Ritorno alla vita: intervista a Salomé Esper
collezione SUR Interviste Salomé Esper ScritturaLa seconda venuta di Hilda Bustamante della scrittrice argentina Salomé Esper è un esordio tenero e luminoso, che con ironia e un finale sorprendente ribalta tutte le nostre convinzioni sulla vita e sulla morte. Qui il dialogo con la sua editor Giulia Zavagna.
La seconda venuta di Hilda Bustamante in apparenza non ha a che fare con quasi nessuna delle tendenze della narrativa attuale – non è autofiction, non è un memoir, non è una storia generazionale, ecc. –, né si può ascrivere con precisione a un genere specifico, per quanto si sia parlato di fantastico, di realismo magico… Credo sia stato proprio questo a colpirmi quando ho letto il libro per la prima volta, insieme a quel titolo stupendo. Com’è nata l’idea del romanzo, e come lo definiresti tu?
Volevo scrivere una storia fantastica, soprannaturale, o che rientrasse nell’ordine di quello che definiamo weird. In quel gigantesco ventaglio di possibilità ho valutato un paio di opzioni e, fra queste, ho scelto il ritorno dalla morte o resurrezione, che poi ha finito per trasformarsi in un semplice elemento di una storia più ampia, in cui funge quasi da pretesto.
All’inizio c’era il desiderio di sviluppare una trama proprio a partire da quell’elemento (all’epoca pensavo sarebbe stato un racconto, ma poi ha continuato a crescere), di giocare un po’ per vedere cosa poteva succedere, cosa potevo farne io attraverso la scrittura. Appena ho cominciato a ragionare sul ritorno dalla morte, è subito apparso il personaggio di Hilda, e con lei il mio interesse a mostrare l’assurdità di quella situazione, perché la morte è assurda quanto la vita. Hilda è una donna anziana, con una storia comune, in un luogo piuttosto normale: volevo esplorare il fatto che, alla sua età e con la sua storia alle spalle, non tornava dalla morte per vendicare né risolvere né completare nulla; ragionare su quel miracolo che è totalmente improduttivo stando a come si valutano le cose da qualche tempo a questa parte.
Non mi interessa definire il romanzo solo per poterlo inserire in una determinata categoria. Come esercizio creativo però mi sembra interessante, anche se continuo a non avere una risposta. Sono senz’altro convinta che non rientri appieno nei generi a cui viene associato nel senso che non ne esaurisce le possibilità, e forse ti direi che nemmeno ne soddisfa le caratteristiche. Non sono una critica né una teorica letteraria, non saprei dire quanto questo libro appartiene o non appartiene alle diverse categorie, e proprio per questo non mi turba non saperlo, anzi. Però mi piace l’idea di creare una classificazione personale, è un altro spazio creativo del quale appropriarsi.
La seconda venuta di Hilda Bustamante un romanzo con molti personaggi, a modo loro bizzarri e adorabili, che tu sei riuscita a caratterizzare perfettamente anche in poche pagine, e che restano a far compagnia molto tempo dopo la lettura. Ognuno ha le sue paure, i suoi desideri, le sue particolarità. Come li hai costruiti? Penso anzitutto alla grande Hilda, ma anche ad Álvaro, a Genaro, a Susana… Hai un personaggio preferito, e se sì perché?
Mentre scrivevo avevo la sensazione che i personaggi «apparissero» naturalmente. Quasi come se fossero in fila da qualche parte, in attesa di entrare in scena. La prima è stata Hilda, come vi raccontavo poco fa, e a partire da lei ho pensato a quali potevano essere le persone della sua vita, considerando che si trattava di una signora anziana, in una piccola città, con le sue particolari idiosincrasie.
Così sono apparsi Álvaro e le Devote, e con Álvaro anche Amelia e con Amelia è apparsa Gabriela. Genaro all’inizio era solo un nome utile a dare musicalità e ritmo a un giro di frase, e poi ho dovuto immaginare la sua storia e il suo ruolo nella vicenda, tutte cose che si sono risolte con la scrittura stessa. C’era una sorta di scelta logica dietro a ogni personaggio, ma mi interessava soprattutto mostrare la singolarità di ciascuno per evitare che diventassero semplici figure piatte.
