa bonaerense», l’allusione a presenze extraterrestri che causano la scomparsa di persone come nel caso del marito di Nora Balmaceda, amante del dottor Dupuy, o la scomparsa in una carta geografica dello scrittore della clinica geriatrica, amico di Simón, sono scene che si intrecciano nella trama e che allo stesso tempo suggeriscono una lettura ironica di tali episodi, creando un clima di irrealtà.

Il filo narrativo del romanzo racconta che nell’inverno del 1976 Simón Cardoso venne arrestato a Tucumán dai militari che imposero una dittatura sanguinosa in Argentina, e che non si seppe più nulla di lui. Trent’anni dopo, sua moglie Emilia Dupuy lo incontra nella saletta riservata di un locale in una città del New Jersey. Ma per Simón Cardoso il tempo non è passato. La storia di un amore perso e ritrovato si intreccia alla sanguinosa storia argentina e al terrorismo di stato generato dal regime militare. L’irrealtà si accentua con la presenza di un narratore che fa amicizia con Emilia Dupuy e ne diventa il confidente.

Tuttavia, la comparsa di personaggi che hanno un riferimento reale (nello scrittore che lotta contro una malattia terminale il testo suggerisce l’immagine di Tomás Eloy Martínez) e la presenza di marchi geografici precisi, permettono la ricostruzione di un contesto storico violento: la sanguinosa dittatura imposta in Argentina a partire dal 1976.

Partendo da questo dato si delinea una finzione che divide il mondo narrativo in due piani discordanti nel tempo: il romanzo imposta un discorso in cui passato e presente si mescolano. Il passato racconta la vita da giovani sposi di una coppia di cartografi, Emilia Dupuy e Simón Cardoso, e la scomparsa di quest’ultimo. Il presente, il loro rincontrarsi dopo trent’anni. Così, i fatti ritornano dalla storia, nelle parole di Arfuch, come un «archivio della malvagità».

Una realtà progressivamente autoritaria comincia a manifestarsi durante un pranzo di famiglia a casa del dottor Dupuy a cui è invitato il presidente del paese (nel corso del romanzo compare con il nome di Anguilla) e in occasione del quale Simón esprime il suo punto di vista contrario alle torture. Da quel momento in poi inizia a essere considerato una persona che «nascondeva pensieri pericolosi». Poi il viaggio con Emilia a Tucumán, gli interrogatori ai quali vengono sottoposti, il maltrattamento fisico e psicologico, l’arresto e il trasferimento su «due Ford Falcon verdi».

A partire dalla scomparsa di Simón, Emilia comincia a costruire un suo mondo, un modo per rifiutarsi di vedere la realtà. L’idea che le permette di andare avanti, che si ripete e agisce in forma di autoconvincimento è: «Simón è vivo»; nella loro casa, mantiene lo stesso ordine, come quando c’era Simón, prepara anche la cena per due. Poi inizia il girovagare nella sua eterna ricerca. Frasi, indizi, inganni cominciano a far vacillare la sua convinzione: «Tuo marito l’hanno assassinato a Tucumán, insieme al mio», «E tu gli credi?», «Dopo la proibizione di informare sul ritrovamento di cadaveri, tra le millecinquecento e le tremila persone sono state massacrate in segreto».

Il narratore focalizza in Emilia il personaggio che rappresenta la società argentina autoingannata: «No. Nessuno mi accusava. Mi accusavo da sola per essere stata stupida, credulona e, a modo mio, anche complice. La coscienza non mi lasciava in pace».

Purgatorio riscatta quello che non è stato, quello che merita di essere. Simón Cardoso, dal passato, si ostina a tornare, travolge l’autore perché vuole vivere, gli impone di trovare le parole e le azioni di cui ha bisogno la sua storia.

E Tomás Eloy Martínez trova una scrittura capace di mettere al riparo dall’oblio una realtà dolorosa, una maniera per far transitare il passato senza ricorrere al racconto atroce, costruisce la memoria dell’assente,[1] la propria come esiliato e quella di Simón Cardoso, scomparso.

