Il vero boom latinoamericano è adesso

redazione Interviste, SUR Lascia un commento

Stiamo davvero assistendo a un nuovo boom della letteraura latinoamericana? Ne parla in un’intervista con un giornalista della rivista «Ñ» (supplemento culturale del quotidiano argentino «Clarín») lo scrittore messicano Carlos Fuentes, che ha appena pubblicato «La gran novela latinoamericana», un saggio sulla narrativa e quelli che secondo lui ne sono i migliori esponenti. E non si lascia sfuggire l’occasione per parlare di politica, uno dei suoi temi preferiti, in vista delle prossime elezioni in Messico.

di Guido Carelli Lynch
Traduzione di Raffaella Accroglianò

Jorge Luis Borges era già uno scrittore famoso quando andò in Messico e chiese di conoscere Carlos Fuentes. Non pensava che l’autore di La muerte de Artemio Cruz [La morte di Artemio Cruz, edizioni Net, 2002; ndr], né nessun altro, lo avrebbe rifiutato. «Chiese di vedermi e io dissi: no, no, no. Preferisco il Borges autore. Dicono che sia una persona difficile. Non volli sapere nulla dell’essere umano, decisi di preferire i libri, che costituiscono un universo così formidabile. Perché conoscere l’autore?», si domanda Fuentes all’altro capo del telefono, nella sua casa di Città del Messico.

Gli andò meglio con il suo amico Julio Cortázar. «Per me fu un onore ricevere, dopo solo un mese dalla pubblicazione di La región más transparente [La regione più trasparente, Il Saggiatore tascabile, 2011; ndr], a 29 anni, una lettera di Cortázar di 20 pagine nella quale mi dava del lei e mi segnalava ciò che gli era piaciuto. Era una lettera molto sensibile, intelligente e degna di Julio Cortázar», dice senza dissimulare l’emozione.

Ventisei anni dopo, quando Cortázar morì a Parigi, Fuentes si trovava negli Stati Uniti e chiamò subito il loro comune amico in Messico, Gabriel García Márquez. «Non credere a tutto quello che dicono i giornali» mi disse Gabo. «E aveva ragione. Cortázar, lo scrittore, è ancora vivo ed era un essere umano meraviglioso», aggiunge Fuentes che con i suoi 82 anni, dopo più di 20 romanzi, saggi, racconti e perfino un’opera, conosce il gioco delle interviste.

Il prossimo giovedì (si riferisce al 26 gennaio 2012) giungerà nelle librerie argentine e in quelle del resto del Sudamerica il suo ultimo libro, La gran novela latinoamericana (Alfaguara), un saggio sugli scrittori più emblematici della regione ma anche un’apologia del genere, oltre che una biografia letteraria dello stesso Fuentes. Riflette su Bernal Díaz, il primo cronista delle Indie, Rómulo Gallegos, Juan Carlos Onetti, García Márquez, Vargas Llosa, José Donoso, fino ad arrivare al colombiano Juan Gabriel Vásquez, il peruviano Roncagliolo, il cileno Carlos Franz o gli argentini César Aira, Matilde Sánchez e Martín Caparrós.

«È un libro che ho creato durante tutta la vita, perché ha molto a che vedere con le mie letture giovanili, con riletture, con amici e scrittori che mi interessano. È un libro molto personale, non è un manuale e neanche un dizionario. Mancano alcune persone, e mi dispiace. Sono messicano e parlo più del Messico che di altri paesi. Ma ho fatto il libro che desideravo, e già questo è motivo di soddisfazione e di sensi di colpa. Questa è l’origine del libro e forse anche il suo destino», spiega.

Lei parla del Messico ma molto anche dell’Argentina, arrivando ad affermare che abbiamo la letteratura più ricca del continente.

Se guardiamo paese per paese, la letteratura più ricca del continente è, senza dubbio, quella argentina. Il Martín Fierro e il Facundo sono gli unici libri che rompono con la mediocrità del XIX secolo. Lo sviluppo della letteratura argentina è incredibilmente grande. L’Argentina è situata tra la vastità dell’Oceano Atlantico e la vastità della Pampa. Bueno Aires è stata la risposta a due immensità, a necessità dettate dall’infinitezza dello spazio. La risposta è urbana: una città e una letteratura.

Perché include Borges in questo canone se non ha mai scritto romanzi?

Dipende cosa si considera per romanzo, perché a volte un racconto di Borges era il riassunto di un romanzo. L’Aleph contiene molti romanzi, come Il giardino dei sentieri che si biforcano [in Finzioni, Einaudi, 2005; ndr].

