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Il giocattolo rabbioso di Arlt

redazione 9 Commenti

È uscita per la casa editrice Cargo una riedizione di «Il giocattolo rabbioso» con una nuova introduzione di Goffredo Fofi che presentiamo di seguito ai lettori del blog.

«El juguete rabioso» (ma il titolo originario pensato da Arlt era «La vida puerca») fu scritto nei primi anni Venti e pubblicato per la prima volta nel 1926. È dunque il primo romanzo di Arlt, cui seguirono «Los sietes locos», «Los lanzallamas» e «El amor brujo», antecedente ai suoi successi come giornalista e drammaturgo, quando ancora si dibatteva in mezzo a mille difficoltà, e nella sua produzione letteraria è sicuramente uno dei testi più autobiografici.

di Goffredo Fofi

Il mondo di Roberto Arlt è quello della ribollente capitale argentina degli anni Venti e Trenta del secolo scorso. Dopo la Grande guerra, sembrò agli immigrati – l’Argentina è quasi in toto nazione di immigrati – e alle classi medie cui delegavano il compito di guidare la nazione, che grandi prospettive si fossero aperte per l’immenso paese e per Buenos Aires, sua gigantesca testa fittissima di abitanti. Con la crisi del 1929, tutto sembrò invece precipitare, e ci volle un’altra guerra mondiale per riportare l’Argentina ai sogni degli anni Venti, stavolta incarnati da Perón e inglobanti i descamisados, un inquieto proletariato e un nuovo ceto medio-basso urbano in cerca di riscatto. In mezzo, tra gli anni di Irigoyen e quelli di Perón, ci fu la “decade infame” della frustrazione, che accentuò i caratteri di insicurezza di una cultura che aveva fatto fatica ad affermarsi e a trovare, nel crogiuolo delle sue provenienze europee, un amalgama degli equilibri.

In letteratura fra il gruppo di «Sur» (attorno a Borges e a Victoria Ocampo) e il gruppo di Boedo di cui Arlt fu il rappresentante più avvertito, altri se ne mossero, oscillanti tra un massimo di aristocraticismo e un massimo di populismo o quanto meno di contaminazione plebea. E al centro, vaste e ramificate, vi erano le forme della presunzione o del disagio piccolo-borghese, con le loro giustificazioni psicologiche e le loro fughe: in avanti, verso ambizioni nazionalistiche ed eroiche, o all’indietro o fuori, verso un’Europa matrigna ostinatamente vagheggiata. Solo dopo la Seconda guerra mondiale, ma ancora con residui ed evasioni, e soprattutto con la figura di Julio Cortázar, sovente al confine tra Borges e Arlt, e in cerca di un’autonomia più contaminata che quella di Borges e meno che quella di Arlt, il dissidio tra i due poli fondamentali sembrò placarsi, prima di una ambigua decadenza che è oggi di tutta o quasi la letteratura latino-americana dopo la grande esplosione di grandi talenti degli anni Cinquanta e Sessanta.

Il breve romanzo di Arlt Il giocattolo rabbioso, che è del 1926 e annuncia il dittico-capolavoro I sette pazzi e I lanciafiamme (1929 e 1931, editi in Italia da Bompiani rispettivamente nel 1971 e nel 1974), è uno dei testi più esemplari e intriganti della letteratura argentina, variamente utilizzato in chiave antropologico-sociologica a dimostrazione della difficoltà di un’epoca e delle lacerazioni di un ceto che fu (e forse è ancora, nonostante tutto) quello sulle cui debolezze e insoddisfazioni ha agito la politica o ne è stata espressa. Al lettore di oggi Il giocattolo arltiano può rivelare molte cose su un passato che non è solamente argentino o buenarense. Nel passaggio dell’adolescente Silvio Astier, egli può infatti ritrovare tensioni, dubbi, interrogativi che hanno attraversato molta letteratura dall’Ottocento in avanti. C’è qualcosa di dostoevskiano nel percorso intricato, sociale e morale, di Silvio – e a maggior ragione qualcosa dei “figli” di Dostoevskij: da certo Hamsun a certo Dagerman, su a nord, o da certo Sartre a certo Roth (La tela del ragno) più al centro; e, più vicino a noi, come non pensare a certi personaggi del Genet carcerario, o al giovane traditore del film di Jacques Becker Il buco, a certi eroi/antieroi del cinema di Elia Kazan di racconto e giustificazione del tradimento?

