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Le vite di Sergio Ramírez / 2

Javier Sancho Más Reportage, Ritratti, Scrittura, SUR Lascia un commento

La seconda parte di un reportage sulle molteplici vite di Sergio Ramírez, grande scrittore e rivoluzionario nicaraguense, a cura di Javier Sancho Más. L’articolo è uscito sulla rivista Gatopardo, che ringraziamo. La prima parte è disponibile qui.

di Javier Sancho Más
traduzione di Giulia Zavagna

[Leggi qui la prima parte della crónica]

Nato a Masatepe, in un paese che vive all’ombra di Rubén Darío, dove si dice che «todo il mundo es poeta o hijo de pueta», il suo primo contatto con la letteratura sono stati i fumetti e il cinema del paese, gestito da suo zio, dove dava una mano a proiettare i film.

«Se mi guardo indietro, ho sempre fatto mestieri molto solitari. Per esempio il proiezionista al cinema. Ti chiudi in una cabina, grande come una piccionaia, alla quale si accede da una scala verticale. È una stanza di fantasmi arrotolati su celluloide, quasi al buio e al di sopra del pubblico».

Suo padre, Pedro Ramírez, era un commerciante che, a differenza della madre, leggeva a malapena e veniva da una famiglia abbiente. I fratelli e i cugini paterni erano membri di un’orchestra, i Ramírez, ed erano soliti sedersi sul marciapiede di fronte a casa a raccontare barzellette. Quell’ambiente giocoso e di paese appare in varie sue opere. Il giornalista Juan Cruz, editor di Alfaguara durante gli anni Novanta, aiutò a farlo conoscere con il romanzo Un baile de máscaras, 1995, nel quale Sergio Ramírez ricrea la propria infanzia tra gli anni Quaranta e Cinquanta a Masatepe, dov’è nato.

Suo padre, che paradossalmente era simpatizzante del partito liberale di Somoza ed arrivò a essere sindaco di Masatepe, lo mandò a studiare Diritto a León, pur senza avere molta disponibilità economica e quando il giovane Sergio ancora non aveva alcun tipo di vocazione. «Credo che mio padre volesse educarmi al potere, solo che lui immaginava un potere vicino a quello del dittatore».

León, una vecchia città coloniale di sessantamila abitanti, era una metropoli in confronto a Masatepe. L’anno in cui entrò all’università fu lo stesso anno del trionfo della rivoluzione cubana, e già si notava l’effervescenza che produsse nei movimenti studenteschi di tutto il continente. Il giorno chiave fu il 23 luglio del 1959. Quel giorno gli studenti universitari, Sergio Ramírez tra loro, marciarono in una manifestazione con indosso camicie bianche e cravatte nere, in segno di lutto per i caduti in un frustrato tentativo di guerriglia contro il secondo governo Somoza. Tre anni prima, sempre a León, un giovane poeta aveva messo fine alla vita del padre della dinastia, Anastasio Somoza García, ragion per cui il figlio Luis Somoza prese immediatamente il potere. Il figlio minore, Anastasio (Tacho), era a capo della Guardia Nazionale in attesa di essere il successivo a salire alla presidenza.

Durante la manifestazione di luglio, la Guardia Nazionale soffocò la ribellione studentesca lasciando quattro morti e più di sessanta feriti. Sergio Ramírez corse a rifugiarsi dentro un ristorante. In una delle interviste che concesse alla giornalista messicana Silvia Cherem, per un libro in cui racconta buona parte della sua vita, (Una vida por la palabra, Fondo de Cultura Económica, 2004), ammise che «quando arrivai all’università non avevo una coscienza politica… ma quel giorno ha cambiato la mia vita per sempre». Da allora, per lui fu chiaro che la dittatura doveva essere eliminata.

