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Il giro del giorno in ottanta mondi di Julio Cortázar, un frammento

Julio Cortázar Autori, SUR Lascia un commento

Spesso i poeti, i filosofi e gli scrittori provano un senso di estraneità dal mondo. Julio Cortázar ce lo racconta in questo frammento del Giro del giorno in ottanta mondi

di Julio Cortázar
traduzione di Eleonora Mogavero

 

Del sentimento di non esserci del tutto

Jamais réel et toujours vrai
(In un disegno di Antonin Artaud)

Per tante cose sarò sempre come un bambino, ma uno di quei bambini che fin dall’inizio portano dentro di sé l’adulto, in maniera che quando il mostriciattolo diventa adulto davvero succede che a sua volta questo porta dentro di sé il bambino, e nel mezzo del cammin si verifica una coesistenza raramente pacifica fra almeno due aperture sul mondo.

Tutto ciò può essere inteso in senso metaforico ma comunque è indice di un temperamento che non ha rinunciato alla visione puerile come prezzo della visione adulta, e questa giustapposizione che crea il poeta e forse il criminale, e anche il cronopio e l’umorista (questioni di dosaggi diversi, di tronche e di sdrucciole, di scelte: ora gioco, ora uccido) si manifesta nel sentimento di non esserci del tutto in nessuna delle strutture, delle tele che tesse la vita e in cui siamo al tempo stesso ragno e mosca.

Molti miei scritti vanno catalogati sotto il segno dell’eccentricità, visto che fra vivere e scrivere non ho mai ammesso una netta differenza; se, vivendo, riesco a dissimulare una partecipazione parziale alla mia circostanza, non posso invece negarla in quello che scrivo dato che scrivo proprio perché non ci sono o perché ci sono a metà. Scrivo per difetto, per dislocazione; e siccome scrivo da un interstizio, non faccio che invitare gli altri a cercare i propri e a guardare, attraverso questi, il giardino in cui gli alberi hanno frutti che ovviamente sono pietre preziose. Il mostriciattolo non demorde.

Questa sorta di costante ludica spiega, se non giustifica, buona parte di quello che ho scritto o ho vissuto. Ai miei romanzi si rimprovera una ricerca intellettuale sul romanzo stesso – quel gioco sul bordo del balcone, quel fiammifero accanto alla bottiglia di benzina, quella pistola carica sul comodino –, che sarebbe un po’ come un commento continuo dell’azione e spesso l’azione di un commento. Mi annoia argomentare a posteriori che nel corso di questa dialettica magica un uomo-bambino sta lottando per concludere il gioco della sua vita: un-due-tre-a-chi-tocca-tocca-a-te. Perché un gioco, a ben vedere, non è forse un processo che parte da una dislocazione per arrivare a una collocazione, a un piazzamento – goal, scacco matto, tana libera tutti? Non è il compimento di una cerimonia che si avvia alla fase finale che la corona?

L’uomo dei nostri tempi crede con facilità che la sua informazione filosofica e storica lo salvi dal realismo ingenuo. Durante conferenze universitarie e chiacchiere da bar arriva ad ammettere che la realtà non è quella che sembra, ed è sempre pronto a riconoscere che i suoi sensi lo ingannano e che la sua intelligenza gli produce una visione tollerabile ma incompleta del mondo. Ogni volta che pensa metafisicamente si sente «più triste e più saggio», ma la sua ammissione è momentanea ed eccezionale mentre il continuum della vita lo colloca in pieno nell’apparenza, la concretizza intorno a lui, la riveste di definizioni, funzioni e valori. Quest’uomo è un ingenuo realista più che un realista ingenuo. Basta osservare il suo comportamento di fronte a tutto ciò che è eccezionale, insolito; o lo riduce a un fenomeno estetico o poetico («era qualcosa di veramente surrealista, te lo giuro») o rinuncia subito ad analizzare l’intravisione che hanno potuto produrgli un sogno, un atto mancato, un’associazione verbale o causale fuori dal comune, una coincidenza sconvolgente, qualunque frattura istantanea del continuum. Se lo si interroga, dirà che non crede affatto nella realtà quotidiana e che la accetta soltanto pragmaticamente. E invece sì che ci crede, è l’unica cosa in cui crede. Il suo senso della vita è simile al meccanismo del suo sguardo. A volte ha un’effimera coscienza del fatto che ogni tot secondi le palpebre interrompono la visione che la sua coscienza ha deciso di ritenere permanente e continua; ma quasi subito il battito delle ciglia ridiventa inconscio, il libro o la mela si fissano nella loro ostinata apparenza. C’è come un accordo fra gentiluomini tra la circostanza e i circostanziati: tu non modifichi le mie abitudini, e io non ti stuzzicherò con un bastoncino. L’uomo-bambino però non è un gentiluomo ma un cronopio che non capisce bene il sistema di linee di fuga grazie alle quali si crea una prospettiva soddisfacente di quella circostanza, oppure, come succede nei collages mal fatti, si sente su una scala diversa rispetto a quella della circostanza, una formica che non entra in un palazzo o un numero quattro in cui non entrano che tre o cinque unità. A me questo accade in modo palpabile, a volte sono più grande del cavallo che monto, e certi giorni cado dentro una delle mie scarpe e prendo una botta terribile, senza contare la fatica per uscirne, le scale fabbricate nodo dopo nodo con i lacci e l’orribile scoperta, una volta arrivato al bordo, che qualcuno ha riposto la scarpa in un armadio e che sto peggio di Edmond Dantès nel castello d’If visto che negli armadi di casa mia non c’è neppure un abate a portata di mano.

