Cortázar, García Márquez, Varela

Cortázar, García Márquez, Varela: tre militanti nell’arena

Ana María Ramb Autori, Julio Cortázar, Società, SUR Lascia un commento

Dopo la pubblicazione di Così violentemente dolce, volume di lettere politiche di Julio Cortázar, continuiamo l’approfondimento sull’impegno politico di molti scrittori latinoamericani. In questo articolo di Ana María Raub, pubblicato sulla Revista del CCC, si racconta appunto di Cortázar, di Gabriel García Márquez e dell’argentino Alfredo Varela.

di Ana María Ramb
traduzione di Barbara Turitto

I primi due, autori di fama mondiale; il terzo, scrittore di culto della sinistra argentina. Nessuno di loro cercò rifugio nella torre di Prospero, il protagonista de La Tempesta di Shakespeare, per osservare il mondo ed essere mero testimone del suo divenire; al contrario, a un certo punto della loro vita, decisero di prendere parte attivamente alla realtà del loro tempo: pensarono, scrissero e agirono d’accordo con i loro principi e ideali. Nella battaglia ideologica che raggiunge l’apice nel XXI secolo, i tre, ciascuno a modo suo, si fecero carico di una militanza che non rimase circoscritta alla lotta intellettuale. Non abbiamo ancora valutato con precisione i diversi contributi di questi scrittori al cambiamento dell’epoca e, forse, di paradigma.

Queremos tanto a Julio

Cortázar, García Márquez, Varela Alto un metro e novanta. L’aria da eterno adolescente. Faccia da bravo ragazzo, da scozzese lentigginoso, disse qualcuno. Aveva lo sguardo di un bambino, disse qualcun altro. Nessuno descrisse l’immagine fisica di Julio Cortázar meglio di Volodia Teitelboim, il grande scrittore cileno. Perciò, per ricordarlo meglio, prendiamo a prestito queste parole di Volodia, che così bene descrivono Cortázar, pensando a quella volta che lo incrociammo fugacemente nell’Aeroparque di Buenos Aires. Si avvicinava già ai cinquanta, aveva pubblicato Rayuela e assaporava i frutti del successo di pubblico lettore e di critica. Accanto a quella bella donna di oltre quarant’anni, dai capelli molto bianchi, pareva un timido venticinquenne in viaggio con la madre. Lei in verità era Aurora Bernárdez, la prima moglie. La seconda e ultima volta che lo vedemmo fu nel vicolo Tres Sargentos, a pochi metri da Bajo. All’epoca aveva smarrito il vigore che lo avrebbe accompagnato quasi tutta la vita, se ne era andato un paio di anni prima con la morte di Carol Dunlop, (forse) il suo più grande amore.

Il giornalista Alberto Catena fu il primo ad andare dal caporedattore di Editorial Abril a convincerlo che Cortázar era qui. Ma com’era possibile? Gli dovevano essere già stati resi onori vari, il Presidente avrebbe dovuto riceverlo alla Casa Rosada… Fatto sta che Catena riuscì a intervistarlo prima della sua partenza, che sarebbe stata definitiva. E silenziosa. Correva l’anno 1983, era dicembre. Temeva, racconta l’amico Osvaldo Soriano, che non lo avrebbero lasciato camminare in pace lungo quei marciapiedi e quelle piazze che ricordava con la memoria di un elefante ferito. Julio Cortázar era tornato a Buenos Aires per congedarsi dalla città che tanto amava, la stessa che era e sarà sempre presente nella sua opera, ed ella le era stata indifferente. E anche se non era tornato per ricevere omaggi, di fronte alla folla che quella notte al Teatro Abierto lungamente lo applaudì in piedi un velo salato gli scese sugli occhi.

Esili e rivelazioni

Da tempo Julio, il Julio che più amiamo, aveva raggiunto un equilibrio sorprendente tra la responsabilità dello scrittore nei confronti della società e lo scrivere la migliore letteratura che il suo enorme talento poteva offrire.

Nell’Argentina del 1976, la dittatura recentemente ascesa al potere proibiva i suoi libri. Il fatto rendeva ufficiale non soltanto l’esilio fisico di Cortázar ma anche quello culturale. In fondo, a giudizio di Julio, secondo quanto racconta Volodia Teitelboim[1] il vero esiliato era il popolo argentino, tenuto lontano, strappato dal prodotto artistico, letterario e scientifico di centinaia di artisti, scrittori, intellettuali, saggi e ricercatori. Nel mezzo di quella che indicava come cultura light, in cui l’intellettuale che cercava di inserirsi nei processi di liberazione era tacciato d’illuso, Cortázar affermava:

Il lavoro di un intellettuale non è onnipotente né gli spetta – come diceva Shelley tra i poeti romantici – il ruolo di “legislatore del mondo”. La funzione dell’intellettuale non può decidere da sé il destino dei nostri popoli, ma svolge un compito di avanzata che illumina i cammini che verranno, sia dal punto di vista dei politici progressisti sia di quelli che adempiono a un tale incarico sotto forma di saggi, romanzi, poesie, teatro, cinema, televisione od opere musicali e plastiche della più svariata natura.

Nel suo ultimo articolo, pubblicato nel gennaio 1984 e intitolato «Delle diverse maniere di uccidere», con riferimento allo stile Reagan-Kirlpatrick applicato al tentativo di affogare nel sangue la Rivoluzione Nicaraguense, diceva: «Intendiamo lasciare solo il Nicaragua in questo momento, che equivale al suo Orto degli Ulivi?».

Mesi prima di morire, aveva affermato:

Ogni volta che arrivo a Managua è come quando arrivo a La Habana: un sentimento meraviglioso di libertà e freschezza.

