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La poesia di Fabio Morabito

Inauguriamo sul nostro blog una sezione dedicata alla poesia in lingua spagnola, presentandovi il poeta contemporaneo Fabio Morabito. Di lui pubblichiamo due poesie (in versione originale e italiana a seguire) estratte dalla raccolta Poesie (AUIEO, Trento 2005), curata e tradotta da Stefano Strazzabosco, di cui riportiamo anche l’introduzione e una breve nota biografica di Morabito.

È online da un paio di giorni il podcast [1] del matiné con Morabito e Strazzabosco al Babel Festival di Bellinzona del settembre 2010. La voce che introduce è quella di Vanni Bianconi, poeta svizzero di lingua italiana e direttore del festival.

Strange Fruit
di Stefano Strazzabosco

Fanno uno strano effetto i fusti delle palme tropicali presso i pini, i lecci e i platani dei nostri climi temperati. Vederne uno, per esempio a Vicenza, significa essere presi dall’incantamento di trovarsi altrove, magari sentendo aleggiare nella testa un pigro bolero di Conte.
Allo stesso modo, e contrario, può risultare straniante leggere queste poesie di Fabio Morabito: cresciuto a Milano, Italia, e trapiantato adolescente in terra d’oltremare, Morabito è un poeta che sogna in italiano, e scrive in messicano.
Forse per questo s’intuisce nel suo dire una continua sfasatura, un doppio fondo a scomparsa: qualcosa come lo scorrere simultaneo di due tempi diversi, o l’affondare le radici in differenti suoli. A strange fruit, indeed.
Per di più, Morabito è nato ad Alessandria d’Egitto (al pari di Ungaretti e Marinetti): e questo lo induce a trasformare il suo luogo natale in segno metafisico, una città della psiche più che un insieme concreto di strade, di case, d’acque e di sabbie. L’autore direbbe che tutti, prima o poi, nasciamo ad Alessandria.
Anche la sua poesia sembra puntare verso il medesimo luogo astratto e insieme geograficamente preciso, intrecciando dati reali con altri del tutto fittizi. E parrebbe non solo normale, ma ovvio, se non fosse che il peso accordato alla realtà è in questo caso maggiore che in altri poeti, quasi a tentare un radicamento estremo. Perciò la poesia di Morabito è stipata di presenze, e si basa in gran parte sull’osservazione del reale, compresi i suoi frammenti più triti e quotidiani: perché è il modo d’osservare che conta, è vero, ma ciò che si osserva è l’ancora che impedisce alla barca di andarsene.
Attraversando i paesaggi metropolitani e i deserti di Città del Messico, apparendo nei paesi che si affacciano su laghi sorti da vulcani, solcati da barche con reti come ali di farfalla, vasti come distretti; sentendo la sabbia e le leggere fosforescenze dell’acqua del Pacifico fissarsi negli occhi, camminando sulla terra battuta dai muli e dalle donne che vanno al mercato e in chiesa, mangiando una fetta di torta alla frutta in un bar giallo limone: Morabito cerca nelle cose la stessa pregnanza che cercava Montale ma, più cordialmente di lui, sa riconoscere in ognuna sia il frutto sia la pianta, con l’umiltà di chi chiede al mondo di parlare, e si dispone ad ascoltarlo.
Da qui il desiderio di aderenza alle cose, o di dar loro voce, che si esprime attraverso l’uso di una lingua trasparente, un lessico piano e colloquiale, in cui la testa vigila sul cuore, e lo slittare verso la prosa è frenato quasi solo dalla metrica e i suoni. Ma anche in questa lirica sobria e raziocinante, se non proprio ragionevole, è sufficiente scavare un po’ per ritrovare le tracce narrative più proprie dell’autore: che infatti è anche un eccellente scrittore di racconti.
Morabito ama rallentare il corso della propria scrittura (e prima ancora dei pensieri), per far sì che le cose di tutti i giorni, svestiti i panni dell’abitudine, assumano l’aspetto sgargiante di una nuova scoperta. Non è dunque l’indecifrabilità ciò che lo attira: al contrario, la sua felicità consiste nel saper decifrare, nel portare alla luce, nel dire e non nel nascondere. Siamo così lontanissimi da qualsiasi esperienza orfica (e a maggior ragione da qualsiasi post-ermetismo), e molto più vicini a un modo di fare poesia che non dimentica il confronto col lettore, la voglia di chiarezza, le minime cose da cui nascono le grandi. Anche se poi, naturalmente, dietro l’apparente “facilità” dei testi si muove uno scenario fratturato, sfaldato in più punti, mai cicatrizzato: come l’immacolato biancore della benda che protegge una ferita.
Buona parte della tradizione poetica italiana ha inteso la poesia come un magnifico uccello variopinto da tenere in gabbia, appannaggio di pochi. Come Prévert, Morabito cancella le sbarre, sbianca la gabbia. I suoi testi precisi ed affabili battono un’altra via: la stessa che percorre il loro autore nel suo viaggio quotidiano dalla notte al dí, o dalla lingua originaria a un idioma conquistato con pazienza, a forza di splendore.

