Midwest

Il Midwest, questo sconosciuto.
Una regione che la letteratura e la cultura pop non sono mai riuscite a rappresentare davvero

Amanda Arnold Lascia un commento

Il Midwest è un’ampia regione degli Stati Uniti che comprende una dozzina di stati nella parte centro-settentrionale del paese, fra le Montagne Rocciose e i Grandi Laghi; a differenza del Sud o delle due coste, però, la sua identità culturale è sempre rimasta poco definita, e l’autrice di questo pezzo prova a spiegare perché.
L’articolo è comparso originariamente su LitHub.com, e viene qui riprodotto per gentile concessione della rivista.

di Amanda Arnold
traduzione di Martina Testa

Quando mi chiedono di dove sono, rispondo che sono del Midwest. Dell’Indiana, aggiungo con uno scherzoso accento nasale se vogliono altri dettagli, ma in genere non mi aspetto ulteriori domande. Solo nelle rare occasioni in cui mi viene chiesto esplicitamente «ma di che città?» rivelo il nome preciso, Fort Wayne, che descrivo come un posto piccolo dove «non c’è niente di che», nonostante sia la seconda città dello stato per grandezza. Dico che ho visto Unbreakable Kimmy Schmidt, ma che non mi piace il sottinteso provocatorio di questa allusione [la protagonista della serie tv viene tratta in salvo dopo essere rimasta per quindici anni prigioniera di una setta in Indiana, n.d.t.]; dico che Fargo è uno dei miei film preferiti, anche se l’Indiana e il Minnesota non sono esattamente la stessa cosa; dico che sì, conosco parecchia gente che ha votato per Trump, anche se Thomas Frank in What’s the Matter with Kansas? sa spiegare meglio di quanto potrei mai fare io come sono riusciti i conservatori a incantare una regione di sessantacinque milioni di abitanti facendola votare contro i suoi stessi interessi economici.

Ma il copione è sempre lo stesso: quando la gente scopre che vengo da quella che viene definita Heartland, il cuore del paese, so che mi posso aspettare l’una o l’altra di queste reazioni: meno male che sono scappata da un posto così conservatore, o quanto sono gentili quelli del Midwest. Nessuna di queste due affermazioni è necessariamente falsa, ma nessuna delle due mi convince che il mio interlocutore capisca la regione in tutte le sue sfumature: situazione che la cultura pop e la letteratura mainstream hanno fatto ben poco per cambiare.

Fare generalizzazioni su qualunque parte degli Stati Uniti può essere irresponsabile e in certi casi discriminatorio, ma quasi tutte le regioni del paese sono arrivate a farsi definire a grandi linee da alcuni tratti: il New England è imbevuto di puritanesimo, il Southwest ha la tradizione cattolico-spagnola e quella indigena, e il Sud è tenuto insieme dal suo passato di Confederazione. Ma poi c’è il Midwest, a cui neanche la gente nata e cresciuta sul posto sa dire in maniera coerente quali stati appartengano e quali no. È una regione a fortissima prevalenza di bianchi, sebbene etnicamente variegata: i primi coloni venivano non solo dalle zone confinanti, ma anche dalla Germania, dalla Scandinavia, dall’Irlanda e dalla Polonia. Ci sono grandi città come Detroit, Chicago e St. Louis, ma come scrive Hanif Willis-Abdurraqib su The Baffler, «il divario fra l’elettorato rurale e urbano è […] acuto, [e] a quindici chilometri di distanza da una città spesso c’è una zona rurale che sembra un mondo completamente diverso». Non esiste un accento che caratterizza il Midwest; e l’espressione «musica midwestern» non ha senso. Forse, in definitiva, ciò che tiene insieme la Heartland non è tanto ciò che avviene al suo interno, quanto la percezione che se ne ha all’esterno: una regione in cui la Gentilezza del Midwest è il temperamento diffuso, l’evangelismo è intessuto nel discorso quotidiano, dove gli elettori arrabbiati dei grandi centri dal passato manifatturiero hanno votato un populista razzista, e dove in generale le cose si muovono un po’ più lentamente che altrove.

