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Scriviamo sempre allo stesso modo

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L’invasione, raccolta di racconti di Ricardo Piglia, è in libreria. Per presentarvela, pubblichiamo oggi la prefazione dell’autore al volume, tratta dall’edizione Anagrama uscita nel 2006.

di Ricardo Piglia
traduzione di Enrico Leon

La prima edizione dell’Invasione è del 1967 e da allora non è stato più ripubblicato. Più volte sono stato sul punto di ricominciare a lavorarci e sono sempre stato distratto da altri progetti. In un certo senso, mi piacerebbe immaginarlo come un manoscritto perduto e ritrovato; un’opera dimenticata in un cassetto.

Quarant’anni sono un periodo abbastanza lungo per sapere se un libro resiste al passare del tempo. Questo non è necessariamente il caso, né la sopravvivenza è di per sé una virtù (molti libri pessimi sono sopravvissuti e libri eccellenti sono stati dimenticati), ma, ad ogni modo, se mi decido a pubblicarlo è perché non ci trovo troppe differenze con i libri che ho scritto in seguito. Non mi sembra che più uno scrittore invecchia, meglio scriva, o che migliori con il passare degli anni (spesso è proprio il contrario). A lungo andare pensiamo di scrivere diversamente e invece scriviamo sempre allo stesso modo, con gli stessi errori e gli stessi – sporadici e sempre sorprendenti – buoni risultati.

Ho riletto e revisionato più volte i dieci racconti dell’edizione originale e ho realizzato varie modifiche e alcuni aggiustamenti. In generale, si è trattato soprattutto di tagli e soppressioni. Sappiamo già che – come diceva Hemingway – tutto ciò che possiamo togliere da un racconto lo migliorerà. L’unico racconto che ho riscritto per intero è «Pomeriggio d’amore». La prima versione non mi convinceva e poco tempo dopo aver pubblicato il libro l’ho riscritto mantenendo la situazione iniziale, ma cambiando i personaggi. Ovviamente, la stessa storia con altri protagonisti è un’altra storia (e tuttavia, in un certo senso è anche la stessa).

«Gli atti della sentenza», scritto nel 1964, è – per quanto può valere quest’affermazione – il mio miglior racconto. narra fatti storici ed è una congettura sulle ragioni dell’assassinio del generale Urquiza, il comandante della provincia di Entre Ríos che partecipò alle guerre civili, sconfisse Rosas nel 1852 e lottò per più di dieci anni con Buenos Aires, a capo di una Confederazione di province dell’entroterra (che i portegni chiamavano in tono dispregiativo i tredici casolari). Fu ucciso nella sua residenza di palazzo San José, a Entre Ríos, per mano dei suoi stessi uomini, l’11 aprile del 1870. Anche «Mata-Hari 55» (1966) è, in un certo senso, un racconto storico e si riferisce alle azioni clandestine delle «pattuglie civili» che cospiravano contro Perón alla vigilia della cosiddetta rivoluzione liberatrice che lo rovesciò nel settembre del 1955.

«Tenera è la notte» (1967) è un altro dei miei racconti preferiti, in particolare per le sue imperfezioni, che – questo sì che lo impariamo con gli anni – sono essenziali per l’efficacia di un racconto; il titolo è una testimonianza della mia ammirazione per Scott Fitzgerald anche se, a dire la verità, il tono è influenzato dai Sotterranei di Jack Kerouac e soprattutto dall’ultima frase del suo libro: «And I go home having lost her love. And write this book».

Ho aggiunto cinque racconti alla raccolta iniziale. «Riparazione» (1963), «A novembre» (1965) e «Il pianista» (1968) sono stati originariamente pubblicati in riviste letterarie di Buenos Aires in quegli anni. Li ho rivisti e riscritti cercando di rimanere fedele all’idea originale e li includo ora nella seconda parte del libro perché fanno parte della stessa serie. «Riparazione» rimanda a un fatto tragico (sarebbe meglio dire criminale) della storia argentina. Il 16 giugno del 1955 alcuni aerei della marina militare – con il pretesto di uccidere Perón – bombardarono il centro della città di Buenos Aires assassinando centinaia di cittadini indifesi. «A novembre» fa riferimento al naufragio della nave greca Navarchos che affondò a Mar del Plata, di fronte a Playa Grande, il 20 ottobre del 1964. Dal canto suo, «Il pianista» allude segretamente al «Mono» Villegas, uno straordinario pianista di jazz (che fu anche un grande narratore orale), e ricorda anche una barzelletta su scimmie e pianisti che era solito raccontare – in modo più sfrontato, bisogna riconoscerlo – il compositore Gerardo Gandini (un altro musicista che sa narrare benissimo). Questo racconto fu pubblicato qualche anno fa, in un volumetto a sé stante, dalla casa editrice Eloísa Cartonera.

I due racconti più estesi – che aprono e chiudono il volume – sono inediti. «Il gioielliere» fu scritto nel 1969 e «Un pesce nel ghiaccio» all’inizio del 1970. Entrambi i testi sono passati attraverso diverse versioni e molteplici riscritture. Mi è sembrato opportuno includerli nel libro perché erano stati scritti con la stessa concezione della letteratura del resto dei racconti.

Riscrivere vecchie storie cercando di fare in modo che siano uguali a com’erano è una benevola utopia letteraria, in ogni caso più benevola della speranza di inventare sempre qualcosa di nuovo. Un’ulteriore illusione potrebbe farci pensare che, riscrivendo i racconti che abbiamo concepito nel passato, ritorniamo a essere quello che eravamo al momento di scriverli.

R.P.
Buenos Aires, 31 agosto 2006