D’altronde, è lo stesso Arlt a metterci sulle tracce giuste con gli autori di riferimento che cita nel corso del romanzo: quelli che Silvio afferma averlo influenzato come Baudelaire, Dostoevskij e lo spagnolo e anarchizzante Pio Baroja, e quelli che ha comunque letto e di cui sa: l’amato Ponson du Terrail, inventore di Rocambole – ladro gentiluomo ma anche efferato bandito – insieme a Nietzsche, Carolina Invernizio insieme a Darwin… e una congerie di testi e manuali scientifici sui quali ha immaginato di poter costruire, facendosi inventore, la sua fortuna sociale (autodidatta, Arlt non è un raffinato stilista ma in tutti i sensi uno scrittore di confine – e di fatti e problemi più che di letteratura). Il personaggio di Silvio ha indubbiamente elementi fortemente autobiografici, il mondo che descrive è stato o è ancora, mentre Arlt lo perlustra, il mondo dell’autore. Arlt ha davvero conosciuto i personaggi che racconta, con straordinaria capacità di dar vita a figure quotidiane a loro modo picaresche della vita proletaria e metropolitana di un tempo, e in alcune zone della metropoli vive ancora oggi, e perfino da noi, nuovamente (gli immigrati, il capoluogo campano…).

Questa galleria è “romanzesca” nel senso del romanzo urbano dell’Ottocento, e trasversale. È uno spaccato che mostra comportamenti che non riescono a definirsi compiutamente, e che corrono a volte il rischio della schizofrenia, della paranoia, della follia nello sforzo di sopravvivere individualmente nella “giungla della città”, quella città dove la struggle for life è ossessiva e presenta a ogni passo trabocchetti e vicoli ciechi, e può a ogni passo corrompere e allontanare dal sentiero che si intendeva percorrere, può a ogni passo avvilire e distruggere l’individualità ributtandola nella vasta marginalità delle sconfitte.

Il romanzo distingue quattro momenti e ciascuno ha sfondi e comprimari diversi. Il confronto è tra Silvio e le varie facce che la società attraversa: piccolo-borghesi, generalmente commercianti o impiegati o artigiani (immigrati relativamente recenti di origine italiana, spagnola, tedesca, francese, turca… cattolici, protestanti, ebrei, musulmani, un mix di culture sradicate, costrette alla convivenza, a un comune disagio); i borghesi (il menzognero Souza, Arsenio Vitri cui spetta il “recupero” di un dubbio happy-end nel confronto finale con Silvio, l’adolescente che si è fatto Giuda); i proletari e sottoproletari, e tra questi ultimi i tre dell’ultimo capitolo, il Rengo, il Pibe, e la mulatta. Sono il Rengo, il Pibe e la mulatta le vittime del piccolo Giuda di un’infima piccola borghesia, classe incerta e di mezzo che non sa definire la sua morale, che è attirata dall’alto e vuole staccarsi dal basso (e bisognerà aggiungere che c’è infine riuscita, divenendo con la nuova economia della fine del Novecento il ceto dominante, diversificato internamente dalla ricchezza ma unito dai modelli culturali cui aderisce).

Un mondo a parte, nelle aspirazioni ed esperienze di Silvio, è quello dei militari – membri di una casta possente e sicura, corrotta espressione dello stesso ambiente da cui Silvio proviene, che ha trovato nella burocrazia e nello Stato il suo punto di forza, fino a farsi un’oligarchia di dominio da cui l’Argentina moderna e tutto il subcontinente hanno fatto e in alcuni paesi fanno ancora fatica a prescindere, a liberarsi.

Ognuno dei quattro capitoli del romanzo è una stazione nella ricerca di una collocazione sociale, ma anche nella ricerca intima di sé, di una propria identità adulta e definita. Nero romanzo di formazione (o deformazione), Il giocattolo rabbioso presenta al fianco di Silvio altri adolescenti, e ce ne fa conoscere il processo. Dei tre ragazzi del “Club dei cavalieri della mezzanotte” – Silvio, il protagonista narratore, Lucio, “il vizioso gentile”, ed Enrique il falsario – di origini culturali e sociali simili, Silvio diventerà (forse) borghese grazie al tradimento, Enrique finirà ladro e Lucio poliziotto… La loro infanzia è segnata da miti eroici di super ladri e di anarchici ribelli prodotti dalla grande fucina dell’immaginario sociale europeo, soprattutto parigino, nell’Ottocento e ancora nel primo Novecento, come Rocambole e Lupin, Fantomas e Za la Mort, senza dimenticare il balzachiano Vautrin, ma anche Rouletabille e Judex, nemici del male a contatto con il male, e, nel concreto della cronaca, Casque d’or o la Banda Bonnot.

