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Un racconto di Norberto Luis Romero

redazione Racconti, SUR

Pubblichiamo oggi «Diario del tassidermista», un racconto dello scrittore argentino Norberto Luis Romero tratto da Istantanee d’inquietudine, raccolta pubblicata da edizioni Arcoiris, che ringraziamo.

«Diario del tassidermista» di Norberto Luis Romero
traduzione di Dajana Morelli

Giovedì.

Ci risiamo: la mamma l’ha fatto di nuovo. Come al solito abbiamo discusso e come sempre le mie forze si sono subito esaurite, e l’ha avuta vinta lei. Adesso ne abbiamo uno in più, come se gli altri non bastassero; una bocca in più da sfamare, un altro di cui occuparsi e, soprattutto, da sopportare. Marisa, credo che si chiami.

Ci sono giorni in cui mi chiudo per ore nel laboratorio, leggo i miei racconti preferiti delle Mille e una notte, o mi dedico al lavoro – ai miei animaletti – per non vederli né sentirli. A volte qui ci mangio anche; la mamma mi porta qualcosa e passo un paio di giorni in pace.

In questa casa è impossibile avere un po’ di silenzio: Victoria ha di nuovo messo il giradischi a tutto volume. Faccio fatica a concentrarmi sul mio lavoro, anche se ne ho sempre di meno, e comunque i clienti che si dedicano alla caccia mi commissionano animali di poca importanza. Ci metto tutto l’affetto e l’impegno possibili ma tanto è inutile; con piccioni e altri uccelli insignificanti non si possono fare capolavori.

Martedì.

Li odio. Sono anni che vivo circondato da questi mostri. Mia madre li raccoglie per strada ogni volta che va a passeggio e il suo animo sensibile si commuove. So bene che cerca di controllarsi, che prova a non far caso alle miserie che le feriscono le orecchie e gli occhi, ma ha il cuore debole, ed è lui che comanda, non la testa; in lei i sentimenti annullano la ragione, anche se poi ogni volta dice che si pente e mi giura che non lo farà mai più. Quando papà era vivo, le cose andavano diversamente; lui non glielo avrebbe mai permesso, ma io con lei sono debole e non voglio ferire i suoi sentimenti; è così felice quando fa del bene. Comunque credo che per essere caritatevole non ci sia bisogno di arrivare a questi estremi; gliel’ho detto mille volte nelle nostre conversazioni, quando loro sono assorti a guardare la televisione e non ci sentono, e lei mi dà ragione, ma poi fa di testa sua.

Disturbano parecchio, soprattutto i primi giorni; con il passare del tempo imparano un po’ a convivere e a obbedire a mia madre, che rispettano e arrivano perfino ad adorare; a me, invece, mi odiano in silenzio. Io li detesto cercando di non farlo notare alla mamma.

Il problema più grande è evitare che litighino; in generale sono molto gelosi delle attenzioni che mia madre presta loro – senz’altro eccessive –, e spesso fanno paragoni sulla quantità di affetto e di regali che ricevono da lei. Grazie a Dio, papà ci ha lasciato abbastanza da non farci mancare nulla; però potremmo vivere più agiatamente se i soldi che mamma spende per loro potessimo usarli per noi stessi. E forse, ogni tanto, potrei cercare di ottenere lavori più importanti. Certo che, se non fosse per loro – per i loro continui litigi, le grida, la musica di Victoria che suona incessantemente in salotto, il loro vagare per le stanze, i loro efferati misfatti –, una casa grande come la nostra sembrerebbe vuota e senza vita agli occhi di mia madre, soprattutto da quando è morto papà.

Giovedì.

Questa mattina, mentre ero alle prese con uno stupendo uccello del paradiso che mi ha regalato un amico – il padrone del negozio d’animali, al quale era morto di malinconia –, è entrata la nana, nonostante abbia proibito a tutti di intrufolarsi nel mio laboratorio e, ancor di più, di interrompere il mio lavoro. Le ho immediatamente intimato di uscire e lei, prima di andarsene, mi ha lanciato uno sguardo furioso e carico di risentimento. Ha dei begli occhi, castani; il resto del corpo è ripugnante, non solo per le minuscole dimensioni – che potrebbero persino farla sembrare graziosa –; le sue estremità sono corte e ritorte; sembra che le mani le spuntino direttamente dalle spalle, come appendici carnose; ha le gambe arcuate e grassocce, la carne bianca che trabocca sulle caviglie; non ha nemmeno il collo, la testa enorme emerge direttamente dal tronco. Lei dice che è così a causa di certe medicine che sua madre ha preso quando era incinta. La sua bruttezza diventa ancora più patetica ogni volta che si mette a ballare, e lo fa spesso.