Molte volte Julio partì per il Nicaragua, paese che occupò buona parte delle sue rivelazioni da quando vi mise piede la prima volta nel 1979. Allora aveva già scoperto «un’umanità umiliata, offesa, alienata» – stando alle sue stesse parole – a seguito delle visite a Cuba nei primi anni Sessanta. Aderì senza esitazioni al progetto rivoluzionario di Fidel Castro e del Che; nel 1970 e nel 1979 fece visita al presidente Salvador Allende in Cile, all’epoca del trionfo della Unidad Popular e prima della sua caduta; appoggiò gli insurrezionalisti de El Salvador e la lotta dei patrioti di Puerto Rico. Il suo impegno nella Rivoluzione Sandinista fu senza dubbio quello di un intellettuale militante e valicò i confini del Nicaragua per appoggiare la lotta dei popoli latinoamericani isolati dalle dittature militari, e per porgere una mano affettuosa agli esiliati. Lo fece senza ostentazioni, con un aiuto materiale concreto che incluse la cessione dei diritti d’autore di alcune sue opere: Libro de Manuel, a favore dei prigionieri politici in Argentina, e Gli autonauti della cosmostrada (con Carol Dunlop), per la lotta sandinista. Scrisse anche centinaia di testi letterari e giornalistici che rivelavano una ferma coscienza rivoluzionaria.

Mentre altri preparavano il loro giro per accomodarsi all’ombra del potere neoliberale che la dittatura del mercato si apprestava a esercitare, Cortázar prendeva lunghe distanze dalla figura di «intellettuale istituzionalizzato» (nel senso foucaultiano del termine), prigioniero dei suoi stretti interessi e desideri professionali. Julio continuava a rivendicare le lotte del popolo nicaraguense per la sua completa indipendenza, andava spesso a trovare Ernesto Cardenal a Solentiname, e parlava in difesa della causa sandinista a tutti i forum presso cui era invitato. Egli stesso, in quei momenti in cui il campo intellettuale cominciava a essere allagato dallo scetticismo politico, diceva:

[…] pubblicare collaborazioni speciali su riviste che esprimono una voce e una volontà popolare mi pare un obbligo in momenti come questi, e dal canto mio vi sto adempiendo ogni volta che posso.

Da giovane gli era costato molto fare proprio il populismo democratico di Hipólito Yrigoyen, leader storico dell’Unione civica radicale, e tanto meno riuscì a comprendere il fenomeno delle masse che la figura di Juan Domingo Perón convocava. In un’intervista concessa al giornalista Ernesto González Bermejo, citata dal giovane scrittore Matías Bustelo, impugnando la sua prima esperienza a Cuba, Julio fa l’autocritica dell’antiperonismo della sua giovinezza:

Lì ho scoperto tutto un popolo che ha recuperato la dignità, un popolo umiliato nel corso della sua storia che, di colpo, a tutti i livelli, dai dirigenti a quelli che praticamente non ho visto, fino al contadino, al maestro, al piccolo impiegato, al machetero, si facevano carico della loro personalità, scoprivano che erano individui con una funzione da compiere. Questo per me fu qualcosa di catartico, fu un’esperienza che mi colpì profondamente. All’improvviso, a Cuba vidi, con entusiasmo, fenomeni di massa che a Buenos Aires avevo vissuto con spavento.

Durante la sua visita in Argentina nel 1973, fu impegnato in lunghe e intense conversazioni con Rodolfo Walsh, Paco Urondo e altri intellettuali del peronismo combattente, ed ebbe la percezione, afferma Osvaldo Soriano, che la costruzione di una società più giusta aveva molto a che vedere con quella che lui osava sognare. Alla fine seppe comprendere e stimare la componente popolare e rivendicativa del movimento peronista, al di là degli errori e delle flessioni di alcuni dei suoi dirigenti.[2]

Ricorda un altro giovane scrittore, Lautaro Ortiz, che all’origine del libro-fumetto Fantomas contro i vampiri multinazionali di Julio Cortázar c’è una data chiave: il 18 settembre 1973, esattamente una settimana dopo il colpo di stato che rovesciò il presidente cileno Salvador Allende. A Roma, il senatore italiano e antifascista Lelio Basso convocò quel giorno una dozzina d’intellettuali, tra cui Julio Cortázar e Gabriel García Márquez, con l’intento di formare il Tribunale Russell II, prolungamento del Tribunale Russell originale creato su iniziativa del pensatore inglese Bertrand Russel per indagare sui crimini commessi dalle truppe nordamericane in Vietnam. Il Tribunale Russell II si sarebbe occupato di indagare sulla situazione imperante in vari paesi dell’America Latina e di verificare le molteplici violazioni dei diritti umani dei popoli isolati dalle dittature che, come si sarebbe appreso più tardi, rispondevano al cosiddetto Piano Condor.

«Cosa sono i libri in confronto a chi li legge, Julio? La perdita di un solo libro ci agita di più della fame in Etiopia; è naturale e comprensibile e mostruoso allo stesso tempo», scrive Cortázar in un addolorato dilemma. E mettendo in discussione la figura canonica dell’intellettuale, propone una soluzione: sono gli scrittori a dover mostrare la realtà a Fantomas; quest’associazione di potenti non è soltanto responsabile della distruzione della cultura mondiale ma è anche colpevole della povertà e della repressione politica in America Latina. In tal modo, il mascherato riconosce, suo malgrado, che la battaglia è quasi impossibile persino per un eroe come lui: «Mi chiedo se non avevano ragione, intellettuali di merda, giorni e giorni di azione internazionale e pare che le cose non cambino poi tanto».

Premi schivi e grandi sfide

È inspiegabile la scarsa fortuna avuta dal romanzo Il viaggio premio in un concorso nel quale Julio non ottenne neppure una menzione speciale. I poco sensibili giurati del certame scoprirono troppo tardi che l’opera era un miscuglio realista-fantastico-picaresco di Buenos Aires, e che in essa l’autore s’interrogava sul significato di questa megalopoli babilonica e, al contempo, sul significato dell’universo. Le domande sviluppate da Cortázar non erano, propriamente, banali. L’esame, il suo secondo romanzo (datato 1950 ma pubblicato soltanto nel 1986), fu rifiutato da Guillermo de Torre, consulente della Editorial Losada, e neppure ebbe successo in un certame convocato dalla stessa casa editrice.

