Triste come lei

«Esbjerg, sulla costa», un racconto di Juan Carlos Onetti

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Il 23 febbraio è uscito in libreria Triste come lei, che riunisce le migliori prose brevi nella grande produzione di Juan Carlos Onetti. Pubblichiamo oggi un racconto tratto dalla raccolta.
Buona lettura!

«Esbjerg, sulla costa»
di Juan Carlos Onetti
traduzione di Angelo Morino

Meno male che il pomeriggio s’è fatto meno freddo e a tratti il sole, annacquato, illumina le strade e i muri; perché a quest’ora staranno camminando a Puerto Nuevo, vicino alla nave o passando il tempo da un molo all’altro, dal chiosco della Prefettura al chiosco dei panini. Kirsten, corpulenta, senza tacchi, con un cappellino schiacciato sulla capigliatura gialla; e lui, Montes, basso, annoiato e nervoso, che spia il volto della donna, impara senza accorgersene nomi di navi, segue distratto le manovre con le gomene.

Me lo immagino che si passa i denti sui baffi, mentre soppesa la sua voglia di spingere il corpo contadino della donna, ingrassato nella città e nell’ozio, e di farlo cadere in quella fascia d’acqua, fra la pietra bagnata e il ferro nero degli scafi dove c’è rumor di bollore e scarseggia lo spazio per potersi reggere a galla. So che sono lì perché Kirsten è venuta oggi a mezzogiorno a cercare Montes all’ufficio e li ho visti andarsene camminando verso Retiro, e perché lei è venuta col suo volto di pioggia; un volto di statua d’inverno, volto di qualcuno che è rimasto addormentato e non ha chiuso gli occhi sotto la pioggia. Kirsten è grossa, lentigginosa, indurita; forse avrà già l’odore di cantina, di rete di pescatori; forse avrà persino l’odore immobile di stalla e di panna che immagino debba esserci al suo paese.

Ma altre volte devono andare al molo a mezzanotte o all’alba, e penso che quando le sirene delle navi permettono a Montes di udire come lei avanza sulle pietre, strascicando le sue scarpe da uomo, quel povero diavolo deve sentire che si sta cacciando nella notte sottobraccio alla disgrazia. Qui sul giornale ci sono gli avvisi delle partenze dei bastimenti in questo mese, e giurerei di poter vedere Montes che sopporta l’immobilità dal momento in cui la nave lancia il fischio e comincia a muoversi finché non è così piccola che non vale la pena di continuare a guardare; muovendo a volte gli occhi – per domandare e domandare, senza mai capire, senza che gli rispondano – verso il volto carnoso della donna che si starà chetando, contratta durante frammenti d’ora, triste e fredda come se piovesse sul suo sonno e avesse scordato di chiudere gli occhi, molto grandi, quasi belli, tinti del colore che ha l’acqua del fiume nei giorni in cui il fango non è smosso.

Ho appreso la storia, senza capirla bene, la stessa mattina in cui Montes venne a raccontarmi che aveva tentato di derubarmi, che mi aveva nascosto molte puntate del sabato e della domenica per intascarle lui, e che ora non poteva pagare quanto gli avevano vinto. Non m’importava sapere perché l’aveva fatto, ma lui era furibondo per il bisogno di dirlo, e dovetti ascoltarlo mentre pensavo alla fortuna, così amica dei suoi amici, e solo di loro, e soprattutto per non incollerirmi, che in fin dei conti se quell’imbecille non avesse tentato di derubarmi, i tremila pesos sarebbero dovuti uscire dalle mie tasche. Lo insultai finché non riuscii più a trovare parole nuove, e impiegai tutti i modi che mi vennero in mente per umiliarlo finché non fu evidente che lui era un pover’uomo, uno sporco amico, una canaglia e un ladro; e risultò pure evidente che lui era d’accordo, che non aveva inconvenienti nell’ammetterlo dinanzi a chiunque se qualche volta mi fosse venuto il capriccio di ordinargli di farlo. E sempre da quel lunedì fu pattuito che ogni volta che io insinuassi che lui era una canaglia, indirettamente, inframmezzando l’allusione a qualsiasi chiacchiera, in qualsiasi circostanza ci trovassimo, lui avrebbe dovuto capire all’istante il senso delle mie parole e farmi sapere con un sorriso breve, muovendo appena da un lato i baffi, che mi aveva inteso e che io avevo ragione. Non lo convenimmo a parole, ma così succede da allora. Sborsai i tremila pesos senza dirgli nulla, e lo tenni per qualche settimana all’oscuro se mi sarei risolto ad aiutarlo o a denunciarlo; poi lo chiamai e gli dissi che sì, accettavo la proposta e poteva cominciare a lavorare nel mio ufficio per duecento pesos al mese che non avrebbe riscosso. E in poco più di un anno, meno di un anno e mezzo, avrebbe pagato quanto mi doveva e sarebbe stato libero di andarsi a cercare una corda per impiccarsi. Ovviamente non lavora per me; io non potevo usare Montes per niente dal momento che era impossibile che continuasse a occuparsi delle puntate delle corse. Ho quest’agenzia immobiliare per essere più tranquillo, poter ricevere la gente e usare i telefoni. Sicché lui iniziò a lavorare per Serrano, che è mio socio in certe cose e ha la scrivania accanto alla mia. Serrano gli paga lo stipendio, o lo paga a me, e gli fa passare la giornata dalla dogana ai depositi, da un capo all’altro della città. A me non conveniva che qualcuno venisse a sapere che un mio impiegato non era sicuro quanto lo sportello dell’ippodromo; sicché nessuno lo sa.
Credo che mi raccontò la storia, o quasi tutta, il primo giorno, il lunedì, quando venne da me rattrappito come un cane, con la faccia verde e un luccichio di sudore raffreddato, ripugnante, sulla fronte e ai lati del naso. Deve avermi raccontato il resto della storia in seguito, le poche volte che abbiamo parlato.

