Clarice Lispector

Sulle tracce di Clarice Lispector / 1

Andrea Jeftanovic Lascia un commento

Pubblichiamo oggi la prima parte di una crónica della scrittrice cilena Andrea Jeftanovic, che si è messa sulle tracce di Clarice Lispector. L’articolo è uscito su Letras Libres, che ringraziamo. Qui potete leggere la seconda parte.

di Andrea Jeftanovic
traduzione di Giulia Zavagna

E alla fine non ricordavo più
cos’era che avevo tanto cercato.

Wisława Szymborska

Rio de Janeiro è la città dalle braccia aperte. La sua immagine-souvenir, che spinge centinaia di fedeli e turisti ad arrampicarsi per i pendii del Parco Nazionale di Tijuca fino al Corcovado, è la figura del Cristo Redentore con le braccia tese. Il mio obiettivo non è Cristo, è Clarice Lispector. L’itinerario del mio viaggio ha come mete principali i luoghi che percorsero la scrittrice e i suoi personaggi. Più che a una figura biblica, la mia salvezza personale l’ho affidata ad alcuni dei suoi libri.

Rio è detta, a ragione, la «Città Meravigliosa», poche metropoli concentrano una trama così eterogenea, che unisce una lunga costa atlantica a boschi tropicali, tratti rocciosi, spiagge aperte, parchi nazionali, lunghi viali costieri e un clima temperato tutto l’anno. La scrittrice stessa diceva: «Di tutte le città in cui ho vissuto, Rio è quella che mi stupisce di più». Forse per questo spronò i suoi personaggi a percorrere la sua Rio personale: il Jardim Botânico, Copacabana, i quartieri di Leme, Cosme Velho, São Cristovão, tra gli altri.

In Brasile Clarice Lispector è semplicemente «Clarice», tutti capiscono, i brasiliani chiamano con il nome di battesimo le figure di riferimento più amate. Questa scrittrice nata lontano dal Brasile, a Cecelnyk, in Ucraina, nel 1920, era figlia di ebrei russi che decisero di emigrare in America per fuggire dalle persecuzioni religiose. A pochi mesi di vita arrivò in Alagoas, e poi la famiglia si trasferì a Recife. L’autrice in qualche modo subì il destino di chi è straniero. Poiché non era nata in Brasile, e a causa delle sue erre marcate dovute a un problema fonologico e della natura delle sue creazioni, fu definita una forestiera nel panorama letterario brasiliano. Fu criticata per aver preso le distanze dal regionalismo, dal realismo sociale e dalla contingenza politica all’epoca della dittatura militare. Affermerà in un’intervista per la rivista Manchete: «In che modo un pittore, uno scrittore, un artista non è uno specchio del suo tempo? Io parlo di angoscia, di sentimenti umani, c’è qualcosa di più empatico di questo?»

La sua letteratura si è fatta strada al ritmo di una vitalità latente. Di lei João Guimarães Rosa disse: «Clarice, io non ti leggo per la letteratura, ma per la vita»; il musicista Chico Buarque quando la conobbe affermò: «Ti sto leggendo con candore»; il suo traduttore in inglese, Gregory Rabassa, dichiarò: «Mi impressionò moltissimo incontrare una persona bella come Marlene Dietrich e che scriveva come Virginia Woolf». La filosofa francese Hélène Cixous ne propose un’illuminante definizione: «Se Kafka fosse una donna; se Rilke fosse una scrittrice brasiliana ebrea nata in Ucraina, se Rimbaud fosse stato una madre e fosse arrivato all’età di cinquant’anni; se Heidegger fosse stato in grado di essere meno tedesco».

Confesso che per me è stato amore a prima vista con il suo libro Acqua viva. Per caso entrai in una libreria di Barcellona con un’amica brasiliana, nel 1997, passammo accanto a un tavolo che esponeva i suoi libri tradotti in spagnolo da Siruela. «Credo che quest’autrice ti piacerebbe». Lessi Acqua viva e fu come se una tempesta mi si abbattesse sulla testa. Ricordo che pensai: «Racconta proprio ciò che è più difficile da rendere a parole: la paura dell’altro, la paura della solitudine, le epifanie nella routine quotidiana, il terrore per la vita, la curiosità e la paura della morte, la meraviglia contemplativa del linguaggio, la vertigine del presente. Di cosa parla quest’ambiguo romanzo-saggio-diario? Di istanti».

In quello che riesco a captare c’è, ora che lo trasformo in scrittura, la disperazione che le parole occupino più istanti dello sguardo. Più che un istante desiderare il suo fluire.

