«Lascia perdere il whisky. Mettiti a lavorare».

redazione Autori, Juan Carlos Onetti, SUR Lascia un commento

Un ricordo dello scrittore uruguayano Juan Carlos Onetti – di cui è imminente la pubblicazione del romanzo «Gli addii» nelle Edizioni Sur –  per la prestigiosa firma di Carlos Fuentes.

di Carlos Fuentes
Traduzione di Carmen Mangiola

Ricordo Juan Carlos Onetti a Montevideo. Indossava il pigiama e l’accappatoio. Viveva con sua moglie. Aveva lo sguardo assopito, assente, ma la lingua sciolta, presente. Sua moglie si arrabbiava con lui.
—Lascia perdere il whisky. Mettiti a lavorare.
Onetti, senza staccarsi dal bicchiere, mi fece cenno di uscire. Lo seguii. Con accappatoio, pigiama e bicchiere, arrivammo a un’altra casa, a un isolato e mezzo dalla prima, dove abitava la sua amante.
Mi raccontò la sua vita. Aveva fatto il custode, il cameriere e il bigliettaio per eventi sportivi. Dopo, si era messo a vendere Picasso falsi. Molti credevano fosse irlandese e si chiamasse “O’Netty”. E lui glielo lasciava credere…
—Lascia perdere il whisky— disse l’amante ed entrambi tornammo a casa di Onetti, a un isolato e mezzo di distanza.
Ci rincontrammo a New York, in occasione del celebre convegno del PEN Club organizzato da Arthur Miller. L’ospite d’onore era Pablo Neruda, che Miller era riuscito a far entrare negli Stati Uniti, nonostante le “liste nere” stilate dal governo di Washington e che includevano sostenitori di un “secondo fronte” contro Hitler, nella Seconda guerra mondiale. Alcuni scrittori latinoamericani nutrivano risentimento nei confronti della fama di Neruda. Onetti no: andava dovunque, si faceva fotografare con Neruda, non si curava di nessuno, andava alle conferenze e disturbava l’oratore impacciato o impreciso con un grido repentino.
—E Shakespeare, allora?
Quanto detto mi serve per collocare Onetti in un regno molto speciale dell’ironia, il Río de la Plata. Parlo di Borges e di Bioy, di Blanco e di Cortázar. Anche Onetti fa parte di questa famiglia, ma ancora più appartiene alla casa di Roberto Arlt, nella misura in cui entrambi sono, apertamente, scrittori porteños, e Buenos Aires è una città unica: non assomiglia a nessuna perché è un po’ tutte. Buenos Aires è una città spagnola, ma anche italiana. È una città ebrea, russa e polacca. È una città di prostitute francesi e dei protettori che le accompagnano. È la città del tango, e il tango non ha eguali. Non è soltanto “un pensiero triste che si balla” (Borges). È un melodramma dei bassi fondi, nel quale l’allegria non mostra il suo volto e al limite “uno cerca pieno di speranza…”. Ma la speranza muore “triste, avvizzita e malridotta” nelle lunghe notti dei cabaret. Sforzo ammirevole quello della grande Tita Merello di dare al tango una dimensione ironica. Ma lo ha reso solo ancora più strano.
Onetti trascende queste “influenze” poiché né le subisce né le esercita, ma crea, e facendolo, prosegue e porta avanti una tradizione. Lo scrittore appartiene a una tradizione che arricchisce di una creazione nuova. Tradizione e creatore sono debitori l’una dell’altro. Il problema delle “influenze” passa a far parte, in tal modo, della semplice aneddotica.
Viene in mente Céline: la prosa del pericolo imminente, la minaccia rimandata, il crimine e la trasfigurazione. La truculenza. In Onetti, però, non c’è l’antisemitismo di Céline: Onetti è troppo ironico per avere un’ideologia razzista, ma accoglie la sopramenzionata tradizione porteña di Arlt, ampliandone egregiamente il registro smilzo e dando piena voce alla vera sinfonia del Río de la Plata, Buenos Aires, su una sponda e Montevideo, sull’altra. Solo che la musica si percepisce a fatica poiché la metropoli di Onetti è un paese del fiume, la modesta Santa María, modesta quanto la Yoknapatawpha di Faulkner o la Aracataca di García Márquez. L’ubicazione ridotta permette l’espansione massima e Onetti crea la “saga di Santa María” che include romanzi come La vita breve (1950), Il cantiere (1961) e Raccattacadaveri (1965).