Continuò a studiare senza vocazone ma con una caratteristica che l’avrebbe sempre accompagnato: fare finta che gli piacessero le cose che non gli piacciono. Di fatto, diventò il miglior studente del suo anno e occupò incarichi di fiducia al seguito del rettore dell’università, Mariano Fiallos, un umanista che fu suo mentore. Pubblicò il suo primo libro di racconti, intitolato Cuentos, nel 1963.

Già allora, la sua fidanzata era Tulita: una ragazza di León che vendette quel libro di Sergio, porta a porta, nonostante la sua timidezza congenita. Tulita non ha mai rilasciato un’intervista, né mai lo farà, ma la si può vedere in prima fila a ogni conferenza del marito. Prima che iniziassero a uscire insieme, Sergio dovette contendersela con un ingegnere che si era alleato con un prete spagnolo per farla sposare quasi a forza. Con vari amici e i suoi futuri suoceri si presentò nella sacrestia per riscattarla e affrontare il prete. «Sembra una storia di Pérez Galdós, ma è vera. E sai una cosa? Quello stesso prete ci ha sposati il 16 luglio del 1964 nella stessa cattedrale. Io avevo ventun anni, lei diciotto», disse Ramírez a Cherem.

Grazie all’influenza del rettore Fiallos, Sergio Ramírez fu eletto segretario del Consiglio Superiore delle Università Centroamericane, che aveva sede in Costa Rica. Lui e Tulita vissero lì per più di dieci anni, durante i quali nacquero i loro tre figli. Nel 1973 ebbe due possibilità: da una parte, l’offerta di una borsa di studio della Fondazione Ford per studiare pubblica amministrazione a Stanford, cosa che gli avrebbe garantito un futuro sicuro e, dall’altra, un’umile borsa di studio da scrittore a Berlino, grazie all’intervento del critico e traduttore Peter Schütze-Kraft. Fino ad allora aveva pubblicato solo un libro di racconti e un romanzo, Tiempo de fulgor (1970), con scarso successo. Ma non ebbe alcun dubbio. Si imbarcò per Berlino con tutta la famiglia e mise da parte la sua vita da futuro politico.

Nei due anni che trascorse a Berlino scrisse il romanzo Te dio miedo la sangre – pubblicato poi a Caracas, nel 1977 –, in cui sviluppa il tema della cospirazione politica contro il potere e la violenza.

Allora, il destino lo mise di nuovo alla prova. Aveva un’offerta come sceneggiatore presso il Centre Pompidou di Parigi, che stava per essere inaugurato. Ma nel 1974 in un telegiornale tedesco sentì menzionare il Nicaragua (fino a quel momento del tutto inesistente nei media internazionali), accanto alla parola «sandinista». In Costa Rica, era entrato in contatto con vari membri del Fronte Sandinista di Liberazione Nazionale (FSLN), compreso il fondatore, Carlos Fonseca, ma fino a quel momento si era trattato di un’iniziativa minoritaria e di ispirazione radicale con la quale lui non aveva nulla a che fare. Conosceva molto bene la leggendaria figura di Sandino, l’eroe al quale il Fronte si ispirava, l’uomo che si era ribellato contro le invasioni yankee in Nicaragua finché fu ucciso dal primo Somoza. Il telegiornale informava del successo operativo di un commando sandinista a Managua. In quel momento si rese conto che la possibilità di sconfiggere la dittatura era vicina, e fece la manovra contraria alla precedente: mise da parte il suo futuro da scrittore e tornò con tutta la famiglia in Centro America.

Entrò nelle fila del FSLN nel 1975 dal Costa Rica, e si dedicò a quello che aveva imparato a fare nei suoi anni da dirigente universitario: procurare fondi economici e appoggio politico. Era un intellettuale al servizio della rivoluzione.

«Hai rinunciato coscientemente all’idea di essere scrittore per la rivoluzione?» «È che non me la sarei mai potuta perdere. Era una rivoluzione. Il ruolo che dovevo svolgere era quello dell’intellettuale, della propaganda, della diplomazia, visto che non avevo alcun addestramento né velleità militare».