Nel 1963 Julio Cortázar sorprende il mondo con un romanzo atipico: Il gioco del mondo (Rayuela). In esso fa appello alla partecipazione attiva del lettore, in una sfida a entrare nel libro per montare e smontare il testo e imbarcarsi nelle avventure e sventure di Oliveira, nel quale in molti vedono un alter ego dell’autore. Migliaia di ragazze all’epoca desiderano somigliare a La Maga, personaggio femminile che viaggia in precario equilibrio tra realtà e fantasia. Cortázar è figlio del romanzo moderno, sia europeo sia americano, e seppe apprezzare i valori di Adán Buenosayres di Leopoldo Marechal, scrittore messo a tacere dall’ambiente intellettuale dell’epoca per il suo assodato peronismo, e al quale, secondo lo stesso Cortázar, si dovevano attente riletture e più di un omaggio. In Rayuela, come in altre opere di Julio, vi è una satira pungente contro la società borghese porteña. In un lavoro di cesello nella struttura e di notevole limpidezza nel maneggiare la lingua, lo scrittore offre una visione dell’essere umano nel contesto caotico del mondo contemporaneo. In una lettera indirizzata allo scrittore cubano Roberto Fernández Retemar, direttore della Casa de las Ámericas, dice Julio su Rayuela:

Il mio continua a essere, come hai senz’altro intuito leggendo Rayuela, un problema metafisico, una tensione continua tra il mostruoso errore di essere quello che siamo come individui e come popoli in questo secolo, e l’intravedere un futuro in cui la società umana culminerebbe infine in questo archetipo di cui il socialismo è una visione pratica e la poesia una visione spirituale.

Non è azzardato rintracciare nell’opera di Cortázar un punto di vista rielaborato dal surrealismo. La sua letteratura non è un mero esercizio di evasione. La fantasia non è una fuga, un escapismo, ma il punto di partenza per comprendere meglio la realtà, quella tangibile e visibile, e quella che non può essere né vista né toccata con mano ma che è in tutto ciò che è umano, nel vivere quotidiano che si colloca tra il concreto e il fantastico. Sosteneva l’autore che comprendere il mondo è realizzarlo.

La Rayuela di Cortázar è considerata il punto di curvatura che segnò l’inizio del cosiddetto boom della letteratura latinoamericana, i cui precursori sono il messicano Juan Rulfo, il guatemalteco Miguel Ángel Ásturias, il cubano Alejo Carpentier, l’uruguaiano Juan Carlos Onetti, il brasiliano Jorge Amado e un altro argentino: Jorge Luis Borges. Sarebbero poi venuti Gabriel García Márquez, grande ammiratore di Julio, assieme ad altri autori: il paraguaiano Augusto Roa Bastos, il cileno José Donoso, il messicano Carlos Fuentes, il cubano José Lezama Lima e due peruviani, Mario Vargas Llosa e Manuel Scorza.

Il giro della vita in ottanta mondi

L’originalità, l’umorismo e il paradosso furono delle costanti nella vita di quest’argentino, il cui centenario si compie in questo 2014. Nato in Belgio il 26 agosto 1914, mentre suo padre occupava una carica diplomatica per il consolato argentino, visse i suoi primi anni in Svizzera, paese scelto dalla famiglia per tenersi al riparo dalla Grande Guerra. Nel 1918 Julio conobbe la patria dei genitori, e la fece sua. Trascorse l’infanzia e la giovinezza a Banfield, conseguì il diploma magistrale presso l’istituto Mariano Acosta di Buenos Aires, frequentò i corsi alla Facoltà di Lettere e Filosofia dell’UBA, studi che non terminò perché accettò la carriera da professore, prima a Mendoza e poi a Chivilcoy. Collaborò con le riviste Sur e Realidad; la prima vide per la prima volta la pubblicazione di un suo racconto a opera di Jorge Luis Borges. Per alcuni anni diresse la Camera argentina del libro. Fino a quando scelse come destinazione Parigi, il suo secondo amore dal 1951, dove lavorò come traduttore per l’Unesco e pubblicò per la prima volta la maggior parte della sua opera. Ma scrisse sempre in argentino.

Se da un lato la presa di posizione politica condensata in Libro de Manuel si guadagnò il silenzio della critica e dell’accademia, come avvenne anche per le opere successive, dall’altro Cortázar aveva già conquistato l’ammirazione dei giovani e la fiducia di quelli che non scendono a patti coi loro principi, né ricusano la loro fiducia per un mondo migliore, più giusto, meno incartapecorito, meno solenne, più armonioso e gentile. La sua vocazione per il gioco e il paradosso conquistò le simpatie dei più giovani, che se la sono spassata e tuttora se la spassano con Storie di cronopios e di famas (1962), in cui compaiono virtuosi poemi in prosa, il libro-miscellanea Ultimo round (1969) e Un certo Lucas (1979). Quello che nessuno osò mettere in discussione è che in Bestiario (1951), Fine del gioco (1956), Le armi segrete (1959) e Tutti i fuochi il fuoco (1966) sono inclusi alcuni dei migliori racconti che siano mai stati scritti in lingua spagnola.

Questo grande scrittore, candido e tenero come un bambino, forte e temprato come l’acciaio, morì a Parigi sotto le cure di Aurora Bernárdez, prima moglie e curatore dell’eredità. In un commento su Fantomas contro i vampiri multinazionali, sua breve opera maestra, in cui trasformò il tradizionale personaggio dei fumetti francesi in un eroe giustiziere, aveva scritto:

Il fascismo ha ragione a odiare e a temere la cultura popolare; è il proiettile d’argento che secondo le antiche leggende uccide il vampiro, assetato di sangue, e rende ancor più bello il sorgere del sole.

