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Intervista a Karen Russell

collezione SUR Interviste Karen Russell
Autore: redazione
Data: 07/11/2025
Karen Russell

Di Dust Bowl, streghe e Grandi Pianure. Martina Testa (editor di edizioni SUR) intervista la scrittrice americana Karen Russell sulle suggestioni alla base del suo ultimo libro: L’Antidoto. Buona lettura!

Qual è stata l’idea iniziale per questo romanzo? E perché hai deciso di ambientarlo in un momento preciso del passato (gli anni Trenta), basandolo su fatti storicamente avvenuti (la Grande Depressione), invece di inventare un mondo di pura fantasia come nei Donatori di sonno?

Collezionesur36 Russell Lantidoto Cover

L’idea iniziale per L’Antidoto mi è venuta mentre finivo il mio primo romanzo, Swamplandia! Avevo fatto molte ricerche sulla storia dello stato in cui sono nata, meravigliandomi di essere cresciuta nel Sud della Florida, su una scogliera artificiale, senza aver mai capito fino in fondo come era arrivata a stabilirsi lì la nostra famiglia. Avevo letto, scritto, sognato e pensato tante cose sulla fantasia che era stata venduta alle persone, in Florida, coprendo la vera storia del territorio.

L’Antidoto è un romanzo che da allora, in qualche vaga forma, ho avuto in testa per quindici anni. Le sue origini ormai si perdono fra i ricordi, ma c’era l’immagine di una donna con un cornetto acustico all’orecchio, a cui un uomo raccontava un segreto: avevo in mente di scrivere di una donna che si guadagnava da vivere assorbendo e conservando i segreti altrui all’epoca della Dust Bowl. Non so mai da dove mi vengono le idee, so che questo libro ho cercato varie volte di scriverlo e varie volte ci ho rinunciato, ma l’idea non mi abbandonava mai. Fra il mio romanzo di esordio e questo ho scritto molti racconti, e fra i primi, non a caso, un paio mi hanno portata proprio nelle Grandi Pianure.

Faccio sempre molte ricerche, anche per i racconti: mi serve una buona base nei dati di realtà, prima di sentire che ho l’autorità e la capacità di immaginare qualcosa. In questo caso, mi sono trovata a usare il dispositivo fantastico della strega della prateria per parlare di un disastroso fallimento della memoria nel West americano, e quindi dovevo radicare solidamente il romanzo sia nei miti spacciati per storia (la dottrina del «Destino Manifesto», l’idea colonialista della «terra di nessuno»), sia nelle storie che sono state troppo spesso cancellate, distorte, ignorate dai pubblici archivi e dalla coscienza collettiva.

E cosa ti attirava nell’epoca della Dust Bowl, perché la trovavi affascinante?

Anche una parte di Swamplandia! è ambientata durante la Grande Depressione: è un periodo che mi affascina fin da piccola, forse per via delle storie che mi raccontavano i miei nonni – che l’avevano vissuta in prima persona – forse per le analogie con i nostri cicli di boom e recessione, le nostre crisi economiche ed ecologiche.

Quella della Dust Bowl è una storia che dimostra quanto gli eventi meteorologici possano fare e disfare nella vita delle persone, e per me ha anche profondi echi personali: nel 1992 la nostra casa è stata distrutta dall’Uragano Andrew, e proprio in quell’anno ho letto Furore, che resta uno dei miei romanzi preferiti: l’ho letto in un’età formativa e durante una crisi che ha segnato un «prima» e un «dopo» per la nostra famiglia e per tutta la Florida meridionale. Più o meno nello stesso periodo ho anche letto e amato I loro occhi guardavano Dio di Zora Neale Hurston, sono due romanzi potentissimi che continuano a ispirarmi.