Indubbiamente, nel romanzo i limiti dell’universo reale e dell’universo immaginario sono sfumati, così come lo sono i contorni del personaggio al quale Emilia confida le sue disgrazie, al tempo stesso narratore e io testuale.

In effetti la prima persona si impone nel romanzo ma in maniera distante. Purgatorio inizia con un racconto in terza persona e la voce dell’«io» sorge nella seconda parte e verso la fine del testo. Nonostante il racconto in terza persona implichi una rottura nell’identificazione autobiografica, è innegabile la presenza della soggettività a partire da certi dati e da certi giudizi critici che emergono nel romanzo.

La potenzialità di questo «io» si manifesta nella moltiplicazione di maschere come per esempio l’io testimone: «Quando ti ho sentito dire “quella che adesso chiamano la dittatura”, per un istante ho pensato che tu fossi un’altra complice. Scusami. Quella che abbiamo subito è stata una dittatura, lo sai, la più perversa mai esistita in Argentina».

Questo «io» mette in campo le sue strategie di autorappresentazione creando così un’esperienza intersoggettiva di lettura. In effetti, il racconto autobiografico cerca di convincere il lettore circa l’autenticità del testo. Per tale ragione ci fa credere che la finzione si assenti dal suo discorso: quello che l’io racconta è garantito dall’esistenza dell’autore e dai fatti che narra. Questo narratore in prima persona è uno scrittore che vive a Highland Park, che fu costretto all’esilio durante la dittatura militare e che soffre di nostalgia a stare lontano dal suo paese. Soffre anche di una malattia contro la quale lotta: «Per me, il modo migliore per andare avanti era stato continuare a vivere come se la morte non dovesse mai arrivare, abbracciato alla felicità di ogni nuovo mattino».

A questo si aggiunge il gioco che il narratore[2] ci propone quando dice che sta scrivendo un romanzo in cui Emilia non solo è la protagonista, ma «è anche un essere vivente, qualcuno che conosco, che incontro facendo la fila da Stop & Shop, un’amica che mi ha raccontato le sue disgrazie».Il concetto di testimonianza acquista una nuova dimensione, non è più soltanto una presunta prova di qualcosa che è accaduto ma, come costruzione di una versione con un senso coscientemente personale dei fatti, è una dichiarazione dei modi e dei sensi della sua scrittura. 

Purgatorio si erige contro l’oblio, impietoso come forse sono di solito gli specchi. Il testo si mostra come un ordito di memorie, in continuo movimento oscillatorio: passato e presente, storia e finzione, memoria e oblio, morte e continuità.

Tomás Eloy Martínez costruisce questa storia con quello che si concede o riesce a ricordare, quello che dimentica, quello che tace volutamente, quello che modifica, quello che inventa, quello che trasferisce da un genere all’altro, quello che la sua esperienza gli permette di captare dal passato, quello che le sue idee recenti hanno modellato nel presente, quello che argomenta per attaccare o difendersi.

L’opacità della prima persona è fonte di polemica perché mette in gioco la dimensione affettiva, soggettiva, ma allo stesso tempo mostra la verità dell’esperienza e quella del dolore: si impegna a rendere presente ciò che è assente.

[1] Tomás Eloy Martínez afferma: «L’assurdità della nostra storia è diventata qualcosa di sorprendente ma naturale, la frammentazione che ci veniva imposta dal Potere si è infiltrata nella nostra vita e ci ha trasfigurato in esseri incompleti. […] La valanga ha esiliato tutti noi che dissentivamo dal Potere, dentro e fuori: ci ha confinato alla scomparsa, ci ha obbligato all’inesistenza».

[2] Appaiono citati nel romanzo i nomi di medici esistenti, la casa e il vicinato di Tomás Eloy Martínez a Highland Park. Ci sono anche delle coincidenze tra i trent’anni di separazione di Emilia e Simón e i decenni di esilio dell’autore.