García Márquez e la forza profonda della Nostra America

Gabo ci ha lasciati. Il 17 aprile 2014, di giovedì santo, abbiamo sentito andarsene con lui una parte molto importante della nostra esistenza. Perché, noi che negli anni Sessanta e Settanta eravamo giovani, attendevamo con ansia l’uscita nelle librerie di ogni riedizione (trovata editoriale argentina) di Cent’anni di solitudine per regalarla ai nostri migliori amici, e ricordiamo e teniamo da conto la prima edizione del romanzo, quella con gli arabeschi azzurri su fondo bianco in copertina, con il marchio di Sudamericana.

Eppure no. Gabo non ci ha lasciati. Perché, come disse in una delle sue ultime interviste, «la vita non è quella che uno ha vissuto ma quella che uno ricorda, e come la ricorda per raccontarla». Quando nel 1967 abbiamo letto Cent’anni di solitudine abbiamo vissuto una vita a Macondo, abbiamo meglio compreso la Nostra America, quella che si estende a sud del Rio Bravo, e ci siamo sentiti parte di essa. Io riuscii finalmente a decifrare quell’estate breve e meravigliosa trascorsa nella proprietà della mia bisnonna a Catamarca, e mi resi conto di essere stata in un angolo di Macondo, che nonna Rosario era insieme Doña Barbara di Rómulo Gallegos e Milagros la Bella di García Márquez, e che il vassallaggio sopportato da molte delle nostre province era l’enclave delle borghesie feudali latinoamericane, ormai libere dal colonialismo spagnolo ma tutte servili di fronte all’imperialismo, inglese prima e yankee poi. E che lo sfruttamento della United Fruit e di altre multinazionali si ripeteva nei paesi cugini. Anche qui. Abbiamo assaporato il grande fulgore del realismo magico, che è tanto nostro, e abbiamo adottato i fantasmi di famiglia che mettevano sottosopra le innumerevoli stanze di quel decadente casermone caribico di Aracataca traslocato a Macondo, dove faceva talmente caldo che gli uccelli cadevano arsi dal sole di mezzogiorno, mentre il nonno raccontava la storia dei morti – morti davvero – caduti nel corso delle trentadue guerre civili che avevano devastato la Colombia da quando si era conclusa la grande impresa bolivariana del XIX secolo.

Con Cent’anni di solitudine, Gabo si svincola dai metodi narrativi tradizionali e sviluppa uno stile proprio, in cui si sfumano i contorni tra lettore, narratore, punto di vista, personaggi e storia stessa. È rilevante la fedeltà del registro linguistico in quest’opera polifonica che diede stimolo all’universalizzazione dell’auge della letteratura latinoamericana, iniziata già con Rayuela, del suo amico Julio Cortázar. Di quest’opera disse il grande poeta cileno e premio Nobel Pablo Neruda: «È il miglior romanzo che sia mai stato scritto in lingua spagnola dopo il Don Chisciotte». Ad ali spiegate, il libro fece il giro del mondo, in un insolito successo globale, con quarantadue traduzioni e più di quaranta milioni di copie vendute. Seguì la pubblicazione di altre grandi opere, alcune precedenti a Cent’anni di solitudine, come ad esempio Racconto di un naufrago (1955), che aveva meritato la censura da parte del generale e dittatore colombiano Gustavo Rojas Pinilla, fatto che spinse la direzione de El Espectador, giornale per il quale Gabo lavorava, a spedirlo a Ginevra come corrispondente, per coprire diversi eventi internazionali. Visse alcuni anni a Parigi, dove condivise con altri esiliati latinoamericani una vita austera e difficile, ma che gli avrebbe permesso di conoscere da un’altra dimensione la realtà del nostro continente, e verificare che i variopinti dittatori della regione obbedivano allo stesso padrone: il capitalismo puro. All’epoca pubblicò finalmente Foglie morte, il suo primo romanzo. Seguirono La mala ora, romanzo che rappresenta la tensione politica e l’oppressione in un paesino rurale sotto Rojas Pinilla, Nessuno scrive al colonnello e la raccolta di racconti I funerali della Mamá Grande, opera in cui soggiace il fantastico mondo di Macondo.

Cortázar, García Márquez, VarelaDopo il successo di Cent’anni di solitudine, venimmo a conoscenza del fatto che nel 1959 questo grande giornalista che era Gabo era stato uno dei fondatori, assieme agli argentini Rodolfo Walsh e Jorge Ricardo Masetti e l’uruguayano Carlos María Gutiérrez, tra gli altri, dell’agenzia di stampa Prensa Latina, destinata a diffondere notizie degne di fiducia sulla recente trionfante Rivoluzione Cubana, con la quale García Márquez siglò un impegno a vita. Ci sollevò la sua grande amicizia con Fidel e la conseguente difesa del regime socialista del paese, oltre che il suo rifiuto al blocco nordamericano, che servì affinché altre nazioni appoggiassero in qualche modo Cuba, evitando così ulteriori interventi da parte degli Stati Uniti. Nel 1971, in un’intervista per la rivista Libre (da lui patrocinata), dichiarò: «Continuo a credere che il socialismo sia una possibilità reale, che sia la buona soluzione per l’America Latina, e che serve una militanza più attiva».

Nel 1999, nella sua irrinunciabile funzione giornalistica, lo scrittore di fama mondiale Gabriel García Márquez salì su un aereo assieme al neo-eletto presidente venezuelano Hugo Chávez Frías, la cui morte anni più tardi gettò nel lutto l’intera America Latina. Gabo confessa nel suo articolo che allora la percezione che si era costruito sul leader bolivariano era viziata dall’immagine formata attraverso i mezzi di comunicazione. Tuttavia, grazie a un’amabile conversazione che si avvia non appena il mezzo prende quota, lo scrittore si spoglia dei pregiudizi nel momento in cui scopre il vero Chávez: umano, assai umano; una persona semplice e allo stesso tempo colta e sensibile, capace di recitare a memoria poesie di Pablo Neruda e Walt Whitman.