Era cominciata con l’inverno, con quei primi freddi secchi che fanno pensare a tutti, senza che ci si renda conto di cosa si sta pensando, che l’aria fresca e netta è un’aria di buoni affari, di sortite con gli amici, di progetti energici; un’aria lussuosa, se così si può dire. Lui, Montes, tornò a casa in una di queste sere, e trovò la donna seduta accanto alla stufa di ferro che guardava il fuoco ardere dentro. Non vedo che importanza abbia; ma lui lo raccontò così e continuò a ripeterlo. Lei era triste e non volle dire perché, e rimase triste, senza voglia di parlare, quella sera e per un’altra settimana ancora. Kirsten è grassa, pesante e deve avere una pelle molto bella. Era triste e non voleva dirgli cosa le succedeva. «Non ho niente», diceva, come dicono tutte le donne in tutti i paesi. Poi si mise a riempire la casa di fotografie della Danimarca, del re, i ministri, i paesaggi con mucche e montagne o come diavolo sono. Continuava a dire che non le succedeva niente, e quell’imbecille di Montes immaginava una cosa dopo l’altra senza indovinare mai. Poi cominciarono ad arrivare lettere dalla Danimarca; lui non ci capiva una parola e lei gli spiegò che aveva scritto a certi lontani parenti e ora arrivavano le risposte, sebbene le notizie non fossero molto buone. Lui disse per scherzo che lei voleva andarsene, e Kirsten lo negò. E quella notte o un’altra molto vicina gli toccò la spalla mentre lui stava per addormentarsi e prese a insistere che non voleva andarsene; lui si mise a fumare e le diede ragione in tutto mentre lei parlava, come se stesse dicendo parole a memoria, della Danimarca, della bandiera con una croce e di un sentiero sulla montagna per dove si saliva alla chiesa. Tutto quanto per convincerlo che era completamente felice in America e con lui, finché Montes non si addormentò in pace.

Per un certo tempo continuarono ad arrivare e partire lettere, e d’improvviso una notte lei spense la luce mentre stavano a letto e disse: «Se mi lasci, ti racconterò una cosa, e devi ascoltarla senza dir niente». Lui disse di sì, e rimase disteso, immobile accanto a lei, lasciando cadere la cenere della sigaretta sull’orlo del lenzuolo, con l’attenzione desta, come un dito su un grilletto, aspettando che spuntasse un uomo in quello che la donna stava raccontando. Ma lei non parlò di alcun uomo, e con la voce rauca e blanda, come se avesse appena pianto, gli disse che si potevano lasciare le biciclette per strada, o i negozi aperti quando uno va in chiesa o in qualsiasi posto, perché in Danimarca non ci sono ladri; gli disse che gli alberi erano più grandi e più vecchi di quelli di qualsiasi altra parte del mondo, e che avevano un profumo, ogni albero un profumo che non si poteva confondere, che restava sempre unico pur se mescolato agli altri odori dei boschi; disse che all’alba uno si risvegliava quando cominciavano a stridere gli uccelli marini e si udiva il rumore delle doppiette dei cacciatori; e lì la primavera se ne cresce nascosta sotto la neve finché non balza d’improvviso e invade tutto come un’inondazione e la gente fa commenti sul disgelo. È questo il periodo, in Danimarca, in cui c’è più movimento nei villaggi di pescatori.

