Dorothea Muhr

Dorotea Muhr: vivere la vita breve / 2

Leila Guerriero Lascia un commento

Da giovedì trovate in libreria Triste come lei, splendida raccolta di racconti dell’autore uruguayano Juan Carlos Onetti, tra caffè, sigarette e amori sgualciti. Pubblichiamo oggi la seconda parte di un’intervista a Dorotea Muhr, Dolly, la donna che gli è stata accanto per tutta la vita.
L’articolo è apparso originariamente su
Gatopardo e viene qui riprodotto per concessione dell’autrice e della rivista.

di Leila Guerriero
traduzione di Giulia Zavagna

[Leggi qui la prima parte dellintervista]

Dopo un po’ di tempo, Dolly trovò lavoro come violinista nell’orchestra del SODRE (Servizio Ufficiale di Diffusione, Radiotelevisione e Spettacolo), e Onetti come direttore delle Biblioteche Municipali,e l’agente letteraria Carmen Balcells arrivò a Montevideo per proporgli di diventare un autore dell’agenzia, della quale facevano parte García Márquez e Vargas Llosa. Tutto andava bene, ma le cose iniziarono a peggiorare quando, nel 1973, le forze armate presero il potere.

«Io studiavo violino con un violinista tupamaro, guerrigliero. A un certo punto scappò in Argentina e la moglie rimase, incinta e con un altro figlio. Andai a trovarla. Arrivo a casa sua e appare un tizio con un fucile. Io avevo nella custodia del violino dei volantini di una manifestazione organizzata da loro. Juan mi aveva detto: “Buttali nel cesso”. Li trovarono e addio. Mi misero nell’auto della polizia. Mi ricordo di aver provato una terribile sensazione di libertà perduta. Mi misero in cella, mi presero le impronte digitali, mi insultarono. Passai quattro o cinque ore terribili. Alla fine, mi lasciarono andare. Nel frattempo, la polizia era andata a casa nostra. Juan mi disse: “No, è venuto un vecchietto che guardava tutti i libri, molto simpatico”. Io volevo ucciderlo. Quando le cose si mettevano male entrava in una specie di irrealtà. Romanzava tutto».

Poco dopo, quando passò tre mesi dentro, non poté evadere in nessun modo. Onetti era stato giurato in un premio letterario organizzato dalla rivista Marcha. Il premio fu assegnato a un racconto che la dittatura considerò pornografico, e, tra un venerdì e un lunedì, tutti i membri della giuria furuno arrestati.

«Ci eravamo trasferiti ed erano andati a cercarlo al vecchio appartamento. Meno male, perché erano andati alle quattro del mattino e di sicuro se lo sarebbero portato via incappucciato, e Juan non sarebbe sopravvissuto a questo. Non era fatto per cose difficili. Tutto il suo mondo era molto comodo, molto organizzato. Il sabato suonai con l’orchestra e pensai: “Se stanno cercando Juan, l’unica cosa che devono fare è venire a cercare me”. Quella sera suonai Brahms. Brahms mi portava sempre sfortuna. Sono arrivati il lunedì. Di giorno, in borghese, trattandolo bene. E Juan andò con loro, convinto che l’avrebbero interrogato e basta. Io volevo andare con lui e non me lo permisero. Non tornò se non tre mesi dopo. Lo portarono in un posto… Aveva un materasso che era una disgrazia, non mangiava, non dormiva, si voleva impiccare. Era già conosciuto come scrittore fuori dall’Uruguay, allora c’era una grande pressione internazionale, quindi lo trasferirono in un ospedale neuropsichiatrico. Per un altro sarebbe stata un’avventura, ma per lui era un incubo».

Uscì nel maggio del 1974. Prima, il 15 marzo, Idea Vilariño andò a trovarlo, e quella stessa sera scrisse un testo in cui descrive quella visita che, a quanto dice, comincia con Dolly che li lasciava soli: «Pensavo che forse sarebbe stata l’ultima volta che lo vedevo. “Ho sessantré anni”, disse. “Si suppone che sia l’età dell’impotenza. Ma non sono impotente, e mi ricordo del tuo amore, di tutto, della tua bocca, che se fossimo stati insieme stanotte” […] Mi alzai e volli toccarlo, sfiorare la sua guancia con la mia. Mi stavo avvicinando quando lui mi strattonò con un vigore disperato e mi baciò con il bacio più grande, più tremendo che mi abbiano mai dato, che mi daranno mai, e appena cominciò quel bacio, lui singhiozzò, iniziò a singhiozzare dietro quel bacio dopo il quale dovetti morire”».