Queste poesie sono tratte da: F. Morabito, Poesie, Traduzione di S. Strazzabosco, AUIEO, Trento 2005.

Ahora,
después de casi veinte años
lo voy sintiendo:
como un músculo que se atrofia
por falta de ejercicio
o que ya tarda
en responder,
el italiano,
en que nací, lloré,
crecí dentro del mundo
– pero en el que no he amado
aún -,
se evade de mis manos,
ya no se adhiere
a las paredes como antes,
desierta de mis sueños
y de mis gestos,
se enfría,
se suelta a gajos.
Y yo,
que siempre vi ese vaso
lleno,
inextinguible,
plantado en mí
como un gran árbol,
como una segunda casa
en todas partes,
una certeza, un nudo
que nadie desataría
(un coto inaccesible,
un refugio),
descubro una verdad
que por demás
siempre he sabido:
el que conquista
se descuida siempre
y por la espalda y la memoria
cojean los nómadas
y los advenedizos.
Hay que voltear atrás
tarde o temprano,
soldarse a algún pasado,
pagar todas las deudas
– de un sólo golpe
si es posible.
Así, si tú te vas,
idioma de mi lengua,
razón profunda
de mis torpezas
y de mis hallazgos,
¿con qué me quedo?,
¿con qué palabras
recordaré mi infancia,
con qué reconstruiré
el camino y sus enigmas?
¿Cómo completaré mi edad?

Adesso,
dopo quasi vent’anni
me ne accorgo:
come un muscolo
che si atrofizza
quando non viene esercitato
o reagisce
fin troppo lentamente,
l’italiano,
in cui sono venuto al mondo,
ho pianto,
sono cresciuto,
ma non ho mai amato,
mi sfugge dalle mani,
ormai non aderisce
alle pareti come prima,
diserta i miei sogni
e i gesti,
e raffreddandosi
perde i suoi pezzi.
Ed io,
che ho sempre visto questo vaso
traboccante,
inesauribile,
piantato dentro me
come un grandioso albero,
una seconda casa
onnipresente,
una certezza, un nodo
che non si sarebbe mai sciolto
(una riserva inaccessibile,
un rifugio),
scopro una verità
che in fondo mi era nota:
chi muove alla conquista
trascura la difesa,
la schiena e la memoria sono il punto
debole degli sradicati.
Bisogna pur girarsi
prima o poi,
saldarsi ad un passato,
pagare tutti i debiti
– d’un colpo solo,
magari.
Così, se tu mi lasci,
idioma mio più vero,
intima molla
dei miei errori
e dei miei slanci,
cosa mi resta?,
con che parole
ricorderò chi ero,
con quali rifarò
la strada che ho percorso?
Come potrò compire la mia età?

