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Vicini di casa, un estratto

Pubblichiamo oggi l’incipit di Vicini di casa [1] di Thomas Berger [2], il romanzo che il New York Times ha definito «divertentissimo e misterioso» e che ha ispirato l’omonimo film con John Belushi. 

di Thomas Berger
traduzione di Andrea Asioli

 

«Sarebbe stato carino da parte nostra», disse Earl Keese a sé stesso come pure alla moglie, che stava all’altro lato del tavolino da caffè, «invitarli a bere qualcosa».

«Possiamo sempre farlo domani», disse Enid. «Niente è davvero perduto».

«Ma è oggi che si sono trasferiti». Keese sorseggiò il suo vino trasparente con sguardo pensoso. «Trovo che, se bisogna fare una cosa, tanto vale farla quando va fatta, così uno non se la dimentica. Comunque non penso sia una tragedia. Potremmo addirittura non dargli nessun benvenuto formale. In fin dei conti non è mica un obbligo morale».

«Come dar da mangiare a uno che sta morendo di fame?»

«Esatto», disse Keese. Si alzò e si diresse verso la cucina. Nell’attraversare la sala da pranzo con la tappezzeria a tenui disegni dorati, si piegò leggermente per sbirciare, da sotto la lunga mantovana e sopra la serra a parete, nel giardino della casa accanto. Malgrado quello che aveva creduto di vedere, tirò dritto. Ricontrollò dalla cucina: era un grosso cane bianco, un levriero irlandese per la precisione, non un essere umano nudo carponi.

Se Keese avesse accettato alla lettera la testimonianza dei propri occhi, la sua vita sarebbe stata tutt’altra, una catastrofe, forse, perché andava soggetto a bizzarre illusioni ottiche che, pur non abituali, si manifestavano in lui non di rado. Cinque o sei volte l’anno credeva di assistere a fenomeni quali George Washington che urinava contro la ruota di un’auto parcheggiata (in realtà un’anziana signora china sul bastone), una suora che dava in escandescenze a un incrocio (vigile che dirigeva il traffico), un ratto di proporzioni gigantesche (pallone da football abbandonato) o un pervertito che con impudenza gli mandava un bacio dal finestrino posteriore di un autobus (viso di operaio che dormiva, adagiato sulla mano).

Questa strana malattia, o dono che dir si voglia, era affiorata in Keese con l’adolescenza. Mai però lo aveva tratto in inganno. L’unico inconveniente che gli aveva causato era una singolare inclinazione allo scetticismo. Talora, in effetti, la realtà assumeva sembianze assai bizzarre: c’erano davvero persone che tenevano cuccioli di pitone che poi scappavano e finivano per essere ritrovati, beatamente sonnecchianti, in un drive-in a tre chilometri da casa. Se Keese s’imbatteva in un fenomeno simile era convinto che fosse la solita illusione ottica. Non aveva creduto ai suoi occhi quando aveva visto un uomo grasso, nudo dalla testa ai piedi, salire la scalinata di un edificio pubblico. Ma quell’uomo era reale, e l’indomani mattina sul giornale apparve una foto che lo ritraeva di spalle (era sfuggito alla polizia, e le motivazioni del suo gesto rimanevano oscure).

Keese ammetteva a sé stesso che, in rarissime circostanze, qualcuna delle sue bislacche visioni potesse essere in parte o addirittura del tutto autentica; ma siccome non disponeva degli opportuni termini di confronto doveva, per autoconservarsi, rigettare costantemente qualsiasi testimonianza oculare. Insomma, si collocava agli antipodi del genere umano in relazione a una fondamentale e incontestabile verità: vedere è credere.

Adesso aprì il frigorifero e trovò la bottiglia di vino, che giaceva in posizione orizzontale. Come temuto, perdeva dal tappo di sughero, e sul coperchio del sottostante scomparto per la frutta e la verdura si era formata una piccola pozzanghera. Mentre storceva il naso, udì un colpetto alla porta sul retro. Lieto della distrazione, si raddrizzò e fece per andare ad aprire. Lungo il tragitto si aspettava di scorgere, dietro il grande pannello trasparente della porta a vetri, la persona che aveva bussato, tanto più perché le tende erano state staccate e messe a lavare. Ma non vide nessuno finché non raggiunse e aprì la porta, e solo allora notò il levriero irlandese, che si aggirava a un paio di metri di distanza. Ipotizzò che fosse stato l’animale a battere il colpetto: di altri candidati, in ogni caso, non c’era nemmeno l’ombra.

