Juan Carlos Onetti: storie dall’altra parte 2/2

Raul Schenardi Autori, Juan Carlos Onetti, SUR Lascia un commento

Pubblichiamo la seconda e ultima parte del saggio di Eduardo Becerra sull’opera di Juan Carlos Onetti.

di Eduardo Becerra
traduzione di Lavinia Gendusa

Questo carattere narrativo definisce anche a grandi linee quelle storie ambientate a Santa María in cui uno sconosciuto arriva in città costeggiando il fiume e si lascia osservare dai suoi abitanti, mi riferisco a racconti come «Benvenuto Bob» o «Storia del cavaliere della rosa e della vergine incinta venuta da Lilliput» e  anche «La novia robada», racconto del ritorno di Moncha Insurralde a Santa María. In questi racconti si impone una molteplicità di punti di vista e un tono congetturale che tiene vivi gli enigmi che si nascondono dietro gli avvenimenti: «… Fino alla restituzione dei cinquecento pesos, fino ad elevare la montagna insolente e irregolare che esprimeva per lui e per la morta quello che noi non potremo mai sapere con certezza», leggiamo alla fine de «Storia del cavaliere della rosa». «La basca Insurralde c’è stata ma poi ci è caduta dal cielo e ancora non sappiamo; per questo raccontiamo», si dice in un punto di «La novia robada».

«Prima di prendere le pillole capii che non avrei mai potuto conoscere la verità su quella storia; con un po’ di fortuna e pazienza forse sarei riuscito a capire la metà che corrisponde a noi, gli abitanti della città. Ma era necessario rassegnarsi, accettare come inarrivabile la conoscenza della parte che avevano portato con loro i due forestieri e che si sarebbero portati via in modo diverso, incognito e per sempre…»

pensa il narratore di «Benvenuto Bob». Le tre citazioni esprimono in maniera nitida la situazione in cui si racconta perché non si sa del tutto, e quest’altra parte resiste a farsi svelare, persiste nel mostrare la sua faccia enigmatica; resta solo lo sguardo verso l’altra parte e la voce che racconta questo modo di guardare e le sue indagini. Si tratta di testi in cui la finzione si rivela nel momento della sua enunciazione, perché  ci vengono sì narrati i fatti, ma anche, e forse soprattutto, la tensione tra le versioni che generano.

Possiamo anche pensare che i romanzi che hanno come protagonista Junta Larsen rispondano fondamentalmente a questo schema. Cacciatore di sogni impossibili, Larsen incarna lo stereotipo del personaggio onettiano che ha bisogno della finzione per esistere, nella forma del bordello perfetto o del cantiere navale in rovina.  Nelle storie in cui ha un ruolo centrale, appena arriva in città si sottomette allo scrutinio degli abitanti di Santa María, che riaprirà il passo a una scrittura congetturale, che dà mostra di sé in toni dubbiosi e versioni contrastanti, di cui ci sono molti esempi sia in Raccattacadaveri sia nel Cantiere. Spesso, questa contemplazione dell’estraneo viene dallo sguardo scettico di Díaz Grey, testimone quasi onnipresente di ciò che succede a Santa María. Entrambi, il medico e l’ex prosseneta, costruiscono una coppia che riassume alla perfezione questa struttura delle opere ubicate a Santa María: chi guarda e chi è guardato, chi viene dall’altra parte e chi lo aspetta da questa. Poche citazioni  riassumono questo carattere narrativo meglio di quella che raccoglie la riflessione del medico al vedere Larsen nel Cantiere:

«Ma non voleva prendere in giro nessuno, nessuno in particolare gli sembrava degno di derisione; era subito allegro, tremebondo per un sentimento disabituato e caldo, umile e felice e riconosciuto, perché la vita degli uomini continuava ad essere assurda e inutile e in un modo o nell’altro continuava anche a mandargli emissari, gratuitamente, per confermare l’assurdo che risiedeva in lei e la sua inutilità».

Gli argomenti sanmariani riproducono così la situazione di partenza di questo mondo immaginario e a volte si interrompono per ricordarci che la città vicino al fiume e tutto quello che in essa succede in ogni momento continua a essere un prodotto dell’immaginazione di Brausen, eroe fondatore da La vita breve, che in alcune occasioni prende la parola in mezzo alle trame dei romanzi perché non ci dimentichiamo di lui. Così si rivela in un passaggio di Raccattacadaveri:

«Immagino anche Santa María, dalla mia umile posizione, come una città giocattolo, un’ingenua costruzione di cubi bianchi e coni verdi, popolata da insetti lenti e instancabili».