Furore

Prima ancora di avere una lingua o un punto di vista per parlare di ciò che avevo vissuto, avevo questi romanzi che mi riflettevano ciò che vedevo in Florida: non conoscevo nessuno che non fosse stato toccato da quel tremendo uragano, ma la sofferenza che ne derivava non era uguale per tutti. È stata una lezione sull’arbitrarietà del destino: il martello delle intemperie non aveva colpito ovunque con la stessa forza: casa nostra era stata allagata e altre no, alcuni erano morti e annegati e altri no. Ma al disastro naturale è seguita una tragedia per cause umane. La nostra famiglia aveva i risarcimenti dell’assicurazione e le risorse economiche per ricostruire, molti altri no, e così ho imparato un’altra cosa che a undici anni non avevo le parole per spiegare: che nel sud della Florida milioni di persone avevano subito la stessa catastrofe, ma l’impatto variava moltissimo da una persona, una famiglia, una zona all’altra, che quei destini erano plasmati da forze diverse dal clima. Che negli Stati Uniti «fortuna» può voler dire quanti soldi uno ha in banca, o in che quartiere abita, o di che colore ha la pelle.

Molti vedono la Dust Bowl come un’analogia o un antecedente rispetto alla crisi climatica di oggi. All’inizio, in effetti, avevo il vago intento di raccontare una storia ambientata in quel contesto che avesse delle risonanze con i nostri tempi, con l’attuale crisi ambientale ed economica. Ma quello che ho via via imparato (e disimparato) sulla Dust Bowl e sulla Grande Depressione mi ha portata a mettere in discussione l’idea ristretta che avevo di quel periodo storico, i paraocchi con cui lo guardavo. In questo mi ha aiutata molto il lavoro di storici come Broc Anderson e James Riding In (in particolare i suoi saggi nell’antologia Native Historians Write Back), e della sociologa Hannah Holleman (Dust Bowls of Empire).

Infine: durante la Grande Depressione sia mio nonno che mia nonna lavoravano per agenzie create dal governo con il New Deal di Roosevelt: sono sicura che è da qui che in parte deriva la mia fascinazione per questo periodo, in cui si sovrapposero una serie di tensioni, crisi, esperimenti, ma anche di possibilità latenti.

Sei nata e cresciuta in Florida, ma questo romanzo è ambientato in Nebraska, a mezzo continente di distanza. Conoscevi il Nebraska prima di scrivere il libro, ci hai passato del tempo, ti ci senti a casa?

Ho ambientato in Nebraska sia alcuni racconti che questo romanzo, ed è un posto dove ormai amo tornare. Le praterie delle Sandhills mi ricordano le paludi delle Everglades in Florida. Il Platte è un fiume stupendo. È un paesaggio sublime, come nelle Everglades, dove il cielo sembra stendersi all’infinito sopra le onde dell’erba. E sono anche le persone che ci ho incontrato, gli sconosciuti che sono diventati miei amici, a farmi sentire il Nebraska come una seconda casa. Ci sono molti temi comuni fra le storie che ho ambientato in Florida e in Nebraska, penso che Swamplandia! e L’Antidoto siano collegati alla radice, in entrambi i casi si tratta di disseppellire storie nascoste, di fare i conti con le fantasie spacciate al posto delle verità, con le omissioni che ci impediscono di capire noi stessi, le mitologie che legittimano, in entrambi i luoghi, una tremenda violenza che continua a tutt’oggi.

E cos’è che rende la Florida e il Nebraska due stati di una stessa nazione? Forse, in parte, tutta una serie di mitologie e di retoriche che gli Stati Uniti hanno costruito su di sé: il mito della Frontiera, la Terra della Libertà, il self-made man, narrazioni «fondative» che sono state smentite dai fatti ma per molti reggono ancora. Tu senti la necessità di nuove mitologie, nuovi miti fondativi, nuove narrazioni unificanti per il tuo paese?