Mi limito a La vita breve, non solo perché è l’inizio della saga, ma anche perché è il romanzo in cui Onetti libera tutta la sua immaginazione narrativa in un’opera che, se non è l’atto di nascita della narrativa urbana ispanoamericana, (Lizardi, Machado de Assis, L’ombra del caudillo, altri rioplatenses come Mallea e Marechal, cileni come Manuel Rojas), quantomeno la ri-orienta lontano dalla agri-cultura contadina verso una agra-cultura urbana, in cui la tematica tradizionale, ancora viva in Carpentier, García Márquez e Vargas Llosa, è stata soppiantata, non dal naturalismo, non dal realismo, ma dalla realtà. E in Onetti, la realtà è qualcosa di più che se stessa. Non è solo la realtà visibile, ma anche quella in-visibile. E non è solo l’invisibilità della soggettività inespressa, ma la visione altra del mondo onirico.
Il sogno è protagonista de La vita breve proprio in virtù del fatto che anche la vita quotidiana e l’immaginazione lo sono. Il sogno in Onetti è sognato poiché esiste la vita di tutti i giorni e la veglia dell’immaginazione. I personaggi vanno e vengono, lavorano, viaggiano, amano, odiano, parlano. E immaginano: sono loro e sono, più che se stessi, ciò che potrebbero e vorrebbero essere nella loro immaginazione. Poi, dormono e sognano. Dov’è il confine tra la vita quotidiana, l’immaginazione e il sogno? Questa è la domanda di Onetti, che per rispondere fa appello alla vita quotidiana, all’immaginazione e al sogno, in misura, se non superiore, perlomeno diversa dagli altri scrittori rioplatenses citati.
È meno naturalista di Arlt. È più realista di Borges. Porta sogni e incubi nel mondo di Arlt. Porta strade, bar e case in quello di Borges.
Il sottoproletariato poliglotta è il corpo della prosa di Arlt-Onetti. La classe intellettuale di discendenza franco-britannica, il suo spirito. Onetti unisce corpo e spirito del Río de la Plata per scrivere una prosa nella quale la parlata della strada si mette al servizio del linguaggio dei sogni, e quest’ultimo serve il vocabolario dell’immaginazione.
La “saga” di Santa María racconta la storia di tre personaggi.
Il primo, Brausen, è un umilissimo impiegato.
Il secondo, Arce, aspira a una sorta di purezza tramite il crimine.
Il terzo, Díaz Grey, è un medico che esercita a Santa María.
Díaz Grey è turbato dall’intromissione di una donna, Elena, che si rivolge a lui con la scusa di farsi visitare, ma che è in cerca di incontri carnali.
Arce s’introduce gradualmente nella vita della vicina di casa, la Queca, una donna esuberante, bisessuale e dipsomane.
Brausen è sposato con una donna che era bella e giovane, ma che ora ha perso un seno.
Díaz Grey deve sopportare la comparsa del marito di Elena, la cui permissività sessuale nei confronti della moglie viene ambiguamente celata al dottore in modo che il suo appetito e curiosità sessuali, così ben tenuti a bada, inizino a vacillare e finiscano col cedere.
Arce viene ingoiato sempre più dal mondo fatale della Queca, dove la tentazione deve imporsi sulla promiscuità, la curiosità sull’evidenza e l’ansia romantica sulla volgarità senza rimedio.
Brausen lavora saltuariamente, a volte, per un produttore cinematografico, Stein, le cui fantasie artistiche non possono nulla contro gli interessi commerciali. Brausen segue Stein in ristoranti e cabaret, mentre la moglie del produttore, La Mami, evoca una vita immaginaria a Parigi, canta chansons d’amour, gioca a carte e racconta con incuranza nostalgica di Stein, che la conobbe e la volle quando non era vecchia e grassa, ma giovane e snella come le canzoni che canta.
Díaz Grey è catapultato fuori da orari e obblighi in un mondo dove casualità e assurdità si uniscono nell’infinita noia del nulla: né il rigore professionale né il piacere sessuale scuotono Díaz Grey, sorvegliato, come da due fantasmi, Elena e suo marito.
Arce non sa se entrare nel mondo fugace e senza senso della Queca. La disponibilità fisica e morale della donna lo istiga per la sua facilità, ma anche per la sua inaccessibilità. C’è un mistero nella trasparenza lasciva della Queca?
