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Onetti tra due fuochi

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Pubblichiamo oggi un breve e denso testo di Blas Matamoro su Juan Carlos Onetti che figura nell’archivio del Centro Cervantes, ringraziando l’autore. Blas Matamoro è un intellettuale argentino di grande prestigio, soprattutto in Spagna, dove si è rifugiato dopo il colpo di Stato del 1976. Narratore, traduttore e critico, ha diretto per molti anni i «Cuadernos hispanoamericanos».

di Blas Matamoro
traduzione di Raul Schenardi

Quando Onetti comincia a farsi conoscere, negli anni Trenta, la narrativa del Rio de La Plata accende un paio di falò contrapposti. Uno arde per la tradizione realista, che data dal XIX secolo e si concentra sullo studio di certi prototipi sociali e dei modi di dire del linguaggio orale. L’altro si getta sulle storie di fantasmi con tempi congelati o circolari, con morti e scomparsi che infestano l’esistenza dei viventi. Schematicamente: una tradizione continua a occuparsi della storia, l’altra la nega. Manuel Gálvez ed Enrique Amorim da un lato, Borges e Bioy Casares dall’altro.

A questa dicotomia l’eredità delle avanguardie avrebbe potuto aggiungere ben poco. In genere avevano influenzato maggiormente la lirica che l’epica, e del resto i suoi principali patrocinatori si incaricarono di criticarla se non di screditarla. Era rimasto un solo avanguardista attivo, Oliviero Girondo, autore di versi.

Facendosi carico di queste tensioni, Onetti propone di conciliarle, e insieme di unirle, a un appello all’esistenzialismo. Proveniva, naturalmente, dalla Francia, ma per l’Occidente che leggeva in francese riscattava Kafka. Senza andare così lontano, l’opera di Unamuno conduceva a Kierkegaard, e questi a Pascal, e questi ad Agostino d’Ippona.

In effetti, il gesto narrativo di Onetti sembra realista. Tipi comuni, ambienti riconoscibili, dialoghi discreti, un certo gusto per il grigiore, per tutto ciò che è sordido, abituale, dimenticabile. Ma quando i personaggi della Vita breve «scappano» verso l’appena fondata – narrativamente – città di Santa María, che diventerà lo scenario di una sfilacciata saga sociale, allora l’ubbidienza ai dettami del realismo si spezza.

A Santa María il tempo è coagulato, le esistenze spettrali, le imprese vengono costruite a metà e poi abbandonate, la fama si acquisisce ingannevolmente con il delitto e la menzogna. La sua storia viene disfatta prima ancora di farsi, e il passare dei giorni e degli anni non ha significato per l’elaborazione del senso. La sua cifra è quel cantiere con il suo porto di acque limacciose, dove nulla si ripara né si costruisce, un messaggio che non trasmette alcun contenuto. I dirigenti ripetono discorsi già fatti, che tutti sentono e nessuno ascolta.

L’esistenzialismo serve a Onetti per unire il gesto alla narrazione, la retorica al messaggio. Il suo è un mondo di esseri abbandonati, la cui esistenza consiste in quell’essere gettati in un paesaggio storico nel quale la storia ha perso qualsiasi valore. La religione, la politica, l’industria sono discorsi strutturati ma anomici, hanno valore formale ma non vigenza materiale.

Questa ricerca esistenziale si lega al sorgere delle filosofie esistenzialiste nel Rio de La Plata. Discepoli di Husserl come Francisco Romero, o di Heidegger, come Carlos Astrada, introducono l’immagine dell’uomo esistenzialista: gettato e abbandonato in un mondo inospitale, preoccupato per l’esistenza e angosciato dalla libertà. Altri scrittori, come Ernesto Sabato, seguiranno un solco simile aquello onettiano. Si tratterà di trovare un senso e di attribuirlo alla vita, nella rivoluzione politica, nell’illuminazione mistica o, molto più semplicemente, nella storia stessa come narrazione, ovvero nella letteratura.

L’unica cosa che permette di costruire qualche senso è la narrazione stessa. È come se lo scrittore prestasse compassionevolmente aiuto ai propri personaggi e li convincesse che sono memorabili, che meritano di perpetuarsi in un testo, anche a costo di mostrare in pubblico la loro miseria e la loro inerzia. Anche lo stile elaborato e puntiglioso di Onetti, il suo esibire con ferma convinzione il fatto che «sta scrivendo una letteratura letteraria», sembrano indicare, rimarcandola, la mossa di correre in aiuto dell’abbandono e della desolazione delle sue creature.

Forse in questo snodo si potrà trovare il luogo che il narratore, un narratore apparentemente estraneo a quanto racconta, con un atteggiamento teoricamente realista, occupa nel testo. Non è tanto colui che narra, ma colui che scrive godendo della lingua, con quello che alcuni chiamano stile, forse ricordando che stile viene da stiletto, un punteruolo che incide segni durevoli su una superficie dura e resistente.

Onetti si affeziona a Santa María, paesaggio allegorico della stagnazione attraversata dalla storia dopo la Grande Depressione. Nei testi lunghi di romanzi come Raccattacadaveri o nei racconti brevi come La morte e la fanciulla, viene ritratta una società di fantasmi, quella che si trasformò in uno spettro del passato senza essere arrivata del tutto ad avere un’esistenza nel presente.