Portò la bottiglia di vino in salotto.

«Mi sa che hanno un cane», disse a Enid.

«Mmm, potrebbe essere un problema», rispose la moglie appoggiando giudiziosamente il calice sul tavolino da caffè. Da diversi anni Keese osservava la moglie solo in funzione di quello che faceva: in altre parole, vedeva l’attore solo tramite l’azione. Da ferma gli era invisibile.

«Be’, speriamo di no», disse lui, muovendo di sbieco il mento e dando di gomito a un fantomatico compagno.

Enid si alzò. «Direi che cenare non sarebbe fuori luogo».

«Nelle attuali circostanze», disse Keese, completando un vecchio adagio familiare le cui origini erano avvolte nel mistero: un film o uno spettacolo teatrale di vent’anni prima.

Enid, una donna alta già di suo, sembrava molto più imponente del solito, ma nell’uscire dalla stanza riprese le sue dimensioni abituali. Keese si accorse che il divano, dove adesso sedeva, era di poco più basso della poltrona che di norma usava a quell’ora del giorno. Non solo vedeva la realtà da un’angolazione meno propizia, ma lo spessore del suo addome subiva anche la spiacevole pressione esercitata dalla fibbia della cintura. Non essendoci nessun altro nel salotto, non aveva ragione di reprimere una certa quale tendenza alla stravaganza e, facendo un’orrenda smorfia, si rimise di scatto in posizione eretta.

Mentre si incamminava verso l’usuale poltrona, sulla quale, in contrasto con l’imbottitura spessa, si sentiva più snello, suonò il sordo gong del campanello. Keese era ormai in età abbastanza avanzata (quarantanove anni, per la cronaca) da considerare di cattivo auspicio qualsiasi visita gli giungesse senza congruo preavviso, ed era particolarmente sospettoso verso chiunque si presentasse nella fascia oraria in cui la gente come lui era solita cenare.

Si avvicinò con apprensione alla porta, la dischiuse parzialmente, e rivelò agli occhi del visitatore una prospettiva diagonale dell’ingresso della casa nonché i quattro quinti di sé, tenendo l’avambraccio e il polpaccio nascosti e pronti se necessario a far leva.

Per un brevissimo istante, rivolto com’era verso la testa della persona, non fu in grado di identificarne il sesso, perché vide un turbante e, sotto, un viso che, quantunque non indiano, mostrava una carnagione olivastra. La pelle era priva di trucco e impeccabile, mentre i lineamenti non erano così delicati da esigere l’appellativo di femminili.

Poi però Keese vide i due ragguardevoli coni che sporgevano dal torace. Benché sotto la stoffa opaca e scintillante della camicetta color ostrica avessero un aspetto più missilistico che mammellare, una volta identificato il sesso della nuova arrivata Keese non ebbe più dubbi sul tono da usare.

«Salve», disse con viso amichevole, «cosa posso fare per lei?»

«Tutto quello che vuoi», disse la persona sulla soglia. Quanto all’età, aveva all’apparenza da poco oltrepassato quella linea arbitraria che, secondo Keese, separava una ragazza da una giovane donna. Fu preso alla sprovvista dalla replica letterale al suo saluto, che consisteva in una formula di uso comune e non in un cliché da ridicolizzare. Nondimeno, lottando contro i pregiudizi che nutriva verso una creatura di quel sesso e di quell’età, stabilì d’essere nel torto, e ascoltò sorridente la battuta finale che concluse il discorso d’esordio dell’interlocutrice: «Il punto è cosa vuoi in cambio».

Dopo averlo punzecchiato, per un attimo la donna lo guardò in cagnesco, e si produsse poi in quel genere di risata che nel cinema muto avrebbe fatto pensare, per la violenza fisica, a un fragore assordante, ma che di fatto fu pressoché silenziosa. Aveva denti enormi.

