Gli innocenti

Le estreme conseguenze di una vita intensa

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Pubblichiamo oggi la prefazione di Matteo Nucci agli Innocenti di Oswaldo Reynoso, raccolta di racconti che esplora l’universo giovanile e dipinge gli adolescenti di Lima in un modo rivoluzionario per l’epoca ma ancora estremamente attuale.

di Matteo Nucci

Il libro che avete in mano brucia.

Sono più di cinquantacinque anni che brucia e continuerà a bruciare a dispetto dei tempi.

Non è difficile raccontare la scintilla che appiccò il primo fuoco. È una storia immersa nel tempo e nello spazio in cui Gli innocenti fu scritto e pubblicato. Nel 1961, infatti, in Perù, la letteratura è terra di conquista per scrittori e lettori laureati che condividono una dimensione da cui la realtà è esclusa. Oswaldo Reynoso ha ventinove anni e nei cinque mesi in cui scrive i cinque racconti che diventeranno il suo primo libro sa bene che i codici letterari non permettono ancora agli autori la libertà di immergersi nel mondo che vogliono raccontare. Lingua stereotipata e comportamenti stereotipati, dietro cui si affaccia costantemente l’autore, l’intellettuale, il sapiente. Se si deve mettere in scena un quartiere popolare di Lima in cui adolescenti di strada si rincorrono, litigano, scherzano e si rotolano nel fango, l’espressione più forte che la letteratura concede è «accidenti». Il resto, ovvero la realtà, rientra nella categoria disprezzabile e condannabile della volgarità.

I giovani innocenti di Reynoso (ossia quegli adolescenti che non sanno dare asilo al sentimento della loro innocenza – come da esergo di Jean Genet),  affrontano a viso aperto la possibilità di una condanna e ci si presentano per quello che sono. Faccia d’Angelo, il Principe, Carambola, Rossetto e Ciambella, i cinque protagonisti eponimi dei racconti di questo libro, assieme ai loro amici Corsaro, Natkincol e il Cinese, spezzano qualsiasi orizzonte di attesa nei lettori peruviani di mezzo secolo fa. Usano un gergo noto ma mai letto prima. Non si preoccupano di sconcertare i benpensanti mentre fanno di tutto per succhiare alla fonte della loro giovinezza senza fermarsi, tutti indiscriminatamente fedeli al mantra di uno dei loro mentori, splendido giocatore di biliardo, ladruncolo, ubriacone sgangherato e sapiente che risponde al soprannome di Choro Plantado: «È necessario tenersi pronti alle conseguenze di una vita intensa».

Le conseguenze dell’intensità del libro per Reynoso furono immediate. Sdegno della comunità letteraria. Stroncature da parte dei moralisti. Enorme successo underground, al punto che una delle più celebri edizioni del libriccino, quella che molti appassionati conservano ancora gelosamente, si diffuse con un titolo diverso, Lima en rock, l’immagine di una motocicletta in copertina. Poche voci ufficiali acclamarono il lavoro di Reynoso. Tra queste, José María Arguedas: «Un mondo nuovo pretende uno stile nuovo».

Ma quella novità e quel fuoco appartengono a un’epoca passata, a uno spazio preciso. Qualcosa che per noi oggi è perduto e irrecuperabile. Perché allora Gli innocenti continua a bruciare? Qual è il segreto della sua scintilla?

Il sole, violento e selvaggio, si spande sull’asfalto in una pioggia dorata di polvere

Quinta riga della prima pagina del libro che avete in mano. Faccia d’Angelo va incontro al suo destino di ragazzetto ancora imberbe, alle prime armi, pronto a sentirsi «più uomo che mai» e pronto anche a piangere per quel che lo aspetta, il pane che la combriccola gli ruba sottraendolo ai suoi doveri verso la madre di cui si vergogna e le umiliazioni di gruppo che solo in quegli anni si possono imporre e sopportare. Ma mentre Faccia d’Angelo cammina, Reynoso ci descrive le strade di Lima, «il vento opaco e caldo», «il cielo, pesante e ardente, che soffoca», il «sogno sudaticcio» degli operai e dei disoccupati che durante la controra dormono nell’erba. La piazza che potrebbe diventare un «cimitero in fiamme, senza fiori, con i morti sepolti in verticale». E insomma, assieme al gergo che sconvolse i benpensanti e che oggi non può più toccarci, intrecciato al dialetto con cui l’oralità popolare fece sua e riplasmò la lingua dei conquistatori, appare, fin dall’inizio del libro, la poesia. Una poesia calibrata, attentissima, sapiente. Capace di fingere spontaneità e di presentarsi per quel che non è. E proprio per questo poesia. Senza maiuscole, chiara e vertiginosa, sconcertante. Non c’è pagina di questo libro in cui non si possa toccare con mano l’enorme lavoro con cui Reynoso mise assieme poesia e oralità, immagini di strada e immagini metafisiche, calibrando l’intreccio in un viluppo di registri stilistici distinti e apparentemente inconciliabili eppure capaci di avvolgere ancora oggi il lettore in un turbinio di sensazioni.

