M*A*S*H

M*A*S*H di Richard Hooker, un estratto

Richard Hooker Lascia un commento

Da ieri trovate in libreria M*A*S*H di Richard Hooker, libro di culto che ha ispirato l’omonimo film di Robert Altman (Palma d’Oro a Cannes nel 1970) e uno dei telefilm di maggior successo nella storia della televisione americana. Nel 1968 il libro veniva lanciato così:«Il MASH, il Mobile Army Surgical Hospital, ovvero ospedale chirurgico da campo, era di stanza sul 38° parallelo in Corea. Erano i migliori chirurghi da campo dell’esercito, ma anche i più fuori di testa», qui un estratto del libro. Buona lettura!

di Richard Hooker
traduzione di Marco Rossari

Nove giorni dopo l’arrivo dei capitani Pierce e Forrest alle Gambe delle Donne, com’era soprannominato il 4077° dai residenti allupati, accaddero due cose. Ci fu un periodo di stanca sul lavoro e i turni cambiarono, cosicché i due si trovarono a lavorare di giorno. Entrambi preferivano di gran lunga il nuovo orario, non fosse che adesso, ogni benedetta mattina, quando si svegliavano per fare colazione, si trovavano tra i piedi il compagno di tenda, il maggiore Jonathan Hobson, inginocchiato a salmodiare accanto alla branda.
«Maggiore», disse Occhio di Falco una mattina, quando l’estenuante rituale arrivò alla fine, «mi sembra che la religione ti sconfinfera. È una fissa che durerà per sempre o è solo un passatempo momentaneo?»
«Prendimi in giro quanto ti pare», rispose il maggiore, «ma io continuerò a pregare, soprattutto per te e per il capitano Forrest».
«Ma cosa caz…», cominciò a inveire il Duca.
Occhio di Falco lo bloccò. Era evidente che il Duca non voleva saperne di essere salvato da un evangelista yankee, quindi Occhio di Falco gli fece cenno di seguirlo e uscirono dalla tenda.
«Dobbiamo levarcelo dalle palle», disse il Duca, una volta fuori. «Quel tipo non mi piace e in più ostacola la nostra ascesa sociale».
«Lo so», concordò Occhio di Falco. «È un tale sempliciotto che un po’ mi dispiace maltrattarlo, però è davvero insopportabile».
«Allora che si fa?», disse il Duca.
«Allora ce ne sbarazziamo», disse Occhio di Falco. «Ma senza fare casini. Mica vogliamo sollevare un polverone, no?»
Occhio di Falco e il Duca andarono a bussare alla tenda del colonnello Blake e vennero invitati a entrare. Dopo essersi accomodati, Occhio di Falco aprì le danze.
«Come andiamo oggi, colonnello?», disse.
«Voi due non siete venuti qua a parlare di questo», disse il colonnello, guardingo.
«’Scolta, Henry», disse Occhio di Falco, «non vogliamo certo piantare grane, ma nutriamo il forte sospetto che possa capitare qualcosa di alquanto disdicevole a questo magnifico ospedale se non fai smammare quel chierichetto dalla nostra tenda».
«Dalla vostra tenda?», attaccò a dire Henry, poi ci ripensò. Rimase in silenzio per un minuto buono, mentre i flussi e riflussi delle emozioni danzavano come onde iridescenti sulla sua faccia paonazza.
«Sono nell’esercito da molto tempo», disse infine, misurando le parole. «Io lo so a che gioco giocate. Credete di avermi messo con le spalle al muro e per certi versi è vero. Lo sapete fare, il vostro mestiere. Perderemo altri medici di lungo corso e ci daranno in cambio una marmaglia di novellini. Voi due siete indispensabili, però non dovete tirare troppo la corda. Se adesso ve la do vinta, dove andremo a finire?»
«Colonnello», disse Occhio di Falco, «comprendiamo la tua posizione».
«Ben detto», fece il Duca.
«Ora vorrei esporre la nostra», disse Occhio di Falco. «Più o meno è questa: finché stiamo qua, faremo del nostro meglio. Quando ci sarà da sgobbare, faremo tutto ciò che è in nostro potere per incrementare l’efficienza chirurgica dell’ospedale, perché è per questo che ci siamo arruolati».
«Ben detto», fece il Duca.
«Porteremo anche un ragionevole rispetto nei tuoi confronti e nei confronti del tuo lavoro, ma tu dovrai tollerare un paio di faccenduole alle quali da queste parti non siete abituati. Secondo noi non è niente di così insopportabile, ma se lo diventa ti basterà liberarti di noi con ogni mezzo possibile».
