Helen Macdonald

Di ritorno dagli inferi: lo spirito errante di Helen Macdonald

Tess Taylor Lascia un commento

La solitudine, l’elaborazione del lutto, il bisogno di viaggiare: un incontro fra Helen Macdonald, autrice del best seller Io e Mabel, e la poetessa Tess Taylor. L’articolo è apparso originariamente sulla Barnes and Noble Review; ringraziamo l’autrice e la testata.

di Tess Taylor
traduzione di Tessa Bernardi

Helen Macdonald ha un binocolo davanti agli occhi: sta osservando un falco dalla coda rossa che cavalca le correnti d’aria sopra Marin Headlands. Il volatile è una meraviglia e noi, sul crinale, siamo alla sua stessa altezza e lo guardiamo planare e poi scendere in picchiata tra le insenature costiere, laddove le colline si immergono in mare. Hawk Hill, a nord del Golden Gate di San Francisco, è uno dei migliori punti d’avvistamento da cui osservare la migrazione dei falchi.

Io e Macdonald li stiamo guardando insieme, ma facciamo ben poco silenzio. Lei continua a parlare: da quando siamo arrivati, un quarto d’ora fa, la nostra conversazione ha spaziato dagli incredibili verdi salvia e sabbia della primavera nella Bay Area («Ho studiato per diventare pittrice e noto ancora le gradazioni di colore», dice Macdonald) alla vecchia fantasia di diventare una naturalista del diciannovesimo secolo («Avrei potuto farcela solo se fossi stata ricca e fossi nata uomo», osserva), e adesso siamo arrivati alla Zugunruhe, questa parola tedesca dal suono astruso che descrive lo spirito errante degli uccelli migratori.

Sì, il tedesco – che ci ha dato termini utili come Farfegnugen e Schadenfreude – possiede persino una parola per descrivere l’inquietudine che provoca il bisogno di viaggiare. Il termine Zugunruhe viene usato dai naturalisti per spiegare (almeno in parte) perché gli uccelli migrino, e perché gran parte dei falchi migratori, come quello che stiamo osservando, solchi per migliaia di chilometri quei venti marini dall’Alaska al Messico.

Ma è chiaro che anche Macdonald, straordinaria osservatrice di falchi e autrice del sorprendente best seller Io e Mabel, abbia una Zugunruhe tutta sua. Ormai sono quasi due anni che viaggia col libro, e ha una tabella di marcia implacabile tanto quanto i suoi argomenti di conversazione. Dopo averla incontrata la settimana prima a New York, al gala del National Book Critics Circle, la rivedo qui a Marin, dove tiene una conferenza e una lettura in pubblico. Nel frattempo è stata nel Maine: l’indomani parte per un tour di quattordici eventi in cinque città, prima di poter finalmente (forse) tornare a riposarsi – anche se non per molto – nella sua casa a Exning, a un’ora da Cambridge, in Inghilterra. Quando le mando una email con due o tre domande aggiuntive, si trova in Finlandia.

Tutto questo sembrerebbe essere un po’ troppo per la donna che Macdonald descrive sopravvivere a un dolore solitario in quel memoir ibrido che è Io e Mabel – donna che, in teoria, dovrebbe essere lei stessa. Dopo la morte inaspettata del padre, si ritira dalla vita come noi tutti la conosciamo e porta letteralmente in casa propria la natura selvaggia, crescendo un astore enorme e caparbio, chiamato Mabel, che sfama con pezzi di bistecca, addestrandolo a non avventarcisi troppo in fretta (o agitare le ali) mentre ha le zampe legate coi geti, prima di portarlo a volare sopra le brughiere di Cambridge.

Il libro ha riscosso un enorme successo commerciale e di critica, vincendo i prestigiosi premi Samuel Johnson e Costa e ritrovandosi al contempo nella classifica dei best seller: c’è qualcosa nella sopravvivenza alla morte di un genitore e nell’essere una donna di città dei giorni nostri che si dedica a una pratica inusuale, antica e primitiva come la falconeria che ha toccato il tasto giusto. Macdonald, lungi dall’isolarsi nella sofferenza, è cresciuta grazie alla fama. Ha iniziato a tenere una rubrica naturalistica per il New York Times Magazine e ha partecipato a festival letterari in giro per il mondo. Adesso, la donna che preferiva la compagnia di un uccello predatore agli umani ha una schiera di seguaci su Twitter. Nel frattempo, il successo ha esteso l’ambito delle sue pubblicazioni: a marzo, oltre a celebrare l’uscita della versione tascabile di Io e Mabel, Macdonald era in tour per promuovere l’uscita del libro Shaler’s Fish, una raccolta di poesie che sonda il linguaggio della scienza e utilizza una sintassi intricata per investigare il significato dell’osservazione.