Keese indietreggiò di un centimetro fingendosi inorridito e protendendo acconciamente le palme. «Signorina, le assicuro che le mie intenzioni sono più che oneste». Amava questo tipo di canzonature bonarie.

Ma all’improvviso la donna sembrò farsi prendere dall’ansia. Fissandolo sgomenta, disse: «Sono Ramona». La sua successiva affermazione fu quasi una domanda. «Sono la tua nuova vicina di casa

Keese fu tentato di risponderle con disincanto: «E io che ne so? Perché tutte queste incertezze?» Ma ovviamente frenò il proprio impulso; non si sarebbe mai rivolto con accento sardonico a una donna appena conosciuta. «Benvenuta fra noi», le disse invece. «Stavamo giusto parlando di invitarvi a bere qualcosa, poi abbiamo cambiato idea solo perché credevamo che oggi foste esausti. Ma entri pure, la prego».

A questo punto lui si esibì in qualche titubante passo di danza dalla soglia al primo gradino delle scale di ingresso, e viceversa. Il problema era tenere aperta verso l’esterno la porta a zanzariera e al contempo lasciare alla donna sufficiente spazio di manovra per entrare. Keese era tutt’altro che una silfide. Un’ulteriore complicazione nasceva dal fatto che Ramona sembrava incurante degli sforzi di Keese: la cosa più semplice sarebbe stata che lei tenesse ferma con il polso la porta spalancata; così lui avrebbe potuto arretrare verso l’ingresso mentre lei entrava.

Ma Ramona non mise mano alle operazioni, e allungandosi per darle tutto lo spazio possibile Keese dovette scendere di un gradino. Passando, lei lo speronò coi seni: a dispetto delle apparenze, quei coni erano reali e cedevoli. Fu l’incontro con una donna sconosciuta più esaltante che da tempo immemore fosse capitato a Keese.

Nel salotto, Ramona rimase come in attesa di un invito a sedersi, ma una volta ricevutolo, senza avvertimento, si precipitò come un turbine verso il pianoforte, afferrò la fotografia che stava lì sopra e disse: «Lei chi è, la tua pupa?»

Keese, immerso in fantasticherie, ora s’irrigidì. Il vocabolo si prestava all’ambiguità, e avrebbe potuto essere appropriato in quella sede se la persona effigiata avesse avuto qualche anno in meno. «Se intende “figlia”», disse, «allora sì, esatto».

Ramona si mise le mani sui fianchi. Sotto la camicetta di aspetto metallico portava un paio di pantaloni grigio-acciaio. Il turbante era striato di venature lilla.

«No no, dicevo la tua ragazza». E giù di nuovo con la rapida occhiata in cagnesco, seguita dallo scroscio di risa pressoché silenzioso. Se non fosse stato per il contatto con i suoi seni elastici, magari Keese avrebbe trovato ripugnante l’ironia di Ramona. La fotografia era un accurato ritratto della figlia ventunenne, che perfino gli estranei consideravano di non comune bellezza. Non era mai successo che qualcuno, maschio o femmina che fosse, guardasse quella foto senza aggiungere ad alta voce un commento di analogo tenore. Ma Ramona, forse spinta dall’invidia, ebbe l’audacia di rimanere zitta. La figlia di Keese aveva i capelli biondo-oro, la pelle chiara e gli occhi azzurri. Non si sarebbe potuto immaginare contrasto maggiore fra le due donne, benché peraltro la «pupa» di Keese somigliasse ben poco alla madre e per nulla al padre.

«Chi è il musicista in casa?», chiese ora Ramona, allontanatasi a falcate dal pianoforte, ma riferendosi con ogni evidenza a quello. Aveva il fondoschiena basso e le natiche lunghe, anche se a creare quest’impressione contribuivano in parte i pantaloni a vita alta. Indossava dei sandali con i tacchi a spillo da cui spuntavano unghie smaltate di rosso.

«Io», mentì lui, nel repentino quanto disperato tentativo di apparire talentuoso. Sarebbe stato fin troppo facile fingere un dolore alla mano se lei gli avesse chiesto di suonare. Ma, come lui si augurava, non lo fece.

