gabbia delle scimmie

Benvenuti nella gabbia delle scimmie: le elezioni del 2016 spiegate in un corso di letteratura

Maximillian Alvarez Lascia un commento

Il successo alle urne di Trump interpretato con gli strumenti della critica letteraria: politica e letteratura si fondono in un’analisi originale delle ultime elezioni americane. L’articolo è apparso per la prima volta su Electric Literature; ringraziamo l’autore.

di Maximillian Alvarez
traduzione di Mariachiara Eredia

Ho fatto una cosa egoista. Sono un dottorando in Letteratura comparata, dovevo tenere un corso e avevo bisogno di un argomento. Secondo semestre. Quattordici settimane. Più di ogni altra cosa, però, mi serviva una scusa per reclutare le avide menti dei ragazzi che frequentano la mia prestigiosa università e farmi dare una mano a interpretare le elezioni presidenziali del 2016. Ecco cosa ho fatto.

Ho intitolato il corso «Benvenuti nella gabbia delle scimmie: come la politica è diventata un reality show». La parte della gabbia delle scimmie l’ho presa in prestito da un racconto di Kurt Vonnegut. Calzava a pennello, e non penso che Vonnegut avrebbe avuto qualcosa da ridire. Dava l’idea di uno di quei corsi che si tengono al college. Un corso in Scienze politiche, probabilmente – o forse in Storia. Il primo giorno di lezione, gli studenti erano il doppio dei posti disponibili. L’argomento era chiaramente fonte di eccitazione per tutti, ma molti si chiedevano: che senso ha un corso del genere alla facoltà di lettere? La domanda era legittima. E ora voglio cercare di darvi una risposta.

Avremmo potuto seguire un percorso più scontato e concentrarci sulla politica in letteratura – opere teatrali, racconti, romanzi, saggistica letteraria che trattano o prendono posizione su importanti questioni di politica. Io invece volevo concentrarmi sulla letteratura in politica. «Ciò che faremo», ho annunciato agli studenti, «è interpretare la politica con gli stessi strumenti critici che usiamo per la letteratura».

Nel programma del corso c’era un solo romanzo (di Kurt Vonnegut, com’era giusto che fosse). Per il resto, invece, si trattava di materiale come il processo a Sacco e Vanzetti, il discorso d’addio alla nazione di Eisenhower, immagini delle proteste degli anni Sessanta, spot elettorali in cui l’avversario viene demonizzato, il discorso di Reagan a Berlino (e un numero di Capitan America in cui Reagan si trasforma in un mostruoso serpente), il programma televisivo The Colbert Report, notiziari dell’11 settembre. E Donald Trump. Di Trump abbiamo parlato moltissimo.

Cosa significa interpretare la politica con gli strumenti della letteratura? Che senso ha? Tanto per cominciare, in America la politica si sforza parecchio di essere letteraria. «Ciascun candidato ha la sua storia», ho spiegato agli studenti. «Queste storie sono confezionate con grande attenzione per produrre degli effetti ben precisi. Uno stuolo di collaboratori cura il racconto della vita del candidato e trasforma quest’ultimo nel protagonista di un intreccio di facile comprensione. È la prassi. Tutti i candidati hanno la loro storia».

«E anche tutti i movimenti politici», è intervenuto uno studente.
«Già».
«E in realtà anche tutte le nazioni».
«Già».

Potremmo affermare che la politica stessa è una battaglia che si gioca sulle storie – quali vengono raccontate e in che modo, e quali invece tralasciate. Ma questo è solo l’inizio. Quando, infatti, la gente inizia a comprendere che la propria conoscenza della politica è manipolata da eccellenti narratori – candidati, giornalisti, speechwriter, manuali di storia, film, monumenti nazionali – allora diventa più diffidente. È come notare un graffio sulle lenti di occhiali che si ignorava perfino di portare. Le persone iniziano a porsi delle domande diverse. Iniziano a pensare come dei lettori.