«Ragazzi», disse il colonnello, dopo averci pensato su un momento. «Non so in che razza di pasticcio mi sto cacciando, ma oggi stesso Hobson verrà sloggiato dalla vostra tenda».
Allungò una mano sotto la branda e tirò fuori tre lattine di birra.
«Facciamoci una birretta», disse.
«Oh, grazie», disse il Duca.
«C’è un’altra cosuccia», disse Occhio di Falco.
«E quale?», disse il Duca a Occhio di Falco.
«Il segaossa…», disse Occhio di Falco al Duca.
«Ah, giusto», disse il Duca, rivolto al colonnello.
«Sarebbe?», domandò il colonnello.
Durante il periodo di tregua sceso sul fronte occidentale coreano, era stato sparato giusto qualche colpo di avvertimento, e gli unici feriti erano dovuti a incidenti con la jeep o a soldati che si erano inoltrati in un campo minato a caccia di fagiani o di cervi. Occhio di Falco e il Duca avevano gestito le ferite agli arti inferiori e all’addome dei cacciatori con la solita scioltezza. In compenso, quando si trovavano davanti le fratture rientranti dello sterno e le fratture multiple costali con relative complicazioni, riportate dagli autisti delle jeep, entrambi rimpiangevano di non avere avuto un tirocinio adeguato in chirurgia toracica.
«Ben detto», ripeté il Duca al colonnello. «E quindi meglio per te se ci procuri un segaossa specializzato in torace».
«Sì, buonanotte», rispose Henry. «Godetevi la birra».
«Pensavamo», disse Occhio di Falco, «che magari potevi scaricare un paio di quei pagliacci che girano in ambulatorio e far venire qualcuno che sappia davvero qualcosa di anatomia polmonare quando ci ritroviamo tutti i tavoli pieni…»
«…e il tempo stringe», disse il Duca.
«Aprite bene le orecchie», disse Henry. «Vi dico quello che mi risponderebbe il generale. Dove credete di essere? All’ospedale militare di Washington? Ve la state cavando bene».
«Col cavolo», disse Occhio di Falco. «Ogni volta ci muoviamo alla cieca e…»
«…e per ora abbiamo solo avuto un gran culo», disse il Duca.
«Scordatevelo», disse Henry. «Com’è la birra?»
«Scordatevelo, un cazzo», disse Occhio di Falco. «E non cambiare discorso. Abbiamo più traumi al torace noi che qualsiasi ospedale americano e ci serve qualcuno che sappia metterci le mani. Noi stiamo imparando, ma non basta. E tu lo sai meglio di noi».
«Ben detto», fece il Duca.
«Scordatevelo», disse Henry, «anzi, visto che Hobson sta per sloggiare dalla vostra tenda, per favore cercate di passare un po’ di tempo con lui in corsia preoperatoria».
Al 4077°, era consuetudine per i chirurghi di turno che non dovevano operare passare il tempo in corsia preoperatoria. In realtà, nei giorni di calma, era del tutto inutile: l’arrivo dei feriti veniva sempre comunicato con largo anticipo, nessuno poteva essere più distante di trecento metri e quindi ogni dottore era reperibile nel giro di qualche minuto.
Il maggiore Hobson, tuttavia, non aveva mai compreso fino in fondo quest’idea e, in quanto responsabile del turno di giorno, aveva cercato di imporre l’inutile corvée ai capitani Pierce e Forrest non appena si erano uniti al gruppo. Occhio di Falco e il Duca non ne avevano voluto sapere e si erano dati sempre reperibili al tavolo del pokerino eternamente in corso alla Clinica Odontoiatrico-Pokeristica del Carezzevole Cavadenti, dove il capitano Waldowski, di Hamtramck, nel Michigan, e dei servizi dentistici dell’esercito, offriva carte, birra ed estrazioni indolori a tutti, ventiquattr’ore su ventiquattro.
«Non lo so, Henry», disse a quel punto Occhio di Falco. «Ci stai chiedendo un grosso sacrificio, ma se ci procuri quel segaossa…»
«Fuori di qui!», disse Henry. «Finite la birra e levatevi di torno!»