«Così, immaginando che invento tutto quello che scrivo, le cose acquisiscono un significato, inspiegabile, certo, ma di cui potrei dubitare solo se dubitassi allo stesso tempo della mia stessa esistenza. Non c’è mai stato niente prima o, almeno, niente più che l’estensione di una spiaggia, campagne, vicino al fiume. Io ho inventato la piazza, la sua statua, ho fatto la chiesa, ho distribuito gruppi di edifici verso la costa, ho messo la passeggiata vicino al molo, ho scelto il posto dove doveva trovarsi la Colonia».

«È facile disegnare una mappa del luogo e una piantina di Santa María, oltre a darle un nome; ma bisogna dare una luce speciale ad ogni bottega, ad ogni vestibolo e ad ogni angolo. Bisogna dare una forma alle nuvole basse che arrivano fin sul campanile della chiesa e sui tetti con le loro balaustre rosa e crema; bisogna distribuire mobilio di cattivo gusto, bisogna accettare quello che si odia, bisogna trasportare persone, da non si sa dove, perché abitino, sporchino, commuovano, siano felici e sperperino. E, nel gioco, devo dar loro dei corpi, necessità di amore o denaro, ambizioni dissimili e coincidenti, una fede mai esaminata nell’immortalità e nel fatto di meritare l’immortalità; devo dar loro la capacità di dimenticare, viscere e visi inconfondibili».

La voce di Brausen irrompe per riportarci al momento inaugurale di questo mondo e in questo modo non farci dimenticare il gioco che l’ha generato. Per questa stessa ragione, probabilmente, Juan Carlos Onetti, demiurgo principale dei demiurghi subalterni, appare all’inizio e alla fine della saga, restringendo i limiti di un processo di natura esplicitamente ed essenzialmente immaginaria. Quello che succede veramente nelle mille e più pagine della saga di Santa María è l’attività onirica, produttrice di finzione, di un uomo solitario che cerca in lei, in quell’«altra parte» dell’immaginazione, la speranza nella redenzione o forse la conferma della disfatta.

Lo sguardo verso questo luogo estraneo e il tentativo di trovare un modo di occuparlo configura in Juan Carlos Onetti tutto un sistema narrativo. Non è mai chiaro cosa vi si nasconda e cosa vi sia ad aspettarci, basta fare in modo che, come leggiamo nelle ultime righe di Per una tomba senza nome in riferimento al senso della storia di Rita e la capra, la finzione sorga e si installi, senza svelarlo, in questo angolo elusivo della realtà:

«E, più o meno, questo era tutto quello che mi rimaneva dopo le vacanze. Ossia, nulla; una confusione senza speranza, un racconto senza un finale possibile, dal senso dubbioso, smentito dagli stessi elementi di cui disponevo per crearlo. Personalmente, sapevo solo dell’ultimo capitolo, della sera calda nel cimitero. Non sapevo il significato di quello che avevo visto, mi ripugnava l’idea di scoprirlo, di assicurarmi la verità».

«E quando passarono abbastanza giorni di riflessione tanto da farmi dubitare anche dell’esistenza della capra, scrissi, in poche notti, questa storia».

«L’unica cosa che conta è che, finito di scriverla, mi sentii in pace, sicuro di essere riuscito nella cosa più importante che ci si poteva aspettare da questa attività: avevo accettato una sfida, avevo trasformato in vittoria per lo meno uno dei fallimenti quotidiani».

Cosa suppone questa vittoria? Difficile, per non dire impossibile, dirlo. Si apre qui un groviglio silenzioso e inestricabile, padrone di quell’altra parte sempre interrogata nella sua opera. «La letteratura» ci ha insegnato Italo Calvino nelle sue lezioni sulla letteratura del nostro millennio «vive solo se si pone degli obiettivi smisurati, anche al di là d’ogni possibilità di realizzazione.» Penso che, su questa stessa linea, forse la grande letteratura è anche quella che ci impedisce di rimanere impavidi di fronte a questi enigmi irresolubili e riesce a obbligarci a chiederci incessantemente cosa nascondano: esattamente quello in cui riesce la proposta di Juan Carlos Onetti e che la rende durevole. Per il resto, l’ha già detto lui: quello che viene dall’«altra parte», chissà da dove viene?

 

 

 

 

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