In un certo senso, questo gli studenti lo sanno già. Sono consapevoli che tutte le fonti da cui provengono notizie sul mondo sono in qualche modo di parte. Scatta automatico il collegamento con la domanda che ci facevamo al liceo durante l’ora di lettere: quanto è «affidabile» il narratore? A volte la parzialità di narratori inaffidabili (conduttori televisivi, candidati, parenti) è palese, ma spesso è molto più difficile da individuare, soprattutto in punti di vista che si fingono obiettivi. Tante volte si nasconde nei dettagli, nel linguaggio usato, nella scelta di parole ben precise, nei fatti che un narratore sceglie di mettere in risalto e in quelli che invece omette, nel tono della voce e così via. Per arrivare a comprendere tutto ciò abbiamo bisogno di quello che gli studiosi di letteratura chiamano close reading, cioè «lettura ravvicinata».

Quasi sempre agli studenti si insegna che l’obiettivo principale della lettura è decifrare il «significato» di una storia. Questo è una metafora di quello. Il tal personaggio rappresenta la tal cosa. Anche se indagare il simbolismo di un testo può essere divertente, è molto più importante chiedersi: come funziona la letteratura? Per interpretare la letteratura della politica, bisogna andare ancora oltre e non chiedersi più cosa vuole dire il testo, ma cosa fa.

Analizzare il significato di ciò che si legge non è un male in sé e per sé. Ma se ci si ferma lì, la letteratura diventa come un’opera d’arte protetta da una teca. Il libro e il suo «significato» restano una realtà a sé stante, come un reperto antico accompagnato da una targa descrittiva. Studiare il funzionamento della letteratura, al contrario, significa sollevare la teca. Il lettore diventa parte dell’opera, e l’opera parte del mondo del lettore. Ho smesso di chiedere ai miei studenti cosa significhi questo o quel brano. Mostrano molto più entusiasmo quando chiedo loro cosa hanno provato leggendolo, come è cambiato il loro modo di pensare, in che modo e perché ne sono stati influenzati. Questo, ho spiegato, è il tipo di domande che deve porsi chi segue le elezioni.

Leggere significa farsi trasformare, almeno un po’, attraverso il linguaggio. I milioni di particelle che ci compongono si ridistribuiscono; il risultato è qualcosa di diverso rispetto a prima, anche se in misura microscopica. Le parole sulla pagina accostano nuove sensazioni a vecchi ricordi, mettono in discussione le nostre certezze, ci offrono visioni di ciò che potrebbe accadere o che sarebbe potuto accadere, ci permettono di guardare il mondo con occhi diversi dai nostri. Ci permettono di immaginare mondi che non esistono ancora, o di reimmaginare quelli che esistono. Questo è il potere del linguaggio, elemento base della nostra vita culturale. Persino una parola stampata su uno stupido cartellone pubblicitario può suscitare un’emozione. Forse quella che chiamiamo letteratura riesce semplicemente a sfruttare meglio questo potere, rendendolo ancora più efficace. Ma la politica fa altrettanto.

Il linguaggio in politica ha un’importanza fondamentale. Non solo per tutto quello che «dice», ma per quello che può fare. La gente entra in contatto con la politica prevalentemente attraverso il linguaggio. I politici rilasciano dichiarazioni, i telegiornali le riportano, i giornalisti e i blogger ne scrivono, la gente ne discute – sono tutti giochi linguistici che influenzano la nostra comprensione della politica. Nel suo libro Lo spettacolo della politica, il politologo Murray Edelman scrive: «La gente si rapporta con il modo in cui vengono raccontati i fatti della politica, non con i fatti stessi… il linguaggio della politica è la realtà politica».

Come succede con la letteratura, i discorsi in politica vengono scritti e riscritti molte volte. Squadre di collaboratori discutono su quale sia l’aggettivo o il verbo più giusto da usare. Perché le parole contano. La narrazione è importante. Una storia lineare aiuta la gente a dare un senso alla montagna di spazzatura mediatica che cresce di giorno in giorno, di secondo in secondo. Le informazioni sono troppe. I cittadini-consumatori hanno sempre meno tempo per passarle in rassegna e si affidano a qualcun altro che spieghi loro quali sono i punti cardine della trama, i personaggi principali, il conflitto della storia, la soluzione più auspicabile ecc. Un paese di lettori ha bisogno di narratori che diano una struttura al flusso di dati in modo da informare ma anche intrattenere, mantenere viva l’attenzione del pubblico. Ma un paese di lettori attenti mette in discussione il potere esercitato dai narratori.