È una regione che oggi fatica ad affermare la propria identità, mentre torna di moda nel discorso politico: «la working class bianca» e «l’America lontana dalle due coste» sono di nuovo temi di discussione con cui tutti hanno dimestichezza. Come scrittrice, mi ritrovo frustrata dalla mancanza di opere letterarie – sia di narrativa che di saggistica – che la esaminino in tutta la sua complessità. Degli esempi che esistono, pochi riscuotono abbastanza consensi da arrivare all’attenzione ai lettori di altre parti del paese. Ma se il Midwest è stato storicamente frainteso, forse è anche perché non ha mai veramente capito sé stesso.

In The New Midwest, una «guida alla narrativa contemporanea dei Grandi Laghi, delle Grandi Pianure e della Rust Belt», Mark Athitakis, che scrive di letteratura del Midwest per Belt e varie altre testate a diffusione nazionale, tenta di illustrare la varietà letteraria della regione in poco meno di cento pagine. Si sofferma sul fatto che gli scrittori non hanno ancora indagato veramente il rapporto del Midwest contemporaneo con le questioni di classe, di contesto sociale, di razza. Il risultato di questa lacuna è che il pubblico dei lettori ha difficoltà a immaginare la letteratura del Midwest – e quindi la regione in generale – come qualcosa che vada al di là dell’etica del lavoro protestante, del tipico imperativo americano della rincorsa ai propri sogni e degli operosissimi immigrati del primo Novecento.

Il progetto di Athitakis cerca di rispondere a una domanda fondamentale: «Perché gli scrittori consideravano il Midwest come un posto dove succedevano cose nuove, e adesso non più?»

Quando abbiamo parlato, Athitakis mi ha confessato che nonostante abbia passato anni a scrivere della letteratura della regione, anche lui faceva fatica a definire ciò che rende un libro midwestern. (Sia nella sua ricerca che nel ragionamento che vado facendo, il termine va applicato nel senso più ampio possibile alle rappresentazioni del Midwest nella cultura pop, comprendendo sia il campo della fiction che della non fiction.) Il suo saggio è diviso per vari stereotipi e temi associati con la regione, come le virtù dell’operosità (o la sua assenza), le narrazioni sugli immigrati e i pionieri basate sullo schema del «nuovo arrivato in città», e la religione. In ogni capitolo Athitakis offre esempi non solo di libri che confermano la percezione comune di cosa significhi vivere lontano dalle due coste, ma anche che satirizzano e rovesciano quegli stereotipi.

Eppure, sostiene Athitakis, tanti di questi ultimi passano in fondo inosservati, specie ai lettori che non hanno già familiarità con la regione. Visto dall’esterno, il Midwest rimane una terra di sani valori ed evangelismo; ma, ed è fondamentale sottolinearlo, il Midwest stesso ha contribuito a crearsi questa reputazione ipersemplificata.

Anche se non è l’unico fattore, la mancanza di una lettura sfaccettata del Midwest deriva dalla sua incapacità di distinguersi culturalmente in maniera del tutto autentica o duratura. In un saggio del 1998 intitolato «The Heartland’s Role in US Culture: It’s Main Street», il professor James R. Shortridge dell’Università del Kansas ripercorre la storia della relativa indefinibilità della regione, a partire dal primo riferimento geografico al «Middle West», negli anni Ottanta dell’Ottocento. All’epoca, l’espressione indicava solo il Kansas e il Nebraska, e in virtù della sua portata limitata, i cliché culturali e i manierismi che vi si associavano erano in effetti più universali: gli abitanti della regione erano gentili e moralmente retti, idealisti; pragmatici e operosi, ma anche umili. Un ritratto molto alla Casa nella prateria, la serie di romanzi scritti da Laura Ingalls Wilder basati sulla sua infanzia nel Midwest durante gli anni Settanta e Ottanta dell’Ottocento: la felicità è una caramella allo sciroppo d’acero, il lavoro manuale è parte integrante del carattere di una persona.