Tuttavia, Shaler’s Fish – che contiene poesie intitolate «Morphometry», «Don Quixote» e «Bufflehead» – non è tanto un libro nuovo quanto un’aggiunta, un volume che in parte vede la luce grazie all’incredibile successo di Io e Mabel. Molte poesie sono state scritte quasi due decenni fa, quando Macdonald era ancora una studentessa di Cambridge. Leggendole adesso, si intravede una mente entusiasta e ambiziosa che sta mettendo ordine tra realtà parallele: il mondo latineggiante e tassonomico e il mondo emotivo che elude categorie e nomi. È un libro che gioisce spesso del momento in cui – come nell’osservazione dei falchi, o nell’osservazione ravvicinata di qualsiasi cosa – «il pensiero dimentica sé stesso / con difficoltà». È anche un libro di interiorità cerebrali e di «frammenti / d’effimero». Ed è un libro le cui ambizioni intellettuali non sono ancora state impastoiate dalla folle sensazione di deriva e dalla profonda esperienza umana del dolore che pervade Io e Mabel.

Ma se la Macdonald che ha scritto Shaler’s Fish non può essere la stessa autrice di Io e Mabel, nessuna delle due rispecchia questa Macdonald che, a nove anni dalla morte del padre, se ne sta sul crinale e si diverte a guardare una di quelle lucertole che si trovano in tutti i giardini della California. «Dalle nostre parti non ci sono», dice con tono quasi amorevole. «Oh, quant’è adorabile».

Certo, è questo l’aspetto cruciale dei memoir: l’autore ne è e non ne è il protagonista. Questa Macdonald innamorata di un piccolo rettile sta facendo un altro tour per l’uscita del tascabile e sta onorando un contratto con il New York Times. Questa Macdonald ha pensato a un nuovo libro ma ha a malapena tempo per scriverlo. Questa Macdonald è la persona che ha cercato di scrivere a casa propria un saggio sull’esperienza vissuta incontrando un cinghiale, ma è riuscita a completarlo in un’improbabile stanza d’albergo a un festival letterario nel Rajasthan, nonché la persona che mentre era in viaggio ha inviato al giornale un articolo sul ruolo giocato dalla migrazione sulle apprensioni degli uomini per l’immigrazione.

Macdonald prova ancora sconcerto per il successo di Io e Mabel. «È diventata una storia più grande e più vecchia di me», dice, «il mio viaggio di andata e ritorno dagli inferi». Ritiene sia stato un bene vivere in tale solitudine, sia mentre viveva il lutto che mentre ne scriveva. «Penso che se mi fossi dedicata a un corso simile al MFA americano o a qualcosa del genere non avrei avuto il coraggio di essere così originale», dice. «Cioè, non c’era nessuno che mi dicesse che non potevo essere davvero strana». Ora stiamo passeggiando tra bunker enormi, resti degli accampamenti militari della seconda guerra mondiale, sagome brutaliste che interrompono le linee altrimenti morbide del promontorio di Marin. Stiamo parlando dell’impronta lasciata dai militari su quest’ambiente potenzialmente naturale. Il falco dalla coda rossa se n’è andato, mentre uno sparviere di Cooper si è alzato in volo. Macdonald ne nota l’impetuosità e annusa il tagliente vento primaverile. «In una giornata come questa non si fanno volare gli uccelli», mi dice. La Zugunruhe potrebbe essere troppo forte. «I falconieri sanno che in giornate come questa, in primavera, il falco se ne andrebbe via e lo perderebbero».

Come si fa a trovare sé stessi? È questa la domanda che anima Io e Mabel: ed è la stessa che ora rimane sospesa nell’aria. Io e Macdonald risaliamo la cima della collina, fino a un’area lastricata su cui hanno disegnato alcune sagome che raffigurano l’apertura alare dei vari tipi di rapaci. Troviamo l’astore, l’aquila, il falco pellegrino. Le forme – sul terreno eppure alte su questa collina – ti permettono di prendere le tue misure, accostare la tua apertura alare a quella degli uccelli selvatici. Io e Macdonald spalanchiamo le nostre ali immaginarie e ne osserviamo le ombre. «È abbastanza dilettantesca», dice riferendosi alla tinta scrostata sul cemento. «Ma io adoro le cose dilettantesche, tu no? Amo il modo in cui la gente ama».

Chiedo a Macdonald se tutta quella Zugunruhe e tutti quei viaggi non la stiano stancando. Lei non mi fornisce una sola risposta, ma due. «Sai, anche in tutto questo andare per tour c’è una vera solitudine», dice. Poi, un attimo dopo: «Be’, ora mi sento molto più a casa nel mondo». Fa una pausa. «Sai, parliamo sempre di sentirci a casa come se fosse qualcosa di fisso, ma gli uccelli la loro casa se la portano dietro», dice. «Forse adesso lo faccio anch’io».

© Tess Taylor, 2016. Tutti i diritti riservati.

Tess Taylor è autrice della raccolta di poesie The Forage House. Le sue poesie e i suoi articoli sono apparsi sul Times Literary Supplement, sul New York Times e sul New Yorker.