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Tracce per una biografia di Copi

redazione 1 Commento

«Fu una rivelazione e una grande influenza, forse la più grande di tutte. Una lezione di velocità, di leggerezza, di quella meravigliosa continuità che divenne per me un’esigenza.» Così César Aira a proposito di Raúl Damonte, in arte Copi. Conosciuto in Italia soprattutto come disegnatore di fumetti e drammaturgo, anche la sua opera narrativa sta riscuotendo un rinnovato interesse, come testimonia la pubblicazione da parte di Anagrama delle sue Obras, di cui è uscito il primo volume nel 2010.

Stefano Casi, nel 2008, ha curato per la Titivillus Edizioni il bel volume «Il teatro inopportuno di Copi», con una prefazione di Enzo Moscato, che raccoglie fra gli altri i contributi dello scrittore e drammaturgo René de Ceccatty, di Luca Scarlini, Cristina Valenti, dello scrittore e critico letterario argentino Daniel Link, Franco Quadri, Sandro Avanzo. Al di là della centralità della tematica teatrale, non mancano gli studi sui fumetti di Copi, sulle influenze familiari, né alcune interviste di ormai difficile reperimento. Il volume è completato da un inserto fotografico che dà ampio spazio alle rappresentazioni in Italia delle pièce di Copi e da una ricca bibliografia.

Ringraziando l’autore e l’editore, pubblichiamo la prima parte della «Piccola biografia di Copi» che chiude il volume.

di Stefano Casi

Copi nasce a Buenos Aires il 20 novembre 1939. Il suo vero nome è Raúl Natalio Roque Damonte Botana (Raúl Damonte) e discende da una famiglia di primo piano nella cultura e nella politica argentina. Nel suo albero genealogico si troverebbe un po’ di tutto: sangue italiano (da Diano Marina, da dove sarebbe emigrato il bisnonno con il cognome Damonte), spagnolo (per il ramo Botana), indio, ebreo:

Appartengo dalla quarta alla sesta generazione di immigranti spagnoli e italiani nell’Argentina orientale e in Uruguay, di sangue indio. O meglio, sangue di una india. Ho due (o tre?) nonne indie e un solo antenato indio veramente per caso: un bambino sfuggito al massacro di una tribù Charrua nell’attuale Repubblica orientale dell’Uruguay, che i miei nonni spagnoli Botana allevarono come uno di loro e che ha sposato la loro figlia e preso il loro nome, come mi è stato raccontato nella mia famiglia.

(…) io non sono argentino. Mia nonna era spagnola, mio nonno uruguayano; ho un nonno entrerriano [cioè della provincia argentina Entre Ríos; ndr], una bisnonna ebrea, due bisnonne indie. Che cazzo mi interessa essere argentino! A chi importa che io sia argentino? Che si vanno a inventare nel cervello che con quattro cose di tango, questo sia un patrimonio di che, di che? È un luogo di passaggio, come lo è tutto il mondo; e soprattutto è un luogo di porto, perché tutta l’Argentina è Buenos Aires.

I nonni materni sono tra le personalità più in vista dell’ambiente intellettuale dell’America Latina. Il nonno è Natalio Botana (1888–1941), uruguayano di nascita, che a soli 25 anni aveva fondato a Buenos Aires il prestigioso quotidiano «Crítica», pietra miliare del giornalismo latinoamericano, sia per i temi politici progressisti, sia per l’impostazione editoriale sensazionalista, sia per l’influenza sulla fragile politica argentina. Botana, che nel 1940 fonda perfino la casa di produzione cinematografica Baires Film, è tra l’altro amico personale di personaggi come Borges, Lorca, Neruda, Ortega y Gasset e Siqueiros. La nonna è Salvadora Medina Onrubia (1894–1972), anarchica, femminista, giornalista e drammaturga, incline al misticismo e più o meno segretamente lesbica.