Lei ripeteva anche: «Esbjerg er naerved kystten», ed era questo che impressionava Montes, sebbene non lo capisse: lui dice che questo gli contagiava la voglia di piangere che c’era nella voce di sua moglie mentre lei gli stava raccontando tutto ciò, a bassa voce, con quella musica che senza volerlo fa la gente quando sta pregando. Una volta e poi l’altra. Questa cosa che non comprendeva lo infiacchiva, lo colmava di pena per la donna – più massiccia di lui, più forte –, e voleva proteggerla come una bimba smarrita. Dev’essere, credo, perché la frase che lui non poteva capire era quanto di più remoto, di più straniero, usciva dalla parte sconosciuta di lei. Da quella notte cominciò a sentire una pietà che cresceva e cresceva, come se lei fosse malata, ogni giorno più grave, senza possibilità di guarire.

Fu così che arrivò a pensare che avrebbe potuto fare una cosa grande, una cosa che avrebbe fatto bene anche a lui, che l’avrebbe aiutato a vivere e sarebbe servita per consolarlo per anni. Gli venne in mente di procurarsi il denaro per pagare il viaggio a Kirsten fino in Danimarca. Andò in giro a chiedere quando non pensava ancora realmente di farlo, e venne a sapere che con duemila pesos ce l’avrebbe anche fatta. Poi non si rese conto che aveva dentro il bisogno di procurarsi duemila pesos. Dev’essere andata così, senza che sapesse cosa gli stava capitando. Procurarsi i duemila pesos e dirlo a lei un sabato sera, dopo la cena in un ristorante caro, mentre bevevano l’ultimo bicchiere di vino buono. Dirlo e vedere sul volto di lei un po’ arrossato per il pasto e il vino, che Kirsten non gli credeva; che pensava che lui mentisse, per un momento, per passare poi, lentamente, all’entusiasmo e all’allegria, poi alle lacrime e al proposito di non accettare. «Mi passerà», avrebbe detto lei; e Montes avrebbe insistito fino a convincerla, e convincerla inoltre che non tentava di separarsi da lei e che sarebbe rimasto qui ad aspettarla tutto il tempo necessario.

Certe notti, quando pensava nel buio ai duemila pesos, al modo di procurarseli e alla scena in cui sarebbero stati seduti in un séparé dello Scopelli, un sabato, e col volto serio, con un po’ d’allegria negli occhi cominciava a dirglielo, cominciava col chiederle in che giorno voleva imbarcarsi; certe notti in cui lui sognava nel sogno di lei, in attesa di addormentarsi, Kirsten gli parlò di nuovo della Danimarca. In realtà, non era la Danimarca; solo una parte del paese, un pezzo molto piccolo di terra dove lei era nata, aveva imparato una lingua, dove aveva ballato per la prima volta con un uomo e aveva visto morire qualcuno che amava. Era un luogo che lei aveva perduto come si perde una cosa, e senza poterlo scordare. Gli raccontava altre storie, sebbene ripetesse quasi sempre le stesse, e Montes credeva che stesse vedendo nella camera da letto i sentieri su cui lei aveva camminato, gli alberi, la gente e gli animali.

Molto corpulenta, contendendogli il letto senza saperlo, la donna se ne stava col volto verso il soffitto, a parlare; e lui era sempre sicuro di sapere come le s’inarcava il naso sulle labbra, come le si schiudevano un po’ gli occhi in mezzo alle rughe sottili e come si muoveva appena il mento di Kirsten mentre pronunciava le frasi con una voce spezzata, fatta della profondità della gola, un po’ faticosa da ascoltare.

Allora Montes pensò a prestiti in banca, a usurai e pensò perfino che io avrei potuto dargli del denaro. Qualche sabato o una domenica si sorprese a pensare al viaggio di Kirsten mentre si trovava con Jacinto nel mio ufficio badando ai telefoni e segnando le puntate per Palermo o La Plata. Ci sono giorni fiacchi, con appena mille pesos di scommesse; ma a volte spunta qualche buona occasione e il denaro arriva e supera anche i cinquemila. Lui doveva chiamarmi per telefono, prima di ogni corsa, e dirmi il livello delle puntate; se c’era molto rischio – a volte lo si sente –, io tentavo di mettermi al coperto passando puntate a Vélez, a Martín o al Basco. Gli venne da pensare che poteva non avvisarmi, che poteva nascondermi tre o quattro delle puntate più grosse, far fronte, lui da solo, a un migliaio di biglietti, e giocarsi, se aveva coraggio, il viaggio di sua moglie contro una pallottola in testa. Poteva farlo se si buttava; Jacinto non aveva modo di scoprire quanti biglietti giocavano a ogni telefonata. Montes mi disse che ci pensò su per un mese; pare ragionevole, pare che un tipo come lui debba aver esitato e sofferto molto prima di mettersi a sudare di nervosismo fra gli squilli dei telefoni. Ma io scommetterei molti soldi che qui sta mentendo; scommetterei che l’ha fatto in un momento qualunque, che si è deciso di colpo, ha avuto uno slancio di fiducia e ha cominciato a derubarmi tranquillamente accanto a quella bestia di Jacinto, che non ha sospettato niente, che ha solo commentato dopo: «Lo dicevo io che erano pochi biglietti per un pomeriggio così». Sono sicuro che Montes ha avuto un’intuizione e che ha sentito che avrebbe vinto e che non l’aveva previsto.