Cosa viene omesso nei loro racconti, e perché? Quali personaggi sono dipinti come protagonisti o antagonisti? Qual è il punto di vista adottato (chi sta parlando?) e a chi è diretto il messaggio? Dove comincia o finisce la storia, e in che modo questo influenza la storia stessa? (L’ascesa dell’ISIS, per esempio, o la natura dell’invasione militare russa nell’Europa dell’Est variano in maniera consistente a seconda di chi le racconta e del punto di partenza della storia. E anche a seconda del pubblico). Infine, come è usato il linguaggio per manipolare gli ascoltatori? Tutti i narratori manipolano il pubblico, o almeno ci provano. La gente dovrebbe diffidare di quelli che fingono di non farlo.

Faccio un esempio: nel corso dell’ultima stagione elettorale, molti candidati hanno cercato di presentarsi come gli sfavoriti della situazione. Donald Trump, Bernie Sanders, Ted Cruz (sì, persino Hillary Clinton) fingevano di ignorare la propria presa sul pubblico e ripetevano frasi come: «Ci avevano dati per vinti, ma…» oppure «Chi l’avrebbe mai detto che…?» Era sottinteso che il candidato e i suoi sostenitori avessero superato ostacoli enormi «contro ogni previsione» (il «tour della vittoria» di Trump è un esercizio masturbatorio che si inquadra in questo contesto di manipolazione narrativa). Una retorica simile è tristemente diffusa e scontata, perché funziona. Ma come mai? Per quale motivo risulta molto più accattivante per il pubblico rispetto, per esempio, a una dichiarazione come: «Tutti si aspettavano che vincessimo, e così è stato!»? Questa è una domanda molto letteraria.

Gli americani amano le storie di rivalsa, che sono antiche almeno quanto Davide e Golia (e pertanto recano con sé notevoli implicazioni religioso-esistenziali). Sono anche parte integrante della storia che racconta la nascita dell’America: i puritani erano reietti costretti ad affrontare difficoltà insormontabili in una terra nuova e ostile (a cui si aggiungevano i «selvaggi» nativi annientati quasi del tutto); i padri della rivoluzione americana erano insegnanti e agricoltori combattivi alle prese con un impero pantagruelico, e così via. Fin dal principio, l’identità americana si è fusa con il leitmotiv del contendente più svantaggiato. A questo filo conduttore si accompagna un senso di giustizia, un sentimento positivo, «prova nella notte che la nostra bandiera era ancora lì». E quando i politici si atteggiano a sfavoriti della situazione stanno cercando deliberatamente di richiamare quel senso di giustizia, quel sentimento positivo. La gioia del trionfo senza il rimorso del prepotente.

Per capire il funzionamento di questo tipo di retorica non basta analizzare il modo in cui il linguaggio della politica – discorsi, libri di testo, canzoni ecc. – plasma la realtà per adattarla alle proprie esigenze narrative. Anche quest’approccio può essere utile, ma si concentra principalmente su chi fabbrica il messaggio (ovvero l’«autore»). Focalizzarsi sul «lettore», invece, vuol dire analizzare come la gente risponde (o non risponde) a un certo messaggio e il motivo per cui alcune formule narrative spingono le persone a pensare, agire e sentirsi in un determinato modo. I leitmotiv hanno il potere di manipolare il pubblico, ma solo in determinate condizioni. Se la gente non si identifica con gli elementi di una storia, non se ne lascerà influenzare. L’unica maniera per spiegare le ultime elezioni è cercare di individuare le emozioni, le speranze e le paure, i pregiudizi e i valori alla base delle costruzioni narrative usate dai politici e date per buone dagli americani – cercare di capire perché e come funziona questo tipo di discorso.

Lo stesso vale per Donald Trump. Chi ha attribuito il suo successo politico solo all’ignoranza e all’intolleranza dei suoi sostenitori non ha tenuto conto di tutti gli altri fattori in gioco (culturali, personali, economici) che hanno reso così tanta gente ricettiva nei suoi confronti. Per citare di nuovo Murray Edelman, «La mente umana tende a razionalizzare le posizioni dei politici in un modo che risulterà persuasivo per un pubblico che vuole farsi convincere». È un’osservazione ovvia, ma moltissimi giornalisti sembrano ignorare perché la retorica di Trump sull’umiliazione nazionale, il caos interno, il «politically correct», il sistema disastroso del libero scambio e il bisogno di un outsider per risanare il governo di Washington abbia riscosso l’approvazione di chi, per ragioni complesse, si è sentito chiamato in causa. La gente «voleva farsi convincere».

