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Los Malditos – Jorge Barón Biza

Raul Schenardi Alan Pauls, SUR 3 Commenti

Alan Pauls, l’autore di Storia dei capelli, oltre che romanziere è un apprezzato saggista. Ricordiamo i suoi studi Manuel Puig. La traición de Rita Hayworth e El factor Borges. Recentemente è uscito, in un volume collettivo curato da Leila Guerrero, Los malditos (Edizioni dell’Universidad Diego Portales), un suo saggio dedicato allo scrittore argentino Jorge Barón Biza e al suo unico romanzo El desierto y sus semillas.

di Raul Schenardi

Leila Guerrero è una giornalista e scrittrice argentina abbastanza conosciuta in Italia (Suicidi in capo al mondo, Marcos y Marcos), dove è stata ospite l’anno scorso del festival di «Internazionale» a Ferrara. Il tema dei suicidi e dei cosiddetti «autori maledetti» deve starle particolarmente a cuore, se ha ideato questa indagine letteraria su scrittori e scrittrici latinoamericani che hanno sofferto, come ha dichiarato in un’intervista, «di un tormento interiore, che hanno vissuto alle intemperie, esseri troppo fragili per risolvere problemi che ad altri non costano tanta fatica, con una coscienza molto tormentata, una sensibilità esacerbata, persone sopravvissute a se stesse».

Leggiamo ancora nel prologo al libro che si tratta di vite segnate da «vari gradi di infelicità e di devastazione […] Perché si sono ammalati quando non c’era una cura, per non aver avuto amore né patria né genitori né casa né una direzione né consolazioni. Vissero in un mondo che gli sembrava troppo incomprensibile o troppo detestabile o troppo ostile, e l’affrontarono con ostilità, con disprezzo, in modo frammentario, fragile, spaventato».

Senza scomodare più di tanto l’etimologia (male dictus) o gli antecedenti dell’espressione «poeti maledetti» (Verlaine) – personalmente sono dell’avviso di Artaud, uno che se ne intendeva, il quale malediva chi aveva coniato la formula –,  bisogna riconoscere che l’approccio del libro è tutt’altro che scandalistico. Inoltre, i diversi saggi non sono stati affidati agli ultimi arrivati sulla scena letteraria latinoamericana (oltre ad Alan Pauls, fra gli altri, Edmundo Paz Soldan, Alberto Fuguet, Rafael Gumucio, Alejandra Costamagna), e questo fa sì, come ha notato la critica, che disegni una sorta di mappa o cartografia attraverso la quale è possibile ricostruire i destini (non solo biografici) di scrittori sicuramente marginali ma che hanno lasciato una traccia significativa.

Fra l’altro, i 17 autori scelti dalla Guerrero non sono esclusivamente poeti. Insieme ai poeti Rodrigo Lira (cileno nella linea di Nicanor Parra ed Enrique Lihn, suicidatosi nella vasca da bagno nel giorno del suo trentaduesimo compleanno), Alejandra Pizarnik (argentina suicidatasi a 36 anni con 50 pastiglie di Seconal durante un permesso dalla clinica psichiatrica dove era ricoverata), Martín Adán (peruviano pure segnato da una serie di ricoveri), Rafael José Muñoz (venezuelano con una lunga storia di alcolismo) César Moro (peruviano surrealista morto in povertà di leucemia), Porfirio Barba Jacob (colombiano dichiaratamente omosessuale e «scandaloso», morto di tubercolosi), Jorge Cuesta (messicano morto suicida a quarant’anni dopo aver tentato di evirarsi), compaiono gli scrittori Jaime Saenz (boliviano con gravi problemi di alcolismo), Joaquín Edwards Bello (cileno suicidatosi dopo aver sofferto di un’emiplegia), Teresa Wilms Montt (cilena ricoverata a forza in un convento, dove mise in atto il suo primo tentativo di suicidio), Samuel Rawet (scrittore marginale di origini ebraico-polacche attivo in Brasile), Bernardo Arias Trujillo (colombiano morto suicida a trentaquattro anni con un’overdose di morfina), Pablo Palacio (ecuadoriano morto in manicomio a quarant’anni), Calvert Casey (cubano morto suicida a Roma con un’overdose di sonniferi), Jorge Barón Biza (argentino, morto suicida come il padre, la madre e la sorella minore), Gustavo Escanlar (uruguayano, morto a quarant’anni nel 2010 per arresto cardiocircolatorio).

(Quest’ultimo saggio che chiude il volume, intitolato Gustavo Escanlar, todo no es suficiente, di Alberto Fuguet, è particolarmente ispirato: i due si conoscevano, e Fuguet ha realizzato un vero e proprio pellegrinaggio a Montevideo per conoscere la vedova e gli amici di Escanlar; avremo occasione di riparlarne.)

Ma veniamo al saggio di Alan Pauls, Jorge Barón Biza, el hombre del subsuelo. Nell’incipit ci presenta l’immagine di un giovane ventenne già dedito all’alcol (gin, preferibilmente) e impegnato in un programma esistenziale che include «puttane, gli ultimi quartetti di Beethoven e il gesto di ficcare ogni tanto la testa nel forno», ma da subito incombe la figura del padre, Raúl Barón Biza, «scrittore di pamphlet pornografici, provvisto di rendite milionarie, cospiratore politico». La madre, dal canto suo, figlia di un caudillo radicale, finirà in carcere per la sua opposizione a Perón. I due passarono tre decenni a separarsi e riunirsi, e proprio durante l’ultimo di questi divorzi, quando si ritrovano in un ufficio legale per firmare i documenti, Raúl getterà del vetriolo in faccia alla moglie, deturpandola per sempre, e poi si suiciderà.

