Toni Cade Bambara

Donne nere e potere della scrittura: intervista a Toni Cade Bambara

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In occasione dell’uscita di Gorilla, amore mio, pubblichiamo un’intervista all’autrice Toni Cade Bambara, protagonista della scena culturale femminista nella comunità nera degli anni Settanta. L’intervista è uscita originariamente sull’antologia Sturdy Black Bridges: Visions of Black Women in Literature, a cura di Roseann P. Bell, Bettye J. Parker e Beverly Guy-Sheftall (Doubleday, New York 1979) e poi riprodotta in Savoring the Salt: The Legacy of Toni Cade Bambara, a cura di Linda Janet Holmes e Cheryl A. Wall (Temple University Press, Philadelphia 2007), e viene qui tradotta per gentile concessione dell’autrice.

di Beverly Guy-Sheftall
traduzione di Mariachiara Eredia

Beverly Guy-Sheftall [BGS]: Mi racconterebbe la sua infanzia e cosa l’ha spinta a iniziare a scrivere?

Toni Cade Bambara [TCB]: Non riesco a ricordarmi di un tempo in cui non scrivevo. In origine, a spingermi era il desiderio di fare cose che i programmi scolastici di letteratura non ci incoraggiavano a fare, cioè usare la scrittura come uno strumento per entrare in contatto con sé stessi. A scuola, per esempio, la scrittura, uno dei pochi mestieri che ci insegnavano, sembrava avere l’unico scopo di copiare dai dizionari o dalle enciclopedie e prendere quanta più distanza possibile dalla propria voce. Tutto questo lo chiamavano istruzione. Io lo chiamerei alienazione. Dovevamo eliminare molto, distorcere molto, e mentire per far entrare la nostra esperienza emotiva, linguistica e culturale in quella forma chiamata «componimento di inglese».

In origine, a spingermi a scrivere a casa era il desiderio di dare spazio a quelle idee che non trovavano posto nello schema fisso del componimento di inglese, cercare di rendere giustizia a un punto di vista, a un senso di individualità. In seguito ho scoperto di poter riscuotere una certa approvazione proponendo una rappresentazione su Frederick Douglass per la Negro History Week o una su George Washington Carver per il corso di attività artistiche. Il talento nel tirare fuori dai guai gli insegnanti di letteratura mi attirava popolarità, e quello per me diventò uno stimolo ulteriore.

Crescendo, ho iniziato ad apprezzare le cose che si possono carpire e liberare e imparare su sé stessi acquistando una certa familiarità con carta e penna. E ho scoperto che la carta è molto paziente. Resta in attesa di qualsiasi cosa ti verrà in mente, tutto l’opposto di stare seduti in classe e dover alzare la mano immediatamente per rispondere alle domande di qualcun altro, agli interessi di qualcun altro.

Non credo di aver iniziato a dedicarmi seriamente alla scrittura fino a forse cinque anni fa. Prima di allora, contrariamente a ogni buonsenso, ho sempre pensato che scrivere fosse piuttosto frivolo, che fosse qualcosa che si fa quando non si ha voglia di impegnarsi in un lavoro vero. Ma negli ultimi cinque o sei anni ho iniziato ad accorgermi che è un modo assolutamente legittimo di partecipare alla lotta. Che scrivere, esprimere un punto di vista, tenere in vita un’idea, è prezioso ed è questa la motivazione che mi spinge a scrivere adesso. Anche se non posso dire di avere una vera e propria motivazione per scrivere adesso. È che non posso farne a meno. Non penso che potrei fermarmi se lo volessi.

BGS: Ricorda la primissima storia che ha scritto e il contesto da cui è scaturita?

TCB: No, no. Ero molto piccola. Stiamo parlando dell’asilo. A volte ancora adesso salta fuori una riga che mi riporta a una frase in una storia o poesia che ho scritto o cercato di scrivere con indosso il mio pigiama rosa e le pantofole a forma di coniglio. È strano. Si può dire che mi alleno da un bel po’ di tempo. E lo faccio ancora.

BGS: La sua famiglia la spingeva a ricoprire un ruolo femminile tradizionale? Glielo chiedo perché nelle sue opere ci sono diverse bambine nere che si distaccano da quello che idealmente è un comportamento femminile «appropriato» per la società americana.