La madre di Copi è Georgina Nicolasa Botana, detta «la China» (1919), terza figlia dell’illustre e potente coppia, cresciuta nell’ateismo e nell’anarchismo, ma anche in un clima familiare di incomprensioni reciproche. Il padre è Raúl Damonte Taborda (1909–1982), giornalista e uomo politico nelle tormentate vicende argentine della prima metà del secolo condizionate dall’instabilità politica. Nel 1938 Damonte, da tutti ricordato di grande bellezza e fascino, è eletto deputato nello schieramento radicale, dove propone subito alcune riforme (pubblicate perfino in volume, come accade per Los viejos tienen derecho a vivir, stampato nel 1939 per divulgare il suo progetto di legge sui servizi sociali). Nel 1941 Damonte propone e presiede una commissione parlamentare di inchiesta sulle infiltrazioni nazifasciste in Argentina. Successivamente si avvicina politicamente a Juan Perón, ma la simpatia tramonta ben presto, e da quel momento egli diventa uno dei più strenui avversari del peronismo, assumendo anche la direzione di «Crítica» (dopo la morte di Botana e una breve direzione della suocera), che conduce verso un’aperta opposizione.

Il primo figlio della «China» e di Damonte prende lo stesso nome del padre (a cui viene aggiunto quello del nonno) e – nelle intenzioni familiari – dovrà prenderne anche la tradizione di uomo politico. Al piccolo Raúl viene subito affibbiato il nomignolo Copi, che deriverebbe da copito («ciuffetto») per indicare il ciuffo ribelle sulla fronte. (Sul significato di quello che diventerà lo pseudonimo ufficiale dell’autore esistono anche altre spiegazioni più o meno fantasiose, messe in giro dallo stesso Copi – che oltretutto in molte interviste si divertiva a sparigliare le carte della propria vita –, tra cui la più insistente ricollegherebbe il significato di copi, grazie a qualche strano percorso lessicale, a un piccolo pollo: interpretazione probabilmente indotta dalla presenza costante del pollo nei fumetti della donna seduta. La pronuncia originaria è alla spagnola, cioè “còpi”; l’accento sulla i finale nasce dalla pronuncia francese.)

Al primogenito seguono altri due figli, Jorge (1943) e Juan Carlos (1945-2005) Jorge diventerà fotografo, in particolare per le creazioni di Yves Saint-Laurent; sono suoi gli scatti più famosi di Copi. Juan diventerà prima maestro di karate e poi scrittore, e nel 1996 vincerà il prestigioso Premio Hammet di narrativa noir con il romanzo Ciao papà (Elliot Edizioni, 2009). Poco dopo la nascita del terzo figlio, nell’ottobre 1945, quando inizia la rapida e travolgente riconquista peronista del potere, Raúl Damonte si rifugia all’estero, portando moglie e figli a Montevideo, in Uruguay, prima che le elezioni diano definitivamente il potere a Perón quattro mesi dopo:

Avevo cinque anni e ho ancora coscienza viva del 17 ottobre, assolutamente viva. Fecero irruzione in casa mia; mia madre mi diede un pezzo di carta così grande, perché io lo dessi al portiere per non far catturare mio padre: mio fratello era nato da poco, c’erano diciassette donne in casa, io camminai su un balconcino, chiamai il portiere e gli tirai il pezzo di carta. Il portiere lo prese, e poi aspettai mio padre all’angolo dove sarebbe arrivato in auto. Fuggimmo in Uruguay.

Il 17 ottobre a cui si riferisce è la data della manifestazione popolare che obbligò il governo a far uscire Perón dal carcere, ed è dunque considerato l’avvio simbolico della «rivoluzione peronista», che culminerà con la sua conquista della presidenza alle successive elezioni di febbraio. A Montevideo Copi passa gli anni felici dell’infanzia, seguendo i genitori nelle loro aspirazioni artistiche.

I miei genitori, ben sostenuti dall’intellighenzia uruguayana, comprarono a Montevideo una casa a due piani, con il tetto di stoppia, vicino all’Hotel Carrasco, di fronte al mare. Passavamo sei mesi all’anno a correre tra le onde insieme a una famiglia di cani. Per supplire all’educazione piuttosto campagnola che ci davano i buonmi uruguayani, i nostri genitori ci spingevano a praticare mestieri artistici. (…) La mia paghetta dipendeva dalle mie prodezze letterarie, benché preferissi il disegno umoristico che mio padre aborriva. Un sonetto ben tornito mi valse a dieci anni una bicicletta, prima che mio fratello Jorge scoprisse che avevo plagiato due versi di Garcia Lorca.