La nebbiolina si disfa in bocca come gelato alla crema

Ma quali sensazioni proviamo? Mentre i ragazzi innocenti e selvaggi si accapigliano per succhiare vita, e le parole di Reynoso ci sbalestrano in un andirivieni di ossimori, ci ritroviamo a provare qualcosa di cui non sappiamo rendere conto. Non è infatti l’identificazione con i protagonisti delle storie, benché questo sia stato uno dei punti di forza del libro al momento della sua uscita peruviana. Né l’immersione in luoghi che possiamo o meno aver conosciuto, come il quartiere popolare di Lima, simile del resto a molti quartieri popolari di mille città del mondo. C’è altro. Qualcosa che prescinde dal tempo e dal luogo e che ha a che fare con un’epoca che sempre torna ciclicamente e con stagioni che sempre tornano ciclicamente. Qualcosa di cui proviamo una sensazione puramente fisica. Le storie di Reynoso – storie indipendenti ma che fanno parte di un quadro unico e formano una sorta di proto-romanzo – infatti ci raccontano l’innocenza incomprensibile di qualsiasi adolescenza pronta a finire come fumo o sogno ma, mentre ce la raccontano, ci spingono ad aprire la bocca, gli occhi, le narici, i pori della pelle. Le sensazioni che proviamo sono fisiche. Mangiamo, deglutiamo, inghiottiamo parole come fossero cibo, aria, liquido. Tutto è colore nella prosa di Reynoso. «Viola pallido il vento freddo». «Uovo scuro con albume luminoso: alone verde brillante che passa nel lilla e sfuma in un viola intenso». Ma il colore si trasforma in sapore. «Il semaforo è una caramella alla menta». E il sapore si trasforma in odore. «L’odore del mio corpo l’odore delle ragazze del mio quartiere mi fa infoiare soprattutto in estate sanno di pesce di ferro in inverno non si lavano e puzzano di buono le mani di Gilda». L’odore dunque è puzza. E la puzza mette fame. «Sembra che i corpi siano coperti di miele e le camicie si appiccicano addosso, tiepide. L’odore acre e acceso delle ascelle si mescola, con violenza, al vapore umido e dolce del prato. Furia». La fame è fame di corpi e di sesso e di vita e di morte. «Affonda la faccia, smanioso, nell’ascella del rivale e annusa con gusto. (Gli piace il mio odore, pensa Faccia d’Angelo.) Si volta a guardarlo. Gli occhi di Rossetto sono ormai privi di furia, hanno uno sfavillio strano che mette paura. Lo stesso sfavillio e la stessa smania che ha visto negli occhi di Gilda la sera in cui era quasi riuscito a toccarle le gambe».

Mangiare quel che leggiamo, deglutirlo, lasciarlo affondare attraverso la pelle. Questo è quel che ci capita mentre leggiamo Reynoso, il suo primo sconcertante libro rock, che oggi continua a suonare come una specie di poema senza tempo in cui attraverso le stagioni calde e fredde di una Lima e di un’adolescenza perdute echeggiano quelle di qualunque città e di qualunque adolescenza.