E mi piace, e sono terribilmente felice nel mio inferno, e scrivo. Vivo e scrivo minacciato da questa lateralità, da quella parallasse effettiva, da questo essere sempre un po’ più a sinistra o più sul fondo rispetto al posto in cui si dovrebbe essere perché tutto si risolva in modo soddisfacente in un altro giorno di vita senza conflitti. Fin da piccolissimo ho assunto, a denti stretti, quella condizione che mi divideva dai miei amici e al tempo stesso li attirava verso chi era strano, chi era diverso, chi infilava il dito nel ventilatore. Non ero privo di felicità; l’unica condizione era coincidere di tanto in tanto con qualcuno che come me non si adattava in pieno all’etichetta che aveva cucita addosso (il compagno, il tipo eccentrico, la vecchia pazza), e di certo non era facile; ma ben presto scoprii i gatti, nei quali potevo immaginare la mia stessa condizione, e i libri, dove la ritrovavo in pieno. In quegli anni avrei potuto ripetermi i versi, forse apocrifi, di Poe:

From childhood’s hour I have not been
As others were: I have not seen
As others saw; I could not bring
My passions from a common spring

Ma quelle che per lo scrittore della Virginia erano stigmate (luciferine, ma proprio per questo mostruose) che lo isolavano e lo condannavano,

And all I loved, I loved alone

non mi allontanavano da coloro il cui universo rotondo condividevo solo in maniera tangenziale. Sottile ipocrisia, predisposizione per tutti i mimetismi, tenerezza che superava i limiti e me li dissimulava; le sorprese e le afflizioni della prima età si tingevano di piacevole ironia. Ricordo: a undici anni prestai a un compagno Il segreto di Wilhelm Storitz dove Jules Verne mi proponeva, come sempre, un rapporto naturale e intimo con una realtà per niente diversa da quella quotidiana. Il mio amico mi restituì il libro: «Non l’ho finito. È troppo fantastico». Non dimenticherò mai la sorpresa scandalizzata di quel momento. La fantastica invisibilità di un uomo? Dunque, potevamo incontrarci solo nel calcio, nel caffellatte, nelle prime confidenze sessuali?

Da adolescente, come tanti altri, credetti che il mio continuo estraniamento fosse il segno premonitore del poeta, e scrissi le poesie che si scrivono a quell’età e che, in quella fase della vita che ripete nell’individuo le fasi della letteratura, sono sempre più facili da scrivere della prosa. Con gli anni scoprii che se tutti i poeti sono estraniati, non tutti gli estraniati sono poeti nell’accezione generica del termine. Entro qui in un terreno polemico, chi vuole raccogliere il guanto lo raccolga. Se per poeta intendiamo alla lettera chi scrive poesie, la ragione per cui le scrive (non stiamo discutendo della qualità) nasce dal fatto che il suo estraniamento come persona innesca sempre un meccanismo di challenge and response; così, ogni volta che il poeta è sensibile alla propria lateralità, alla propria situazione estrinseca in una realtà in apparenza intrinseca, reagisce poeticamente (direi quasi professionalmente, soprattutto raggiunta la maturità tecnica); detto altrimenti, scrive poesie che sono come pietrificazioni di questo estraniamento, quello che il poeta vede o sente al posto di, o a fianco di, o al di sotto di, o al contrario di, con questo di che rimanda a ciò che gli altri vedono come credono che sia, senza spiazzamento né critica interna. Dubito che esista una sola grande poesia che non sia nata da questa estraneità o che non la traduca; ancor più, che non l’attivi e la potenzi sospettando che sia esattamente la zona interstiziale da cui si può accedere. Anche il filosofo si estrania e si disloca di proposito per scoprire le crepe dell’apparenza, e anche la sua ricerca nasce da un challenge and response; in entrambi i casi, sebbene i fini siano diversi, c’è una risposta strumentale, un atteggiamento tecnico davanti a un oggetto definito.

Abbiamo però già visto che non tutti gli estraniati sono poeti o filosofi professionisti. Cominciano quasi sempre con l’esserlo o il volerlo essere, ma arriva il giorno in cui si rendono conto di non farcela o di non essere obbligati a quella response quasi inevitabile che è la poesia o la filosofia davanti al challenge dell’estraniamento. Il loro atteggiamento diventa difensivo, egoista, se vogliamo, visto che si tratta di preservare soprattutto la lucidità, di resistere alla subdola deformazione che la quotidianità codificata produce a poco a poco nella coscienza con la partecipazione attiva dell’intelligenza raziocinante, dei mezzi di informazione, dell’edonismo, dell’arteriosclerosi e del matrimonio inter alia. Gli umoristi, certi anarchici, non pochi criminali e una quantità di scrittori di racconti e romanzi si collocano in questo settore poco definibile in cui la condizione di estraniato non comporta necessariamente una risposta di ordine poetico. Questi poeti non professionisti sopportano il loro spostamento con maggiore naturalezza e minore brillantezza, e si potrebbe perfino dire che la loro nozione dell’estraniamento è ludica in confronto alla risposta lirica o tragica del poeta. Mentre quest’ultimo ingaggia sempre un combattimento, i semplici estraniati aderiscono all’eccentricità fino al punto in cui l’eccezionalità di questa condizione, che è motivo di challenge per il poeta o per il filosofo, tende a diventare condizione naturale del soggetto estraniato che così ha voluto e perciò ha adattato la sua condotta a questa accettazione graduale. Penso a Jarry, a una lenta negoziazione a base di umorismo, ironia, familiarità, che finisce per far pendere la bilancia dalla parte delle eccezioni, per annullare la scandalosa differenza fra solito e insolito, e permette il passaggio quotidiano, senza una response concreta perché non c’è più challenge, a un piano che in mancanza di un nome migliore continueremo a chiamare realtà, ma senza che si riduca a un flatus vocis o a un ripiego.

© Julio Cortázar, 1967. Tutti i diritti riservati.

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