I problemi, i contrasti e le lotte di potere portati a galla da queste elezioni non spariranno nel nulla. Ed è necessario spiegarli nei corsi di letteratura. Ma per studiarli da vicino, anche quando risulta molto spiacevole farlo, e discuterne in maniera produttiva bisogna rapportarsi alle vite e ai punti di vista altrui con autentica partecipazione, apertura mentale e rispetto per la diversità. Le persone hanno le loro ragioni per credere a certe cose. E quando gli altri non lo capiscono e le etichettano in maniera semplicistica («razzisti», «perdenti», «piagnoni» ecc.), l’odio diventa facile da fomentare. La letteratura combatte quest’atteggiamento.

Ciò non significa che l’empatia e la comprensione possano risolvere tutto – sono soltanto il punto di partenza. Non significa nemmeno che tutti i punti di vista, in particolare quelli che rappresentano una minaccia fisica o esistenziale per gli altri, debbano essere trattati alla stessa maniera. Quello che voglio dire è che bisogna far capire agli studenti il valore reale, concreto del pensiero critico e delle capacità analitiche acquisite durante i corsi di letteratura.

Soprattutto dopo l’avvento della televisione, mentre il tempo e l’attenzione del pubblico sono diminuiti progressivamente e i contenuti più leggeri hanno iniziato a occupare gran parte dei palinsesti, la politica americana ha rinunciato alla complessità. Oggi punta sempre di più a ridurre scenari straordinariamente complicati a mero spettacolo o retorica preconfezionata con cui la gente possa identificarsi. Probabilmente il periodo più preoccupante per la politica americana è stato quello successivo al crollo dell’Unione Sovietica: tutt’a un tratto il grande nemico, l’avversario che aveva dato un senso al «progresso» americano, non c’era più. All’improvviso gli Stati Uniti si trovavano a corto di espedienti narrativi per giustificare il proprio strapotere militar-industriale. Ma come al solito la politica americana ha trovato il modo di adattare vecchie trame a nuovi scenari. Quando George W. Bush dichiarò «guerra al terrorismo», gettò le basi per il franchise politico più fortunato di tutti i tempi: una saga di portata globale in cui gli USA vestono perennemente i panni dell’eroe in guerra contro un nemico che non può mai essere annientato del tutto.

Con ciò, naturalmente, non si vuole giustificare il terrorismo, ma comprendere il funzionamento di questi intrecci narrativi e le loro reali conseguenze politiche. Alla gente viene suggerito in che modo guardare alla realtà, come rappresentare sé stessi, quali cause supportare, cosa conta davvero, quali persone/personaggi odiare, quali sono i valori per cui vale la pena combattere e persino uccidere, e via dicendo. I racconti costruiti dai politici servono a giustificare cose che altrimenti sarebbero inammissibili. I notiziari propongono leitmotiv che alimentano il terrore e spingono le persone a temere i propri connazionali, ma che al tempo stesso ne catturano costantemente l’attenzione. «Nell’epoca in cui viviamo», scriveva George Orwell, «i discorsi dei politici servono soprattutto a difendere l’indifendibile».

Ma attraverso l’analisi del testo si può smontare questo tipo di retorica. Parola per parola, un pezzo/mattone dopo l’altro. Gli studenti imparano che esistono delle alternative. Possono imparare a leggere le formule narrative da cui sono influenzati e sottoporle ad altre interpretazioni per elaborare un finale alternativo. Possono prepararsi a interagire con persone dalle vite completamente diverse ed esplorare le sfaccettature di un mondo che cambia a seconda del punto di vista da cui lo si guarda e del racconto che se ne fa. Gli studenti possono trovare una via di fuga dalla gabbia delle scimmie. E la letteratura può aiutarli.

© Maximillian Alvarez, 2016. Tutti i diritti riservati.

Maximillian Alvarez è dottorando all’Università del Michigan e scrive per The Baffler, Los Angeles Review of Books, Times Higher Education.