Penso che abbiamo bisogno di molte prospettive diverse sulla nostra storia condivisa, di molte più voci e visioni. Proprio come l’ecosistema della prateria fioriva grazie a un forte sistema di radici ancorate al suolo, e alla sua biodiversità, forse quello che ci serve davvero non è una narrazione unificante ma una policultura, una grande diversità di storie accavallate per capire più pienamente chi siamo, quante diverse lingue, culture e ontologie possono convivere splendidamente nello stesso posto, quanto è distruttivo radicarsi nel mito del suprematismo bianco, della terra nullius e del Destino Manifesto, in quella Storia monolitica con la S maiuscola.

Mi sembra che molte persone abbiano un fortissimo desiderio di riscoprire le loro radici, i loro valori e le loro tradizioni; di aiutarsi insieme a rifiutare e ripensare gli incentivi economici che ci portano a distruggere la nostra casa condivisa; di riorganizzare la propria vita tenendo in considerazione la base ecologica dell’esistenza umana, le leggi e i limiti degli ecosistemi da cui traiamo tutto.

Quanto alla necessità di orientarsi attorno a nuove storie, mi ha fatto molto piacere approfondire mitologie che onorano gli animali e l’acqua, che ricordano agli esseri umani che siamo parte della natura, e che succedono disastri quando fingiamo di poterci mettere di traverso a processi vitali che si sono evoluti nel corso di miliardi di anni. Per me questa rieducazione è passata in parte, per esempio, dal rileggere la Dust Bowl e la Grande Depressione come storie globali. Mi sembra che in tanti e tante, al momento, stiamo leggendo e scrivendo storie sulla nostra interconnessione, non solo fra persone ma all’interno di ogni comunità di esseri viventi non umani.

Ragiono molto su questi temi e sto facendo discorsi interessanti con tante persone diverse su chi e che cosa potremmo diventare se ci adoperassimo in direzione della vita, se facessimo veramente i conti, come nazione, con le sofferenze perenni su cui è stato costruito il nostro paese e cominciassimo a fare restituzioni e riparazioni: restaurando non solo la qualità del suolo ma anche dei rapporti fra le persone che di quel suolo e su quel suolo vivono.

La tua protagonista è una strega. Tradizionalmente, questa è una figura spaventosa che incarna oscuri poteri femminili, ma Antonina è anche una donna con molti traumi. Ci parli un po’ di lei?

È un’orfana siciliana cresciuta a Omaha, nel Nebraska. (La mia famiglia è siciliana da parte di madre, anche se purtroppo sappiamo pochissimo sulla vita della mia bisnonna.) È una donna traumatizzata che vende l’oblio come una panacea per tutti i mali, dalla gotta alla flatulenza, dai rimpianti alla nostalgia. In un istituto per ragazze madri le hanno tolto il figlio appena nato, e il buco che si porta dentro lo affitta come un magazzino per i ricordi dei suoi clienti: ogni volta che ne «depositano» uno, sussurrando nel cornetto, quel segreto esce dalla loro testa e sprofonda nel suo corpo. Antonina è una persona potente, il cui dono principale quando la incontriamo è la capacità di estendere i suoi momenti di black out agli altri: aiutandoli a dimenticare, temporaneamente, ciò che non sopportano di sapere. Tanti di noi inseguono, in modi diversi, forme momentanee di oblio, e ho concepito Antonina come una persona bravissima a sopravvivere al dolore «volando» in uno spazio vuoto; è una strega di questo tipo, le viene più facile fuggire dal suo corpo e dalla sua esperienza presente che svegliarsi, che tornare a casa. Volevo anche parlare delle lacune nella memoria, dei buchi nel cuore delle persone, di come queste omissioni si tramandano da una generazione all’altra, dei silenzi assordanti in tante nostre storie private e collettive, che accumulandosi finiscono per diventare una rimozione di massa, una grande amnesia.

Come mai hai deciso di aggiungere una giovane atleta alla tua galleria di personaggi?