Nel 1973, quando già tutti lo chiamavano familiarmente «Gabo», aveva ottenuto il premio Rómulo Gallegos per l’opera La incredibile e triste storia della candida Eréndira e della sua nonna snaturata. Nel 1981 il governo francese lo nominò Gran Commendatore dell’Ordine della Legion d’Onore. Quell’anno assistette all’avvio del primo mandato da presidente della repubblica del suo amico François Miterrand. Nel 1992 fu nominato membro della giuria del Festival di Cannes. Non abbandonò mai la sua consueta modestia: «Sono uno scrittore per timidezza – confessò una volta. La mia vera vocazione era quella del prestigiatore, ma mi confondo talmente tanto quando tento di fare un trucco che ho dovuto rifugiarmi nella solitudine della letteratura».

Nel 1982 García Márquez ricevette la notizia che l’Accademia di Svezia gli conferiva il premio Nobel per la letteratura. Si trovava in esilio in Messico, poiché nel marzo 1981 aveva dovuto lasciare nuovamente la Colombia, dove era accusato di presunto vincolo con il movimento M-19, e anche per aver pubblicato negli ultimi cinque anni la rivista Alternativa, di taglio socialista. Si disse che, in realtà, Gabriel García Márquez aveva partecipato come mediatore tra il governo di Belisario Betancourt e tale movimento. E che con lo stesso proposito, quello di concertare la pace in Colombia, aveva partecipato, nuovamente senza alcun risultato, alle trattative tra il governo di Andrés Pastrana e la guerriglia delle FARC.

Cittadino del mondo, questo colombiano nato ad Aracataca il 6 marzo 1927, viaggiò per molti paesi socialisti come la Polonia, la Cecoslovacchia, la Germania dell’est, l’Unione Sovietica, l’Ungheria. Tra frequenti visite a Cuba, tornava sempre in Messico, paese in cui trovò rifugio per cinquant’anni.

Il discorso di Gabriel García Márquez di fronte all’Accademia di Svezia è un pezzo di grande importanza letteraria e politica, che conferma il suo impegno con la realtà sociale della Nostra America, affronta con grande stile l’imperialismo responsabile del sottosviluppo in cui erano sprofondati i nostri popoli ed è un contributo sostanziale al risorgimento del sogno della Patria Grande. Dice in uno dei paragrafi:

L’America Latina non vuole e non ha motivo di essere una pedina senza arbitrio, e non vi è nulla di chimerico nel fatto che i suoi propositi d’indipendenza e originalità diventino un’aspirazione occidentale.

E quasi sul finire, aggiunge:

Un giorno come quello di oggi, il mio maestro William Faulkner disse in questo luogo: «Mi rifiuto di ammettere la fine dell’uomo». Non mi sentirei degno di occupare questo posto che fu suo se non avessi piena coscienza del fatto che, per la prima volta dall’inizio dell’umanità, il disastro colossale che egli si rifiutava di ammettere trentadue anni fa ora non è altro che una semplice possibilità scientifica. Di fronte a questa realtà sconcertante, che nel corso della storia dell’uomo deve essere sembrata un’utopia, noi che inventiamo favole, e che crediamo a tutto, ci sentiamo in diritto di credere che non sia troppo tardi per intraprendere la creazione dell’utopia contraria. Una nuova e sconvolgente utopia della vita, in cui nessuno possa decidere per gli altri persino sul modo di morire, in cui l’amore sia davvero certo e sia possibile la felicità, e in cui le stirpi condannate a cent’anni di solitudine abbiano, finalmente e per sempre, una seconda opportunità sulla terra.

Dopo il premio Nobel, sarà riconosciuto come faro della cultura colombiana, latinoamericana e mondiale, e la sua opinione richiesta su differenti temi, funzione che Gabo seppe esercitare con lucidità e pura modestia. Durante il governo di César Gaviria in Colombia (1990-1994), assieme ad altri saggi come Manuel Elkin Patarroyo, Rodolfo Llinás e lo storico Marco Palacios, prese parte alla commissione incaricata di disegnare una strategia nazionale per la scienza, la ricerca e la cultura.

Nel frattempo, tutti i suoi romanzi e racconti, e persino la sua prolifica opera giornalistica, portatori di una bellezza semplice e riconoscibile, ma impregnata sempre di questo potente immaginario latinoamericano, fanno il giro del mondo e guadagnano nuovi entusiasti lettori. Così, Gabo diventa lo scrittore più influente della letteratura araba, è letto in Cina, dove il premio Nobel Mo Yan afferma di aver deciso di raccontare il suo vissuto in un remoto villaggio scoprendo che García Márquez narrava di quel recondito luogo del Caribe colombiano chiamato Macondo. Forse perché in questa comarca della Nostra America uno scrittore seppe costruire un universo in cui milioni di abitanti della Terra, fino ai confini più remoti, non rinunciano all’orizzonte delle utopie.

Alfredo Varela, fedele messaggero della stella[3]

Cortázar, García Márquez, VarelaAlfredo Varela appartiene alla generazione d’intellettuali che fiorì in Argentina nella cosiddetta «epoca infame» (negli anni Trenta) e che fu segnata, come direbbe Carlos Agosti – stimato fratello del politico e saggista Héctor Pablo –, dall’appoggio alla Repubblica Spagnola e dall’opposizione all’avanzata del fascismo. Giovani scrittori argentini, alla ricerca della liberazione sociale e della redenzione umana, s’inserivano nella lotta politica e ideologica. Raúl Larra, compagno d’ideali, ricorda quando conobbe Alfredo in una soffitta del quartiere San Telmo, ove un gruppo di sognatori divorava i testi classici del marxismo, i grandi romanzi russi, la narrativa del gruppo Boedo, la poesia surrealista francese e i versi del poeta porteño Raúl González Tuñón. Dice Larra:

Capimmo presto che la libertà insita nell’uomo, e soprattutto nello scrittore, è parola vana se non va di pari passo con la difesa dei diritti umani, che non si limitano alla libera espressione delle idee ma includono la difesa della salute, del tetto, del pane, del lavoro, della piena realizzazione.[4]

Alfredo pubblica poesie e racconti nei Cuadernos della AIAPE, gruppo fondato da Aníbal Ponce che durante la già citata «epoca infame» raccoglieva intellettuali argentini nel solco della Alianza de Intelectuales para la Defensa de la Cultura, organizzazione antifascista sorta al Congresso degli scrittori di Valencia, tenutosi a Barcellona nel bel mezzo dei bombardamenti franchisti. Dal quotidiano La Hora, organo ufficiale del PC, emergerà la seconda occupazione di Alfredo: il giornalismo. Collabora anche con la rivista Ahora e con il quotidiano Crítica, servendosi di pseudonimi per evitare l’allontanamento e la censura.