«Idea andò a trovarlo all’ospedale psichiatrico».

«No, non credo», dice, tuttavia, Dolly.

***

 

«Abbiamo fatto qualche chiacchierata in cui l’ho vista piangere e raccontarmi cose intime che la facevano soffrire molto», diceva Mónica Lacoste. «Ma Juan era un tipo molto lucido, molto tenero. Non credo che sia stata una relazione tra un egoista e una sottomessa. E non credo nemmeno che ci sia stata più crudeltà che quella che c’è in ogni coppia. In gioventù, quando la sessualità è più viva, tutte queste cose sono più dolorose. Quando si invecchia, si diventa più pietosi o più risentiti. La pietà ti calma. Io credo che Dolly scelse la pietà. E io la ammiro per questo».

***

 

Poco dopo la sua liberazione, Onetti partì per l’Italia e poi andò a Buenos Aires, per lavorare all’adattamento cinematografico del racconto «Il morto» di Borges.

«Ma quando eravamo a Buenos Aires mi disse: “Vai a Montevideo, prendi due valigie e andiamocene in Spagna”. Misi in valigia quello che potei. Rimasero lì gli originali del Cantiere, un sacco di cose. E ce ne andammo».

Era il 1975. Félix Grande, Luis Rosales e Juan Ignacio Tena gli avevano offerto aiuto in caso si fosse voluto stabilire a Madrid, e glielo diedero. Dolly trovò lavoro come violinista in un’orchestra che viaggiava per la Spagna suonando zarzuelas e cercò un appartamento in affitto. Ne trovò uno in avenida América. Per firmare il contratto gli chiesero che andasse “il capofamgilia”.

«Il capofamiglia era in hotel, a leggere. Io gli dicevo: “È che l’hanno chiamato per una cofferenza, per questo, quell’altro”. Insistettero tanto che il giorno che andai a firmare gli portai una foto in cui Juan appariva cone Rosales e Félix Grande. Erano delle grandi personalità lì. Allora accettarono che fossi io a firmare».

«Per lei non fu mai un peso doversi occupare di tutto».

«No. Mi piaceva. Facevo un po’ da madre. Lo difendevo dai giornalisti. Venne un tizio, poveraccio, dalla Francia, tre volte. Arrivava fin lì e Juan diceva: “No, non voglio vederlo”. Una volta venne Godard, il regista. Voleva fare un film con un romanzo di Juan. Juan disse: “Whisky”. “No”, disse Godard, “acqua”. E la cosa a Juan non piacque per niente. Alla fine se ne andò e non ne fecero mai nulla. Tu hai figli?»

«No».

«Meglio. Io li volevo. Juan mi disse: “È giusto, te lo meriti”. Feci dei trattamenti, ma non potevo averne. Meno male. Mi salvai. Sarebbe stato un disastro. Sarei durata uno o due anni con Juan e ciao. Il suo motto era: “Perché non stai con me?” Un figlio gli avrebbe portato via il suo posto. Lui voleva che stessi a letto a leggere con lui. Questa era la sua idea di felicità. Io non pensavo a cosa significa avere un bambino che strilla in salotto. Con chi l’avrei lasciato quando dovevo andare al lavoro. Juan non avrebbe cambiato neanche un pannolino. Non l’ha mai fatto».

Poco dopo, Dolly fece domanda per un posto vacante all’Orchestra Sinfonica di Madrid, e ottenne il posto.

«Era meraviglioso. C’erano polacchi, russi, argentini, francesi, inglesi. Sono stata nell’orchestra per sedici anni. Viaggiavamo molto. andammo in Scozia, Svizzera, Italia, girammo tutta la Spagna. E lasciavo Juan a casa con il broncio, perché non voleva che viaggiassi. Però, lasciavo sempre qualcuno a occuparsi di lui».

Nelle faccende domestiche – che a Dolly non sono mai interessate molto: quando si trasferì a Montevideo non sapeva nemmeno cucinare – la aiutava una donna spagnola, Paquita, e lei non solo lavorava nell’orchestra ma batteva a macchina i manoscritti di Onetti, che scriveva a mano.