La madre scolpisce piccole opere, il padre dipinge, e la casa in riva al mare è trasformata in atelier di pittura e scultura (c’è perfino un forno per la ceramica) con un’enorme biblioteca di autori europei e nordamericani, ma non argentini, che i bambini devono leggere per respirare una cultura internazionale. Nonostante la passione del primogenito per il disegno, viene imposto l’esercizio della scrittura, e così il piccolo Raúl si dedica alla composizione di poesie e drammi. In particolare, scopre il teatro fin da piccolo, rimanendo folgorato da Lorca e dalla sua grande interprete, l’attrice spagnola Margarita Xirgu, anche lei in esilio a Montevideo, alla quale chiede di parlarle del suo poeta preferito. E così Copi inizia a scrivere opere teatrali (andate perdute) ispirate proprio a Lorca, e dedicate a Margarita Xirgu. L’altro grande autore di riferimento degli anni dell’infanzia è Eugene O’Neill per il quale il padre, che nel frattempo pubblica un violento pamphlet antiperonista dal titolo Mañana es San Perón fatto entrare clandestinamente in Argentina, ha una grande passione.

Per solidarietà con i fuoriusciti argentini, il governo dell’Uruguay affida cariche onorifiche agli intellettuali esiliati, e nel 1952 Raúl Damonte viene nominato console onorario uruguayano a Reims, in Francia. Tutta la famiglia emigra così a Parigi (l’incarico a Reims è sostanzialmente fasullo e non comporta veramente il domicilio in quella città), dove il padre di Copi intensifica con un discreto successo la propria produzione pittorica facendo due mostre e riuscendo – secondo il ricordo dello stesso Copi – a far acquistare un suo ritratto al Musée d’Art Moderne. A Parigi il giovanissimo Raúl prosegue con la sua passione del teatro:

Ho visto «Tovarich» a dodici, tredici anni con Elvire Popesco. C’era tutto lo spirito di Parigi sulla scena. Mia madre mi ha mandato una pièce che ho scritto a quattordici anni. Mi sono sentito svenire: ci si trova dell’Anouilh, del Tennessee Williams, dell’Oscar Wilde, alla fine del Cechov.

Ma l’esilio parigino dura poco: un colpo di stato in Argentina nel settembre 1955 destituisce Perón costringendolo all’esilio, e il padre, che intanto pubblica due nuovi libri: ¿A dónde va Perón?: de Berlin a Wall Street e Ayer fue San Perón: 12 años de humillación argentina, decide di rientrare a Buenos Aires con tutta la famiglia. Il nuovo trasferimento comporta anche l’esplosione dei dissidi familiari, che infine portano alla separazione dei genitori. La madre diventa militante cattolica e aderisce ai Pellegrini di Emmaus, mentre il padre fonda il settimanale politico radicale «Tribuna popolar», che appoggerà Arturo Frondizi alle elezioni presidenziali del 1958. Mentre per i fratelli più piccoli l’Argentina significa lo studio presso i Gesuiti, per Copi, poco più che quindicenne, il ritorno a Buenos Aires è una vera rinascita, sia artistica, sia esistenziale, con l’esperienza della propria omosessualità. Al suo fianco due importanti donne della famiglia. Anzitutto, l’intellettuale e spregiudicata nonna Salvadora, che Copi ricorderà sempre come suo punto di riferimento. E poi l’amatissima zia Mechita, sorella del padre, costretta da sempre su una sedia a rotelle (nella quale qualcuno ha visto l’ispiratrice del futuro personaggio della donna seduta). È da queste due bizzarre figure famigliari che Copi apprende i comportamenti che lo accompagneranno nella vita: sono proprio loro a spingere il ragazzo a sciogliere le inibizioni e lanciarsi alla scoperta della sua sessualità (con tanto di lezioni su come rimorchiare…), e a iniziarlo al consumo di marijuana, che divenne abitudine costante in tutti gli anni a venire.