«Perché prima parlavi al plurale?», gli domandò poi. «Intendevi tu e la tua pupa?»

«Io e mia moglie. Ah, e comunque piacere, Earl Keese». Le si accostò, nell’eventualità che volesse stringergli la mano, ma lei non approfittò dell’occasione. Lo fissò invece con tanta insistenza al di sotto della cintola che lui temette di avere la cerniera aperta e si girò per dare con discrezione una controllatina. La zip era chiusa ermeticamente.

Rincuorato, ma anche seccato con sé stesso, prese l’iniziativa. «Quindi si è appena trasferita, eh? Carina la casa. I Walker la curavano moltissimo, credo».

Bruscamente e in tono autoritario Ramona gli chiese: «Tua moglie è qui ora?»

«In cucina. Vado a chiamarla. Vorrà sicuramente conoscerla». Aveva già messo il piede nella direzione consona alla frase appena pronunciata, quando vide che Ramona scuoteva la testa.

«No», disse, «non voglio incontrarla». Afferrò il calice di Keese, che lui aveva riempito prima di andare ad aprire la porta, e bevve una sorsata.

Keese ne fu umiliato, oltre a indignarsi al pensiero che, da quando lei aveva premuto il campanello, non gli aveva concesso un attimo di pace durante il quale seguire le regole dell’ospitalità. Gli aveva mancato di rispetto in casa sua, un comportamento inaudito se non fra membri della stessa famiglia. Ormai non aveva senso darle un altro bicchiere, gesto che sarebbe valso unicamente a sottolineare in modo grossolano che gli aveva fregato il vino. Si limitò quindi a usare per sé il calice vuoto di cui si era servita Enid. Ma mentre stava per prendere la bottiglia, Ramona bevve d’un fiato il contenuto del suo bicchiere e, malgrado lui fosse in procinto di versarsene un po’, gli allungò impetuosamente il calice.

Keese lo rabboccò.

«Spero che possiamo diventare amici», disse Ramona dopo aver ricevuto la sua dose di vino.

«Ma sì, certo», disse Keese. «Con i Walker siamo sempre stati in buoni rapporti, per quanto non ci conoscessimo intimamente. Erano molto più vecchi».

«Non mi riferivo a ’ste stronzate da buona società», disse Ramona.

L’inusitata espressione, lungi dall’incoraggiare Keese, lo gettò nel panico. Per fortuna il suo metodo per combattere la paura consisteva nel simulare coraggio: da solo, di notte, vagando per una buia strada cittadina, la mascella serrata a morsa, scartava immancabilmente verso qualsiasi ombra minacciosa si offrisse ai suoi occhi, in base al principio per cui i malfattori aborrono l’iniziativa altrui.

«E va bene», disse cordiale, «d’accordo. Siamo amici. Ora però ricominciamo daccapo e riprendiamo il filo. Non so nemmeno come fa di cognome o se ha un marito. Ho visto il suo cane, nient’altro. Quando sono rientrato lei aveva già preso possesso della casa».

«Quale cane?», chiese Ramona. Dal momento in cui le era stato riempito, aveva appoggiato il calice senza più toccarlo. Nella bottiglia era rimasto appena un dito di vino per Keese: ma lui decise di desistere.

«Un levriero irlandese», rispose Keese. «Ero convinto fosse suo. E dire che pensavo di conoscerli tutti, i cani del vicinato».

«Perché non ti siedi?» Ramona fece una smorfia. «Mi innervosisci a startene lì impalato con quella bottiglia in mano».

Keese era troppo interdetto per opporre resistenza. La sua poltrona preferita era lì vicino. Vi si diresse e obbedì al comando.

Come se fino ad allora non avesse dato prova di sufficiente sfrontatezza, Ramona disse: «Oh, ecco, così va molto meglio, no?» Keese annuì con un sorriso tirato. Mostrando una sensibilità che le si sarebbe a stento attribuita, la donna aggiunse: «Ecco cosa intendo per essere amici: che bisogna parlare senza peli sulla lingua, e se il tuo amico non gradisce ti può sempre mandare a quel paese».