Quando non avevano un pokerino in corso, di solito Occhio di Falco e il Duca stazionavano nella loro tenda. Proprio quel pomeriggio, nelle ore di calma dopo il rancio, Occhio di Falco stava giocando a carte, ma il Duca si trovava in quello che adesso era il loro alloggio privato, seduto in branda con carta e penna. Ogni santo giorno scriveva devotamente alla moglie, un’abitudine che gli portava via un mucchio di tempo, ed era proprio impegnato in questa attività quando il maggiore Hobson fece irruzione nella tenda e ordinò al capitano Forrest di andare subito in corsia preoperatoria.
«C’è qualche ferito?», domandò il Duca.
«La domanda non è pertinente», rispose il maggiore, inflessibile.
«Se non c’è da operare, io di qui non mi muovo».
«Vieni subito in corsia preoperatoria!», gridò il maggiore. «È un ordine!»
«Vedi di andartene», fu la pacata risposta del Duca.
Il maggiore si fece sotto come un angelo vendicatore. Il Duca saltò in piedi come il giocatore di football che era stato e il maggiore Jonathan Hobson si ritrovò a qualche metro di distanza dalla tenda, a faccia in giù nella neve fangosa.
«Ribelle dei miei stivali», disse Occhio di Falco quando venne a saperlo, al ritorno in tenda. «Bella pensata, come attaccare i nordisti a Gettysburg. Finiremo nei guai».
Il tempestivo arrivo del colonnello Blake era atteso di lì a pochi minuti. E infatti la porta si spalancò. Il colonnello Blake entrò e la richiuse di botto.
«Ve la siete cercata!», gridò, il viso livido e soffuso d’indignazione militaresca. «Io vi spedisco davanti alla corte marziale!»
«Henry», disse Occhio di Falco, «io non c’entro niente. Tutta colpa di questo balordo sudista. Ad ogni modo, mi faccio volentieri carico delle conseguenze. Dov’è ’sta corte marziale? A Tokyo? San Francisco, magari?»
«San Francisco, un corno. Sarete processati qui, subito. Resterete entrambi confinati in tenda per un mese. Questo è un processo sommario e ho appena emesso la sentenza».
«Ma non puoi…», cominciò a dire il Duca.
«’Scolta, Henry», disse Occhio di Falco, «cerchiamo di ragionare. Io non avrei idea di come svignarmela da ’sto posto, nemmeno se lo volessi, però non vorrei precludermi nessuna strada, metti che il Presidente vuole nominarmi ministro della Salute».
«E io nemmeno!», disse il Duca.
Con un grugnito il comandante si congedò e forse la pena sarebbe stata applicata, se proprio il giorno dopo il maggiore Hobson, con l’ego ristabilito e forse perfino ingigantito dai provvedimenti disciplinari presi dal colonnello, non avesse pensato bene di estendere il raggio delle sue attività e cominciare a pregare in mensa: un quarto d’ora prima di ogni rancio.
«Sarà il colpo di grazia», predisse Occhio di Falco al Duca.
E così fu. Il colonnello Henry Blake era dotato di maggiore empatia di quanto non fosse richiesto a un ufficiale medico dell’esercito, ma dopo tre giorni di quella solfa lasciò il rancio a metà, andò nella sua tenda, chiamò il quartier generale dell’Ottava Armata, disse due o tre paroline sul maggiore Hobson, lo accompagnò a Seul e lo piazzò su un aereo per Tokyo e di lì per gli Stati Uniti dove, qualche settimana dopo, avrebbe terminato il periodo di leva. Congedato con tutti gli onori, sarebbe tornato a fare il medico di base, con qualche escursione estemporanea nella chirurgia spicciola e nelle omelie.
Al ritorno da Seul, la sera della Grande Liberazione, il colonnello Blake era molto stanco e leggermente frastornato, ma si fece un cicchetto e poi crollò in branda. Prima che riuscisse ad assopirsi, però, passarono a trovarlo Occhio di Falco Pierce e il Duca Forrest. Apparentemente contriti, si servirono da bere senza fiatare. Poi s’inginocchiarono davanti al loro comandante e cominciarono a pregare.
«Oh santo santo santo è il nostro colonnello», belarono. «Riporta a casa le chiappe del tuo gregge».
«Levatevi subito dal cazzo!», gridò il colonnello Blake, saltando in piedi su tutte le furie.
«Amen!», dissero loro, e se la batterono con un inchino

© Richard Hooker, 1968. Tutti i diritti riservati.