———————————–

Puesto que escribo en una lengua
que aprendí,
tengo que despertar
cuando los otros duermen.
Escribo como quien recoge agua
de los muros,
me inspira el primer sol
de las paredes.
Despierto antes que todos,
pero en alto.
Escribo antes que amanezca,
cuando soy casi el único despierto
y puedo equivocarme
en una lengua que aprendí.
Verso tras verso
busco la prosa de este idioma
que no es mío.
No busco su poesía,
sino bajar del piso alto
en que amanezco.
Verso tras verso busco,
mientras los otros duermen,
adelantarme a la lección del día.
Oigo el ruido de la bomba
que sube el agua a los tinacos
y mientras sube el agua
y el edificio se humedece,
desconecto el otro idioma
que en el sueño
entró en mis sueños,
y mientras el agua sube,
desciendo verso a verso como quien
recoge idioma de los muros
y llego tan abajo a veces,
tan hermoso,
que puedo permitirme,
como un lujo,
algún recuerdo.

Siccome scrivo in una lingua che ho imparato,
devo svegliarmi
quando gli altri dormono.
Scrivo come chi cava dell’acqua
dai muri,
m’ispira il primo sole
sulle pareti.
Mi sveglio prima di tutti,
ma in alto.
Scrivo prima che faccia giorno,
quando forse sono l’unico sveglio
e posso sbagliarmi
in una lingua che ho imparato.
Verso dopo verso
cerco la prosa di un idioma
che non mi appartiene.
Non cerco la sua poesia,
ma scendere dal piano
alto in cui mi sveglio.
Verso dopo verso
cerco, mentre gli altri dormono,
di prevenire la lezione del giorno.
Sento il rumore della pompa
che fa salire l’acqua alle cisterne
e mentre sale l’acqua
e inumidisce l’edificio,
scollego l’altro idioma
che nel sonno
è entrato nei miei sogni;
e mentre l’acqua sale,
io scendo verso a verso come chi
cava un idioma dai muri
e arrivo così in basso, a volte,
così bene,
che posso permettermi
il lusso
di qualche ricordo.

Nota biografica dell’autore
Fabio Morabito è nato nel 1955 ad Alessandria d’Egitto, da genitori italiani. Cresciuto a Milano, nel 1969 si è trasferito con la famiglia a Città del Messico, dove attualmente risiede. Lavora come ricercatore presso l’Universidad Nacional Autónoma de México (UNAM), e scrive in spagnolo.
Ha pubblicato i libri di racconti: La lenta furia (1989, 2002; trad. tedesca 1998), La vida ordenada (2000) e Grieta de fatiga (Premio Antonin Artuad, 2006); un libro di prose a mezzavia fra il saggio e l’invenzione, Caja de herramientas (1989; tradotto in Germania, Gran Bretagna e Stati Uniti); due romanzi brevi per bambini, Gerardo y la cama (1986) e Cuando las panteras no eran negras (1996; pubblicato anche in Italia col titolo Quando le pantere non erano nere, Salani, 2001). Nel 2004, al termine di un soggiorno in Germania, ha dato alle stampe También Berlín se olvida, una sorta di ritratto al bulino della grande città tedesca. Nel 2009 è uscito il suo primo romanzo: Emilio, los chistes y la muerte.
Per la poesia, finora sono usciti: Lotes baldíos (1985; premio Carlos Pellicer. Tradotto in francese nel 2003); De lunes todo el año (1992; premio Aguascalientes); la plaquette Ocho poemas (1997); Alguien de lava (2002); oltre alle antologie pubblicate in Spagna (El buscador de sombra, 1997) e in Venezuela (El verde más oculto, 2002).
Sul versante della ricerca, Morabito ha pubblicato un saggio che indaga la persistenza del mito arcadico in letteratura, Los pastores sin ovejas (1995); prima di questo era uscito El viaje y la enfermedad (1984).
Traduttore (la sua Aminta è uscita nel 2001) e docente di traduzione all’UNAM, ha curato la prima versione spagnola di tutte le poesie di Eugenio Montale.