TCB: Credo che a casa mia non si facessero grandi distinzioni tra rosa e azzurro. Eravamo chiamati a diventare autosufficienti, capaci e a non curarci più di tanto di acquisire competenze in determinate aree. Nei vari quartieri in cui ho vissuto, le idee di femminilità e mascolinità portavano con sé una tale varietà di aspettative da risultare piuttosto aperte. In tutti i quartieri in cui ho vissuto, per esempio, c’erano sempre donne con la lingua lunga, c’erano sempre donne capaci, c’erano sempre donne belle, donne indipendenti oppure dipendenti, pertanto c’era un vasto repertorio a cui attingere. È solo quando sono cresciuta, forse al college, che ho iniziato a scontrarmi con i concetti e le dinamiche del «comportamento adeguato al ruolo» e via dicendo. Da bambina non avevo la sensazione particolare di essere indirizzata verso una particolare strada piuttosto che un’altra. Le mie scelte erano profondamente soggettive e improvvisate.

BGS: Prendiamo la bambina in «Gorilla, amore mio», uno dei miei racconti preferiti. Direbbe che assomiglia alle bambine con cui è cresciuta? Nasce dalla sua esperienza personale?

TCB: Direi che è frutto di un’immaginazione molto selettiva. Ci sono certi spiriti che apprezzo molto, persone che sono molto tenaci, ma molto compassionevoli. Mettimi in un quartiere qualsiasi, in una città qualsiasi, e tenderò a gravitare attorno a quel genere di persone. La ragazzina di «Gorilla, amore mio» (il racconto, ma lo stesso vale per tutte le ragazzine del libro) è il tipo di persona che finisce per sopravvivere, e la sua sopravvivenza è un trionfo. Soprattutto perché è estremamente umana, si sente coinvolta, e questo sentimento è sentito. Di certo non è un personaggio autobiografico, anche se naturalmente alcuni aspetti della mia personalità che mi piacciono molto sono simili ai suoi. Assomiglia parecchio a persone che mi piacciono. Tuttavia mi troverei in difficoltà a individuare nella vita reale la fonte da cui è scaturita.

BGS: Le scrittrici l’hanno influenzata tanto quanto gli scrittori?

TCB: Non ho le idee chiare sulle mie influenze letterarie. Direi che mia madre ha esercitato una grande influenza, dato che la madre è di solito la prima a darti le coordinate della vita. Mi ha incoraggiata a esplorare ed esprimermi. E ha aiutato anche il fatto che la mia famiglia desse grande importanza alla privacy. E direi che hanno aiutato anche le persone in cui mi sono imbattuta, e mi sono imbattuta in un mucchio di persone perché ci trasferivamo spesso e io ero sempre la ragazzina ficcanaso che correva su e giù per la strada, curiosa di tutto. Le mie opere sono state influenzate da particolari tipi di donne. Per esempio, in tutti i quartieri in cui ho vissuto c’erano sempre due tipi di donne che in qualche modo mi hanno stimolata e hanno fatto cerchio intorno a me. Le chiamo Miss Naomi e Miss Gladys, anche se hanno avuto diversi nomi. Le Miss Naomi erano di solito cameriere o donne di mondo, amanti della notte con una caterva di vestiti nell’armadio e una particolarissima filosofia di vita, che mi davano consigli del tipo: «Quando incontri un uomo, festeggia il tuo compleanno, fatti regalare qualcosa che ti puoi impegnare al banco dei pegni e sta’ attenta». Cose del genere. Non avevo idea di che cosa stessero parlando. Ma comunque. Le Miss Naomi mi riempivano di consigli su come farmi bella, prendermi cura di me e non ingrassare troppo. Le Miss Gladys erano quelle che si affacciavano alla finestra dell’appartamento 1/A con i gomiti puntati sul cuscino del davanzale e sparavano consigli su quali numeri giocare alla lotteria clandestina o ti spiegavano come fare i compiti o ti dicevano di tenerti alla larga dai tizi che battevano il quartiere coi loro macchinoni a caccia di ragazzine. Direi che quei due tipi di donne, così come le donne che passavano il tempo nei saloni di bellezza (e all’epoca i saloni di bellezza erano forse le uniche istituzioni femminili che avevamo) – era lì nei saloni di bellezza che le ragazze diventavano grandi e sviluppavano una prima idea di standard sessuale e di cosa significhi, crescendo, essere donna – sono state quelle donne a influenzare di più la mia scrittura.

