Virgilio Pi–era

«La carne»: un racconto di Virgilio Piñera

redazione Scrittura, SUR 1 Commento

Riportiamo di seguito la traduzione di un racconto di Virgilio Piñera, scrittore cubano pressoché sconosciuto in Italia (se non per «La carne di René», ed. Il Quadrante). Il racconto in questione fu pubblicato nel 1956 nella rivista Sur.

Drammaturgo, poeta, romanziere, collaboratore di Orígines (rivista fondata da José Lezama Lima – altro autore di cui in Italia si stanno perdendo le tracce nonostante il romanzo «Paradiso») e di altre storiche riviste cubane, deve la sua notorietà fuori dall’isola a Borges, Bioy Casares e Silvina Ocampo, i quali inclusero un suo racconto breve in «Antologia della letteratura fantastica».

Censurato a Cuba, e ignorato per salvaguardare “i principi” della rivoluzione, muore a La Habana nel 1979.

Il pezzo e la traduzione sono di Gianluca Cataldo (che ringrazia Selene Cilluffo per l’aiuto).

Successe con una gran facilità, senza alcuna pretestuosa stravaganza. Per motivi che non è il caso di acclarare, la popolazione soffriva di mancanza di carne. Erano tutti in subbuglio e si fecero commenti più o meno amari, fino ad abbozzare certi propositi di vendetta. Però, come sempre accade, le proteste rimasero mere minacce, e subito si poté vedere quel popolo afflitto ingurgitare i più disparati vegetali. Solo che il signor Ansaldo non seguì l’ordine generale. Con grande tranquillità si mise ad affilare un enorme coltello da cucina, quindi, calatosi i pantaloni all’altezza delle ginocchia, tagliò dalla sua chiappa sinistra un sontuoso filetto. Dopo averlo sciacquato, lo marinò con sale e aceto, lo scottò – come suole dirsi – sulla griglia, per friggerlo infine nella grande padella delle tortillas della domenica.

Quando si sedette a tavola e cominciò ad assaporare il suo splendido filetto, suonarono alla porta. Era il vicino che veniva a ristorarsi… E Ansaldo, con gesto elegante, gli mostrò il sontuoso filetto. Il vicino chiese spiegazioni e Ansaldo si limitò a mostrare il suo gluteo sinistro. Tutto fu chiaro. A sua volta il vicino, ammirato e commosso, uscì senza proferir parola per tornare poco dopo con il sindaco del paese. Costui manifestò ad Ansaldo il vivo desiderio che il suo amato popolo potesse nutrirsi, come faceva Ansaldo, delle proprie riserve, e cioè della propria carne, ognuno della rispettiva. Presto si misero d’accordo e, in seguito ai convenevoli che si confanno a gente beneducata, Ansaldo si mosse verso la piazza principale del paese per offrire, in ossequio a una sua frase peculiare, «una dimostrazione pratica alle masse».
Una volta lì spiegò che ogni persona avrebbe dovuto tagliare dalla propria natica sinistra due filetti, in tutto uguali a un campione in gesso, di color carne, appeso a un rilucente filo. E puntualizzava il numero pari dei filetti, poiché se egli aveva tagliato dalla propria chiappa sinistra un bel filetto, gli sembrava corretto che la cosa marciasse al passo, e che nessuno mangiasse un filetto di meno. Una volta fissati questi punti, ognuno si mise ad affettare i due filetti dalla propria natica sinistra. Era un spettacolo epico, e però è opportuno non darne descrizione. Inoltre, si fecero calcoli riguardo a quanto tempo avrebbe usufruito il popolo dei benefici della carne. Un illustre anatomista predisse che sopra un peso di cento libbre, al netto delle viscere e degli altri organi non commestibili, un individuo poteva mangiare carne per centoquaranta giorni in razioni giornaliere di mezza libbra.  Ad ogni modo, un calcolo vizioso. Quello che importava era che ognuno potesse ingerire il suo prelibato filetto.
Presto si videro signore che discutevano dei vantaggi che presentava l’idea del signor Ansaldo. Per esempio, coloro che tra di esse avessero già mangiato i seni non si sentivano obbligate a coprire di tessuti la cassa toracica, e le loro vesti terminavano poco prima dell’ombelico. Alcune, ma non tutte, già non parlavano più, perché avevano ingurgitato la lingua, cosa che, sia detto tra i denti, è una prelibatezza da monarchi. Per strada avevano luogo le scene più deliziose: così, due signore, che non si vedevano da moltissimo tempo, non poterono baciarsi, dal momento che avevano usato le labbra nella preparazione di una frittura che ebbe grande successo; e il giudice non poté firmare la sentenza di morte di un condannato perché si era mangiato i polpastrelli delle dita e, secondo le buone forchette (e il giudice lo era), così è nata la tanto utilizzata e citata frase “leccarsi le dita”.
Ci furono persino piccole sollevazioni. Il sindacato degli operai alla filiera dei reggiseni levò formale protesta davanti all’autorità competente, ma questa rispose che non esisteva slogan che convincesse le signore a rifarne uso. Ad ogni modo erano proteste innocenti, che non interrompevano in alcuna maniera il consumo, da parte del popolo, della propria carne.
Uno dei successi più pittoreschi di quella gradevole giornata fu la dissezione dell’ultimo tozzo di carne del ballerino del paese. Costui, in ossequio alla propria arte, aveva lasciato per ultimo le belle dita dei suoi piedi. Ma il vicinato avvertì che da qualche giorno appariva molto inquieto. Gli restava solo la parte carnosa dell’alluce. Quindi invitò i suoi amici a presenziare all’operazione. Nel bel mezzo di un sanguinolento silenzio recise la parte posteriore e, senza scottarla al fuoco, la lasciò cader nel buco che in un altro tempo era stato la sua graziosa bocca. Repentinamente, tutti i presenti si fecero seri.

Però si tirava a vivere, e questo era l’importante. E se per caso…? Sarà per questo che le scarpette del ballerino si trovano ora in una delle sale del Museo dei Ricordi Illustri? Si sa soltanto che uno degli uomini più obesi del popolo (pesava duecento chili) consumò tutta la sua riserva di carne nel breve tempo di quindici giorni (era estremamente goloso e, d’altra parte, il suo organismo esigeva grandi quantità di cibo). In seguito, nessuno riuscì più a vederlo. Evidentemente si nascondeva… e non solo lui si nascondeva, ma anche molti atri cominciavano ad adottare identico comportamento. In questo modo, una mattina, quando la signora Orfila domandò al figlio – che divorava il lobo sinistro dell’orecchio – dove avesse conservato non so che cosa, non ottenne alcuna risposta. E non valsero suppliche o minacce. Chiamato l’esperto in sparizioni, costui poté solo rinvenire un mucchietto di escrementi nel luogo in cui la signora Orfila giurava e spergiurava che si trovasse il suo amato figliuolo al momento in cui lo aveva interrogato.
Tuttavia, queste piccole crepe non minavano l’assoluta allegria degli abitanti. Di cosa avrebbe potuto lagnarsi un popolo sicuro della propria sussistenza? Il grave problema di ordine pubblico creato dalla mancanza di carne, non era stato definitivamente risolto? Che la popolazione andasse nascondendosi progressivamente non aveva niente a che vedere con il punto nodale della faccenda, era solo un dettaglio che non alterava in alcun modo la ferma volontà di quella gente di procurarsi il prezioso alimento. Il suddetto dettaglio era, incidentalmente, il prezzo che esigeva la carne di ognuno? Ma sarebbe stato da miserabili fare altre inopportune domande, e inoltre quel popolo prudente era decisamente ben nutrito.

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