Non so dove abbia trovato un vecchio disco con La bamba, un 78 giri – forse era di mio padre –, e passa ore ad ascoltarlo a tutto volume, mentre si attorciglia come una lucertola ferita, agitando le mani in aria come tentacoli e buttando la testa all’indietro. È un passatempo innocente, ma il volume della musica m’impedisce di concentrarmi sul mio lavoro. La mamma, invece, ne è entusiasta e la spinge a mettere altri dischi – ce ne sono molti in casa –, ma a lei piace solo quella canzone e, mentre si contorce, canticchia:

Para subir al cielo
se necesita
una escalera larga
y otra cortita…

Martedì.

L’uccello del paradiso è ormai terminato; l’ho messo in una posizione tale che sembra vivo, sembra che stia cantando, tutto felice in una selva misteriosa. I colori cangianti del suo piumaggio rallegrano la sala dove l’ho sistemato, sopra il televisore, non lontano dalla teca con l’aquila che mangia il coniglio. La mamma ne è affascinata e non smette di elogiarmi; e questo ferisce sensibilità e provoca gelosie. La notte scorsa, l’uomo senza gambe che solo la mamma chiama per nome, Juan, e che noi chiamiamo Tranciato, si è messo di traverso con la sedia a rotelle e mi ha fatto inciampare. Se non fosse stato per il divano, al quale mi sono aggrappato in tempo, sarei caduto a terra. Mi ha chiesto scusa con una faccia desolata e ha insistito col dire che non mi aveva visto arrivare, ma so che l’ha fatto apposta. La nana, invece, ha esternato la sua gelosia aggredendo Marta – la vecchia che ha il corpo e il viso orribilmente ustionati –, gridandole insulti, mentre eravamo in salotto a giocare a tombola, e accusandola di essere un’imbrogliona. La mamma ha cercato di riportare l’ordine con la minaccia di sbatterli tutti in mezzo alla strada su due piedi, ma è riuscita solo a esasperarli ancora di più e ha ricevuto in cambio degli sguardi carichi di odio. Dopo, a poco a poco, si sono calmati, e la mamma li ha perdonati dando un cioccolatino a ognuno di loro. Io mi sono ritirato trattenendo la furia. La notte si è conclusa in pace, da quanto ho potuto sentire dal laboratorio.

Venerdì.

Marta forse è la più attenta. Questa mattina, di ritorno dalla spesa, mi ha portato un gatto appena morto che ha trovato nella spazzatura; un persiano, dal pelo setoso e dorato. Si è guadagnata la mia gratitudine, ma anche un rimprovero dalla mamma, che le ha proibito di andare in giro a rovistare nell’immondizia; ma lei non riesce a togliersi questa abitudine, anche se non ha bisogno di niente – in casa ha tutto ciò che desidera – non può resistere alla tentazione di frugare nei bidoni. Il più delle volte torna dalla strada con qualcosa nascosto fra i vestiti, poi lo porta nella sua stanza, che fino a poco tempo fa era lo sgabuzzino. Ovviamente la mamma si accorge di tutto, ma non vuole contrariarla per paura che sputi nel cibo mentre cucina; l’ha già fatto altre volte. Una mattina ho approfittato della sua assenza e mi sono infilato nella sua stanza; lì c’è tutto quello che uno potrebbe immaginarsi, tutto molto ordinato e pulito: pacchetti di stracci, bambole senza testa, pile di quotidiani e riviste, scarpe spaia-te, contenitori di plastica, scatole piene di piccoli oggetti inu-tili, e altro ancora.

Sto studiando la postura in cui metterò il gatto. Non è uno di quegli animali aggressivi cresciuti per strada, non posso presentarlo nell’atto di dare la caccia a un topo. La cosa migliore sarà una posa pacifica e dolce, come se dormisse acciambellato. Domani andrò a comprargli degli occhi color miele, perché questa razza non li ha verdi come gli altri gatti.

Giovedì.

