Manuel Puig

Manuel Puig: il grande scrittore popolare argentino

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Il bacio della donna ragno di Manuel Puig è in libreria: pubblichiamo oggi una riflessione dello scrittore argentino Luciano Lamberti sull’immaginario di Puig e la sua modernità. Il pezzo è uscito su Eterna Cadencia, che ringraziamo.

di Luciano Lamberti
traduzione di Pier Quarto

Il musical di Lars Von Trier con Bjork come protagonista: questo è Puig. I suoi personaggi, che non possono vivere nell’oppressione del reale, si inventano un mondo di colori e canzoni hollywoodiane per sopravvivere. Queste due realtà, che sono in conflitto tutto il tempo, corrispondono alla dimensione interna ed esterna dei personaggi, a ciò che loro credono sia il mondo e a ciò che il mondo è veramente.
Bovarismo cinematografico. Lo stesso che lo aiutò a vivere a General Villegas, dichiara Puig in un’intervista. Alla voce: relazione tra minuscolo villaggio e immaginazione enorme. Il caso di Aira, nato a Pringles, che crea un mondo di strane casualità e sentieri che si biforcano, il contrario perfetto del regionalismo e, forse, la sua celebrazione.

Da cosa vogliono scappare coloro che sognano di vivere in questo altro mondo? Dalla società degli anni Cinquanta, soprattutto nelle città piccole. Il mondo in cui i miei genitori sono stati bambini, il mondo che si può vedere, paradossalmente, in qualsiasi film dell’epoca, il mondo che si scorge tra le crepe dei sogni, il mondo quotidiano di queste casalinghe impazzite, di sessualità repressa, di uomini cafoni che mettono incinte le donne e provano dolci desideri per i colleghi di lavoro. Per questo mondo, Puig deve essere stato un freak insopportabile, un gay dichiarato, e tutti conoscono il trattamento che nelle piccole città e nei paesini spetta a questa categoria di personaggi. Figuriamoci negli anni Cinquanta.

L’abilità di Puig, oltre ad aver letto molto attentamente l’Ulisse di Joyce, è quella di pensare in termini cinematografici. I suoi romanzi sono polizieschi in cui il lettore è il detective. Puig rompe la realtà e ce ne  regala i frammenti affinché noi li rimontiamo come possiamo. Porta nella letteratura le tecniche del montaggio cinematografico, ed è il lettore che deve riempire i vuoti e capire le motivazioni dei personaggi.

Mentre rompe con il romanzo tradizionale, Puig è il grande scrittore popolare argentino. C’è una lezione completa qui, per chi pensa che le acque si dividano con facilità: da un lato ci sono gli scrittori popolari, quelli che «raccontano una storia», che vanno dall’inizio alla fine, e dall’altro quelli che sperimentano e rinnovano i generi. Puig è la grande eccezione a questa maniera di pensare le cose.

In un’intervista, David Foster Wallace cita Puig come una degli autori che più lo ha influenzato. Forse per il tentativo di convertire il genere romanzo in qualcosa di più, di portarlo verso mete fino ad allora sconosciute. Tentativo che, sospetto, non era volontario in Puig. Altra teoria disponibile su questo punto: gli innovatori più originali sono quelli che rinnovano senza saperlo. Un qualsiasi laureato in Lettere ne sa molto più di Puig di letteratura: lui è semplicemente il selvaggio che l’ha cambiata per sempre. Puig ha cambiato la direzione del romanzo contemporaneo perché non sapeva scrivere romanzi, o perche li scriveva «a modo suo». Non si è seduto e ha detto:  «Sarò un rivoluzionario, bla bla bla», voleva semplicemente scrivere un romanzo e adattò il genere alla sua sensibilità, alla sua realtà, ai materiali che aveva a disposizione (nel suo caso, il mondo del cinema e delle casalinghe argentine). Usò, di nuovo, la sua debolezza per spingersi fino in cima.

Se devo pensare agli scrittori argentini che si sono ispirati a Puig, il primo nome che mi viene in mente è ovvio, ed è quello di Alejandro López (Kerés Cojer? = Guan tu Fak? e La asesina de Lady Di), che continua a utilizzare certi procedimenti «alla Puig», come i molteplici dialoghi che costruiscono come un fregio (un rompicapo, più che altro) che dà forma alla storia. La menzione è valida, diciamo, però mi interessa anche l’«aria» di Puig che hanno alcuni racconti di Federico Falco, per esempio. In gran parte dei suoi racconti c’è un’intenzione melodrammatica. Personaggi femminili che sono la parodia e il riflesso più crudele della vita reale, e che soffrono nelle mani di uomini menefreghisti. Credo che, volontario o no, ci sia un omaggio a Puig in questi personaggi e queste storie di amori dolenti e fatali. Anche in «Los días que duró el incendio» si riconosce la mano di Puig. Falco racconta un fatto di cronaca che qualche anno fa ha tenuto col fiato sospeso la città e la provincia di Córdoba: uno stupratore seriale violentava giovani studentesse, molte originarie della zona interna del paese, nell’area di Córdoba e di Parque Sarmiento. Lo racconta come un musical con annotazioni e balli inclusi, e compone una specie di palinsesto, nel quale al discorso reale (in cui intervenivano questioni politiche, di sicurezza e di incredibile dolore familiare) si somma quest’«altro» discorso di gloria hollywoodiana plastica e colorata. Parlano perfino il governatore e la sua sposa. È molto strano che il racconto non abbia scatenato un gran polverone; dovremo concludere, con tristezza e il sombrero sul petto, che alla letteratura non importa un fico secco del mondo in generale.

Però il metodo di mischiare due dialoghi, di affrontare il primo utilizzando il secondo, è l’essenza, si può dire, del musical. Nessun genere è più assurdamente artificiale di questo, in cui per scegliere un vestito una ragazzina insipida che cerca di farsi strada nel mondo dello spettacolo deve cantare tre minuti e quarantacinque secondi. Il contratto che i musical stipulano con i loro spettatori è questo: ok, va bene, il mondo è una merda, ma qui tutti cantano per lo meno ogni tre scene, perché in questi film le regole sono queste e se non ti piacciono fammi il favore di levare le tende. Chi resta accetta il contratto, crede in quel mondo e si lascia abitare da lui, tanto che alla successiva visita al frigorifero è incapace di non fare due saltelli in aria, solo perché ne ha voglia. È il contratto della finzione, potremmo dire generalizzando: credere a quello che vediamo come se fosse reale. Nel cinema e nella letteratura il concetto di finzione è un problema fondamentale: senza volerlo, parlano sempre di sé stessi. È ciò che Puig aveva capito, a un livello oso dire più profondo di quello cosciente: che queste casalinghe in difficoltà riproducono, nei suoi romanzi, l’antica domanda: cosa è reale?

 

© Luciano Lamberti, 2017. Tutti i diritti riservati.