Keese aveva come il vago sospetto che, un po’ alla volta, sarebbe riuscito a prendere dimestichezza col suo modo di parlare. Nel frattempo fu in effetti ammansito dall’esposizione logica dei suoi ragionamenti. Fece un cenno con le mani. «Grazie, ora sto benissimo». Non seppe resistere alla tentazione di mettersi comodo, sollevando prima un’anca e poi l’altra, pur nella consapevolezza che quel gesto lo caratterizzava inesorabilmente come uomo di mezza età.

Quasi fosse in grado di leggergli nel pensiero, Ramona disse con tenerezza: «Non sei vecchio, solo grasso».

Aveva esagerato? A quanto pare, se avesse riflettuto sulla questione, Keese si sarebbe risposto di no. Ad ogni modo, non avvertì alcuno stimolo a protestare. Accettare l’insulto gli sarebbe costato molta meno fatica che affettare un’ira che per giunta non covava. Dopotutto, ciò che lei aveva detto era né più né meno che la verità, e lui andava fiero del coraggio con cui affrontava i nudi fatti.

Tuttavia tirò in dentro la pancia, rivolgendosi al tavolino che aveva all’altezza del gomito: «Ho l’impressione che a lei risulti pressoché impossibile trattenersi dal dire tutto quello che le passa per la testa».

«Forse ti sto solo mettendo alla prova», disse Ramona. «Io comunque non sono nessuno. Dico quello che voglio perché tanto non importa. A chi gliene frega qualcosa?» Si alzò in piedi. «Tua moglie sta preparando la cena?»

Keese non aveva tempo, né intenzione, di rimproverarla per quello sfogo di autocommiserazione. «Temo di sì», rispose, alzandosi con uno stupido senso di colpa. «A proposito, ha qualcosa da mangiare in casa? Qui in zona i negozi abbassano la saracinesca alle cinque, e l’unico ristorante in città è chiuso per ristrutturazione. Ora che ci penso, forse lei non ha ancora cenato. Le andrebbe di mangiare con noi? È da sola o con qualcuno?»

Ramona prese la mano di Keese fra le sue. «Earl… Ti chiami così, giusto, Earl? Prima vai da tua moglie e le chiedi se a lei va bene». Le dita di Ramona erano lunghe quasi quanto le sue, anche se non così tozze, com’è ovvio; e portava lo smalto alle unghie dei piedi, ma non alle mani. Keese aveva un orgoglio da difendere. «Il pane a casa lo porto io», disse. «Avrò pure il diritto di decidere chi lo mangia».

Lei alzò il braccio libero e gli puntò l’indice contro. «Non fare i capricci, Earl, sennò te la faccio pagare. Muoviti!»

Era assurdo essere bistrattati a quel modo nel proprio salotto, e quel che è peggio da una donna. Ma con allegria mista a vergogna Keese si scoprì eccitato, almeno fisicamente.

Per sua grande gioia, la cucina era situata all’estremità opposta della casa. Mentre ancora si trovava nella sala da pranzo, sentì la porta che dava in giardino aprirsi e chiudersi, ma quando mise piede in cucina vide Enid davanti al frigo, dall’altra parte della stanza rispetto alla porta, che teneva un peso con entrambe le mani: una vaschetta di plastica che aveva estratto dal freezer.

«Ehi», disse la moglie, «la vista di una zuppa di legumi ti rende così euforico?»

«Ce n’è abbastanza anche per un paio di ospiti?», domandò Keese, prospettando la possibilità che Ramona avesse un compagno (del quale, strano a dirsi, non era geloso).

Enid si ritrasse in un moto di sbigottimento che parve eccessivo. «A quanto pare è praticamente finita». Marciò verso la batteria dei fornelli, reggendo il contenitore di plastica quasi fosse una corona su un cuscino di velluto.

«Non dirai sul serio!»

Enid lo fissò con aria di sfida. «Avevo fatto male i calcoli».

Keese si sentì salire dentro una tremenda disperazione. Presto però capì che non aveva senso disperarsi, perché una scappatoia c’era. Si schiaffeggiò una mano e disse: «Andiamo fuori a cena. Sì!»

«No», disse Enid, girandosi incuriosita. Non aveva ancora posato il contenitore dei legumi. «Il Coachman è chiuso per lavori».