Ma già al volgere del secolo «il Midwest era l’America», scrive Shortridge: molte attività manifatturiere della regione (in particolare il settore automobilistico a Detroit) testimoniavano il successo dell’industrializzazione, e gli immigrati trovavano le loro opportunità in stati che sembravano conoscere bene il significato del duro lavoro. Tuttavia, fu questa stessa industrializzazione a far sì che il cuore del paese subisse la sua prima crisi di identità. L’urbanizzazione di città come Chicago e Detroit non coincideva con la reputazione del Midwest basata sulla morale cristiana, l’allevamento del bestiame e l’agricoltura. E, almeno a livello di discorso informale, molti abitanti della regione cercarono di dissociarsi da quelli che vedevano come centri di depravazione, il che si riflette nella nostra attuale idea di ciò che è midwestern. Come dice Athitakis, «Cambiamo i confini e la definizione del Midwest in modo da conciliarli con visioni più vicine alla religione e alla famiglia nucleare».

La letteratura prodotta dal Midwest all’inizio del Novecento rispecchiava questo neonato, disagevole dualismo. Con La giungla (1906), ad esempio, uno scrittore militante come Upton Sinclair cercava di denunciare le durissime condizioni di lavoro nell’industria della carne di Chicago e di mostrare i vantaggi del socialismo. Dall’altra parte c’era La via principale di Sinclair Lewis (1920), romanzo satirico su una donna dalle tendenze progressiste che si trasferisce per amore in una cittadina del Minnesota dove una sua cara amica le dice che «devi conformarti al codice popolare se in quel codice ci credi; ma se non ci credi, devi conformartici lo stesso».

In altre parole, la parte centrale dell’America si ritrovava bloccata. Mentre la East Coast si proponeva sia a livello di cultura che di realtà materiale come un centro di modernità, il Midwest non riusciva a far sua la stessa identità; restava abbandonato a identificarsi più con La via principale di Lewis che con la poesia di Carl Sandburg «Chicago». Ma l’opposto della modernità è, bene che vada, la stagnazione, e nella peggiore delle ipotesi l’arretratezza. E dunque è stato solo a metà degli anni Sessanta, quando sull’America è calata una nostalgia collettiva per il passato, che si è ascritto nuovamente un valore alla gente senza pretese che abitava in quello che Shortridge ha definito «il nostro paesello natale collettivo».

Shortridge conclude il suo saggio affermando che, sebbene il Midwest non si possa considerare il «custode dei valori del paese», rimane «un posto in cui la gente può ancora uscire di casa senza chiudere la porta a chiave e il governatore di tanto in tanto risponde personalmente al telefono».

Anche se non sempre rurale, il Midwest è nondimeno «indelebilmente caratterizzato da valori rurali», scrive Athitakis nell’introduzione al suo libro. Storicamente, ogni volta che questi valori sono stati minacciati, il Midwest si è dissociato dalle zone in cui ciò avveniva. Negli anni Sessanta, proprio mentre cominciava a riguadagnare stima agli occhi della nazione, la Heartland vide duri momenti di crisi sul piano razziale ed economico che devastarono parte della regione, principalmente le città circondate da vaste aree metropolitane. A Chicago l’attività dei cantieri ferroviari si ridusse pesantemente e l’industria della carne, che a partire dall’inizio del secolo si era andata man mano decentralizzando, scomparve quasi del tutto dalla città. A Detroit, lacerata dal declino industriale, i conflitti razziali raggiunsero il picco fra gli anni Sessanta e Settanta: nell’estate del 1967, per reazione alla brutalità della polizia ma anche, più in generale, a problemi radicati come la segregazione, l’esclusione dal credito degli abitanti dei quartieri degradati, la disoccupazione, dalla comunità nera partì una sommossa rimasta tristemente nota.