La gestazione de El río oscuro

A casa di Álvaro Yunque, punto di riferimento per gli scrittori di sinistra, Varela conosce Marcos Kaner. Anarchico di nascita, Kaner aveva lavorato come mensú, ovvero bracciante agricolo stagionale, là dove l’albero della pregiata erba mate cresceva spontaneo in piena selva. Con il racconto delle proprie lotte, questo leader sindacale dei peones argentini catturò lo spirito ramingo e rivendicativo di Alfredo Varela, che parte per Misiones al fine di raccogliere in situ il materiale per le note che scriverà sul quotidiano Crítica.

Varela si addentra nella selva, registra le testimonianze dei mensú, persino di qualche caporale e repressore, e ricostruisce le condizioni barbariche cui erano sottomessi i lavoratori. Scrive una serie di articoli che pubblica poi su Ahora. Intorno agli anni ’20 nell’area dell’Alto Paraná ci furono grandi scioperi, puniti con cruente repressioni, con la complicità della polizia e dei funzionari locali. I cadaveri dei ribelli discendevano le acque come giacinti. Da lì il titolo del futuro libro: El río oscuro.

Per non pagare i salari, le industrie dell’erba mate condannavano il mensú alla condizione di eterno debitore, tramite la vendita esclusiva di alimenti e prestiti usurai. La corda si accaniva senza scrupoli sulle spalle dell’operaio-schiavo, che cedeva; a ogni tentativo di fuga partiva la caccia all’uomo, che terminava con la frusta o con la morte. Sono così forti le immagini di obbrobrio e sfruttamento, così vivide le testimonianze raccolte, così intenso il rapporto con la natura vergine, che lo scrittore valica il lavoro del giornalista e comincia a dirigere un’opera polifonica. Scorge la comparsa di un soggetto plurale, il protagonista collettivo, quando nel romanzo canonico che si occupa del sociale vige il conflitto tra l’eroe individuale e l’ordine precostituito.

Alfredo conosceva le note che Rafael Barrett aveva pubblicato su El Diario di Asunción nel 1908 a proposito delle piantagioni di mate in Paraguay. Il giovane dandy spagnolo, amico di Valle-Inclán, diventa un giornalista libertario nelle terre del Plata, e sarà tenuto fortemente in considerazione da Álvaro Yunque, e persino da Borges, e più tardi dal giovane scrittore paraguayano Augusto Roa Bastos. Dall’Argentina, Barrett parte per il Paraguay, dove trova il suo posto nel mondo: lì nacque un uomo nuovo, inserito nella realtà americana. Con questi presupposti, oltre allo stimolo dei racconti di Kaner e, soprattutto, con il vissuto che egli stesso sperimentò come giornalista impegnato, Alfredo si ritrovò con un grande tema che meritava una sinfonia maggiore. Ed egli era disposto a scriverla.

La narrativa latinoamericana e l’ingiustizia sociale

Pubblicato nel 1944, El río oscuro fu una novità nella letteratura della regione, romanzo pioniere nell’introdurre la tematica sociale e quella della rivendicazione operaia, libro di grande rilevanza nella narrativa latinoamericana contemporanea. È stato paragonato ad altri grandi romanzi, come ad esempio La voragine (1924) del colombiano José Eustasio Rivera che, essendo stato funzionario pubblico, aveva visto da vicino le sopraffazioni cui erano sottomessi i lavoratori da parte delle imprese che estraevano il caucciù in Amazzonia. Oltre a fungere da scenario alla spoliazione, ne La voragine la selva è una sorta di personaggio onnipresente e maligno. Al contrario, secondo l’interpretazione dell’accademico cubano Antonio Portuondo,[5] in El río oscuro la natura non è una forza assoluta e onnipotente che, malevola, lotta contro l’uomo; può essere dominante come contesto, ma non un nemico sovrannaturale. Il vero nemico è la spoliazione feroce, potenziata dal trattamento da schiavi in condizioni di lavoro barbariche, seguite da repressione e morte. Sono i padroni, e non la natura, a esporre i peones alle inclemenze della vita nella foresta. Riprendendo Portuondo, El río oscuro non è:

[…] una denuncia incorniciata dentro un paesaggio, bensì la realtà viva e integrale di uomini e di paesaggi all’interno di una drammatica forzatura dialettica, in un doloroso processo verso forme di esistenza superiori […] Con la forza descrittiva di un maestro, [l’autore] ha costruito un romanzo di spiccato accento drammatico. Senza cedere al pamphlet politico, con la più totale dignità estetica, vi ha denunciato la vita miserabile dei mensú, a partire dal loro accalappiamento al porto fluviale di Posadas, sulle sponde del Paraná. Ne El río oscuro sono presenti questioni universali che riguardano ogni essere umano: potere, ingiustizia, solitudine, amore, morte, esodo verso la terra promessa o marcia verso la libertà.

L’avanguardia e le sue sfide

Riconosciamo in Rodolfo Walsh, autore di Operazione massacro (1958), sulle fucilazioni dei militanti peronisti a José León Juárez per mano di quella che si faceva chiamare «Revolución Libertadora», l’indiscutibile creatore del romanzo-testimonianza o non-fiction, genere letterario che mescola il romanzo tradizionale con il discorso-testimonianza del giornalismo e della storiografia. Si dice che il romanzo-testimonianza sia un ibrido, perché in esso si fondono le caratteristiche di entrambi i generi; è chiamato anche racconto realistico o metafinzione. La sua paternità fu lungamente contesa dai nordamericani Truman Capote, autore di A sangue freddo (1966) e Norman Mailer, autore de Le armate della notte (1968). Ma Walsh li anticipò di diversi anni.