«All’inizio lui la prese malissimo, perché gli mancava l’Uruguay. Io la presi così bene che mi piace più Madrid di Buenos Aires. Però per Juan fu dura. Passò due anni senza riuscire a scrivere una riga».

«E non le pesava il suo ostracismo?»

«No. Quando lui scriveva io ero felice, perché voleva dire che era contento. Stava male quando non poteva scrivere».

«Lui la ammirava?»

«Ammirava la mia energia, suppongo. Amare non è amminare. Amare è un’altra cosa».

«Ma lei ammirava lui».

«Be’, ovviamente, mia cara».

«Per questo le chiedo se lui la ammirava».

«Mi faceva sempre battute sul mio violino. Un giorno stavo ascoltando una registrazione di Yehudi Menuhin e lui mi fa: “Suona meglio di te, no?” Lo divertiva. Io mettevo coperte sotto le porte perché non mi ascoltasse suonare e potesse lavorare tranquillo. Tuo marito legge quello che tu scrivi?»

«A volte».

«Juan non è mai venuto a un mio concerto. Mai. Si sarebbe dovuto alzare dal letto per venirci, e lui non si alzava mai».

«E non le dava fastidio che non ci venisse?»

«Be’, mi è dispiaciuto una volta che abbiamo fatto un quartetto d’archi, che è stata la cosa più alta a cui sia mai arrivata, e abbiamo fatto diversi concerti e lui non è mai venuto. Non era niente di personale, lui non usciva. Però mi sentivo poco accompagnata nelle mie cose, mentre io lo accompagnavo completamente nelle sue».

Nel 1980 Onetti ricevette il Premio Cervantes e l’ammontare del premio, consistente, gli permise di comprare l’appartamento di Casa de América e due uffici.

«Se fosse stato per Juan, avremmo infilato tutto sotto il materasso. Non aveva idea di come usare i soldi».

***

 

«È facile dire “Lui stava a letto e Dolly faceva tutto”», dice Mónica Lacoste. «Juan era molto vitale. Altrimenti, non avrebbe mai sopportato una donna tanto vitale. Ma mi sembra che lei abbia messo un po’ da parte la sua carriera di musicista perché sapeva che, se avesse avuto molto successo, si sarebbe resa indipendente da Juan e si sarebbe allontanata. Tra loro ci fu un amore incondizionato. Fu finché morte non li separi, ma non fu politicamente corretto, e non fu ipocrita. Fu reale. Con litigi, discussioni, pianti, dolore».

***

 

«La storia del letto», dice Dolly, «successe poco a poco». Se nelle occasioni in cui viaggiarono insieme – Messico, Spagna – lei usciva a visitare le città mentre lui preferiva restare in hotel, se arrivò a rispondere a una giornalista che gli chiedeva cosa ne pensava di Madrid che non ne aveva idea perché non era mai uscito di casa, solo negli ultimi anni vivere e scrivere a letto diventò l’unico modo possibile di vivere e scrivere.

«Juan ebbe vari periodi di forte depressione. Uno di questi fu a Madrid, dove tutti i giorni veniva un infermiere a fargli un’iniezioni di antidepressivi. Tutti i giorni nello stesso posto. E così iniziò a formarglisi un terribile ascesso alla gamba. Chiamai diversi medici e non lo guardarono nemmeno. Alla fine, corremmo in clinica con l’ambulanza. Non mi dimenticherò mai di quel viaggio. Per poco non è morto. L’hanno operato, aveva litri di pus. Non so come lasciai che si riducesse in quelle condizioni. Venne il medico e disse: “Non le garantisco che passerà la notte”. Andai a casa. Mi chiusi in camera con la bottiglia di whisky e la nostra cagna Biche. E iniziai a guaire. A guaire come un animale. Non avrei mai potuto sopportare la morte di Juan allora. Quando morì sì, era già un’altra cosa. Stava molto male. Ma allora era impossibile. Poi si riprese bene, lo portammo a casa. Ma da allora se ne rimase quasi sempre a letto. Tutto per una depressione. E ne ebbe un’altra molto forte in Uruguay. Ma lì riuscimmo, con il suo medico personale, a portarlo di nascosto da uno psichiatra. Lo convinse, gli diede delle pastiglie, e riuscì a scuoterlo».

«Quando iniziarono a succedere cose del genere lei non pensò mai “chi me l’ha fatto fare”?»

«No, per neinte. No. C’è un fattore qui che è… l’amore incondizionato. La base della nostra vita».

