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«Tradurre è una delle forme della scrittura», intervista a Franca Cavagnoli

In merito al progetto sulle Giornate della Traduzione letteraria [1], pubblichiamo oggi un’intervista a Franca Cavagnoli, traduttrice e scrittrice. Per la sua nuova traduzione di Il grande Gatsby (Feltrinelli 2011) di F.S. Fitzgerald ha ricevuto il premio Gregor Von Rezzori per la traduzione letteraria.
Ringraziamo la traduttrice per averci concesso questa intervista e per aver condiviso la sua esperienza. Buona lettura.

 Edizioni SUR: Spesso chi desidera avvicinarsi alla traduzione, oltre a una grande passione per la letteratura, ha studiato una o più lingue straniere. Conoscere una lingua a un livello avanzato non è però sinonimo di essere dei buoni traduttori. Da cosa dipende una buona resa del testo, oltre che da una conoscenza approfondita della propria lingua madre? Studio, letture o una dota innata?

Franca Cavagnoli: Direi che una cosa non esclude l’altra: una conoscenza approfondita della propria lingua madre, della lingua da cui si traduce e del contesto culturale in cui è germinato il romanzo che si sta traducendo sono condizioni indispensabili per tradurre letteratura. Ma è fondamentale leggere molto e leggere di tutto: narrativa, saggistica, poesia, teatro, giornali, fumetti. Come è importante andare al cinema e a teatro, e viaggiare per vedere con i propri occhi ciò che di un Paese si è letto. Perché una buona resa del testo dipende da tante cose. Poi bisogna essere portati, certo. Ma un dono da solo non basta.

ES: Tradurre autori viventi vs tradurre classici. Quanto è importante il confronto con l’autore? Quando non è possibile contattarlo come cambia l’approccio al testo?

FC: Per me è sempre stato essenziale: ogni volta che non ho saputo risolvere un problema, nonostante le mie ricerche, mi sono rivolta a loro, che sono stati sempre disposti ad aiutarmi. Alcuni rispondono quasi in tempo reale. Si può esplorare una questione su cui si hanno dei dubbi fino in fondo. Se traduco un classico mi sento più sola. Sì, posso leggere le lettere, i diari, i saggi. O quello che sul classico in questione è stato scritto, ma non è la stessa cosa. La solitudine è grande. Cosa darei per poter scrivere a Fitzgerald, a Joyce o a Burroughs come scrivo a John Coetzee, a Jamaica Kincaid o a Toni Morrison…

ES: Hai mai riletto la tua prima traduzione? Cosa si prova a rileggersi dopo tanti anni?

FC: Sì. Provo un grande disagio ogni volta che rileggo qualcosa che ho tradotto tanti anni fa. Perché oggi la traduzione la farei diversamente e non sempre è possibile rilavorarci quando scadono i diritti e si fa un nuovo contratto. Certi editori accolgono con fastidio la richiesta di poter rivedere un testo dopo dieci o vent’anni. Ma il disagio è anche dovuto al fatto che tra le righe ritrovo la me stessa di allora, e non è detto che sia una persona che mi piace. E mi vengono in mente i dubbi di allora, oppure vedo i dubbi che avrei dovuto avere e non ho avuto, o vedo le cose che non vanno e mi spazientisco. Ma mi torna anche alla mente la mia vita di allora, quello che stavo facendo in quel periodo. A volte è un vero tormento.

ES: Quanto è o non è riconosciuto il mestiere del traduttore? In un mondo ideale, quale prassi dovrebbero adottare gli editori per tutelare e valorizzare la categoria?

FC: Dipende, ci sono alcuni che lo sottovalutano e altri che ne riconoscono il ruolo imprescindibile. Dipende dalla sensibilità e dall’intelligenza individuale. Gli editori potrebbero coinvolgere di più i traduttori nel lancio dei libri, per esempio: chi ha tradotto un libro dovrebbe partecipare alle presentazioni, dialogare con l’autore, parlare del libro anche da dentro, non solo da fuori. Fare quello che da dieci anni, nel mese di settembre, facciamo al Babel Festival di Letteratura e Traduzione di Bellinzona, in Svizzera, in cui il dialogo autore/traduttore è il cuore del festival. Gli editori, poi, potrebbero pubblicare sul sito della casa editrice interviste con i loro traduttori e la loro biografia, un articolo su cosa ha voluto dire tradurre un certo autore. Potrebbero anche inserire la biografia nel volume. Il nome in copertina non mi sembra poi così importante. Ma far conoscere i traduttori sì. E non si devono dare compensi irrisori, offensivi. Non si deve violare la dignità di una persona.

