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Il Cammino di Sergio

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Il 21 agosto se n’è andato Sergio Toppi, maestro italiano e internazionale del fumetto. Pubblichiamo oggi un omaggio comparso sul blog di Fernando Ariel García, scrittore e giornalista, collaboratore fra l’altro della rivista italiana «Scuola di Fumetto».

di Fernando Ariel García
traduzione di Angela Masotti

Patrimonio dell’Umanità. È questo il più alto titolo conferito al Cammino di Santiago, la mistica via (esteriore e interiore) percorsa stoicamente ogni anno da pellegrini di tutto il mondo, provenienti da Spagna, Francia, Portogallo, Inghilterra, Germania e Austria e diretti a Santiago di Compostela per venerare le reliquie dell’apostolo San Giacomo, conservate nella cattedrale della città. Più che una prova di resistenza fisica (cosa che del resto è), chi ha compiuto il pellegrinaggio lo definisce un atto di fede, la riaffermazione di una fede debilitata dai tempi che corrono.

Come molti, io sono un devoto di Hugo Pratt, il grande maestro italiano che ha ampliato gli orizzonti della nostra percezione nel raffigurare la labirintica natura dell’essere umano. E come molti altri, nel corso della mia vita ho mantenuto un rapporto di attrazione-distacco verso altre due figure fondamentali del fumetto italiano e mondiale: Dino Battaglia e il recentemente scomparso Sergio Toppi (1932-2012). Non ricordo quale fu il mio primo contatto con l’opera di quest’ultimo, ma quel che è certo è che ¡Viva México! (L’uomo del Messico, nell’edizione italiana) fu la mia prima lettura consapevole di Toppi. Correvano gli anni ’80, il fumetto d’autore cominciava la sua ascesa verso la vetta culturale che lo attendeva dietro l’angolo, e le edicole di Buenos Aires avevano iniziato timidamente a mostrare l’avanzata spagnola di quelle riviste antologiche che facevano della lettura di fumetti un’esperienza innovativa e rivoluzionaria ai miei occhi e neuroni di adolescente.

Io compravo con esattezza matematica tutti gli album Super-Totem, estasiato davanti alle porte dell’immaginazione spalancate da Pratt, Paul Gillon, Battaglia, Enric Sió, Guido Crepax e Milo Manara, in opere che erano (nella loro quasi totalità) traduzioni della serie italiana Un uomo un’avventura, una creazione di Sergio Bonelli per la casa editrice che non portava ancora il suo nome. Ma al ritrovarmi tra le mani il volume di Toppi mi successe qualcosa di diverso. Qualcosa di simile a una rivelazione.

Quella era un’altra cosa, diversa da tutto quel che veniva prima (e da quello che sarebbe venuto dopo, anche se ancora non potevo saperlo). E non era soltanto per via dell’architettura emozionale della sua resa sulla pagina, che gli consentiva di sfruttare al massimo la potenza rappresentativa del poster senza nulla perdere della capacità narrativa del fumetto. Non era nemmeno per la tensione latente tra linea e colore, né per l’evocazione dei tempi andati (tempi mitici) che esibiva come testimonianza sedimentata della Storia dell’Arte, della fierezza e della bellezza insita nel corpo di un Uomo. Quel che più mi colpì fu la sua capacità di trasmettere la relazione (reverenzialmente religiosa) che finiamo sempre per instaurare con l’ambiente che ci circonda, sia al suo stato naturale sia modificato dall’influsso della cultura umana: la piccolezza dell’uomo di fronte alla creazione.

Questo faceva di Toppi l’artista ideale per affrontare la storia di ¡Viva México!, che altro non era che la storia della rivoluzione messicana, condensata in un pugno di pagine simboliche che cercavano di trasmettere l’idea della lotta politica per il potere, volta a cambiare il complesso di forze e a restituire la dignità (e il possesso delle terre, che non è un dato minore) agli oppressi di sempre, i contadini a cui si stava rubando la vita. E se è vero che c’è qualcosa di pregiudiziale in quello sguardo sul Messico, il fumetto si sforza però di mostrare la coesistenza tra civiltà e barbarie in entrambe le parti in causa, in un’epoca in cui l’esito storico della vicenda non era ancora stato scritto. Con l’intervento nordamericano che fa da cupo sfondo, la gamma umana della Rivoluzione viene risolta nell’intersezione di quattro personaggi, due messicani (Pancho Villa ed Emiliano Zapata) e due nordamericani (un regista e un agente segreto), figure giustapposte di quella che dovrebbe essere la morale rivoluzionaria.

La mia percezione di Toppi è andata variando con il tempo. Non mi piacquero i suoi lavori più commerciali, dedicati a vite di santi, papi e vari personaggi storici. Mi sembrarono, e continuano a sembrarmi, distorsioni non necessarie (o necessarie a pagare i conti, che anche per questo si lavora, no?) che tolsero a Toppi il tempo per fare altri capolavori come Il collezionista o Sharaz-de, per citare le più note tra le sue vaste collaborazioni per le riviste Alter Alter, Linus, Comic Art e L’Eternauta. In seguito mi sono passati tra le mani diversi libri di Toppi ma, per una ragione o per l’altra, non sono mai rimasti definitivamente nella mia biblioteca. ¡Viva México! invece ha continuato ad accompagnarmi da quei lontani anni ’80, passando per un paio di traslochi. Martedì scorso, il 21 agosto, mentre mi aggiravo in una vecchia libreria di Avenida de Mayo, mi sono imbattuto in un esemplare di L’uomo del Messico, edizione italiana originale di quel ¡Viva México! di cui stavamo parlando. Era scontato a un prezzo irrisorio e l’ho comprato, anche se (o forse proprio perché) aveva la copertina squinternata, gli mancava un pezzo di costola e alcune pagine erano sciolte. Si vedeva che era stato letto e riletto molte volte. Arrivato a casa, sono venuto a sapere della morte di Toppi. E lì ho avuto la vera rivelazione.

Gli alchimisti parlano del processo di trasmutazione della materia come “il cammino di Santiago”, un modo metaforico di riferirsi alla trasmutazione dello spirito, a cui si perviene percorrendo il tragitto tra il punto di partenza e quello di arrivo. Ci possono volere giorni, mesi o anni, perché dipende dal pellegrino e non dall’itinerario. Il mio Cammino di Sergio ha richiesto circa trent’anni, ma alla fine sono approdato a questo nuovo livello di conoscenza, chiudendo circolarmente il ciclo che mi ha condotto a un nuovo inizio. Basta con il rapporto di attrazione-distacco. Anche se tardi (ma sarà poi vero che non è mai troppo tardi?), Sergio Toppi è entrato a far parte del Patrimonio della mia Umanità.

Grazie, Maestro. E buon viaggio.