Lei parla di una nuova generazione di scrittori molto diversa da quella del boom, cui lei stesso partecipò.

Noi, se qualcosa avevamo in comune, era che volevamo raccontare nuovamente la Storia dell’America Latina. Sentivamo che non era stata raccontata bene o per intero. Cent’anni di solitudine ha questo scopo. Al contrario i nuovi autori non hanno sulle spalle questa rivendicazione storica e parlano molto direttamente delle loro mogli, delle amanti, delle città, delle professioni, della vita contemporanea e soprattutto urbana, perché non si  tratta più di un romanzo agrario.

E in quanto a diffusione?

Nel 1950 in Francia venivano tradotti solo tre scrittori messicani. Oggi sono più di 40, e si traducono anche scrittori argentini, peruviani e colombiani. Mi creda, questo è il vero boom, quello che c’è ora, con una libertà di diffusione molto maggiore di quella che abbiamo avuto noi.

Molti, come Tom Wolfe, assicurano che il romanzo è morto. Perché lei non è d’accordo?

Nei romanzi si scrive quello che non si può dire in altre forme. I romanzi dicono quello non dice il giornalismo o l’arte pittorica. C’è un potere di creazione e di durata nel romanzo che non conosce altri modi. Le nuove tecnologie – Internet, Twitter (che Fuentes ha usato solo per un giorno), l’Ipad – non possono ottemperare a questa funzione. Ho visto il romanzo minacciato dal cinema, la televisione e la radio: il romanzo permane sempre, trasformandosi.

I suoi amici García Márquez e Vargas Llosa hanno vinto il Nobel. Non le piacerebbe vincerlo?

E a chi non piacerebbe? Ma quando mi danno il premio di Veracruz sono contento. Non si scrive per ricevere premi. Né Mario né Gabriel scrivono per essere premiati, ma per un impulso molto importante e molto intimo. Inoltre, neanche Kafka, Tolstoj e Proust lo ricevettero. Di che ci si deve lamentare?

“Viviamo una crisi di civiltà che cominciò in Nord Africa”

Tre avvenimenti ossessionano Carlos Fuentes rispetto ai prossimi mesi: Federico en su balcón, il romanzo che ha come protagonista un resuscitato Nietzsche; un saggio su grandi personalità e, principalmente, le elezioni presidenziali in Messico. «Ero un grande sostenitore di Marcelo Ebrard Casaubon, l’attuale capo di governo di Città del Messico, ma Manuel López Obrador lo ha battuto all’interno del PRD. Ancora no si sa quale sarà il candidato del partito di governo PAN. E il PRI ha un candidato molto mediocre, un personaggio funesto che si chiama Enrique Peña Nieto», si preoccupa.

Per Fuentes si tratta di una scelta minore in un paese molto grande con problemi giganteschi e dove i candidati non offrono soluzioni. «Ci sono problemi immensi. La criminalità organizzata è molto legata ai rapporti con gli Stati Uniti. Ci sono milioni di giovani privi di titoli di studio e senza lavoro, una classe povera che rappresenta la metà del paese e una classe civile intellettuale sociale che ambisce ad avere una democrazia migliore di quella che viene offerta. Ci sono fattori di potere che possono interrompere il processo, e c’è un esercito che per il momento si tiene al margine. Vedremo cosa accadrà», fa un’analisi speranzosa delle alleanze che può mettere in campo López Obrador.

Fuentes non crede che i governi e le regioni abbiano creato un modello politico ed economico differente da quello che propone l’Europa. Secondo lui, presto arriverà il tempo degli indignados latinoamericani. «C’è una crisi di civiltà molto grande, che ha cominciato a manifestarsi curiosamente nel Nordafrica, è arrivata in Europa, ha già attraversato l’Atlantico, e finirà per arrivare in America Latina» insiste. Per lui questa crisi è dovuta all’incompetenza della cultura e della politica. «È qualcosa molto difficile da definire tranne che come un cambiamento di civiltà.» I governi latinoamericani cominceranno a tremare. «Ci sono molti governi anacronistici in America Latina. Credo che nessuno degli attuali governi rappresenti un cambiamento della società, della civiltà, un movimento in avanti. Non serviranno per la gente giovane, che organizzerà manifestazioni in tutto il continente e, prima di tutto, nei paesi con regimi autoritari come il Venezuela», profetizza a cavallo tra le sue due passioni: la politica e la letteratura.

 


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