Be’, da ragazzina giocavo anch’io a basket con le mie migliori amiche e mi piaceva l’esperienza del far parte di una squadra. È un personaggio che mi ha permesso di ragionare sulle regole, gli obiettivi, i costi di un’economia in cui chi vince piglia tutto, ma anche sull’incredibile smania di vita di queste giovani donne che non volevano smettere di giocare, anche in mezzo a una vera e propria apocalisse. C’è una bellissima storia della pallacanestro femminile di quell’epoca, e devo molto a Dust Bowl Girls di Lydia Reeder, su una giovane squadra di basket femminile negli anni Trenta. Anch’io come Dell ero una ragazzina piuttosto selvatica, e mi è piaciuto da morire scrivere di queste ragazze incuranti delle nubi di polvere e della Depressione, decise a trovare un modo per continuare a giocare.

Dustbowlgirls

Nel libro ci sono un cornetto acustico magico, una macchina fotografica magica, un campo incantato, uno spaventapasseri posseduto da uno spirito: che rapporto hai con la magia, ci credi o la trovi solo affascinante come dispositivo narrativo?

Mi viene difficile rispondere a questa domanda, non userei la parola «magico» forse «soprannaturale» è un termine più adatto per descrivere l’esperienza di Harp, per quel campo che sembra esistere in una bolla di strana fortuna o di protezione cosmica. Questi oggetti ed elementi fantastici mi permettono di dar vita alle parti della nostra realtà con cui è difficile vedersela alla luce di tutti i giorni, sotto l’incantesimo dei nostri nomi. Prendiamo la macchina fotografica che viaggia nel tempo, ad esempio: già una normale macchina fotografica per me è un oggetto assolutamente magico, nella sua capacità di usare la luce per catturare un attimo sulla carta, di fermare il tempo e trasferire quell’attimo in un futuro ignoto. La nostra immaginazione, i nostri occhi interiori in grado di attraversare i secoli e vedere mondi che non sono mai esistiti, ma potrebbero: cosa c’è di più magico di questo?

In appendice al libro nomini molti interessanti fonti storiche, ma quali sono state le tue fonti di ispirazione letteraria? Avevi altri romanzi e autori/autrici in mente, nell’immaginare o nello scrivere L’Antidoto?

Sì, tantissimi. Paradiso di Toni Morrison e Il cuore è un cacciatore solitario di Carson McCullers, Furore di Steinbeck e The Lost Traveler di Sanora Babb, Il giorno dei colombi di Louise Erdrich. Ma è un elenco molto incompleto. Willa Cather e Mari Sandoz sono due autrici che mi hanno introdotta alle Grandi Pianure ancora prima che ci mettessi piede. Anche il libro di Giobbe ha contribuito a dar forma a questo romanzo. (Spesso mi chiedono del Mago di Oz e sono sicura che ha avuto un’influenza inconscia, non si può scrivere di una tempesta di polvere e di uno spaventapasseri senza che scatti quel paragone, ma non lo citerei come una mia fonte di ispirazione consapevole o come un’opera con cui stavo dialogando.)

Sono sicura che al pubblico dei book club interesserà saperlo: c’è una gatta che ha un ruolo piccolo ma decisivo nel romanzo, sei un’amante dei gatti?

Questa gatta in particolare la amo molto, ma certo se mi squartasse a unghiate non potrei biasimarla. Nutro per lei un guardingo rispetto. In realtà per natura sono più un’amante dei cani. Io per prima ho un entusiasmo scodinzolante, un’energia calda da cucciolone bavoso, però i gatti mi piacciono, e in generale sono sempre felice quando c’è un personaggio non umano in un racconto o in un romanzo; nell’Antidoto questa prospettiva mi sembrava necessaria, sia come modo per allargare la lente e l’universo valoriale della storia, riconnettendo i nostri desideri e destini animali, il desiderio profondo di continuare e perdurare che è proprio di ogni forma di vita, sia per aggiungere, auspicabilmente, un tocco di umorismo. I gatti possono anche stranirmi e intimidirmi, si sono evoluti secondo linee diverse dai cani. Chi potrebbe scordarsi di Behemoth, nel Maestro e Margherita? I gatti della letteratura sono formidabili.

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