Senza cambiare tono di voce – deciso, energico, tranchant –, dice «Arrivo subito». Esce dalla sala da pranzo. Si ascoltano i suoi passi che salgono le scale e, pochi minuti dopo, i suoi passi che scendono e una conversazione attutita che ha con la sorella in cucina di cui mi arriva una sola frase, nitida: «Abbiamo quasi finito». Quando torna in sala da pranzo dice: «Vieni, ti faccio vedere la casa».

Nel bagno del primo piano, sopra la vasca, il lavandino, il bidet, il gabinetto, ci sono foto dei gatti della casa, fatte da Nessy: sopra il gabinetto, la foto di un gatto salito sul gabinetto; sul bidet, un gatto dentro il bidet. Il bagno ha una finestra. Da lì si vede il cortile selvatico, pieno di gatti (Tommy, Miranda, Pepino, Baby Cat). Nel cortile del vicino c’è una piscina dove galleggia lentamente un’orca di plastica.

***

 

Alle cinque del pomeriggio di una domenica, il tavolo del cortile sul retro delle sorelle Muhr è apparecchiato per il tè: tovaglia di lino, tazze di porcellana, teiera, sandwich prosciutto e formaggio, pane tostato. Nessy mangia pezzi di pane integrale e cubetti di pomodoro.

«Una volta ho visto un camion con le vacche ammucchiate una sull’altra, poverine, e ho smesso di mangiare carne».

Dolly ravviva la conversazione, chiedendo a Mónica Lacoste e a suo marito, l’architetto Jorge Sábato, di raccontare di quella volta che lasciarono l’auto senza il freno a mano e quella cominciò a correre giù per la discesa con Dolly sul sedile posteriore. Si parla del bar di Mónica, di un viaggio che fecero Dolly e Onetti in treno, da Santiago a Puerto Montt.

«Erano tutti scrittori. Andavano a trovare Neruda».

«L’altro giorno abbiamo visto un documentario che raccontava di quando la moglie l’aveva beccato con una ragazza più giovane», dice Jorge Sábato.

«Con tutte le poesie che le ha dedicato?», dice Dolly, come se stesse ascoltando un gossip recente.

«Sì», dice lui. «Lui si innamorò di una più giovane».

«Come no. Uomini», dice Dolly.

«Lo abbandonarono entrambe», dice Jorge.

«Poverino», dice Dolly. «Ci sarà stato malissimo. Gli si disfa il paese, la moglie. Tutto».

«Ci sposammo tramite un’agenzia, via Messico. Ti arrivava un telegramma che diceva: “Siete sposati”».

***

 

«Vieni, Nessy sta suonando».

Sono le due del pomeriggio di un mercoledì. Dolly non fa mai la siesta perché va a dormire molto tardi, guarda documentari o la televisione spagnola o legge, e non si alza presto. Dalla sala della musica arriva il suono del pianoforte, potente come un animale. Appena sente che si apre la porta, Nessy si interrompe. Dolly si siede su un divano, come se avesse intenzione di fermarsi lì tutto il pomeriggio.

«Intervista lei, che ha una vita più interessante della mia. È una compositrice geniale», dice.

«E lei invece è Gemelli, come avrai capito», dice Nessy. «Le interessano le persone. È lei a intervistare te».

«“Onetti mi annoia”, diceva Juan. Quando arrivavano e gli chiedevano “Perché scrive?”, lui iniziava a fare domande a loro. Soprattutto se erano belle donne».

«E lei andava d’accordo con Onetti, Nessy?»

«Be’, un giorno mi ha tirato un gatto in faccia».

Dolly fa un sobbalzo, sorpresa: «Un gatto?»

«Sì. Non so perché. Sarà stato di cattivo umore».

«No, gli piaceva fare cose strane, un po’ surrealiste. Una volta ha rotto un uovo crudo nei capelli di una nipote. La bambina piangeva e Juan le disse: “Fa bene ai capelli”».

«Nessy, le mancava sua sorella quando se ne andò a Montevideo?»

«Un’altra domanda stupida», dice Dolly, ridendo.

«La risposta», dice Nessy, facendo la brava alunna, «è “Sì, certo che sì”. Quando se ne andò la casa era un po’ più ordinata».

«Lei è ossessionata dall’ordine, io sono l’opposto».