Sicuramente lei stessa era stata gettata molto presto in quell’angoscia, con la sensazione che la sua nascita fosse una scommessa persa. Clarice raccontava che sua madre, malata, si era lasciata andare alla superstizione secondo la quale un figlio appena nato può curare una donna da ogni male. Ma Clarice fallì nella «missione» che le era stata assegnata perché sua madre ben presto morì. Poi arrivarono il lutto e la povertà, il padre vedovo e la sua ricerca di orizzonti migliori, il trasferimento con le tre figlie da Recife a Rio de Janeiro. Lì la giovane Clarice si specializzò in legge, anche se non esercitò mai come avvocato. In quegli anni entrò nella scena letteraria rompendo canoni ed estetiche con il suo primo romanzo Vicino al cuore selvaggio, nel 1943, e continuò a farlo con altri romanzi, raccolte di racconti, crónicas, libri per bambini, articoli di opinione.

Sono nata per amare gli altri, sono nata per scrivere e per occuparmi dei miei figli. Amare gli altri è qualcosa di così vasto che comprende perfino il perdono per me stessa, ed è già sufficiente. Amare gli altri è l’unica salvezza individuale che conosco: nessuno sarà perduto se darà amore e a volte riceverà amore in cambio.

Avrà perdonato Dio?

 

Tappe e personaggi

La prima tappa segnata sulla cartina mi guida sul lungomare di Copacabana. Cammino a lungo sulle piastrelle sinuose. Man mano che proseguo sperimento una sensazione sublime, tra il genuino e il ridicolo, che mi ricorda la pienezze sperimentata dal protagonista del racconto «Perdonando Dio». Transito per i mosaici bianchi e neri di Copacabana, mi faccio strada tra ciclisti, sportivi, chioschi di caipiriña. Una sensazione di libertà e gloria invade la protagonista mentre osserva gli edifici e la striscia azzurra del mare. Un istante di estasi bruscamente rovinato quando un’enorme topo bianco attraversa l’avenida Atlântica. Dall’estasi si passa a una grande compunzione, alla rabbia per la presunta vendetta di Dio su di lei. Era un segnale di quanto sprovveduto può essere l’amore? Dio può essere maleducato? Come affrontare la vulnerabilità di una creatura sola?

Forse per questo avanzo guardando a terra quando dovrei guardare il Pão de Açúcar all’orizzonte, perché ho paura anch’io di incontrare un topo con la coda lunga e le zampe schiacciate. La donna di quel racconto appartiene a quella costellazione di protagoniste- donne di casa che la Lispector ha sguinzagliato in fuga per la città. Non sono fughe scatenate da una violenza in seno alla famiglia né niente del genere, ma dovute piuttosto a un’inquietudine meno precisa che le fa deambulare per le strade fino a quando un incidente di poca importanza gli rivelerà qualcosa che segnerà un prima e un dopo nelle loro vite.

Clarice LispectorDonne di casa timide che chiamano l’idraulico, escono a far la spesa, si muovono per la cucina, prendono i mezzi pubblici, si prendono cura dei figli, ma la cui soggettività si aggira tra l’allucinazione e l’ossessiva meditazione esistenziale. Queste donne quotidiane parlano in tono solenne, sono ermeneute dell’esistenza umana, esibiscono la loro soggettiva conquista di fronte agli occhi del lettore. La stessa Lispector si faceva fotografare con una macchina da scrivere sulle ginocchia in una sala d’attesa, odiava che le dessero dell’intellettuale, diceva che era una casalinga che scriveva mentre si occupava della casa. Rifiutò di entrare a far parte dell’onorevole Academia Brasileira de Letras perché la riteneva troppo formale. Preferiva partecipare all’universo degli aneddoti dei figli, al rito del caffè, del cane che dorme ai suoi piedi e dei viaggi al mercato.

Continuo a camminare e mi fermo al chiosco Cantinho da Mama e chiedo una cerveja estupidamente gelada, come dicono i brasiliani. Guardo verso la zona degli hotel da tre, quattro, cinque stelle che formano una facciata continua di turismo blindato con i loro orribili condizionatori in bella vista. Da qualcuna di quelle porte dovrebbe affacciarsi un altro personaggio, la protagonista del racconto «A Bela e a fera ou A ferida grande demais». Una donna dell’alta società esce dal parrucchiere tutta in ordine e incontra un vagabondo che ha una ferita molto profonda in un piede. La donna aspetta un taxi e il vagabondo le parla, lei guarda di sbieco la piaga purulenta. Il taxi non arriva mai, cosa che rende possibile una lunga conversazione tra i due in mezzo alla strada. Lei, che accetta le bugie e l’indifferenza del marito in cambio di un certo benessere economico, è una mendicante quanto lui. Crudele epifania per questa mendicante con gioielli e tacchi alti.

Come diceva Clarice Lispector, a Copacabana può succedere qualsiasi cosa.

Proseguo lungo l’avenida Atlântica, e quando la strada sta per finire, dopo aver camminato quattro chilometri, arrivo a Leme, il quartiere dell’autrice. Ho appuntamento con Teresa Montero al ristorante La Fiorentina.