Riteniamo che El río oscuro (1943) abbia meriti sufficienti per essere considerato l’antecedente del romanzo-testimonianza. Ricordiamo che nacque da otto note giornalistiche e da un consapevole lavoro sul campo, che include testimonianze raccolte dal dialogo con chi ha contribuito a dare vita allo sviluppo della trama e all’eroe collettivo dell’opera. L’autore intervistò, tra gli altri, uno dei villanos, il caporale Mattiauda, che compare nel testo col proprio nome. Vi è inoltre una ricerca sulla storia che precede le spoliazioni e il periodo coloniale nella zona.

Las aguas bajan turbias, il film

Nei primi anni Quaranta, Hugo Del Carril era una stella consacrata del firmamento artistico argentino. Amico intimo di Evita Duarte quando ancora non era Evita Perón, condivise sempre con lei gli aneliti di giustizia sociale e, di conseguenza, e senza alcuna speculazione, divenne un militante peronista. Non era strano, dunque, che cercasse l’autore de El río oscuro, romanzo che lo aveva profondamente impressionato. Lo incontrò in carcere: Alfredo Varela era prigioniero politico del regime, con un’accusa falsa e ridicola. Del Carril intercesse con l’allora presidente. Era solito raccontare l’attore e cineasta: «Mi chiese Perón: “Perché ti hanno preso?”. E io gli risposi: “Per aver urinato di fronte all’ambasciata sovietica”. Lui rise e mi disse: “Be’, alla fine siamo tutti un po’ comunisti, se quello che cerchiamo è la giustizia sociale”». Varela fu liberato immediatamente.

In un lavoro congiunto con Eduardo Borrás sul copione, El río oscuro, il romanzo, sarebbe diventato Las aguas bajan turbias. Borrás, esiliato spagnolo e giornalista repubblicano, si era fatto un nome nel paese come drammaturgo e autore per il cinema. Se alcune modifiche trovarono subito d’accordo i due grandi militanti del movimento popolare, altre furono più dibattute. Non ci fu da discutere su come impostare nel film l’inganno, le condizioni di lavoro disumane e la cupidigia dei padroni, e il modo in cui maturava la ribellione operaia, all’epoca in cui si stava dando vita a un sindacato di lavoratori. Finalmente, i mensú si sollevano e si vendicano duramente dei loro sfruttatori.

Ma il finale non convinceva il militante comunista. Il romanzo aveva un finale aperto, con la libertà come traguardo e il mensú nudo e in piedi sulla sua zattera che serpeggia lungo il Paraná. Egli intuisce che lo attendono nuove sfide, ma confida nelle proprie forze e nella propria coscienza, e sull’albero abbattuto lancia il caratteristico grido di vittoria guaraní. Non ha perso le speranze. Invece, nel finale pensato da Del Carril, il protagonista fugge verso un utopico sud, che allude alla città industrializzata. Il militante peronista dava per scontato che la schiavitù nelle piantagioni di erba mate presto sarebbe appartenuta al passato; era certo che il peronismo, salito al potere nel 1943 per compiere le rivendicazioni a lungo rimandate, avrebbe potuto sostenerle a oltranza, perché il movimento stesso si sarebbe sostenuto nel tempo. Varela esita di fronte a questo finale chiuso, di un trionfalismo assai ottimista, ed è qui che ha luogo la discussione più grande tra i due ideatori. È tuttavia corretto ammettere che, alla fin fine, sia il romanzo sia il film furono in questo caso strumenti valevoli di denuncia sociale e politica.

Sicché quella differenza tra i due (uno comunista e l’altro peronista, entrambi militanti onesti e valorosi della causa del popolo) non invalida l’altissima qualità de Las aguas bajan turbias. Debuttato nel 1952, il film è tra le opere più significative del cinema argentino, oltre che la più rappresentativa dello stile del cinema politico-sociale del suo regista e protagonista. Ebbe grande risonanza popolare, fu portato negli Stati Uniti e in Europa, ricevette commenti positivi dalla critica e numerosi premi in festival internazionali, ma fu proibito dall’allora sottosegretario per la stampa e la propaganda Raúl Alejandro Apold. La storia dei due militanti, contemporanei, ha i suoi parallelismi. Il film successivo di Del Carril, La Quintrala (1955) fu ritirato al dilagare della «Revolución Libertadora»; il regista fu nuovamente incarcerato e furono proibiti tutti i suoi film.

Alfredo Varela aveva ragione. Le sue perplessità su un’ascesa sociale lineare e inarrestabile dei lavoratori avevano fondamento, perché negli anni Cinquanta tale ascesa sociale s’inseriva in un contesto favorevole come quello del boom economico, ma sarebbe stata annientata dal golpe del 1955 e dalle successive dittature militari. Oggi che, dopo settant’anni dalla pubblicazione de El río oscuro, la classe operaia ha recuperato molti dei traguardi e dei diritti che le erano stati portati via, le attuali politiche d’inclusione affrontano tra le principali sfide la lotta al lavoro nero, area in cui i braccianti agricoli sono i più abusati. Il mensú è stato sostituito dal tarefero, bracciante agricolo che miete l’erba mate, di solito in condizioni di lavoro irregolari, senza copertura sociale, senza contribuiti pensionistici, indifeso di fronte ai suoi sfruttatori e con un sindacato che non lo difende. Anche se la motosega ha sostituito l’ascia, il romanzo di Alfredo Varela gode d’indiscutibile validità.[6]

Alfredo Varela e la lotta per la pace

Coi suoi trent’anni (era nato a Buenos Aires il 24 settembre 1914), Alfredo Varela aveva risolto una contraddizione dialettica che solitamente abbaglia gli intellettuali «progressisti» o politicamente «corretti», che si dibattono tra teoria e pratica, tra cultura e politica, cercando di trovare i percorsi che rendono possibile l’unione delle due questioni. Varela è la piena espressione dell’intellettuale gramsciano che, oltre a dispiegare un’instancabile azione culturale, si fa carico della lotta politica nel corso della vita, così da risolvere senza esitazioni la tanto spesso angosciante contraddizione tra la propria lucidità e la scelta di agire.