Penso che la maggior parte di quello che scrivo venga fuori dalla strada piuttosto che da altri libri. Il che non vuol dire che non abbia imparato moltissimo leggendo. Io divoro inchiostro e cellulosa. E naturalmente faccio parte di una tradizione. Cioè, per i lettori è abbastanza evidente che io apprezzi Langston Hughes, Zora Hurston, e sia un prodotto dello spirito degli anni Sessanta. Ma mi troverei molto in difficoltà a disquisire di influenze letterarie in maniera intelligente.

BGS: Lei è cresciuta principalmente a New York?

TCB: Principalmente.

BGS: Parliamo adesso del panorama letterario. Ci sono rappresentazioni letterarie di donne nere in opere del passato o contemporanee, scritte da autori o autrici, neri o bianchi, che considera positive?

TCB: Definirei «positivo» nel senso di utilizzabile, personaggi in grado di fornirci preziose lezioni di vita, personaggi a tutto tondo che diano spessore al tipo o allo stereotipo a essi più vicino. Per esempio, Sula, nel romanzo della Morrison, è interessante. È una combattente. È un’avventuriera, e si distacca da un altro aspetto dello stereotipo della stronza. Ci rende consapevoli di quanta gente sia intrappolata in quella gabbia specifica. Eva, che ricalca parecchio lo stereotipo della matriarca, è molto di più, e anche lei ci aiuta a forzare quel vecchio stereotipo e ci costringe a cercare pregi, insegnamenti oscurati dall’etichetta. Li considero personaggi positivi perché scavano nel profondo. Nella poesia contemporanea – cioè la poesia scaturita dal Neo-Black Arts Movement – ci sono voci femminili vigorose e a tutto tondo, e anch’esse forzano lo stereotipo della stronza permettendoci di trovare le energie intrappolate sotto quell’etichetta: attiviste, combattenti, le eredi di Harriet Tubman, persone che provengono da quella tradizione di impegno civile. È tutto questo che chiamerei positivo, e in effetti solo pochissime delle opere di oggi, diciamo dell’ultimo decennio, non sono così. C’è poca zavorra fra le opere figlie degli anni Sessanta o che vengono prodotte attualmente. Pochissimi ritratti piatti, sciocchi, inutili e superficiali.

BGS: C’è una scrittrice nera in particolare che ritiene illustri meglio l’esperienza della donna nera, specialmente la doppia oppressione razziale e sessuale?

TCB: No, e credo che vada bene così. Penso che se volessimo progettare un corso con l’obiettivo di tracciare il profilo della donna nera, con particolare riferimento alla doppia o tripla oppressione, a beneficio di chi non l’ha ancora capito, dovremmo tirare in ballo un mucchio di persone, perché c’è un mucchio di esperienze diverse. Non esiste la donna nera o la singola esperienza o il profilo. Metterei insieme le opere di scrittrici come Zora Neale Hurston, Toni Morrison, Carolyn Rodgers, Lucille Clifton, Eloise Lofton e molte altre, specialmente le giovani scrittrici che stanno emergendo dai workshop, soprattutto nel Sudest, e dal gruppo di Berkeley.

BGS: Pensa che le scrittrici nere siano trattate giustamente dalla critica, sia da parte di neri che di bianchi?

TCB: Non ne ho idea. Non ho commenti da fare perché non è una cosa su cui rifletto generalmente… le scrittrici nere, intendo. Sappiamo per certo che nessun prodotto culturale dei neri viene trattato in maniera intelligente e utile dai critici bianchi. Questa potrebbe essere una risposta. Il fatto che un buon numero di scrittrici nere non rientrino nelle antologie curate da uomini neri è un’altra risposta. Il fatto che a volte i critici donne e nere si rapportino alla scrittura delle autrici di colore come se queste fossero estremamente particolari e non avessero alcun legame con le tradizioni del gruppo, questo è un altro tipo di problema.