L’unico, folgorante, romanzo di Jorge Barón Biza, El desierto y sus semillas (Il deserto e i suoi semi), inizia proprio con questa scena, seguita dal trasporto in ospedale. Il padre nel romanzo diventa Aron e la madre Eligia, ma sul narratore non ci sono dubbi: è il figlio, che da quel momento deve occuparsi di Eligia (non la chiamerà mai «mamma»), seguendola in una clinica di Milano dove chirurghi specializzati tenteranno di ridare sembianze umano al suo volto. Lui, intanto, nelle ore libere si da all’alcol e si accompagna con magnaccia e prostitute (finirà per sfregiarne una), nella Milano degli anni Sessanta, schiacciato dal peso del dramma familiare e affascinato dai cambiamenti che si operano nella carne della madre. Cambiamenti che descrive con sconcertante precisione, nella veste che si è scelto (ma poteva essere diversamente?) di testimone impotente, disperatamente impegnato a comprendere una storia familiare in cui l’odio e l’amore erano così ferocemente intrecciati.

Il romanzo fu presentato nel 1997 al premio Planeta, quando l’autore aveva 56 anni, ma non figurò neanche tra i finalisti. E fu respinto da tutte le principali case editrici. L’anno dopo fu pubblicato dall’ottimo Gastón Gallo, di Simurg, ebbe in seguito due riedizioni e cominciò a suscitare l’attenzione e gli unanimi giudizi entusiastici della critica. Vale la pena segnalare che fu recensito da un ammirato Gillo Dorfles sul «Corriere della Sera nel 2003». (Per inciso, nei dialoghi del romanzo si fa largo uso del cocoliche, un impasto linguistico di spagnolo e vari dialetti italiani che, a differenza del lunfardo, gergo della malavita poi nobilitato dal tango e pure contaminato da molti termini italiani, ha un’infima presenza nella letteratura argentina.)

Scrive a un certo punto Alan Pauls: «La sua vita è un caso drammatico che scaturisce dal fatto di portare un certo nome, una lotta incessante contro e per il nome».

E Jorge: «Originariamente sono stato iscritto all’anagrafe come Jorge Barón Biza. Ogni volta che i miei genitori si separavano, la coscienza femminista di mia madre esigeva che mi fosse aggiunto il cognome Sabattini, della sua famiglia. Il mio nome attuale è Jorge Baron Biza Sabattini. Non so se Jorge Baron [senza accento] Biza debba essere considerato l’altro mio cognome, il mio patronimico, il mio pseudonimo, il mio nome da professionista o una sfida».

Come osserva Alan Pauls, la quarta di copertina recava «uno dei coming out più brutali che si ricordino nella letteratura argentina, ed era dello stesso Barón Biza: “Una grande corrente di consolazione affluì verso di me quando si verificò il primo suicidio in famiglia. Quando si scatenò il secondo, la corrente divenne un oceano vacillante e senza orizzonti. Dopo il terzo, la gente corre a chiudere la finestra ogni volta che entro in una stanza situata a più di tre piani. In sequenze come questa è rimasta imprigionata la mia solitudine. Per il resto, sono nato nel 1942, mi sono formato in scuole, bar, redazioni, manicomi e musei di Buenos Aires, Friburgo, Rosario, Villa Maria, La Falda, Montevideo, Milano e New York. Ho letto Mann, ho tradotto Proust. Ho vissuto trent’anni del mio lavoro come correttore, negro, giornalista (dalle pubblicazioni di istituti psichiatrici a riviste dell’alta società) e critico d’arte”.»

E proprio a partire da questo breve annotazione Pauls, prima di analizzare il romanzo in dettaglio, sintetizza la sua argomentazione e in qualche modo anticipa le conclusioni: «Cento volte più brutale della quarta di copertina, El desierto y su semilla si svolge interamente in quella perversa tensione fra nome proprio e nome del padre, racconto dell’io e romanzo familiare, vita personale e archivio mitico dei genitori. […] El desierto y su semilla è l’autobiografia di un sopravvissuto: qualcuno per il quale la vita vera può enunciarsi solo al passato perché è già stata vissuta, progettata, scritta da altri […] Quella di Barón Biza è la tragedia radicale del sopravvissuto: non poter vivere se non come parassita, condannato a nutrirsi di ciò a cui è sopravvissuto».

La pubblicazione e il successo di critica del romanzo, tuttavia, non si rivelarono affatto un’ancora di salvezza per l’autore, che fu tra i primi a subire l’incipiente crisi argentina: si vide tagliare le collaborazioni giornalistiche ritrovandosi in condizioni economico-sociali sempre più precarie. E cominciò a soffrire di gravi problemi di salute, esito delle cattive abitudini. Fino alla decisione finale. Scrive in coclusione Pauls: «Baron Biza non si uccide per il peso di una genetica suicida, né per fedeltà alla tradizione familiare, né per le penurie economiche […] si uccide per esaurimento: perché il suo corpo non ce la fa più», e il suo unico romanzo, «in questo senso non significa unico, ma letale. […] Più che un’operazione di scongiuro, El desierto y sus semillas è una condanna. Il maledetto in questo caso non è Baron Biza (la cui esistenza invisibile è il riflesso invertito di quella del padre) ma il suo libro, che è straordinario e si rinchiude sul suo autore come una trappola.»

 

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