Nella pratica del furto già si dice quali sono i valori che un certo contesto esprime, e soprattutto la facilità del passaggio dal “bene” al “male”, dalla legge alla delinquenza, poiché dalle stesse radici si può crescere, ed è anzitutto il caso a determinarlo, in più modi e in più direzioni. Ma il protagonista è Silvio, che è il narratore e in qualche modo l’autore, un autore che lo conosce assai bene perché ha vissuto simili ambizioni e frustrazioni, perché è cresciuto sullo stesso terreno. Al criminale Enrique non è dato di diventare grande neanche nel delitto, e il posto di Lucio è quello del succube. Per Silvio ci sono stati i lavori precari, le speranze deluse di una protezione borghese, le speranze deluse di una carriera nell’esercito e, via via, secondo una caduta che può essere irreversibile, c’è stato il contatto con gli emarginati.

C’è stato l’incontro con il ragazzo omosessuale della lurida pensione, un confronto spettrale con un doppio da cui rifuggire. La donna è, significativamente, per Silvio come per Arlt, molto idealizzata e soprattutto molto lontana dall’esperienza di entrambi. E ci sono stati soprattutto i sottoproletari che egli tradirà, e tra di loro l’amato Rengo, che una morale la possiede ed è forte e convincente, ma che è d’intralcio alle ambizioni di Silvio.

La rivolta sottoproletaria (nella ricerca di un’autonoma morale) è priva di quel fascino da superuomo che è il solo a poter conquistare Silvio. È l’individualismo, è non saper riconoscere l’altro come prossimo e specchio a spingere Silvio verso una disastrosa solitudine. Egli è attratto e insieme respinto dalla solidarietà che gli offre il Rengo. Ma non è questo quel che i suoi sogni di gloria gli avevano prospettato, e la sua insicurezza di classe non accetta l’insicurezza divenuta sistema, e in qualche modo perfino da rivendicare, che gli potrebbe venir offerta dall’adesione al mondo del sottoproletariato. Il cumulo delle frustrazioni, la rivolta contro le costrizioni e la cupezza dell’esistenza, una vitalità che non sa come esprimersi spingono Silvio al tradimento, all’atto apparentemente gratuito che è soluzione tragica delle contraddizioni, dimostrazione a se medesimo di una presunta diversità, superiorità.

Se la vita di chi non è privilegiato dalla sorte e dalla nascita è il meschino tradimento dei nostri sogni adolescenziali, se non è possibile viverla in modo pieno e gratificante, se non ci dà la possibilità di sollevarci al di sopra della mediocrità e meschinità dei più, allora non resta che un’accettazione rovesciata e regressiva del mondo com’è e del proprio destino, che neghi o sostituisca la possibilità di una rivolta con gli altri. Un altro modo di ribellarsi, più intricato e coinvolto, sarà nell’opera di Arlt quello dei “sette pazzi” dell’omonimo romanzo, annunciati in molti personaggi minori del Giocattolo: un gruppo la cui azione sfocia per più vie in un delirio che si sovrappone alla storia intendendo piegarla, forzarla, e che è destinato per questo a finire miseramente, tragicamente.

L’interesse dell’opera di Arlt è oggi principalmente in questa sorta di fotografia lucidamente deforme di un tempo e di un dilemma che si è riprodotto in altri tempi e modi e può riproporsi anche nel nostro tempo. Di questa scena, lo scrittore è la coscienza ragionante, irrequieta e scontenta, che se ne pone volutamente al centro, che cerca spiegazione e giustificazione alla propria frustrazione proiettandosi criticamente nell’adolescente Astier. In una figura, non a caso e dostoievskianamente, di un “adolescente” che esibisce le ferite delle umiliazioni subite con l’intensità che è dell’adolescenza quando non viene rispettata.

Bisognerebbe a questo punto interrogarsi su quanto di un’adolescenza come quella di Silvio Astier somiglia ancora a quelle dei nostri anni, alle loro mutazioni e alle loro specifiche frustrazioni; bisognerebbe chiedersi quanto di quell’incertezza piccolo-borghese sopravvive in un mondo come il nostro dove la piccola borghesia ha assorbito quasi ogni altra classe e ceto, lasciando ai suoi margini in alto i potenti, con o senza volto della borghesia di dominio, e in basso la folla sempre più numerosa dei reietti, sempre più disastrata. Ma questo è un altro discorso, anche se Silvio può aiutarci ad affrontarlo per quella parte della sua condizione e delle sue reazioni che va oltre il suo tempo.

Anche la piccola borghesia è cambiata, e i Silvio di oggi hanno attraversato fragili ma luccicanti sicurezze e vivono oggi insicurezze “globali”. Ma hanno anche fragilità, insicurezze e frustrazioni simili alla sua e di ogni non privilegiato che deve entrare nel mondo detto adulto, trovandovi una sua strada o adattandosi a quella che altri hanno tracciato per lui. Cambia il mondo e nella sua essenza non migliora, ma non cambiano le sue regole di fondo, e la fatica che devono fare per farvisi strada i nuovi nati al mondo, i nuovi arrivati.