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Rodolfo Walsh, quell’uomo / 2

redazione Autori, Ritratti, Rodolfo Walsh, SUR Lascia un commento

Pubblichiamo oggi la seconda parte di un approfondimento di Rodrigo Hasbún su Rodolfo Walsh. Il pezzo è apparso sulla rivista Dossier, che ringraziamo. Potete leggere la prima parte dell’articolo qui.

«Rodolfo Walsh, quell’uomo» / 2
di Rodrigo Hasbún
traduzione di Gianluca Di Cara

Dieci anni prima di isolarsi a Tigre, una sera di dicembre del 1956, in un bar di La Plata gli dissero che c’era un uomo che era stato fucilato ma che era ancora vivo. Questa frase, così forte alle orecchie di qualcuno che sapeva ascoltarla, lo sconvolse. Tre giorni dopo intervistò Juan Carlos Livraga, il fucilato, e diede inizio alle sue indagini sulle operazioni con cui il governo dell’autoproclamata Rivoluzione Liberatrice –la dittatura civico-militare che nel 1955 fece cadere Juan Domingo Perón – aveva cercato di fermare un tentativo di sollevazione.

La stupenda (e walshiana) cronista Leila Guerriero narra così ciò che accadde allora: «L’uomo che fino a dicembre era stato giornalista culturale e traduttore, all’improvviso divenne questo: un uomo che, per continuare le proprie indagini, cambiò identità, ottenne documenti falsi e un revolver e se ne andò di casa. Per settimane, per mesi, Walsh cercò, esaminò, verificò e trovò due, quattro, sette sopravvissuti. Ne pubblicò così le storie sotto forma di articoli, e non sulle raffinate pagine di Leoplán o Vea y Lea, ma sugli unici giornali che osavano farlo: settimanali e pubblicazioni corporative, a volte peroniste, a volte di destra, agli antipodi del suo pensiero (Walsh non era peronista, allora), ma poco gli importava. Quello che Walsh voleva era dire: che si sappia». 

Operazione massacro avrebbe dimostrato che i fucilati, in realtà, erano innocenti. Avrebbe inoltre dimostrato che era possibile fare un giornalismo che fosse ambito tanto quanto la migliore letteratura e che utilizzasse tutte le sue risorse senza dover chiedere il permesso a nessuno. Mettendo insieme una storia inedita, il ricorso all’intrigo tipico dello scrittore di racconti polizieschi, la ricerca meticolosa tipica invece del giornalista di lungo corso, la sensibilità dello stilista che ha fiducia nelle proprie parole e l’enorme talento di un uomo che sapeva ascoltare e osservare, dell’uomo che osava, Walsh creò questo libro vertiginoso, che lo avrebbe inserito con forza nel presente, obbligandolo a intervenire. Lo fece su mandato di una forte vocazione civica, agendo come un giornalista giustiziere che affronta il discorso del potere, puntando il dito sui colpevoli ed esigendo una punizione. Il Walsh che pubblica questi articoli, e quello che a partire da questi articoli crea un libro, crede ancora che riuscirà a ottenere qualcosa.

A parte la trasformazione personale e la scoperta di una nuova forma di scrittura – che ritorna a praticare poco dopo in un’altra indagine, Il caso Satanowsky – non ottiene assolutamente nulla. Lo dice lui stesso nell’epilogo della seconda edizione di Operazione Massacro: «I morti, ben morti; gli assassini, riconosciuti come tali, ma liberi». A tutto ciò, ovviamente, seguono la disillusione e un nuovo silenzio.

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Solo anni dopo riprenderà il mestiere perduto della cronaca. Raccolti in seguito in El violento oficio de escribir, molti dei suoi lavori di cronaca potrebbero facilmente essere annoverati tra i migliori scritti in spagnolo. Di notevole agilità e profondità, non solo obbediscono all’antico imperativo di rendere visibile l’invisibile, ma anche a quello di interrogarsi sui motivi dell’invisibilità e, nuovamente, di affrontare i responsabili, seppur facendolo, ora, con un registro più quotidiano.