«In mezzo al disordine non riesco a concentrarmi», dice Nessy. «Invece lei, più casino c’è, meglio è. Ora ha messo una bella tovaglia perché ci sei tu. Le dico: “Magari la tavola fosse sempre apparecchiata così”. Lascia in giro perfino i soldi».

«Non suonate mai insieme?»

«No», dice Nessy, «è passato quel tempo».

«Dice che io sono scordata», dice Dolly, divertita: «Da bambine suonavamo con papà, finché lei non ci ha cacciati tutti e due. Vieni, andiamo in sala da pranzo, lasciamo Nessy tranquilla».

Mentre cammina verso la sala da pranzo, dice che dopo aver lasciato l’orchestra ha lasciato anche il violino.

«Il violino da solo non si può. Ora però sto studiando composizione. Uso quello».

“Quello” è il piano verticale che sta in sala da pranzo e che indica senza disprezzo, come chi indica rispettosamente uno strumento.

«Studiare composizione per me è come leggere. Puro piacere. Ora sto leggere Joyce Cary. Sai chi è?»

«L’irlandese».

«Sì, a Juan piaceva un sacco. Io ho imparato la letteratura con Juan. Leggevamo tantissimo insieme. era come andare all’università. Una delle prime conversazioni che ho avuto con Juan fu sul romanzo di Romain Rolland che ti ho raccontato. Anche se a casa mia si leggeva molto. I miei ci regalavano scatole intere di libri. ma Juan aveva già letto tutto. Io gli procuravo i libri. Sia in Uruguay sia a Madrid andavo in giro con un cesto pieno e mi fermavano per strada. “Dove va con tutti quei libri?” Mi controllavano tutto. Bisognava comprargliene tonnellate. Alimentarlo costantemente. Che strana la storia che diceva Nessy del gatto».

«Be’, forse…»

«Lei è molto sensibile, molto nervosa. Come mia madre. Era isterica. Quando morì mia nonna fu orribile, perché aveva un coagulo in un polmone. Siamo stati quasi nove ore seduti fuori, perché starle accanto era impossibile, il rumore che faceva il polmone quando respirava era tremendo. Mi ricordo che chiamai Juan da una pasticceria. Gli dissi: “Sta morendo”. E lui: “Sì, la gente muore”. Mia madre è diventata matta quando è morta. Diceva: “Je ne veux pas, je ne veux pas! Non voglio, non voglio!”»

«Juan era protettivo con lei?»

«Non ce n’era bisogno. Io non ne avevo bisogno».

Sul tavolo c’è un libro, intitolato Confesiones de Santa Marta. Pubblicato per ricordare i cento anni dalla nascita di Onetti, contiene foto, riproduzioni di manoscritti. Dolly sfoglia le pagine mentre spiega: questo è Juan che litiga con il suo fratellino per un cavallino di legno, questo è Juan che gioca con i palloncini, questo è Juan che mi punta contro una pistola giocattolo. Ci sono solo tre foto sue con Onetti: una, fatta a Xalapa nel 1980; un’altra in cui lui è di profilo e lei, dietro, di spalle e fuori fuoco, suona il violino. Nell’ultima, Onetti, con vestito e cravatta, guarda in camera. All’altezza delle spalle la testa di Dolly: il volto soave della gioventù, gli occhi dalle enigmatiche palpebre addormentate, la bocca morbida. Sembra ipnotizzata, un volto perfetto che guarda senza vedere. Onetti, con la mano aperta sulla fronte, le afferra la testa come se fosse staccata dal corpo, come se quella testa fosse sua.

Dorotea Muhr

 

«Qui è con Galeano, quando aveva ancora i capelli. Era un proprio un fusto. E con Benedetti. Un uomo d’oro, poveretto. E guarda Cortázar, con qul cappello. Che bello che era, bellissimo».

Nel libro appaiono Mario Vargas Llosa, Juan Rulfo, Gabriel García Márquez, Carlos Fuentes. Lei non dice Mario, Juan, Gabo, ma i loro nomi completi o i loro cognomi, con un rispetto strano, distante, disciplinato.

«Questa è Idea».

Posa un dito sulla foto di Onetti con Idea Vilariño, scattata a Madrid. Nella foto, lei posa le mani sulle sue spalle e lui guarda in camera – verso Dolly – con un’espressione indecifrabile: maliziosa, eccitata.

Idea

«L’ha scattata lei?»