«A volte», disse Keese, scaldandosi, «la nostra vita è troppo circoscritta. Non siamo soli nella vastità della tundra. Caspita, abitiamo a soli cinque chilometri da un ristorante sopraffino e di fama nazionale, La Nourriture!»

Enid fischiò inspirando. «Mi pigli per i fondelli?» Ora finalmente posò il contenitore. «Hai qualche problema?»

«Che domanda stramba», disse Keese. «Se avessi qualche problema, festeggerei forse in un posto da venti dollari a portata?»

«Come minimo venti dollari», disse Enid. «Ma ti ci vedo più a festeggiare un problema che a goderti un successo. Conosco i miei polli».

Di solito Keese non si risentiva quando la moglie applicava alla sua persona l’esito di analisi evidentemente condotte su altri; anzi, era spesso lusingato di sentirsi attribuire tratti caratteriali e gusti da cui era sempre andato immune (ad esempio, «ti scaldi troppo facilmente», oppure «sei come mio padre, anche lui stravedeva per l’arrosto di vitello farcito»). Ma questa volta il giudizio distorto della moglie sembrava avere un’implicazione negativa che alimentò in lui una certa insofferenza.

«Sia come sia», disse, «però se vuoi venire alla Nourriture fa’ presto e vatti a cambiare».

Enid emise un sospiro e lanciò uno sguardo funereo al contenitore di plastica. «Sei libero di non credermi, ma io non ho nessuna voglia di uscire».

Keese accusò un’allarmante vampata di calore alla base del collo, malgrado la camicia sbottonata sul davanti. Capì che l’aumento del flusso sanguigno era riconducibile al pensiero di cenare a tu per tu con Ramona.

«Vuoi dire che stai a casa ma non hai nulla da obiettare se esco?»

«Proprio così», disse Enid. Era una donna molto piacente: anzi, era più bella adesso che da giovane, motivo per cui la gente dava per scontato che un tempo fosse uno schianto e che il suo fascino fosse ormai appassito. Nessuno, naturalmente, faceva quest’osservazione alla diretta presenza di Keese, ma lui lo intuiva comunque, rammaricandosi che non le venissero tributati i dovuti complimenti. Enid aveva un seno meraviglioso, e in certe condizioni di luce Keese era tuttora attratto dalle sue lentiggini. Ah, lei era… Ma Keese s’interruppe lì: la sua gratitudine stava rasentando l’isteria.

«Non ti ho detto chi pensavo di invitare», disse allora.

«Facciamo che rimanga una sorpresa», suggerì la moglie, e lui concordò, senza peraltro capire bene cosa intendeva. Poi ritornò di gran carriera nel salotto, svoltò l’angolo del corridoio e disse…

Non disse niente. Il salotto era deserto. Ramona era scomparsa, ammesso che fosse mai esistita. Le vecchie illusioni ottiche stavano forse prendendo il sopravvento su tutte le sue facoltà?

Si spostò a passi svelti nella sala da pranzo e guardò fuori dalla finestra prospiciente la porzione più sottile del proprio giardino e, oltre, il più ampio segmento del prato della casa a fianco. Per un attimo non vide nulla di animato, dopodiché riapparve l’ubiquo levriero irlandese. Sembrava quasi che il cane stesse brucando come un erbivoro. Di Ramona, invece, nemmeno l’ombra. Che razza di puttanella! Gli aveva rovinato il venerdì sera, se non l’intero fine settimana.

Rientrò nel salotto in preda allo sconforto. Ramona aveva bevuto il resto del vino bianco. Le scorte di alcol erano terminate, e il menù serale offriva solo legumi surgelati. Il suo orologio gli assicurò che lo spaccio del paese aveva chiuso un’ora prima e che di lì a mezzo minuto avrebbe chiuso anche il negozio di liquori.

Keese si stava ancora una volta chiedendo Perché?, quando nella stanza entrò bruscamente uno sconosciuto. Un uomo alto e muscoloso, con la testa ricoperta di riccioli biondi, si era infilato senz’alcun invito in casa sua!

 

© Thomas Berger, 1980. Tutti i diritti riservati.