Queste tensioni erano in contrasto con gli ideali tradizionali del Midwest, e l’opinione pubblica reagì nella maniera che le parve più appropriata: rifiutare città come Cleveland e Detroit, trasformare l’Ohio e il Michigan nella cosiddetta «Rust Belt», e assorbire al loro posto l’Iowa, con il suo «splendore utopico».

È interessante notare che solo nel 1984 l’Ufficio per il Censimento ha adottato in via ufficiale il termine «Midwest».

Negli ultimi vent’anni, secondo Athitakis, un buon numero di scrittori hanno cercato di fare breccia nell’«immagine moralista, bigotta, convenzionale» della regione che è stata proiettata dalla letteratura e dalla cultura pop. Ma per meritarsi una simile rilettura una specifica regione o questione deve prima riacquistare rilevanza. Athitakis fa l’esempio di Detroit, una città menomata da decenni di fuga dei bianchi dal centro, dal continuo calo dei prezzi degli immobili e dal crollo dell’industria automobilistica, che dopo la Grande Recessione l’ha lasciata in uno stato di estrema povertà. Nel 2013, Detroit ha presentato la più grossa istanza di fallimento nella storia degli Stati Uniti e per i media nazionali è subito diventata l’esempio preferito di collasso economico e difficoltà sociali in un centro urbano. È stato solo dopo tutto questo, sostiene Athitakis, che la gente al di fuori della regione si è ritrovata pronta a leggere qualcosa sulla Motor City.

L’anno scorso Angela Flournoy ha raccolto meritatissimi elogi per il suo romanzo d’esordio, The Turner House, in cui le case di Detroit sono protagoniste tanto quanto le famiglie che ci abitano della recessione del 2008. A febbraio su Comedy Central ha fatto il suo debutto Detroiters, una serie tv su due migliori amici che cercano di costruire un impero pubblicitario locale. «Ultimamente Detroit è sotto i riflettori […] e malgrado [i suoi alti e bassi] resta una città vibrante, piena di personalità e di vita», recita l’occhiello di un articolo del 2014 sul Daily Beast, che passa poi a raccomandare una serie di libri sulla città.

Per via dell’ossessiva tendenza di Trump a twittare dati frettolosi e decontestualizzati (altrimenti detti alternative facts) sul tasso di criminalità a Chicago, è prevedibile che gli autori e gli editori si sentiranno presto incentivati a realizzare e promuovere prodotti letterari, di tipo narrativo o saggistico, su una città che è tornata sotto i riflettori dell’opinione pubblica.

«[I lettori, gli scrittori e gli editori] inseguono i trend», dice Athitakis. Ogni volta che qualcosa diventa rilevante sulla East Coast, è molto probabile vedere le Big Five, i cinque maggiori gruppi editoriali in lingua inglese, capitalizzare sul fenomeno del giorno. La legge della domanda e dell’offerta è una forza potente, e un prodotto della cultura mainstream è parte del capitale tanto quanto un paio di scarpe Adidas o una Honda Accord.

In ultima analisi, resta però uno scollamento fra la maggior parte degli stati centrali del paese e le due coste. «Fra queste due realtà bisogna che inizi una conversazione», dice Athitakis, anche se questo richiederebbe non solo lo sforzo, da parte degli scrittori e degli artisti, di descrivere in maniera illuminante la regione, ma anche quello, da parte degli editori, di dare un’opportunità a questi libri e da parte dei consumatori di sbarazzarsi dei propri pregiudizi. Dopo un’elezione che ha dimostrato non solo quanto sia diviso il popolo americano, ma anche quanto poco ci conosciamo gli uni con gli altri, perdere questa occasione potrebbe avere risultati catastrofici. Per criticare il Midwest e valutarlo con lo stesso criterio di qualunque altra regione del paese, prima di tutto dobbiamo cercare di capirlo.

Amanda Arnold vive a Brooklyn e scrive di tendenze culturali, temi femminili e sessualità nel mondo contemporaneo, spesso utilizzando per la sua analisi un approccio storico. Ha pubblicato su Broadly, The Hairpin, Racked, Lit Hub e altre riviste.

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