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Rapyuela

Fabrizio Gabrielli 5 Commenti

Illustrazione di Mayu (Emanuela Selis)

Oggi Julio Cortázar avrebbe compiuto cento anni. Le celebrazioni sono già iniziate da lungo tempo: per ricordarlo, abbiamo scelto di affidarci a Rayuela, come sempre, rivisitandolo un po’. Siamo certi che Julio avrebbe apprezzato, voi che ne dite?

«Rapyuela»
di Fabrizio Gabrielli*

Ho incontrato Julio Cortázar per la prima volta nel 2006, a un corso di scrittura creativa. Stavo cercando le parole per il mio Grande Romanzo Ràppico con tutte le titubanze, le ritrosie e le rigidità metodologiche d’un fama. È risaputo che solo i fama, infatti, frequentano i corsi di scrittura creativa. Da sei anni avevo smesso di fare il rap, prima avevo un gruppo che si chiamava Kamikaze Sur Tirreno, poi da un giorno all’altro ci erano scivolati via i tempi da sotto le scarpe, doveva entrarci qualcosa il concetto di diventare grandi. Cercando la maturità m’ero imbattuto in coniglietti che spuntavano da ogni angolo: il primo racconto di Cortázar – me l’avevano presentato pronunciandolo Cortazàr – che ho letto è stato «Lettera a una signorina a Parigi». Poi Bestiario, e tutto quello che ne consegue. Subito dopo, Historias de cronopios y de famas, nella sua lingua. Di lì in poi ho sempre letto (quasi sempre) in originale. Conservo una copia di Todos los fuegos el fuego con gran gelosia, una prima edizione che una cara amica mi ha portato da San Telmo.

Adam Mansbach, intervistato da Francesco Pacifico, una volta ha detto che l’hip hop è un po’ la «summa strutturale» di tutta la musica che l’ha preceduto. Poi parlava anche dello scrivere di musica (che è tutt’altro rispetto allo scrivere con musicalità): la letteratura di questo tipo, diceva più o meno, è riuscita quando sa separare l’estetica dal contenuto.

Julio Cortázar ha scritto molto di jazz. Il ritratto del cronopissimo Satchmo è meraviglioso almeno quanto il suono della sua tromba, ma il concetto è un altro: Cortázar è la tromba di Satchmo, ragiona coi tempi sincopati di Dixieland, in takes – la sua scrittura è intrinsecamente jazz, anche quando non parla di jazz.

Le parole per il mio Grande Romanzo Ràppico hanno smesso di sfuggirmi quando ho capito che dovevo diventare intrinsecamente hip hop. Contenuto ed estetica dovevano essere come l’axolotl e il curioso osservatore, che si guardano negli occhi per scambiarsi di posto e trovarsi a parti invertite da una parte e dall’altra del vetro divisorio.

Per leggere Rayuela mi sono preso un mese di ferie dal lavoro. Non facevo nient’altro che alzarmi, fare colazione, leggere Rayuela. Poi pranzavo e leggevo Rayuela, fino all’ora di cena. Rayuela come digestivo. Era il mese di maggio, ho girato dei video mentre leggevo a voce alta e li ho messi su youtube. Li ho intitolati Mayuela. Mentre lo facevo mi chiedevo cosa avrebbe pensato di me JC, ma devo riconoscerlo – era una preoccupazione da fama, da «genere semenzario simmetrico e orologio svizzero, il due dopo l’uno e prima del tre». Certe volte bisogna saper andare per la propria strada senza preoccuparsi di rigare dritto, anzi piuttosto controcorrente, non frenare quando la luce del semaforo si prepara a diventare rossa. Premere al contrario l’acceleratore, e che Dio ce la mandi buona.

Con Alessandro «Pruno» Prunelli – un baluardo della old school, che oltre a essere un grande amico è il mio dj e producer di riferimento – ci siamo messi in testa di fare un rap su Rayuela: lo abbiamo voluto chiamare RAPYUELA. Non siamo i primi ad aver campionato la voce di Julio, l’hanno già fatto i Gotan Project, né ci arroghiamo la primazia della trasposizione in musica di brani di Cortázar – la cubana Jamila Purofilin ha intessuto uno spettacolo musicale sulle poesie del Gran Cronopio.

In uno scritto incluso in Papeles inesperados Cortázar racconta come la questione lettore di riferimento di Rayuela gli sia un po’ sfuggita di mano, col tempo. «Mentre […] i lettori logici di quel libro sceglievano di starsene ai margini, i giovani e Rayuela hanno dato vita a una specie di combattimento amoroso […] facendo di quel libro, che non gli era stato coscientemente destinato, un altro libro».

Comporre Rapyuela, per Pruno e me, è stato avvicinare il gessetto alla casella e lanciare il sassolino verso il cielo: abbiamo fatto di quel libro, che non ci era stato coscientemente destinato ma che abbiamo amato, semplicemente altro.

Mansbach, sempre in quell’intervista con Pacifico, a un certo punto dice che la potenza centrifuga dell’hip hop, il suo volersi mangiare tutta la terra e bere tutto il mare, estrapolando scientemente contenuti diversi da contesti eterogenei per poi incollarli in un patchwork originale, è un qualcosa che si può realizzare «soltanto in due maniere: mancando di rispetto alla realtà, oppure con amore, con curiosità intellettuale, con un rispetto totale e un accumulo di conoscenza». «Spesso c’è chi pensa che l’hip hop tratti la storia senza rispetto», dice Mansbach. «E invece è il contrario».

Tale è stato, ed è, lo spirito di Pruno, e il mio.

Non abbiamo più pensato a come l’avrebbe presa Julio.

Acceleratore, e che Dio ce la mandi buona.

Buon ascolto.


* Scrittore, ha collaborato con L’Ultimo Uomo, IL, Nuovi Argomenti, Edizioni Sur, Finzioni, Rivista Studio e Fútbologia occupandosi soprattutto di Sudamerica, calcio e letteratura, anche in combine. Il suo ultimo libro si intitola Sforbiciate. Storie di pallone ma anche no (Piano B, 2012). A cavallo tra il 1998 e il 2001, con lo streetname Tsunami Kobayashi, ha partecipato come rapper a diversi mixtape e album.