Non mi interessa tanto se le scrittrici nere siano trattate giustamente, ma piuttosto di che cosa trattino. E penso che i grandi risultati conseguiti soprattutto dalle poetesse del Neo-Black Arts Movement (sorelle poetesse) e forse in misura minore da drammaturghe, romanziere, scrittrici di racconti, abbiano contribuito moltissimo non solo a commentare, correggere e contrastare rappresentazioni stereotipate, ma a spalancare una strada nuova, magari per le giovani scrittrici emergenti: confrontarsi con figure di donne con cui nessuno si è mai confrontato prima, sollevare questioni che nessuno ha mai affrontato prima, cogliere un punto di vista che ci siamo lasciate sfuggire senza forse mai metterlo nero su bianco. Trovo di gran lunga più interessante la produzione letteraria in sé che non l’accoglienza della critica.

BGS: Verso la fine della sua prefazione a Black-Eyed Susans, una raccolta di racconti su e di donne nere, Mary Helen Washington afferma a proposito delle autrici di colore che «permane la tendenza a rapportarsi alle donne nere come a una specie di vacca sacra, e ciò impedisce di esplorare vari aspetti delle loro vite… C’è il desiderio», prosegue, «di proteggere e riverire l’immagine della donna nera». Secondo lei c’è bisogno di libri su donne nere che sono preda di un esaurimento nervoso, donne «sopraffatte dal sesso», che sono infedeli, che maltrattano e trascurano i loro figli, e così via. Cioè, c’è bisogno di storie su «donne nere reali», storie che «interpretino l’intera gamma e lo spettro di esperienze delle donne nere». Concorda con il suo giudizio sulle scrittrici nere in merito a questi problemi?

TCB: Non guardo alla letteratura da quel tipo di angolazione. Credo di capire cosa intenda Mary Helen, ma scrivere per me rimane innanzitutto un atto linguistico. Non so se ho bisogno di leggere un libro sull’esaurimento nervoso per capire che cos’è un esaurimento nervoso o per tutelare la mia salute. Come atto linguistico, la letteratura informa lo spirito – è un energizzante. Leggendo e scrivendo libri c’è uno scambio di grandi quantità di energia e ciò rientra nel dibattito su se sia più importante fornire una verità utilizzabile o provare a documentare le molteplici verità o realismi che compongono l’esperienza della donna nera.

Credo di capire il suo ragionamento, ed è tutto molto bello ma non mi riguarda, e non sono pienamente convinta che sia corretto. È vero che siamo sempre sulla difensiva contro i nostri detrattori, questa penso fosse una delle sue argomentazioni, il fatto che non ci accostiamo mai alla nostra complessità di individui in modo spregiudicato. Questo è vero, ma non so se invocherei la presenza di esaurimenti nervosi nei libri. Piuttosto, ritengo che ci sia un aspetto dello spirito dei neri, della loro natura intrinseca che non abbiamo ancora affrontato: la tensione, la potenza che è tuttora latente, ancora colonizzata, ancora sospesa, ancora inutilizzata in qualcosa come ventisette milioni di neri. Non sappiamo come sprigionarla, non sappiamo nemmeno come discuterne in modo coraggioso, non ancora. Penso dipenda dal fatto che siamo rimasti a lungo sulla difensiva e abbiamo investito una gran quantità di tempo ed energia a darci un tono e cercare di dimostrare che siamo davvero integri come lo sono loro. Dagli anni Sessanta in poi, tuttavia, molti di noi si sono affrancati da quelle pose dialogando l’uno con l’altro, fatto che costituisce un aspetto radicalmente nuovo nel dialogo fra il lavoratore della cultura e la sua comunità. È in relazione a questo potenziale che potrei sostenere le argomentazioni generali di Mary Helen. Vale a dire, che non siamo straordinariamente impavidi e coraggiosi ed esaustivi nel trattare la complessità dell’esperienza dei neri, dello spirito dei neri. In realtà, la musica è probabilmente l’unico mezzo che abbiamo adoperato per parlare di quella complessità. Ma mi batterei perché nei libri si affrontassero altri aspetti dell’individuo, non gli esaurimenti nervosi e le altre cose citate da Mary Helen; ciò non significa che questi siano inutili, ma non mi sembrano affatto una priorità.

BGS: Secondo lei le donne nere possiedono una marcia in più o un punto di vista speciale che permette loro di svelare aspetti dell’esperienza o dello spirito dei neri di cui parlava prima?