Credo di non avere un personaggio preferito: penso con affetto a Hilda e ad Álvaro, quasi come se fossero persone reali che vivono lontano. E Amelia mi ha permesso di usare la scrittura in un altro modo, adottando il punto di vista di una bambina totalmente immersa in quel che stava vivendo, quindi ho per lei un affetto speciale.
Non si chiarisce esattamente dove è ambientato il romanzo, ma è evidente che si tratta di un paese o di una cittadina. In generale mi è sembrato di percepire un’atmosfera di «provincia», per dirlo in qualche modo, che ha molto a che fare con un senso di comunità, di collettività, e che sembra quasi essere un ulteriore personaggio. Ci racconti qualcosa in più di questo contesto non del tutto urbano, non metropolitano, e di quanto è importante nel romanzo?
Io l’ho sempre pensata come una cittadina, anche se un sacco di persone lo vedono più come un paese. Avrei scritto una storia completamente diversa se fosse stata ambientata in un paese, ma questo lo so solo io e capisco che le due dimensioni si possano confondere (anzi, credo che a considerarlo un paese siano soprattutto i lettori che vivono in una città grande o in una capitale).
In una cittadina c’è questa sensazione di costruzione di piccole comunità, ma al tempo stesso rispetto a un paese c’è una crescita lenta e continua, la differenza fondamentale tra i due mi sembra questa (ma forse nonostante il tono vagamente sociologico è solo frutto della mia immaginazione, presto arriverà qualcuno che vive in un paese a smentirmi). Ho cercato di tramettere quella sottile distanza per esempio nelle testimonianze alla radio, o nelle persone che passano fuori dalla casa di Hilda e non la conoscono.
In ogni caso, l’atmosfera del luogo è fondamentale perché di fatto è ciò che permette alla storia di svilupparsi, è una specie di presupposto che rende possibile la convivenza dei personaggi, alcuni rapporti duraturi nel tempo, la vicinanza, il conoscere una parte della vita degli altri, rispecchiare certi luoghi comuni…
Uno dei temi importanti affrontati nel romanzo è la maternità, o meglio le molte maternità possibili, e direi anche le famiglie che ci scegliamo. È un argomento che avevi intenzione di esplorare fin dal principio, o è scaturito dal personaggio di Hilda?
No, non mi ero riproposta di scrivere di maternità. È un tema che non mi interessa né a livello personale né come lettrice. È un aspetto arrivato insieme a Hilda, e al quale ho dovuto concedere lo spazio che richiedeva. Ovviamente questo non significa che io non pensi alla maternità, in quanto donna credo sia impossibile non farlo, e non perché sia naturale ma per la perenne discussione e le costanti domande che gli altri ti pongono fin dall’infanzia. Però non volevo in nessun modo imporre il mio punto di vista sul personaggio.
Credo che il desiderio di Hilda di avere un figlio sia genuino, e che l’impossibilità di esaudirlo la spinga a farsi delle domande in proposito. Quello che Hilda prova è un dolore talmente aleatorio, talmente ambiguo, perfino quando lei lotta per farlo scomparire, che mi sembrava interessante non esplicitare i suoi dubbi, le sue domande, lasciarle in uno stato quasi anteriore al pensiero: proprio per questo la accompagnano costantemente, e in qualche modo alimentano la sua tristezza.
Della maternità, più che la sua realizzazione, a interessarmi è proprio l’aspetto del desiderio, e il modo in cui spesso il desiderio non corrisponde alla realtà. Me ne sono resa conto anche scrivendo altri racconti in cui in modi diversi appare la figura della madre.