Le aspirazioni artistiche di Copi sono rivolte soprattutto verso il disegno e verso il teatro. I suoi primi disegni sono pubblicati nella rivista del padre, già con lo pseudonimo Copi, e si tratta perlopiù di vignette di satira politica contro il governo conservatore e il militarismo, con il personaggio di un cane oligarca di nome Gastón. Inoltre inizia a collaborare con la più prestigiosa rivista di fumetti argentina, «Tía Vicenta», creando il personaggio di Carula. Contemporaneamente continua a scrivere testi teatrali, i primi di cui sia rimasto almeno il titolo: El General Poder, che lascia intendere una tematica in linea con l’impegno satirico politico dei fumetti, e Un ángel para la señora Lisca, che riesce perfino a mettere in scena nel 1962 con la sua regia e l’interpretazione di una nota attrice teatrale e cinematografica, Gloria Ferrandiz:

Per tutta la commedia la Signora Lisca siede su un divano, facendo progetti per trasformare la sua casa in pensione. Ha per compagni sua figlia, una studentessa universitaria e un omosessuale anziano che suona il violino. Entra poi un giovane omosessuale; la ragazza se ne innamora e la storia precipita.

Avevo sedici anni quando è venuta a vedere la mia prima pièce rappresentata, con i migliori attori argentini: una delle vecchie attrici era stata la sua amante. Adesso sono morte.

Come spesso accade, anche in questa intervista Copi mescola dati reali e irreali: la pièce di cui parla è Un ángel para la señora Lisca, che tuttavia va in scena quando Copi ha 22 anni, e non 16. Data l’insistenza con cui ritornano i 16 anni (cioè il 1955) nei suoi ricordi relativi alla sua prima messa in scena, probabilmente si tratta di sovrapposizione nella memoria di due spettacoli diversi.

Nel 1962 la «China» ha un figlio da una nuova relazione: Federico, che prende il cognome Botana. Copi ha 22 anni e torna a Parigi in vacanza. Qui lo raggiunge la notizia di un nuovo colpo di stato in Argentina che destituisce Frondizi, in seguito al quale il padre chiede nuovamente asilo politico all’ambasciata uruguayana a Buenos Aires. Le cose sono tornate a peggiorare politicamente, ma anche economicamente perché il padre non può più mantenerlo. Copi decide allora di rimanere a Parigi e per vivere vende i suoi disegni sul Pont des Arts e nei cafè di Saint-Germain-des-Prés. Grazie a fortunati incontri riesce a far pubblicare le sue prime storie disegnate su riviste come «Twenty» e «Bizarre», dove viene subito notato dai redattori di un nascente periodico:

Abbiamo fatto venire Copi. Piccoletto, spalle strette, viso lungo sul quale fluttuava un sorriso mezzo timido mezzo ironico, occhi accigliati, mani che non sapevano dove posarsi, gesti lenti, voce dolcissima. Sì, avrebbe visto. Sì, avrebbe provato a disegnare storie meno lunghe. Sì, ci avrebbe mandato presto qualcosa. Ed è ripartito. Ci siamo guardati: è una pagliuzza questo poeta! In effetti, una pagliuzza di bronzo.

Così, nel 1964 Copi avvia una collaborazione con il neonato settimanale «Le Nouvel Observateur», per il quale crea il suo personaggio più celebre: la Donna seduta. È l’inizio del successo, talmente forte da trasformare questo personaggio in una gabbia: Copi continuerà infatti a disegnare la donna seduta per circa un decennio prima di smettere, annoiato dalla sua ripetitività. Intanto, nel 1965 esce il suo primo album di Dessins pubblicato dall’editore Julliard, a cui segue nel 1966 il celebre Les poulets n’ont pas de chaise. Da questo momento si moltiplicano le collaborazioni con giornali e riviste francesi (tra cui, in seguito, «Hara-Kiri», «Charlie Mensuel», negli anni ’70 «Libération» e negli anni ’80 la rivista gay «Gai-Pied») e straniere. In questi anni si intensificano anche i rapporti con gli artisti più eccentrici e trasgressivi della capitale francese, a cominciare dal gruppo del Panico fondato da Fernando Arrabal, Alejandro Jodorowsky e Roland Topor, e con i numerosi artisti teatrali immigrati dall’Argentina come Victor García, Jorge Lavelli, Jerôme Savary e Alfredo Arias.