La notte scorsa Victoria, la nana, deve aver litigato con Marisa, la sua compagna di stanza, perché stamattina, quando mi sono alzato, l’ho quasi calpestata; sono inciampato su di lei che dormiva sul tappeto, accovacciata vicino al mio letto e avvolta in una coperta. Malgrado la botta non si è svegliata, ha solo borbottato per qualche secondo nel sonno. Sono andato subito a comunicare la cosa alla mamma; le ho detto che ormai ero stufo della nana e che non potevamo continuare a vivere sotto lo stesso tetto con lei. La mamma l’ha rimproverata aspramente – non l’avevo mai vista così indignata –, e Victoria, molto offesa, ha preso la sua piccola valigia, ha messo dentro le sue cose e se n’è andata. La mamma non ha detto niente e ha cercato di mostrarsi indifferente alla partenza della nana, ma mi è parsa inquieta. Tre o quattro ore dopo, Victoria è tornata pentita, molto rattristata, e ha chiesto scusa dicendo che non si sarebbe mai più comportata in quel modo. Sapevamo che sarebbe tornata, non è la prima volta che fa così. Ma Marisa, che è qui da pochi giorni e non conosce bene la nana, non appena se n’è andata, ha preso possesso dell’intera stanza. La sua delusione è stata enorme quando l’ha vista tornare, e dai suoi occhi ciechi cadevano abbondanti lacrime.

Ho messo il gatto su una delle poltrone dell’ingresso. Nessuno potrebbe affermare che è imbalsamato, sembra vivo, come se respirasse normalmente mentre riposa. I suoi occhi hanno un luccichio autentico; sono importati dalla Germania, credo, così mi ha assicurato il commesso. Marta è orgogliosa di avermelo regalato. Gli altri la detestano.

Lunedì.

Victoria, più di una volta, ha detto alla mamma che l’aquila ha le tarme. La mamma è venuta nella mia camera a comunicarmelo questa mattina. Con estrema attenzione, a mezzogiorno ho ritirato la teca di cristallo e ho potuto verificare, contrariato, che aveva ragione. Sia l’uccello che il coniglio che giace insanguinato fra le sue zampe sono crivellati dalle tarme; ho portato tutto nel mio laboratorio e ho provato a salvare il salvabile; un po’ è migliorato, però non è più quello di prima: quando lo terminai, quattordici anni fa, era superbo; la pittura rossa aveva una brillantezza intensa e sembrava sangue; la pelle del coniglio era morbida; le ali dell’aquila si aprivano come quelle di una Vittoria, con quelle belle piume setose e simmetriche. Le cose perdono il loro splendore col passare degli anni, è un peccato. Anche gli occhi di Victoria non hanno più lo stesso scintillio maligno di prima, di quando è arrivata in questa casa; ma ogni tanto il suo sguardo selvaggio capace di attraversarci riappare. Credo che la sua cattiveria si sia un po’ attenuata in seguito alla nostra accoglienza e col passare degli anni. La mamma ha fatto davvero dei miracoli con tutti. Comunque continuo a credere che tutti questi mostri non abbiano speranze, che il loro vero posto sia la strada, da dove la mamma non avrebbe mai dovuto toglierli.

Mercoledì.

Stamattina è successo di nuovo. Stando a quanto mi ha detto la mamma prima di andare a dormire, Marta tornava dal mercato, quando li ha sorpresi in un angolo della cucina: c’erano il Tranciato e la nana che, avvinghiati, si baciavano con trasporto. Lei aveva i vestiti in disordine e lui il membro eretto fuori dai pantaloni. Accortisi della presenza inaspettata di Marta, si sono separati subito, e lui ha nascosto in tutta fretta la sua virilità – la realtà è questa, anche se mamma ha cercato di dirlo con la massima delicatezza. Marta ha lanciato loro uno sguardo pieno di disprezzo ed è uscita urlando e chiamando la mamma. Quando la mamma è arrivata in cucina, hanno negato l’evidenza con l’aria più innocente del mondo. Ma la mamma non è mica scema e li conosce bene tutti e due, soprattutto il Tranciato, e così li ha minacciati di cacciarli di casa e li ha puniti duramente impedendogli di vedere la televisione e tenendoli chiusi nelle loro stanze senza cena. Dal laboratorio avevo sentito tutta la lite, ma ho preferito far finta di niente e sono rimasto a leggere fino a quando la mamma non è venuta a raccontarmelo. In questi giorni non ho lavoro.