Ciambella, magari non ci credi, ma ti conosco benissimo

Nell’ultimo brevissimo racconto degli Innocenti, Reynoso si rivolge al suo personaggio, gli dà del tu, usa per lui il registro dell’apostrofe che i cantori omerici riservarono in maniera privilegiata a Patroclo. Sono gli ultimi due capoversi del libro che avete in mano e vi scotteranno le dita. Perché è a voi, a noi, che Reynoso finisce per rivolgersi senza mettere più alcuna barriera tra sé stesso e il lettore, senza usare più mezzi, artifici, registri stilistici. Abbiamo mangiato, ormai. Possiamo parlare. «So che sei triste. Sei triste perché sai che un ragazzo come te può perdersi». Forse Reynoso vuole farci la morale, in chiusura del suo libro? Che enorme delusione sarebbe mai questa? Certo, la potremmo ascrivere alle sue scelte esistenziali, al suo credo politico e al suo rigore. Sappiamo bene che vita abbia condotto Oswaldo Reynoso. Socialista e ateo, lo scrittore che si guadagnava il pane insegnando dovette affrontare subito le accuse di volgarità. Oltre alla lingua, fu il sesso a scandalizzare. Durante una trasmissione televisiva di cui ha raccontato più volte, il giornalista gli domandò se non pensasse a dare il buon esempio ai suoi studenti anziché abituarli alla volgarità. «La volgarità non è questa», gli rispose. «Volgarità è la giustizia sulla bocca di un giudice disonesto, la parola Dio sulle labbra di un sacerdote che fa del male alla gente, la parola Patria pronunciata da un militare che ruba al suo paese». Il programma fu interrotto. Reynoso perse il lavoro e andò dove gliene offrivano: in Cina. Non per sostenere il comunismo attraverso i suoi scritti, come più volte si è detto. La letteratura non può asservirsi all’ideologia. Semmai è l’etica che è inscindibile dall’estetica. Non esiste l’una senza l’altra, nella poetica di Reynoso.

Non c’è ansia moralizzatrice, dunque, nell’apostrofe finale del libro. Semmai c’è una consapevolezza estetica. Quello che nell’episodio dedicato al Principe, Reynoso racconta così, ricordando il primo nome di Lima alla sua fondazione nel 1535, ossia Ciudad de los Reyes: «Robertito hai proprio l’aria di un principe. Sei un vero figlio di Lima. “E tu come fai a sapere com’è l’aria da principe?”, aveva domandato meravigliato a Mani Alate. Allora lui, effemminato come sempre, aveva risposto: “Non c’è bisogno di aver visto dei principi veri per immaginare come sono”».

Apparire oltre ogni superficiale apparenza. Essere oltre ogni fraintendimento. Questo è l’obiettivo della prosa poetica di Reynoso. La meta ultima del suo lavoro di scrittore. Lo scopo assoluto del suo mestiere di uomo rigoroso. Niente moralismi. Aspirare all’unione di letteratura e vita. Lasciando da parte ogni suggestione, ogni seduzione, tutte le trappole del successo, quando questo spezza la fragile ricerca di chi vuole diventare ciò che è.

Bisogna avere la passione per il gioco. Per la vita

E torniamo al mantra del Choro Plantado. «Bisogna avere la passione per il gioco. Per la vita, Carambola. L’ho sempre detto: un tavolo, con buone sponde; una stecca, di mia proprietà; tre palle, senza ammaccature; birra e buoni amici per tenersi pronti alle estreme conseguenze di una vita intensa». Non importa come la si viva questa vita. Non ci sono insegnamenti da dare. Non è questo quel che troviamo tra le sessanta pagine degli Innocenti. Ciò che ci resterà dentro è la fame, la sete, il bisogno fisico di vivere questa vita e di viverla bene, nel modo migliore che ci è dato, pronti alle estreme conseguenze della nostra scelta. Per questo il libro che avete in mano brucia ancora. Etica e estetica. L’estetica della vitalità. L’etica della vitalità. Non fermarsi mai. Bruciare della vita che abbiamo scelto di vivere. Per trovare un cuore all’altezza della nostra innocenza.

Post scriptum

Mentre scrivevo queste righe, Oswaldo Reynoso compiva ottantacinque anni.

Avevo saputo da tempo della sua felicità per essere stato finalmente tradotto. Niente miracoli a ottobre, il suo secondo libro e primo romanzo (1965), era appena uscito in Italia, cinquant’anni dopo la sua pubblicazione. Un capolavoro di quelli che ci si chiede come mai nessuno prima abbia deciso di portarlo nel mondo.

Tardive, le soddisfazioni dall’Europa non si fermavano. Adesso, con la traduzione degli Innocenti, Reynoso poteva esaudire un nuovo sogno: visitare l’Italia. Era stato invitato a vari festival. A settembre avrebbe visto Cagliari, Roma, Milano, Firenze, Sarzana. Avrebbe attraversato la penisola. Non vedeva l’ora.

Pochi giorni fa, il 24 maggio, Oswaldo Reynoso, questo grande narratore dolce e testardo, è morto.

Ci restano le ultime parole scritte al suo editore italiano: «Amico. Grazie per il piano del mio viaggio. Speriamo che si realizzi. Sarebbe la felicità più grande della mia vita, adesso che mi trovo alla vigilia del mio viaggio verso il paradiso celeste. Sento già una enorme nostalgia anticipata di questo delizioso paradiso terreno che dovrò lasciare. Oswaldo».