Cinque anni fa Teresa, una delle principali biografe di Clarice e curatrice delle sue opere complete, ha ideato un itinerario chiamato «La Rio di Clarice», che percorre i quartieri in cui la scrittrice visse, i suoi posti preferiti, lo scenario dei suoi personaggi, combinando la biografia lispectoriana con il patrimonio culturale e naturale della città. Perché intorno alla scrittrice c’è una grande comunità di lettori e di fan. Ne è prova il fatto che le sue creazioni sono i «libri imprescindibili» di molti, se si considerano per esempio i blog, le pagine web e le relative comunità, con titoli come Eu amo Clarice Lispector, Clarice Lispector fala por mim.

Ammirata dal pubblico e dalla critica, l’autrice è passata direttamente al canone e alla canonizzazione.

A La Fiorentina si riuniva al bohème degli anni Sessanta. I camerieri raccontano, seguendo un copione che ormai sanno a memoria, che l’autrice prendeva la pizza o il pollo panato con le patatine. Glamour zero. Ci indicano il tavolo dove di solito si riuniva con le amiche, l’artista Maria Bonomi e la scrittrice Nélida Piñon, ed è lì che ci sediamo. Non ho la fortuna di capitare il giorno giusto, ma Teresa, che sta per partire, mi aiuta a tracciare l’itinerario su una cartina dell’ufficio del turismo, che riempiano con linee dell’autobus, nomi di persone e luoghi che si aggiungono ai miei appunti. Dopotutto, i viaggi sono un percorso personale che nessun altro può ripetere. Mi racconta come «L’ora C», la celebrazione del compleanno dell’autrice, il 10 dicembre, si sia rafforzata e si ripeta ogni volta con molto pubblico che percorre a piedi e in autobus questa cartina vitale e letteraria. In alcune tappe una compagnia teatrale mette in scena i suoi testi. Teresa, che si muove tra letteratura, teatro, cultura ed ecologia, è riuscita a fondere tutti quegli aspetti in un unico percorso.

La sua passione è esemplare. È necessario insegnare, con fiducia e, magari, fuori dalle aule.

Cammino per un isolato e raggiungo rua Gustavo Sampaio 88. Il domicilio degli ultimi undici anni di vita di Clarice, situato nella zona sud, tra la spiaggia e la città. Un quartiere residenziale con piazze e piccoli edifici, con fruttivendoli e chioschi a ogni angolo. Un palazzo austero color rosato-grigiastro sfoggia all’entrata una targa con il suo nome e le date più significative. Qui ha scritto vari dei suoi libri ed ha anche avuto un terribile incidente. Guardo verso il settimo piano. Una mattina del 1966 Clarice, fumatrice impenitente, prende una pastiglia per la sua insonnia cronica e aspira una sigaretta a letto. Si addormenta e il fuoco si propaga per il letto, le tende, il mobilio, la carta da parati, parte del suo viso e della sua mano destra. Passerà diversi giorni tra la vita e la morte, delirando per il dolore fisico che le provocano le ustioni e i punti. Qualche anno più tardi intervisterà, come giornalista, il chirurgo plastico Ivo Pitanguy, che le ha ricostruito parte della mano e del volto; le resterà per sempre un’espressione strana.

Scrivere è una maledizione che salva. È una maledizione perché si impone e trascina con forza come un vizio penoso da cui è quasi impossibile liberarsi, poiché niente lo sostituisce. Ed è una salvezza perché salva il giorno che si vive e che mai si capisce a meno che non si scriva. Scrivere è usare la parola come esca, per pescare ciò che non è parola. Quando quella non-parola, quel tra-le-righe, morde l’esca, si è scritto qualcosa. Scrivo per la mia incapacità di capire.

Nella stessa strada c’è l’hotel, l’attuale Tulip Regente de Leme, dove alloggiava per finire i suoi libri. La donna di casa aveva bisogno di un’oasi in cui rinchiudersi a scrivere o a rivedere i suoi testi. A cinquecento metri c’era la sua famiglia, a cinquecento metri c’era casa sua e la sua domestica, che si occupava dei dettagli pratici, a cinquecento metri il vicino ammiraglio che la spiava con il binocolo, a cinquecento metri il figlio schizofrenico, che peggiorò con gli anni, e fu ricoverato più volte. E sicuramente è in quella stanza solitaria si trovava a combattere con le sue apprensioni.

Ho paura di scrivere, è molto pericoloso. Chi ha tentato di farlo, lo sa. Pericoloso di cadere nell’occulto e il mondo non va alla deriva, è occulto nelle sue radici sommerse nelle profondità del mare. Per scrivere devo collocarmi nel vuoto.

 

© Andrea Jeftanovic, 2015. Tutti i diritti riservati.

Andrea Jeftanovic è nata a Santiago de Chile nel 1970. Scrittrice, saggista e docente, è autrice dei romanzi Escenario de guerra (Alfaguara, 2000; Baladí, 2010) e Geografía de la lengua (Uqbar, 2007), e della raccolta di racconti No aceptes caramelos de extraños (Uqbar, 2011). Su Twitter è @ajefta.

[Leggi qui la seconda parte della crónica]