Già altre volte li avevo sorpresi in una situazione simile e forse ancora più compromettente; ero stato sul punto di buttarli in strada. Non l’ho fatto solo per la mamma, la quale, seriamente preoccupata che Victoria fosse incinta, ha passato settimane molto brutte. Per fortuna non è successo; sarebbe stato orribile dover crescere un bambino deforme come sua madre, un piccolo mostro.

Domenica.

La mamma l’ha fatto di nuovo. Oggi, al ritorno dalla sua passeggiata domenicale ha portato a casa un altro obbrobrio: un vecchio ripugnante con le gambe rotte e sanguinanti, piene di pustole e avvolte in stracci sporchi; poteva a malapena camminare. Il suo odore di urina e vomito era insopportabile. Spogliarlo è stato un supplizio che io e Marta abbiamo portato a termine non senza ribrezzo – la mamma non si occupa mai di queste faccende.

Lo abbiamo messo nella vasca da bagno nonostante le sue proteste – si difendeva come un gatto che sta per essere ucciso, strillava e si contorceva – e lo abbiamo tirato fuori immacolato. Credo che in tutta la sua vita non avesse mai usato né l’acqua né il sapone. Alcuni lavaggi con il miglior shampoo antiparassitario che ci sia hanno eliminato i pidocchi. Il compito di raderlo e di tagliargli i capelli è ricaduto su di me. Quando ho finito, era un uomo completamente diverso: nemmeno lui si riconosceva e guardandosi allo specchio si è messo a piangere amaramente. Comunque, le sue gambe continuavano a darmi la nausea. Poco dopo il dottore che si occupa di noi da molti anni gliele ha medicate con un unguento. Abbiamo bruciato i vestiti che indossava e gliene abbiamo consegnati altri puliti. La mamma gli ha dato da mangiare e gli ha assegnato la piccola stanza vicino a quella di Victoria e Marisa. Gli altri non hanno smesso nemmeno un istante di spiare e bisbigliare. Durante la cena quasi nessuno ha parlato; era chiaro che la gelosia era a fior di pelle e galleggiava nell’aria con una densità palpabile. Marta ha vomitato il cibo per terra, dando la colpa a una colica; ma lo ha fatto apposta, per mostrarci il suo disgusto. Victoria e il Tranciato si lanciavano in continuazione sguardi furtivi, sorrisi e sfacciate strizzatine d’occhio. A Marisa non sembrava importasse molto della presenza del vecchio. Quando tutti si sono ritirati nelle loro stanze, io e la mamma abbiamo discusso per più di un’ora; alla fine piangeva amaramente. Ancora una volta ha fatto di testa sua.

Oggi sono infuriato con Victoria. Ho dovuto davvero fare uno sforzo per non strozzarla. La mamma insiste che devo perdonarla e dimenticare l’accaduto; ma io mi rifiuto. La nana si è presentata nel mio laboratorio e mi ha consegnato un paio di occhi di cristallo: «sono dell’aquila», mi ha detto; «l’ho buttata nell’immondizia perché era piena di tarme». Ho riconosciuto le due palline castane di vetro e sono andato di corsa nel salotto: la teca e il piedistallo erano vuoti. Sono andato nel giardino sul retro, dove ci sono i bidoni dell’immondizia, ma il camion era già passato e l’aveva portata via. Per la prima volta, Victoria ha avuto paura di me e si è chiusa nella sua stanza; poi è uscita, e non l’abbiamo più vista per tutto il giorno.

È mezzanotte e mezzo, e non è ancora riapparsa; la mamma teme che si sia spaventata e che non tornerà mai più. E invece ricomparirà pentita da un momento all’altro, non appena avrà fame. Questa volta non esiterò, sarò duro, anche se la mamma se la prenderà con me.

Un po’ di accortezza l’ha avuta la nana, un istante di buon senso nel recuperare, perlomeno, gli occhi dell’animale; sono della migliore qualità, e ricordo che già allora mi erano costati cari. Adesso li conservo sotto chiave per usarli alla prossima occasione; anche se dubito di riuscire in futuro a trovare un pezzo così superbo. Ormai non si trovano più begli esemplari. Da quando è morto papà, che me li portava dalle sue battute di caccia in campagna, devo accontentarmi di uccelli, conigli, gatti, ratti e tutte le altre bestie di piccole dimensioni che i clienti mi commissionano; che gloria può esserci in un gatto che divora un topo? Che orgoglio può esprimere una gallina? Non posso fare miracoli.