Sergio Ramírez

García Márquez, Sergio Ramírez e Carlos Fuentes

Fu allora che entrò in contatto con García Márquez perché, grazie alla sua intercessione, il presidente del Venezuela Carlos Andrés Pérez li rifornisse delle armi necessarie per un’operazione contro Somoza. Accadde nel 1977 e, per far sì che accadesse, Sergio Ramírez dovette ingannare Gabo. Alla domanda: «E quanti siete?», gli rispose che erano più di 1300 combattenti, anche se in verità non erano che alcune decine. Non tardò a ricevere telefonicamente conferma dell’aiuto, con un messaggio cifrato: «L’editore accetta di pubblicare il libro, e firmerà un contratto quando sarà pronto il primo capitolo». Tuttavia, l’operazione non fu significativa come tutti si aspettavano. Riuscirono a occupare solo una caserma della Guardia Nazionale, vicino al confine con il Costa Rica.

Durante quegli anni in Costa Rica, la vecchia Volvo che guidavano lui e Tulita serviva a trasportare armi, denaro, medicine e vettovaglie da San José al confine nicaraguense. La casa dove vivevano, nel Barrio de Los Yoses, si trasformò in una base operativa. Lì si conservavano parte dei soldi per la rivoluzione – che provenivano da donazioni da tutte le parti del mondo – in una valigia nascosta sotto il lavandino. «A un certo punto», ha ricordato Sergio nel suo memoir sulla rivoluzione, Adiós muchachos (Aguilar, 1999), «in quella valigia ci sarà stato un milione di dollari».

La rivoluzione trionfò il 19 luglio del 1979 e Sergio, già ristabilitosi a Managua, fu tra i membri della Junta de Gobierno, assumendo poi la vicepresidenza in seguito a delle elezioni molto discusse che, nel 1984, il Fronte Sandinista convocò per ottenere la legittimità di fronte al mondo. Tulita e i figli appoggiarono lo scrittore che era diventato un rivoluzionario. Tutti collaborarono a lavori di campagna e di alfabetizzazione, come l’immensa maggioranza delle famiglie nacaraguensi. E Sergio figlio, di nascosto da suo padre, si arruolò come volontario in uno dei battaglioni di combattimento.

«Non hai fatto nulla per impedirglielo?» «Mio figlio ha volutio andare in guerra perché non voleva che io facessi brutta figura. E questa è la parte più drammatica di tutte, no? Io ero un dirigente della rivoluzione. E lui non voleva che la gente dicesse che aveva una protezione speciale e che io ero un codardo e non volevo mandarlo al fronte. Quindi io non ho fatto nulla per salvarlo. Non gli ho detto: “No, assolutamente no, figlio mio, tu in guerra non ci vai, che cosa ti viene in mente, piuttosto vai a Cuba”. In quel momento, lo l’ho preso come un atto di onestà da parte mia. Però mi svegliavo la notte, non mi davo pace, pensando che avrebbero potuto uccidere mio figlio, cosa che era del tutto possibile».

Nel suo ultimo romanzo, Sara, pubblicato da Alfaguara nel 2015, riscrive la storia biblica di Abramo. Un uomo e una donna vagano soli per il deserto. Lui obbedisce solo ai dettami di un «Mago» che impone arbitrariamente il destino della coppia. Nonostante lei non capisca perché Abramo continui a obbedire ai dettami di un destino incerto, lo segue sempre, cercando di resistere e aggrappandosi a quello che manca a lui: il buon senso. Il momento cruciale è quando Abramo sta per sacrificare l’unico figlio della coppia. Secondo la Bibbia, Dio alla fine ferma la mano del padre che sta per giustiziare il figlio dopo aver verificato l’illimitata fede dell’uomo. Secondo questa riscrittura è Sara, la moglie, che ferma il marito con il coltello alzato.