Fu così che cominciò a intascarsi puntate che si sono trasformate in tremila pesos e prese a girare sudato e disperato per l’ufficio, guardando i moduli, guardando il corpo da gorilla in camicia di seta cruda di Jacinto, guardando dalla finestra il viale che cominciava a riempirsi di macchine all’imbrunire. Fu così, quando cominciò a rendersi conto che perdeva e che i dividendi stavano crescendo, centinaia di pesos a ogni colpo di telefono, che prese a sudare di quel sudore particolare dei vigliacchi, untuoso, un po’ verde, gelido, che aveva in volto quando il lunedì a mezzogiorno ebbe finalmente nelle gambe la forza per tornare in ufficio e parlare con me.

Lo disse a lei prima di tentare di derubarmi; le raccontò che stava per succedere qualcosa di molto importante e di molto bello; che aveva per lei un regalo che non ammetteva paragoni né era una cosa concreta che si potesse toccare. Sicché si sentì poi obbligato a parlare con lei e a raccontarle la disgrazia; e non fu nel séparé dello Scopelli, né bevendo Chianti d’importazione, ma nella cucina di casa loro, succhiando lo zuccotto del mate mentre il volto di lei, di profilo e arrossato dal riflesso, guardava il fuoco guizzare dentro la stufa di ferro. Non so quanto avranno pianto, dopodiché lui l’accomodò pagandomi con l’impiego e lei si trovò un lavoro.

L’altra parte della storia cominciò quando lei, qualche tempo dopo, si abituò a restare fuori casa durante ore che nulla avevano a che vedere col suo lavoro; arrivava in ritardo quando si davano un appuntamento, e a volte si alzava molto tardi di notte, si vestiva e se ne andava senza una parola. Lui non aveva il coraggio di dire niente, non aveva il coraggio di dire molto e attaccare di fronte, perché stanno vivendo di quello che guadagna lei e dal suo lavoro per Serrano non salta fuori che qualche bicchiere che gli offro io di tanto in tanto. Sicché si tappò la bocca e accettò il proprio turno di infastidire lei col suo cattivo umore, un cattivo umore diverso e che si aggiunge a quello che è cascato loro addosso dal pomeriggio in cui Montes tentò di derubarmi e che penso non li abbandonerà finché vivranno. Diffidò e prese a riempirsi d’idee stupide finché un giorno non la seguì e la vide andare al porto e strascicare le scarpe sulle pietre, sola, e restarsene a lungo irrigidita a guardare dalla parte dell’acqua, vicina, ma discosta dalla gente che va a salutare i passeggeri. Come nei racconti che lei gli aveva raccontato, non c’era nessun uomo. Questa volta parlarono, e lei gli spiegò; Montes insiste pure su un altro punto che non ha importanza: si ostina a dire, come se io non potessi crederlo, che lei glielo spiegò con voce naturale e che non era triste né con odio né confusa. Gli disse che andava sempre al porto, a qualsiasi ora, a guardare le navi che partono per l’Europa. Lui ebbe paura per lei e volle lottare contro tutto questo, volle convincerla che quanto stava facendo era peggio che restarsene a casa; ma Kirsten continuò a parlare con voce naturale, e disse che le faceva bene farlo e che avrebbe dovuto continuare a recarsi al porto a guardare come se ne vanno le navi, fare qualche saluto o semplicemente guardare fino a stancarsi gli occhi, tutte le volte che poteva farlo.

E lui finì per convincersi di doverla accompagnare, che così paga a rate il debito che ha con lei, come sta pagando quello che ha con me; e adesso, questo sabato pomeriggio, come tante altre notti e mezzogiorni, con bel tempo, talvolta con una pioggia che si aggiunge a quella che sempre sta irrigando il volto di lei, se ne vanno insieme oltre Retiro, camminano per il molo finché la nave non se ne va, si mescolano un po’ alla gente con cappotti, valigie, fiori e fazzoletti, e quando la nave comincia a muoversi, dopo il fischio, si fanno duri e guardano, guardano fino a non poterne più, ognuno pensando a cose tanto diverse e nascoste, ma d’accordo, senza saperlo, sullo scoramento e sulla sensazione che ognuno è solo, che sempre si rivela spaventosa quando ci mettiamo a pensarci.

1946

© Juan Carlos Onetti, 1963. Tutti i diritti riservati.