Jessa Crispin

Ubriachi di apocalisse.
I sostenitori di Orwell fanno il tifo per la fine del mondo

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Jessa Crispin è stata una delle prime bookblogger americane, dirigendo dal 2002 a maggio del 2016 la rivista online Bookslut. Appassionata di tarocchi, radicale e militante, è portatrice di un’idea di femminismo che rifiuta molte delle semplificazioni correnti. Il suo pamphlet Why I Am Not a Feminist uscirà nel 2018 per BIGSUR.
Questo pezzo è stato pubblicato originariamente su
The Baffler e viene qui riprodotto per gentile concessione dell’autrice.

di Jessa Crispin
traduzione di Milena Sanfilippo

Ho visto l’ozonosfera scomparire, il mondo friggere indifeso sotto lo sguardo impassibile del sole, la scomparsa di ogni forma di vita umana. Ho visto un uomo scalare il ghiacciaio che un tempo era New York e macchine senzienti imperversare nella città di Chicago. Ho visto la società sbriciolarsi, lasciando solo un adolescente a salvarci. (L’ho visto molte volte.) Tutto questo per il mio divertimento.

Mark Fisher, morto all’inizio di gennaio, diceva che è più facile immaginare la fine del mondo che la fine del capitalismo. Di sicuro è più divertente. La nostra immaginazione è così sopraffatta e manipolata dalla drammaticità tossica dell’economia globale che siamo felici di sollazzarci a guardare il mondo intero che va in fumo, anziché fare qualcosa per impedirlo.

È evidente che la vita reale non farà altro che avvicinarsi gradualmente alla tv man mano che divoriamo l’apocalittico spettacolo della catastrofe ambientale, della detenzione di massa dei rifugiati, delle guerre con i droni e di un ordine mondiale in mano ai miliardari. Le nomine ufficiali dei membri del governo di Donald Trump sembrano già la premessa ideale per un nuovo film di supereroi. Ora che abbiamo sguinzagliato un esercito di formiche mutanti per il mondo solo un uomo può salvarci, e quell’uomo è…

Ma il nostro gusto per la catastrofe non si limita all’escapismo. Un numero sbalorditivo di teorici politici crede che l’unico modo per rendere il mondo un posto migliore sia distruggerlo. «Dopo l’apocalisse, il Regno»: così Deborah Danowski ed Eduardo Viveiros de Castro riassumono questa linea di pensiero in The Ends of the World. Prima dobbiamo raggiungere la fine ultima di questo mondo; poi potremo ripartire da zero. Sappiamo che questa idea delirante ha già attecchito all’interno della destra politica, con le nazioni che si distruggono a vicenda sperando nel paradiso di una «ricostruzione», ma continua a contagiare anche la sinistra, con gli accelerazionisti che puntano a velocizzare l’avanzata della catastrofe capitalista e ambientale, per consentirci, infine, di andare oltre.

Gli uccellacci della catastrofe, sia a destra che a sinistra, dimenticano che, quando tutto è perduto, le persone tendono a ripartire da quello che sanno, a ricreare quello che avevano un tempo: come la Polonia che dopo la seconda guerra mondiale ricostruì le sue città sostituendo ciascun mattone distrutto con un nuovo mattone, nello stesso identico punto. Nel frattempo, le nostre migliori menti ingegneristiche non lavorano agli argini per proteggerci dalle imminenti inondazioni, ma a un’astronave per andare su Marte.

Di certo non aiuta il fatto che, ogni volta che ci rimbocchiamo le maniche per cercare di risolvere i problemi spaventosi che abbiamo di fronte, ci viene ricordato che non stiamo facendo i conti solo con i disastri della nostra generazione, ma anche con quelli dei nostri genitori e della generazione ancora prima. Basta uno sguardo all’Accordo di Parigi – in cui i paesi partecipanti hanno detto sì, facciamo in modo che la temperatura del pianeta non aumenti di più di due gradi Celsius – per ricordarci che nessuno in realtà sa come raggiungere quest’obiettivo, e neanche se siamo in grado di raggiungerlo. Il caos continua, anzi va sempre più veloce. Come osservano Danowski e de Castro: «Stiamo per entrare […] in un regime del Sistema Terra che non è paragonabile a niente di quello che abbiamo conosciuto finora. Il futuro prossimo diventa imprevedibile, se non addirittura inimmaginabile fuori da un contesto fatto di scenari fantascientifici o escatologie messianiche». È quest’imprevedibilità immediata a preparare il terreno alla distopia, a quanto pare. E sembra che la nostra immaginazione si fermi proprio lì, alla distopia.