La nana non è ricomparsa, da ieri, in tutta la mattinata. La mamma ha passato una notte insonne, seduta sulla sedia a dondolo, la testa penzoloni, sperando di sentire il campanello. Ho provato a tranquillizzarla dicendole che avrebbe trovato un surrogato di Victoria; ma lei sembrava inconsolabile – è così legata alla nana –, e allora mi sono sentito in colpa.

Questo pomeriggio, quando cominciavo a sperare di non vederla mai più, e mentre la mamma si scioglieva in un mare di lacrime, è suonato il campanello. La mamma si è alzata con un balzo ed è corsa ad aprire: davanti alla porta c’era Victoria, con le palpebre gonfie, gli occhi arrossati, i vestiti a brandelli e sporchi di fango. Ha abbracciato le gambe della mamma ed è scoppiata in un pianto sommesso e singhiozzante. Quando si è calmata un po’, ha raccontato di aver passato la notte in una stazione della metro con altri vagabondi che le si erano mostrati ostili e che volevano approfittare della sua vulnerabilità. Per riappacificarsi con me, mi ha offerto un topo di fogna morto, rinsecchito, che ha estratto dalla sua borsa di plastica minuscola e consunta. L’ho buttato nell’immondizia sotto i suoi occhi, e lei mi ha lanciato uno dei suoi sguardi carichi di odio. Le ho restituito uno sguardo simile e sembrava spaventata. Non ho avuto il coraggio di sbatterla di nuovo in strada; per la mamma sarebbe stato terribile. Adesso sembra essersi dimenticata di tutto, è chiusa da più di un’ora nella sua stanza a ballare e a cantare La bamba con la sua vocina stonata:

Yo no soy marinero,
soy capitán,
soy capitán…

Mercoledì.

Marta è uscita a fare la spesa. La mamma le affida questo compito perché sa che è molto brava nel contrattare e nello scegliere i prodotti migliori. Ha comprato del pesce fresco e lo ha preparato per cena. Eravamo tutti a tavola quando la nana ha aperto smisuratamente la bocca e gli occhi le si sono rovesciati, la faccia le è diventata viola mentre si contorceva come quando balla e poi è rotolata a terra. Ci siamo lanciati verso di lei per soccorrerla. Sentendo i nostri ordini e le nostre grida confuse, la cieca è rimasta pietrificata sulla sua sedia, senza capire nulla. Il vecchio delle pustole mostrava indifferenza e non la smetteva di sorbire il suo secondo piatto di zuppa. Non sapevamo cosa fare, e ci siamo limitati a darle dei colpi sul petto; ma diventava sempre più viola e dalla bocca le uscivano degli sbuffi di aria come dei fischi. Il Tranciato si teneva la testa tra le mani. Marta piangeva e gridava come un’isterica. La mamma non reagiva.

Come il gobbetto di un racconto delle Mille e una notte, è morta soffocata da una spina di pesce.

Venerdì.

La mamma è inconsolabile. Da due giorni se ne sta chiusa nella sua stanza a piangere e non tocca quasi cibo. Non riesco in nessun modo a lenire il suo dolore. Gli altri sono un po’ più silenziosi e stanno per conto loro, ma non sembrano sentire molto la mancanza della nana; presto dimenticheranno tutto e torneranno ai loro misfatti.

Finalmente la mamma ha abbandonato la sua reclusione e ha recuperato la voglia di vivere. È estasiata e non smette di congratularsi con me. Gli altri mi guardano con timore, e sembra che comincino finalmente a rispettarmi.

Con il trucco ha recuperato il suo vero colore: un rosa intenso le accende le guance. La posa è la sua preferita: mentre balla La bamba, come sarebbe piaciuto a lei. Gli occhi non sono belli come i suoi: quelli di adesso sono di cristallo – sono gli occhi che erano appartenuti all’aquila – e le conferiscono uno strano sguardo, leggermente strabico e perverso. A volte vederla mi inquieta a tal punto che mi viene voglia di scappare, se non fosse per la teca che la racchiude e mi protegge dalla sua naturale mostruosità.

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