«Tulita come ha vissuto la decisione di vostro figlio di andare volontariamente in guerra?» «Lei come persona è molto meglio di me. È straordinaria. Ha tirato avanti. Ma non mi ha mai detto cose tipo: “o mi riporti mio figlio, o me ne vado di casa”. Se ne andava con le altre madri ai centri di addestramento, perfino a Mulukukú (nell’entroterra del Nicaragua, vicino al fronte di combattimento), in mezzo alle sparatorie, a trovare i figli. Una guerra in cui le donne andavano a fare visita ai loro figli e a portargli da mangiare. Mio figlio ha preso aprte a molti combattimenti. Ha visto cadere i suoi fratelli di lotta. Poi, per un problema al ginocchio, l’hanno destinato alle retrovie e una volta congedato se n’è andato nella DDR a studiare ingegneria».

Nel 1985, nel pieno della guerra grazie ai finanziamenti del governo di Reagan alla Contra nel suo impegno per bloccare i sandinisti, mentre era vicepresidente, Sergio Ramírez decise di rubare due o tre ore al sonno ogni mattina, prima di intraprendere i suoi obblighi di governo, per rimettersi a scrivere. Era la storia di un famoso avvelenatore, Oliverio Castañeda, i cui assassini furono celebri nella León degli anni Trenta, un thriller intitolato Castigo divino, che si rifà alla cronaca nera dell’epoca. Il romanzo si pubblicò nel 1988 e due anni dopo gli valse il premio Dashiell Hammett come miglior romanzo poliziesco scritto in lingua spagnola. Carlos Fuentes affermò che Sergio aveva scritto «il grande romanzo del Centro America, quello che serviva per avvicinarsi all’intimità delle sue genti».

«Quante ore dormivi al giorno mentre scrivevi Castigo divino?» «Non dormivo quasi per niente, vediamo… Mi alzavo verso le quattro, mi mettevo a scrivere, poi facevo un po’ di colazione, una doccia, e andavo al palazzo di governo fino a mezzogiorno. Facevo footing per un’ora e mezza. Mangiavo e iniziavo il turno pomeridiano che a volte si estendeva fino alle dieci o undici di sera. Poco tempo fa ho incontrato uno degli uomini della mia scorta. Loro avevano un campetto, qui, vicino allo studio dove siamo adesso». Mi raccontò che, all’epoca, quando si alzavano per allenarsi, si dicevano: «Facciamo piano, ragazzi, che il dottore sta scrivendo».

Questa era la casa della sua scorta, quando era vicepresidente viveva qui accanto, in un’altra casa, molto più lussuosa. Su una parete, accanto alla porta dello studio, c’è un mobile alto con le ante in vetro. Lì conserva le traduzioni dei suoi libri e la bibliografia critica, oltre ad altri tesori, come una Bibbia evangelica che gli lasciò sua nonna. Figlio di padre cattolico e madre evangelica, è un agnostico che crede tuttavia nel destino come lo intendevano Jung o i greci antichi. Il carattere introverso lo ereditò dalla madre, una donna molto seria e riservata, grande lettrice dei classici spagnoli. Tra i libri c’è un lettore cd con musica di ogni tipo, dal flamenco alle ballate e ai corridos messicani.

«Daniel (Ortega) mi ha attaccato la passione per i Tigres del Norte durante la campagna elettorale del ’90».

Compagni di partito negli anni Ottanta, Daniel e Sergio, come li chiamava il popolo (solo i nemici come Reagan li chiamavano Ortega e Ramírez), sembravano inseparabili. Nonostante Sergio si caratterizzasse per una visione più socialdemocratica, il conflitto con gli Stati Uniti lo portò a radicalizzare alcune delle sue convinzioni e fu leale alle direttive del partito e a Ortega. Almeno fino alla sconfitta alle elezioni del 25 febbraio del 1990, che fece emergere rapidamente le differenze tra loro. Nonostante avessero riempito le piazze durante la campagna elettorale, il Fronte Sandinista perse dopo aver ottenuto il 41% dei voti contro il 54% dell’alleanza di opposizione, guidata da Violeta Chamorro. Fu Sergio Ramírez a chiamare Ortega dalla sua casa di campagna per comunicargli che i primi sondaggi non stavano andando come speravano.