Walsh, il Walsh della cronaca scritta tra il 1966 e il 1968, è il cronista che si interroga sull’origine delle cose e che svolge approfondite indagini fino a capirne l’origine. «Da dove viene questo pezzo di carne?», si chiede per esempio prima di chiudersi per settimane in un macello comunale dove vive a stretto contatto con i macellai. «Da dove viene la luce di casa mia?», si chiede prima di trasferirsi in una centrale elettrica per conoscere in prima persona le difficoltà quotidiane affrontate dai tecnici che si occupano dell’illuminazione cittadina. In tutti i casi, raggiunge il cuore di questi fenomeni in un solo modo, cioè rivolgendosi direttamente alle persone interessate, agli uomini e alle donne che permettono al mondo di continuare a funzionare. Walsh, il Walsh di questa serie, è il cronista che percorre le città al di sotto della città, quello che scopre le nazioni sepolte sotto un’immagine arbitraria e superficiale. Durante questi viaggi si occupa soprattutto di ascoltare gli altri, di capire il luogo da cui gli parlano. Le cronache di quegli anni, così precoci per quel tempo e ancora oggi così inquietanti, sono piene di gente: lebbrosi reclusi («La isla de los resucitados»), agricoltori caduti in disgrazia («La Argentina ya no toma mate» e «Viaje al fondo de los fantasmas»), altri che a Misiones frequentarono Horacio Quiroga («El país de Quiroga»). Sono anche piene di dati sempre contundenti e di una poesia scomoda, difficile, esemplare.

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A questa scrittura sociale ne antepone allo stesso tempo un’altra, più segreta, che segue una tradizione opposta a quella della cronaca.

Dice Blanchot che i diari sono il luogo in cui gli scrittori scrivono di ciò di cui non scrivono. Dice poi Canetti che «gli scrittori felici» sono quelli che hanno sempre qualcosa da dire. Il diario che Walsh iniziò a scrivere quando aveva già superato i trent’anni rivela lo scrittore infelice che a un certo punto ha solo molto da dire su ciò di cui non può parlare. Cerca di spiegarselo più e più volte, ma alla fine non resta che un uomo che parla da solo, un uomo che borbotta in silenzio sul proprio silenzio, cercando di convincersi che in realtà non gli interessa scrivere altri racconti o cronache, o quel racconto che in tanti si aspettano da lui e per cui ha già ricevuto una somma non da poco.

Nel diario ci avviciniamo a un uomo convinto che dubita, a un uomo severo che cade in errore, che cerca di sentire se stesso. Walsh si umanizza in queste pagine, guadagna spessore: quando va a prostitute («Aveva il ventre gonfio. Ci sono pensieri di piacere nella cattiveria, possedere una ragazzina di 16 anni incinta, spingere fino in fondo e sentirsi un maledetto, che si fotta, fottiamoci tutti»); quando qualche critica alla sua opera lo tormenta per settimane («Raimundo mi ha parecchio infastidito, quando ha detto che scrivo per i borghesi. Ma mi ha infastidito perché so che ha ragione, o che può averla»); quando cerca di essere diverso («Qualcuno mi insegni a cantare e a ballare. Qualcuno lasci briglia sciolta alla mia lingua, perché possa parlare con la gente: allora sì potrò parlare della gente. Qualcuno mi cauterizzi questa crosta di incomunicabilità e stupidità»); quando accetta la sua vulnerabilità mentre scrive a sua figlia Vicky («Noi moriamo perseguitati, nell’oscurità. Il vero cimitero è la memoria. È lì che ti proteggo, ti cullo, ti elogio, e forse ti invidio, mia adorata»); quando indaga, immensamente impotente, sulla rabbiosa confluenza di letterature e politica, e sul luogo della scrittura in una vita di militanza come quella che ora sta conducendo. Sua figlia Patricia riassume alla perfezione l’incessante interrogarsi di suo padre in questa particolare situazione: «… come si scrive, si scrive allo stesso modo o in un modo diverso, per chi si scrive, come si scrive, quando si scrive e, infine, si scrive? Perché se uno deve fare tante altre cose, bisognerebbe vedere se si scrive, e se si scrive bisognerebbe vedere se si può scrivere».

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La ricerca della giustizia, la lenta trasformazione ideologica, la somma delle disillusioni, un nuovo richiamo al silenzio e all’azzardo sono fattori che si sono trovati a coincidere e che, nel 1968, hanno trasformato la sua vita, facendo sì che Walsh, oltre a essere uno scrittore che non scriveva, passasse i successivi dieci anni a lavorare come creatore e direttore del settimanale sindacale CGT della Confederazione Generale del Lavoro Argentina (dove pubblica la sua terza e ultima indagine, ¿Quién mató a Rosendo?), come militante delle Forze Armate Peroniste e, più tardi, di Montoneros (dove organizza il Dipartimento di Intelligence, di cui diviene responsabile), e ancora come creatore del giornale Noticias, dell’Agenzia Clandestina di Notizie, di una scuola di giornalismo nelle villas miseria e di Cadena Informativa, che mira a coinvolgere la società civile nella diffusione delle notizie.