Che ne è stato degli utopisti – di quelli che credevano nella bontà innata dell’uomo, che aspetta solo una minima riorganizzazione sociale per farla uscire allo scoperto? Che ne è stato di quelli che riuscivano a immaginare futuri meravigliosi, non costruiti dalle macerie ma da qualsiasi cosa sia a nostra disposizione, oggi? Possibile che gli unici a credere ancora all’utopia siano i capi supremi delle grandi aziende, quelli che snocciolano banalità tipo: «In cinese le parole crisi e opportunità sono rappresentate dallo stesso ideogramma», o qualunque cosa reciti il loro semplicistico mantra?

Magari abbiamo semplicemente deciso che fosse più bello essere George Orwell (che veniva da una famiglia ricca) anziché H.G. Wells (di umili origini), che fosse più bello fare la parte del dissacratore che borbotta: «Bah, non funzionerà mai», anziché del ragazzino che afferma sorridendo: «Ecco, possiamo fare così». La figura di H.G. Wells che troviamo descritta nel libro Utopia e antiutopia di Krishan Kumar è quella di un uomo che soffriva tantissimo e voleva contribuire a prevenire la sofferenza delle generazioni future. Era un uomo che attraversava ciclicamente fasi di grande ottimismo e di grande disperazione, ma tornava sempre all’ottimismo, convinto che sia possibile l’uguaglianza senza totalitarismo. Non considerava la sua società ideale ‒ in cui la proprietà sarebbe stata condivisa, lo stato sarebbe stato guidato da illuminati e tutti sarebbero stati liberi di esprimere la loro unicità senza essere emarginati per questo – come qualcosa di impossibile né di inevitabile, ma come qualcosa cui ci si può avvicinare con la forza di volontà e l’immaginazione. Eppure i suoi critici, come Orwell e Huxley, non esitarono a snaturarne l’opera, a paragonare la sua visione a quella dei nazisti. Sapete chi ha una visione del futuro? Chi s’impegna attivamente a distruggerlo.

Il filosofo polacco Leszek Kolakowski era fermamente convinto che «la sinistra non può rinunciare all’utopia. Non può rinunciare agli obiettivi che, per il momento, sono irraggiungibili ma che conferiscono significato ai cambiamenti sociali». Nel 1969 scrisse:

Perché l’utopia è una condizione di tutti i movimenti rivoluzionari? Perché buona parte dell’esperienza storica, più o meno sepolta nella coscienza sociale, ci dice che gli obiettivi attualmente irraggiungibili non saranno mai raggiunti, a meno che non siano enunciati quando sono ancora irraggiungibili. Può darsi che ciò che è impossibile in determinate circostanze riesca a diventare possibile soltanto se viene espresso in un momento in cui è ancora impossibile. L’esistenza di un’utopia è prerequisito necessario affinché questa smetta, prima o poi, di essere tale.

 In altri termini, dar voce all’impossibile, all’irrealizzabile, al fantastico lo rende possibile a maggior ragione. L’importante è puntare in alto, anziché arrendersi al concreto, al ragionevole. Nella mitologia greca, Urano era il dio del cielo, delle idee, il dio di tutto ciò che era possibile. Suo figlio era Crono, dio del tempo, dei limiti. Crono castrò Urano, perché è questo che fa la realtà col possibile: lo priva di parte del suo potere. I testicoli di Urano furono gettati in mare, regno di Poseidone, regno dell’immaginazione, e da quell’incontro nacque Afrodite, dea dell’arte, della bellezza, dell’amore.

Donald Trump, con il suo tipico desiderio di ridurre qualsiasi cosa celi una forte complessità a una noticina a piè di pagina nel suo prossimo memoir (scritto da un ghostwriter), cerca ora di annettere l’immaginazione, minacciando di risucchiarla nel suo regime di «fatti alternativi» propagandistici. Intanto, la sinistra s’impegna a prendere le distanze dalle bufale, arretrando di fronte a qualunque cosa odori di creatività. Ma quando arriviamo a rifiutare l’immaginazione in quanto tale, il rischio è quello di sovracompensare. Non dovremmo rassegnarci. Magari è ora di mettere da parte Thanatos per il momento, anche solo per resistere alla deprimente propaganda di Trump, e ricordarci di Eros invece. I profeti e i geni vedono del potenziale in questo mondo. Senza la loro sfrenata fantasia, ci rimarrebbe soltanto Crono. Allora non ci sarebbe bellezza, non ci sarebbe amore – solo il dio dei limiti col suo falcetto.

© Jessa Crispin, 2017. Tutti i diritti riservati.