Tre anni dopo quella sconfitta, insieme ad altri militanti storici, invocò un rinnovamento interno del Fronte Sandinista e appoggiò una riforma costituzionale che il suo ex compagno non approvava. Sia Daniel Ortega che altri dirigenti riuscirono a metterlo all’angolo per toglierli influenze. Le differenze interne al partito si inasprirono e grazie alla Radio Ya, proprietà del Fronte, e al quotidiano Barricada, che Tomás Borge, ex Ministro dell’Interno, aveva iniziato a dirigere, fu lanciata una campagna di diffamazione contro Sergio. Era considerato un «traditore» e una delle sue figlie venne definita «lesbica», parola che allora, in un paese machista come il Nicaragua, era devastante. Tutto questo lo spinse a lasciare definitivamente il FSLN nel 1995. In una conferenza stampa, accompagnato da tutta la famiglia, annunciò: «Mi ritiro pubblicamente e irrevocabilmente. Il Fronte Sandinista al quale mi sono unito vent’anni fa non esiste più».

Sergio Ramírez

Sergio Ramírez e Daniel Ortega

«Ero molto amigo di Daniel Ortega. Lavoravamo insieme, eravamo intimi, andavamo d’accordo. Non abbiamo mai avuto divergenze profonde durante la rivoluzione. Divergenze lavorative sì, molte. Ne discutevamo. A volte ci scontravamo su alcune decisioni, com’era normale che fosse. Ma io non ho mai smesso di volergli bene. viaggiavamo insieme per ore, lui guidava e io gli stavo accanto, parlavamo di tutto. Si confidava con me, con molto senso dell’umorismo. Ci prendevamo gioco di un sacco di cose che poi dovevamo formalmente difendere».

«Di cosa per esempio?»

«Dell’arroganza di alcune persone, delle falsità della politica. Ma una cosa è l’affetto personale e un’altra le divergenze politiche».

«Non vi siete mai chiariti, prima o dopo il tuo ritiro?»

«Credo che non ci siamo mai seduti a parlare. Una volta ricordo che Jimmy Carter mi si avvicinò e mi disse: “Cosa posso fare perché tu e Daniel vi chiariate”. Stavano già iniziando a inasprirsi le divergenze tra di noi. “Presidente, non ce n’è alcun bisogno. Il giorno in cui avrò bisogno di parlare con Daniel Ortega, lo farò direttamente”. Non l’abbiamo mai fatto. Ma credo che se oggi dovessi rincontrare Daniel Ortega, tanti anni dopo, ci saluteremmo con lo stesso affetto. Io non l’ho certo perso. Credo che sia giusto capire queste cose, perché in politica tutto si confonde».

Il suo ritirarsi dalle fila sandinista non significò un abbandono definitivo dalla politica. Nel 1995, Ramírez fondò il Movimento di Rinnovamento Sandinista (MRS), per presentarsi alle elezioni l’anno successivo. Praticamente senza sostegni economici, e contro ogni speranza, il risultato fu catastrofico: ottennero un solo deputato.

«Hai sempre sostenuto che in un paese normale non avresti mai fatto il politico. È difficile capire perché ti sei presentato alle elezioni del ’96, quando sapevi già quale sarebbe stato il risultato. E poi, non volevi ormai dedicarti alla letteratura?»

«Per me erano due parti della stessa cosa. Pensavo che dopo il ’90 la rivoluzione si stesse affossando da sola, con una svolta autoritaria che contraddiceva gli ideali iniziali. Sentivo che la rivoluzione doveva avere una continuità democratica. E…»

Ci interrompe una telefonata di Antonina, sua cognata, che chiede di Cardenal. «È un testardo», risponde Sergio, «sa che non può viaggiare ed è andato comunque in Germania e ora ha la polmonite… Ti chiamo dopo».