TCB: No, non mi sembra che le donne nere o i bambini o gli anziani o gli uomini o qualunque altro settore della comunità ne abbia una maggiore consapevolezza o una conoscenza più profonda rispetto agli altri. Trovo interessante il fatto che in questo periodo, gli anni Settanta, abbiamo cominciato a sviluppare all’interno della nostra comunità (e possiamo individuare dei parallelismi nella comunità nazionale e internazionale) un interesse nei confronti dei sistemi di medicina alternativa, dell’astrologia, del voodoo, della meditazione trascendentale eccetera. No, non credo che ci sia un gruppo all’interno della comunità che detiene il monopolio di questo tipo di sapere, la conoscenza di quel modo nuovo per prepararsi al futuro.

BGS: A proposito di parallelismi, i suoi viaggi le hanno suggerito un modo in cui le afroamericane e altre donne del Terzo Mondo possano lottare insieme per affrancarsi dai vari tipi di oppressione derivanti dalla loro identità sessuale?

TCB: Sì, direi che due in particolare dei luoghi che ho visitato mi hanno insegnato parecchio in proposito. Nel 1973 sono stata a Cuba e ho avuto l’occasione di incontrare non solo la Federazione delle donne cubane, ma le sorelle nelle fabbriche, nei campi, per le strade, nei parchi, in coda e via dicendo, e il fatto che siano riuscite a risolvere diversi conflitti di classe e di razza e organizzare un movimento di massa la dice lunga sulle opportunità che ci sono qui. Nell’estate del 1975 ero in Vietnam ospite dell’Unione delle donne, e di nuovo sono rimasta impressionata dalla capacità delle donne di demolire ruoli tradizionali, aspettative tradizionali, programmi reazionari a loro destinati e unirsi in un’organizzazione di massa, che ha un suo programma e si assume enormi responsabilità nel governo della nazione.

Abbiamo sprecato un’occasione nei primi anni Sessanta. Ne abbiamo sprecate due. Innanzitutto, quando stavamo iniziando a gettare le basi per un’organizzazione nazionale delle donne nere e una strategia organizzativa di portata nazionale, ci è mancato il coraggio o uno studio abbastanza approfondito da metterci in condizione di rispondere in maniera positiva e costruttiva a chi, uomini neri o altri, reputava fonte di divisione un movimento di donne che si associano in quanto donne. Non siamo state in grado di replicare in maniera coraggiosa e strutturata. Abbiamo fatto marcia indietro. L’altra occasione sprecata è stata quando abbiamo avuto l’opportunità di aggregarci alle donne portoricane o chicane che non avevano in comune con noi soltanto la condizione sociale ma anche, credo, la stessa visione del futuro, e abbiamo sprecato quel momento cadendo nella trappola del linguaggio. Quando la gente parlava di organizzazione multiculturale o multietnica, molte di noi l’hanno tradotta con «bianchi» e si sono tirate indietro. Credo sia stato un errore. Avremmo dovuto sapere che cosa intendevano con «multiculturale». Vale a dire: persone di colore. Afroamericane, afro-ispaniche, indo-ispaniche, asiatico-ispaniche e via dicendo. Non che errori del genere debbano necessariamente condannarci al fallimento. Dagli errori si impara moltissimo. Credo che in questi ultimi decenni del ventesimo secolo avremo di nuovo l’opportunità di cominciare a costruire legami cruciali con altre comunità. Ci riusciremo. Questa è una certezza.

BGS: Ritiene che, per una donna nera, il fatto di essere allo stesso tempo una femminista e una militante nella lotta razziale costituisca un dilemma?

TCB: Un dilemma? Personalmente no. Non capisco chi lo considera un dilemma, quale sia il loro problema. Non li capisco perché non si è o nere o donne. Non vedo nessuna contraddizione fondamentale tra l’essere una femminista, una panafricanista, una nazionalista nera, un’internazionalista, una socialista e una donna nel Nord America. Non sono abbastanza ricettiva nei confronti delle persone che si sentono «in contraddizione» da sciogliere il dilemma ed esprimermi sulla questione in questo preciso momento storico. Ho la testa da un’altra parte.

© Beverly Guy-Sheftall. Tutti i diritti riservati.

Beverly Guy-Sheftall è una scrittrice e accademica; i suoi studi si sono concentrati principalmente sul femminismo nella comunità nera. Attualmente dirige il Women’s Research and Resource Center dello Spelman College di Atlanta.