In molti attendevano in Argentina un secondo romanzo dopo El río oscuro, come anche in molti attendevano in Messico un secondo romanzo dopo Pedro Páramo, una delle opere maestre della letteratura mondiale del XX secolo. Juan Rulfo, l’autore, dedicò gli ultimi vent’anni della sua vita al lavoro nell’Istituto Nazionale Indigenista del Messico. Fu la sua forma di militanza. Quella di cui si fece carico Varela fu l’intensa lotta per la pace e l’attività politica per un mondo più giusto e pacifico.

Il Consiglio mondiale per la pace

Varela fu un attore fondamentale nella lotta per la pace, per il suo contributo intellettuale e concreto alla fondazione e allo sviluppo del Consiglio Mondiale per la Pace (CMP) e nella conformazione del movimento per pace in Argentina. Qui il MoPaSSol (Movimento per la Pace, la Sovranità e la Solidarietà tra i Popoli) è continuità e rinnovamento del Consiglio argentino per la pace. Fondato nel 1949 come parte del Consiglio mondiale, molto deve al fervore militante, all’enorme capacità lavorativa e all’esperienza organizzativa di Alfredo Varela, com’è solita ricordare il presidente Rina Bertaccini. Al termine della Seconda Guerra Mondiale, alla Conferenza di Yalta, già si manifestavano le prime crepe dell’alleanza tra gli Stati Uniti e il Regno Unito da una parte e l’Unione Sovieta dall’altra. Aveva inizio la Guerra Fredda tra le grandi potenze che avevano trionfato sul nazifascismo. E una demenziale corsa agli armamenti promossa dagli Stati Uniti e dai suoi alleati. Amico e grande collaboratore di Frédéric Joliot Curie nel CMP, Alfredo s’impegna attivamente a promuovere la coesistenza pacifica tra le nazioni e il disarmo nucleare. Organizza e partecipa a incontri, congressi, conferenze, interviste; scrive fiumi di note e articoli per smontare le strategie dei promotori di una Terza Guerra Mondiale. Nel 1958 avverte:

La tensione internazionale obbliga vaste comunità a vivere nell’oscurità e nel timore. […] Non ci sarà per nessuno sicurezza alcuna fin quando il destino dell’umanità dipenderà da un dito mercenario che spingendo un bottone possa sganciare la bomba nucleare, provocando una catastrofe; fin quando si terranno in piedi idee come “la politica del pericolo” e “sull’orlo dell’abisso”, tanto cara a Foster Dulles[7]. La tensione internazionale ha un’origine ben definita: le ambizioni di questa potente minoranza che controlla gli Stati Uniti di imporre il proprio dominio mondiale. Facendosi scudo della propria presunta superiorità militare, il gruppo imperialista ha imposto la Guerra Fredda, rifiutando sistematicamente le soluzioni pacifiche.

Varela continua a rivendicare la sovranità argentina alle Malvine. Condanna l’intervento yankee in Vietnam e incoraggia la solidarietà del popolo argentino con quello vietnamita. Segnala la responsabilità del nuovo Impero nello scoppio delle guerre locali in Medio Oriente, e la sfrontata persecuzione a Cuba mediante un blocco genocida. Durante la dittatura del ’76 in Argentina, lasciò temporaneamente il suo lavoro in Europa accanto a Joliot Curie nel CMP, perché la sua coscienza lo reclamava. Una volta a Buenos Aires, pubblicò assieme a Héctor P. Agosti e Ariel Bignami, e con il sostegno del PC, la rivista Contexto, nei cui sei numeri si denunciavano «l’oscuramento culturale», la persecuzione di autori e case editrici e altre distruzioni per mano della dittatura. Fu un onore per chi firma questa nota essere convocata da Alfredo per scrivere a proposito del divieto che pesava su due libri e sulle loro autrici. Egli non poté godere molto del recupero democratico del nostro paese: morì il 26 febbraio 1984. Come disse Raúl Larra: «La vita e l’opera di Alfredo Varela sono un esempio della totale devozione alla causa dell’uomo, che per lui non era un’astrazione».[8]

 

[1] Volodia Teitelboim, «Julio Cortázar» in Plural, Città del Messico, 1984.

[2] Osvaldo Soriano, Rebeldes, soñadores y fugitivos, Buenos Aires, Seix Barral, 1988 [Ribelli, sognatori e fuggitivi, trad. a cura di Glauco Felici, Einaudi, 2001].

[3] Ana María Ramb, articolo pubblicato nell’aprile 2014 in En el centenario de Alfredo Varela, Ediciones Mopassol, Buenos Aires, e qui rivisto.

[4] Rául Larra, Con pelos y señales, Buenos Aires, Editorial Futuro, 1986.

[5] José Antonio Portuondo Valdor, “Algunas consideraciones sobre El río oscuro» in Dialéctica, La Habana, Cuba, 1948.

[6] Il 3 febbraio 2014, il quotidiano El Roble informava che in un campo di Misiones, di proprietà del politico e imprenditore Ramón Puerta, il Registro Nazionale dei Lavoratori Agricoli aveva rilevato la presenza di braccianti agricoli non registrati che vivevano in condizioni disumane, senza alcuna protezione da parte del loro sindacato, l’Uatre.

[7] John Foster Dulles fu segretario di stato americano sotto la presidenza di Dwight Eisenhower (1953-1959).

[8] Citato da Rina Bertaccini in «Alfredo Varela: un homenaje necesario» in En el centenario de Alfredo Varela, cit.

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