«Dicevo che ho sempre creduto che il progresso sociale ed economico non dovesse contraddire la libertà. Non avrei potuto esprimermi così negli anni Ottanta, perché avrebbe rappresentato un tradimento. Dopo la sconfitta, questa verità venne a galla e decine di compagni del Fronte, me compreso, iniziarono a identificarcisi, non perché fossimo cambiati, ma perché ci credevamo fin dall’inizio. Pubblicammo un manifesto per un sandinismo democratico, firmato dalla crème del Fronte, dai pensatori. Daniel Ortega lo prese come un colpo basso e in un congresso straordinario riuscì a farmi fuori».

Ortega tornò al potere nel gennaio del 2006, dopo aver militato per sedici anni nell’opposizione, e fu rieletto nel 2011 dopo una riforma che permetteva la rielezione alla presidenza. Sebbene esista un vicepresidente, l’autentico braccio destro di Ortega da qualche anno è sua moglie, Rosario Murillo. Il Fronte Sandinista di oggi ha poco a che vedere con quello di allora. Il governo di Ortega dipende in gran misura dagli aiuti velezuelani e degli altri paesi dell’ALBA (Alianza Bolivariana para los Pueblos de Nuestra América), e da progetti faronici come la costruzione di un canale interoceanico con capitali cinesi. Tuttavia, sebbene la politica non faccia più parte della sua vita, Sergio Ramírez conserva alcuni dei privilegi di quel vecchio mondo.

«Viaggi con un passaporto diplomatico e percepisci una pensione dallo Stato».

«Continuano a darmi la pensione per legge. Be’, una pensione molto alta, perché la legge dice che devo ricevere quanto il vicepresidente attuale come salario netto. Ora, a coloro che mi criticano per questo, anche se nessuno me l’ha mai detto in faccia, posso spiegare senza problemi in che modo impiego quei soldi. Perché ho una fondazione a Masatepe che ha alti costi di mantenimento, con una biblioteca di seimila esemplari. Ora stiamo ristrutturando una casa per la sede della fondazione. In questo ho investito i miei premi letterari e diritti d’autore. La verità è che non ho bisogno di molti soldi per vivere».

«Non ti penti di nulla?»

«Non credo nei falsi pentimenti. Non posso dire che il Sergio del passato farebbe qualcosa di diverso».

«Ti sei mai sentito responsabile per le morti causate da alcune decisioni alle quali hai partecipato durante la rivoluzione?»

«Be’, sì, certo. Credo che sia una delle grandi tragedie della mia vita. Essere stato responsabile di tante vite sacrificate, compreso il rischio che il mio stesso figlio potesse cadere in combattimento. Credo però di poter dire ora che, forse, il peggio è passato. Mi tornano sempre in mente le immagini dei primi caduti. Mi coglieva un senso di demoralizzazione profonda. In Adiós muchachos racconto il caso di Chato Medrano, che avevano appena operato all’intestino crasso. Aveva ancora un ano artificiale e una busta nella quale scaricava gli escrementi. Andò a combattere così com’era e così lo uccisero. Più che senso di colpa o pentimento, quello che davvero ricordo è la disposizione al sacrificio di quelle persone, che furono capaci di dare la vita senza aspettarsi nulla in cambio. Ed è l’unico modo in cui si portano avanti le rivoluzioni».