Walsh si disinteressa completamente dell’istituzione letteraria, della sua superficialità, delle sue meschinità, del suo elitarismo. Vuole raggiungere il più alto numero possibile di persone e queste sue iniziative hanno un grande successo. Nel frattempo, un’ombra scura inizia a calare su tutto. I suoi ultimi anni sono anni di clandestinità, scanditi da un susseguirsi di perdite, fino ad arrivare a quanto discusso all’inizio di questo articolo: le divergenze con la dirigenza di Montoneros, il ripiegare in una casetta a San Vicente, qualche racconto iniziato dopo molto tempo e quest’ultima passeggiata per la città.

«Non ti dimenticare di annaffiare le lattughe», gli disse lei – Lilia, la sua quarta moglie – dall’altro lato della strada. Lui alzò la mano, sorridendo, prima di perdersi tra la folla.

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Annota nel suo diario, durante l’agosto del ’69: «Devo ricreare le abitudini, le circostanze materiali. Un ambiente piacevole in cui lavorare, una divisione armoniosa tra ciò che devo agli altri e ciò che devo a me stesso». Annota durante il dicembre del ’70: «Non voglio dire che fra poco compirò 44 anni. Pirí se n’è resa conto prima di me: “Hai smesso di essere uno scrittore”, mi ha detto l’ultima volta. Era un elogio, una cosa che la commoveva. Ho smesso?». Annota durante il febbraio del ’71: «Ce ne siamo venuti nella tenuta dove fantasticavo di scrivere al sole, di completare i lavori già iniziati, di allontanarmi un po’ dalle cose che mi bloccano. In realtà, però, le cose più importanti che ho fatto sono state dormire e giocare a poker. […] Se dico che non ho potuto finire la traduzione, continuare il racconto, scrivere alcuni articoli, verificare certe cose, pianificare il mio futuro, che non ho nemmeno potuto mantenere una parvenza decente di lavoro, riesco a farmi un’idea della portata della mia crisi. Non di tutta la sua portata, però».

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Esistono altri Walsh. Quello che visita la Palestina e scrive lunghi reportage contro la repressione esercitata dallo stato israeliano. Quello che scrive reportage anche dal Cile o dalla Bolivia. Quello che impara da autodidatta a decifrare messaggi segreti e che lo fa al termine del suo soggiorno a Cuba, scoprendo per primo i piani per l’invasione della Baia dei Porci. Quello che pubblica un articolo al riguardo, senza comunicarlo prima al regime cubano, e si imbatte in problemi che accelerano la sua partenza dal Paese.

Esiste anche il Walsh più personale, scherzoso, donnaiolo. Quello che quando torna da Cuba appende in casa una mappa dell’Avana su un muro e una di Parigi, dove non è mai stato, sull’altro. Quello che vende antichità, che cerca di imparare il giapponese. Quello che, secondo il racconto del suo amico Gelman, piange per un giorno intero quando viene a sapere dell’imboscata al suo amico Urondo. Quello che scrive lettere ai morti. Quello che ammira Borges e, più avanti, quello che lo disprezza. Il dormiglione, quello che non ha mai nemmeno un peso in tasca. Quello che ama il fiume e la pesca.

Queste sono alcune cose amate da quell’uomo (lo annota nel suo diario, nel marzo 1972): «Lilia le mie figlie il lavoro oscuro che faccio i compagni il futuro quelli che non obbediscono quelli che non si arrendono quelli che pensano e forgiano e pianificano quelli che agiscono l’analisi chiara la rivelazione delle cose nascoste il metodo quotidiano la furia fredda i titoli brillanti di domani l’allegria di tutti l’allegria generale che verrà un giorno la gente che si abbraccia la coppia innamorata la speranza incorruttibile immergersi negli altri».

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C’è questo, quindi: Walsh o la letteratura (e la vita) come un esercizio per immergersi negli altri, ma anche, non dimentichiamolo, come un faticoso procedere attraverso la propria stupidità. È in questo insolito incontro che forse è possibile trovare la sua migliore definizione. Tutto sembra indicare che, per lui, siano state la stessa cosa.

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