«Certo. Lei è venuta a trovarlo nel 1993, o giù di lì. E un’altra ragazza che stava con lui da anni, anche. Mi facevano tenerezza, perché davvero Juan ti agganciava per la vita intera. Suppongo che sperassero che lui mi avrebbe lasciata. Ovvio. C’è sempre speranza, no? Io ce l’ho avuta».

«Idea tolse la dedica a Poemas de amor quando ripubblicò il libro».

«No. Chi te l’ha detto? Non credo. Era molto orgogliosa della sua relazione con Juan».

***

 

«Lui era super dipendente», dice Mónica Lacoste. «Io ricordo il grido di Juan: “Doollyyyy!” E Dolly correva da lui. Era il suo modo di aver bisogno di lei o di nasconderla».

«C’era qualcosa di Juan che la faceva impazzire?»

«Che lei si prendesse tanta cura di lui e che lui mandasse all’aria tutto. Era inevitabile che bevesse, ma che bevesse più del dovuto. Che promettesse che avrebbe mangiato prima di bere e che non lo facesse. Credo che Juan visse molto più a lungo proprio grazie alle sue cure».

***

 

Onetti morì a Madrid nel 1994. Più di vent’anni fa.

«Aveva i diverticoli. Per questo morì. Avrebbe dovuto fare una dieta, che non fece mai. Poteva mangiarsi un gelato di Häagen-Dazs alle quattro del mattino, li adorava. Alla fine non aveva forze nemmeno per fumare».

«Morì in casa?»

«Ricoverato. Dovetti portarlo in ospedale perché stava perdendo sangue. Lo ricoverarono diverse volte per quel problema e l’ultima volta non ne uscì».

«Era con lui?»

«Sì».

Dolly rimase altri due anni nell’orchestra sinfonica, finchè fu costretta ad andare in pensione per l’età.

«Fu come un secondo abbandono. Piansi così tanto quando me lo dissero».

«E dopo?»

«E dopo iniziai ad andare dallo psicanalista. Un tizio fantastico. Iniziai ad annotare i sogni, a scoprire tutta una relazione edipica con mio padre. È stato favoloso».

Nel 2007, donò l’archivio personale di Onetti alla Biblioteca Nazionale dell’Uruguay.

«I miei amici mi dicevano: “Se li vendevi a un’università americana ci facevi una fortuna”. Ma Juan era antiamericano. Perché glieli avrei dovuti regalare? Per soldi? No. Poi, non so, non mi ricordo bene com’è andata, ma tornai in Argentina e iniziai a fermarmi sempre più a lungo. Be’, adesso anche perché sono caduta. A Salamanca, una sera d’estate bellissima. Salamanca è splendida. Sei mai stata in Spagna?»

«Sì».

«Ah, che bello. È il paese della chitarra. Dovresti riprendere a suonare. Cercati un insegnante».

«E a un certo punto lasciò l’appartamento di Madrid».

«Sì, a un certo punto lasciai anche l’appartamento di Avenida América. Era come vivere nel passato, ma senza Juan».

Due argentini, Claudio Pérez Míguez e Raúl Manrique Girón, la aiutarono a fare i pacchi, a comprare mobili Ikea per rimpiazzare gli originali che, in parte, comprarono loro. Vivono entrambi in Spagna dal 2002 e hanno, a Madrid, il Museo dello Scrittore: oggetti – più di 5.000 – di Cortázar, Borges, Alejandra Pizarnik, Nicanor Parra, e la biblioteca completa di Onetti, i suoi mobili, i suoi occhiali.

«Sono due ragazzi fantastici. Si sono presi la biblioteca di Juan, intera. Non buttano via niente. Un giorno sono andata a dirgli “Voglio questo libro per rileggerlo”, e mi hanno detto “No, te ne compro io una copia nuova, ma questi non si toccano”. L’appartamento di Avenida América l’ho affittato, prima solo temporaneamente. Ma un giorno sono dovuta andare a Madrid, l’appartamento era affitato e i ragazzi mi hanno detto “Perché non vieni da noi?” Sono stata bene e ora, quando vado, mi fermo a casa loro. A Claudio ho dato piena libertà. Può vendere perfino me se vuole. Hanno una campana che era di Juan. Juan ci aveva messo una scritta: “Non rispondo a domande sceme”. Ce l’aveva sempre accanto».

«Per cosa la usava?»

«Per chiamare me».

© Leila Guerriero, 2016. Tutti i diritti riservati.