ES: Se non facessi la traduttrice, cosa faresti?

FC: Esattamente quello che faccio ora: leggerei e scriverei. La scrittura può prendere molte forme e tradurre è una delle forme della scrittura. È questo che faccio – scrivo. Scrivo quando scrivo un romanzo, un saggio, un articolo, una recensione. Scrivo quando scrivo i libri degli altri nella mia lingua.

ES: Consigli per un aspirante traduttore (fare un altro mestiere non vale come risposta).

FC: Seguire buoni corsi presso le università o le scuole di specializzazione in traduzione, assicurandosi che i corsi siano tenuti da traduttori di chiara fama e siano previste lezioni di lavoro sui testi e non solo di teoria della traduzione. Seguire workshops, seminari e corsi di aggiornamento tenuti da traduttori e editor per capire meglio come funziona il mondo editoriale e per confrontarsi con i colleghi. Leggere molto e viaggiare molto. Conoscere il Paese di cui si traduce la letteratura, vederne i colori, sentirne gli odori, i suoni, i rumori, i sapori.

ES: Quante letterature diverse racchiude la lingua inglese?

FC: Una per ogni ex colonia dell’Impero, dal Canada alla Nuova Zelanda. La traduzione postcoloniale di lingua inglese è il mio campo di specializzazione, ma nel corso della mia vita mi sono dedicata solo ad alcune delle molte letterature anglofone: quelle di Australia, Sudafrica e delle isole caraibiche. Le varietà di inglese in giro per il mondo sono tante e così pure le letterature: non ci si può dedicare a tutte. È necessario sceglierne qualcuna e approfondirla.

ES: Cosa significa ritradurre un testo? Come cambia il tuo approccio al lavoro?

FC: L’impostazione è sempre quella direi: leggo anche tre volte il testo prima di cominciare a lavorarci – a volte a voce alta, perché sento meglio le sonorità, il ritmo della prosa. E leggo molto intorno al testo: è il vantaggio che si ha quando si ritraduce un classico rispetto a un libro appena uscito. Poi traduco, sempre più lentamente perché con il passare degli anni vengono sempre più dubbi. E con lentezza mi rileggo e rivedo il mio lavoro più volte, a distanza di tempo. L’ultima rilettura la faccio a voce alta. In genere consegno afona. Quel che cambia è come mi sento. Sento molto forte la responsabilità. In particolare verso l’autore che non può più dire niente. Ma anche verso il lettore, che da una nuova traduzione si aspetta giustamente di più. Sento molto la responsabilità di questa aspettativa.

 

franca cavagnoliFranca Cavagnoli ha pubblicato i romanzi Una pioggia bruciante (Frassinelli 2000, Feltrinelli Zoom 2015), Non si è seri a 17 anni (2007) e Luminusa (2015). Con Feltrinelli ha pubblicato La voce del testo. L’arte e il mestiere di tradurre (2012; Premio Lo straniero 2013) e, nella collana Zoom Flash, Mbaqanga (2013) e Black (2014). Ha tradotto e curato opere di J.M. Coetzee, Nadine Gordimer, James Joyce, Katherine Mansfield, Toni Morrison, V.S. Naipaul, Mark Twain . Per la sua nuova traduzione di Il grande Gatsby (Feltrinelli 2011) di F.S. Fitzgerald ha avuto il premio Gregor Von Rezzori per la traduzione letteraria. Nel 2010 ha ricevuto il premio Fedrigoni-Giornate della traduzione letteraria e nel 2014 il Premio nazionale per la traduzione del Ministero dei Beni Culturali. Collabora a “il manifesto” e “Alias”.