Brausen lascia che la moglie vada a visitare la sua famiglia in provincia, prende un taxi, incontra Stein e sente che la vita gli sta sfuggendo dalle mani. Come recuperare la propria esistenza? Come salvarsi dalla routine, dalla noia, dall’autocommiserazione, dall’autocompassione che lo minaccia? Una parete lo separa dalla Queca. Un fiume lo separa da Díaz Grey. Una città, Buenos Aires, lo separa da se stesso. Brausen è un puritano, non beve, non fuma, non fa sesso. Brausen è l’uomo-negazione. Al contrario, Arce è pura affermazione fisica. Vuole picchiare la Queca fino a ucciderla, mentre Díaz Grey sente che non è più padrone della sua volontà. Arce e Díaz Grey si sentono creati, senza autonomia. Ma allora, chi è il creatore? Chi trasmette quell’energia contagiosa che permette loro di esistere, parlare, muoversi ne La vita breve?
Díaz Grey inizia a sostituire il creatore sconosciuto. Attraverso Elena e suo marito, entra in un territorio che non è il loro pur di liberarsi di entrambi.
Arce decide di uccidere la Queca per dimostrare la propria autonomia, ma è preceduto da Ernesto, il giovane e torvo amante della Queca, che la uccide ed esime dall’obbligo Arce, per il quale uccidere la Queca era un atto di purezza.
L’intervento di Ernesto depreda Arce della sua azione. Allora si rivela un uomo passivo, proprio come Brausen, entrambi destinati — Brausen e Arce — a una sorta di cameratismo apparente. L’uno si riconosce nell’altro. Riconoscono un territorio condiviso e si rendono conto di vivere vite parallele, esistenze simultanee. Brausen ha inventato un alter ego chiamato Arce insieme al quale è entrato in un mondo che è, e non è, il loro. Un universo dove li attende Díaz Grey, che alla fine si scopre essere, quando va incontro a Brausen e Arce, la terza faccia della stessa persona: Brausen, inventore di Arce e Díaz Grey, nella misura in cui ognuno di loro si sente come se si svegliasse da un sogno che includeva il sogno sognato e in cui Brausen-Arce-Díaz Grey aveva sognato di sognare il sogno del romanzo intitolato La vita breve, scritto da un autore che si firma “Onetti”, ma che potrebbe chiamarsi “O’Netty”. Allo stesso modo in cui Cervantes è Saavedra e entrambi sono Cide Hamete, e l’autore del Chisciotte è uno sconosciuto che ha abbandonato il manoscritto tra i rifiuti…
Come Onetti può essere O’Netty.
Onetti-O’Netty appartiene anche, in tal modo, alla tradizione di Cervantes dell’autore indeterminato, molteplice o sconosciuto, e del genere dei generi: quella picaresca ed epica, urbana e non più pastorale, dell’emigrazione e non solo moresca, bizantina sempre. Il romanzo che sa di essere tale perché si legge da sé e sa di essere letto dai lettori.
Un romanzo, in fin dei conti, sognato. Non dimentico, nel capitolo delle influenze di Onetti, due capolavori onirici della letteratura, La vita è sogno di Calderón de la Barca, in cui Sigismondo è condannato a sognare. Ma, il sogno equivale alla vita? Da quando Sigismondo sogna? Da sempre? Da alcuni minuti? E fino a quando sognerà? Sigismondo, condannato a sognare, non può possedere nulla, eccetto il sogno nel quale vive.
L’altro è Il principe diHomburg di Heinrich von Kleist, in cui l’azione drammatica porta al sogno finale che la redime e la rinnova. Come spiega Marcel Brion, il “sonnambulismo” del principe di Homburg autorizza un “risveglio” lucido e attivo. Poiché, il risveglio è un’altra forma, inaspettata, del sogno? Ci muoviamo, parliamo, come sonnambuli nella “vita quotidiana”? E quanta vita viviamo dormendo?
Sono queste le domande, il lettore lo sa bene, che la letteratura universalmente si pone. Qual è il confine tra realtà e finzione? Tra finzione e sogno? E sogno e immaginazione?
Le opere di Juan Carlos Onetti risvegliano questi interrogativi della creazione per tutti noi, gli scrittori e i lettori di oggi e di domani.

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