Hilda ha la straordinaria fortuna di tornare alla vita dopo essere morta, eppure la vita a cui ritorna è una vita ordinaria, normale, e proprio per questo incredibilmente intensa e piena di legami, questioni grandi e piccole da risolvere, contraddizioni. Credo che questo ce la faccia sentire ancora più vicina, e in generale nel libro c’è una spontaneità che non è così facile da trovare in letteratura. Ci racconti qualcosa in più su questo, e sul processo di scrittura del romanzo?
Sulla spontaneità non posso dire molto, se non che la considero un complimento e ti ringrazio.
Volevo scrivere una storia universale e farlo nel modo più delirante possibile, ma in fondo credo di essere vittima del mio stesso stile, in cui hanno una grande importanza le cose piccole, i gesti, i dettagli. Tutto quello che mi piace osservare, in generale, nelle persone e nelle cose.
Sul processo di scrittura posso dire un paio di cose solo adesso, mi sarebbe stato impossibile mettere a fuoco mentre stavo lavorando. Per esempio che la scelta di aver suddiviso La seconda venuta di Hilda Bustamante in capitoli brevi era un modo per rinnovare costantemente il mio interesse nel progetto; che nonostante il libro non sia troppo lungo mentre lo scrivevo ho attraversato varie fasi, ho avuto anche la tentazione di abbandonare del tutto il progetto, ma poi la curiosità di tornare a vedere cosa succedeva a tutta quella gente che abitava nel mio file Word ha avuto la meglio; che la maggior parte delle decisioni non le ho prese a priori ma mentre effettivamente scrivevo.
Di sicuro ci saranno altri aspetti che scoprirò più avanti, dei quali magari non mi sono ancora resa conto, e altrettanti che ora sto dimenticando. Senz’altro la cosa più bella è stata prendermi la libertà di giocare senza pensare a nulla se non a quel che stavo facendo.
Mi piacerebbe terminare l’intervista chiedendoti di raccontarci quali credi che siano state le maggiori fonti di ispirazione quando hai cominciato a scrivere questo romanzo: libri, film, musica, tutto quello che ti viene in mente.
Il romanzo per me è stato un’esperienza completamente nuova perché mi sono permessa di sedermi a scrivere senza chiedermi più di tanto a quale scopo. Per arrivare a quel punto mi è servito tantissimo essere esposta in modo più costante a riflessioni sulla scrittura e la lettura. Nel periodo in cui ho cominciato a scrivere il romanzo ascoltavo molti podcast di interviste a scrittori nei quali ognuno smentiva il precedente nel rispondere a quesiti sulla migliore ora del giorno per scrivere, il metodo, la biro, la trama e l’impulso creativo. Voglio dire: è stato importante rendermi conto che non c’era una sola verità ma ce n’erano migliaia, e che anch’io potevo avere la mia. Credo che questo sia stato decisivo per cominciare e continuare a scrivere e in questo senso lo considero l’aspetto che più mi ha condizionato.
Se dovessi entrare più nel dettaglio, mi viene in mente per esempio che nei mesi precedenti alla scrittura avevo letto alcuni romanzi con protagoniste in là con gli anni, come Las amigas di Aurora Venturini, Baño de damas di Natalia Rozenblum e Otras cosas por las que llorar di Luciana de Luca. In generale però mi sembra difficile parlare di fonti di ispirazione in senso stretto, perché ho sempre la sensazione che non si possano soltanto nominare, bisognerebbe in qualche modo rendergli giustizia, forse la mia è una visione un po’ drastica.
È una domanda che mi hanno già fatto e non ho mai saputo cosa rispondere finché un giorno non mi sono accorta che quando cercavo di descrivere un gesto o una qualità di un personaggio l’effetto che volevo ottenere era quello che mi hanno sempre fatto le vignette di Quino. Ecco, se potessi esprimere un desiderio, sarebbe di suscitare, con quello che scrivo, lo stesso effetto che Quino suscitava in me. Quindi anche questa a suo modo è una fonte di ispirazione. Credo che abbia qualche legame con il romanzo o che l’obiettivo sia stato raggiunto? Assolutamente no, ma ha a che fare con uno spazio creativo più ampio che è bello abitare per un po’.