La sconfitta elettorale del 1996 segnò il suo definitivo ritorno alla letteratura, e dal cancello principale. Nel 1998 presentò un romanzo al premio Alfaguara. Margarita está linda la mar racconta due episodi della storia del Nicaragua, avvenuti entrambi nella città di León: il ritorno di Rubén Darío in patria nel 1916, e l’assassinio del primo Somoza da parte di un giovane poeta nel 1956. Il testo ha una particolarità: la ricreazione del linguaggio modernista dell’epoca di Darío, nutrito da una moltitudine di letture e schede con le quali Ramírez è solito documentarsi per i suoi romanzi. Alla fine c’è una disputa puerile per sapere a chi va il cervello estirpato dal corpo di Rubén Darío. Finirà per essere esposto in un postribolo: «In fondo alla sala spoglia, l’urna riposava in una conchetta posata sul mobile più pregiato del bordello, un divano dall’intaglio funebre che somigliava a una gondola. I ceri spandevano sul vetro dell’urna i riflessi viola del permanganato che tingeva la conca, come se oltre la boscaglia di rami di corbezzolo, corozo e reseda che decorava l’altare, la medusa si agitasse nelle profondità di una caverna sottomarina».

In un’antologia di studi critici sui romanzi di Sergio Ramírez, curata da José Juan Colín nel marzo del 2013, il professore Fernando Valerio-Holguín, dell’università del Colorado, paragona Ramírez con il Vargas Llosa di La fiesta del chivo, poiché intreccia elementi fittizi con fatti storici, oltre ad alternare i piani temporali e i dialoghi. Definisce i romanzi di Sergio come neorealisti.

Il fascino di Sergio Ramírez per il potere ha sempre una sfumatura ironica. In Sombras nada más (2002), il suo romanzo sugli albori della rivoluzione, appare nuovamente il dittatore che, a causa della sua incontinenza, si trova a defecare in una piscina circondato da collaboratori senza che nessuno osi dire nulla né uscire dall’acqua.

La giuria del premio non ebbe vita facile perché le opinioni erano divise tra Margarita e un romanzo del cubano Eliseo Alberto, Caracol Beach. Alla fine Carlos Fuentes, angelo custode letterario di Ramírez, propose non che si dividesse il premio tra i due romanzi, ma che eccezionalmente venissero consegnati due primi premi, entrambi del valore di 175.000 dollari.

«Ero contentissimo della vittoria perché il premio Alfaguara mi permise di pagare fino all’ultimo centesimo che dovevo per la campagna elettorale del 1996, che mi lasciò al verde e con 300.000 dollari di debiti, nonostante metà della campagna fu finanziata di tasca propria da un grande amico, Will Graham. Mi vergognavo moltissimo quando la mattina passeggiavo per Managua, perché Raúl Obregon, al quale avevamo affidato i sondaggi, il mio ultimo creditore, mi seguiva per strada. “Dottore, si ricordi: il debito”, mi diceva. “Ma siiiiiiì”, gli rispondevo io, “non ti preoccupare”. Ti ripagherò, anche se dovessi vendere casa o chissà che altro. Pensavo in continuazione ai miei genitori, che erano terrorizzati dai debiti. Alla fine riuscii a ripagare anche Raúl».

Ormai lontano dagli obblighi politici, ha vissuto per gli ultimi dieci anni il suo periodo più prolifico dal punto di vista letterario. Da quando ha compiuto sessant’anni, ha scritto cinque romanzi, cinque raccolte di racconti; e una serie di antologie e saggi che custodiscono un’opera abbondante e consolidata.

Negli articoli di opinione che pubblica di frequente su El País e sui vari media latinoamericani è di solito piuttosto critico con il governoa ttuale, e alcuni editori appendono ancora alla sua firma il cartello che dice: «L’autore di questo articolo è stato vicepresidente del Nicaragua».

Ma la maggior parte delle ore di un giorno lavorativo le impiega nell’attività culturale. Dirige dal 2004 una delle riviste online di riferimento in America Latina, Carátula, e da tre anni il festival di narrativa Centroamérica Cuenta che è solito riunire gli autori regionali e internazionali più prestigiosi.

«Negli anni Novanta, Juan Cruz mi disse che sarebbe stato difficile smettere i panni pubblici da politico e mettere quelli da scrittore, ma che valeva la pena provarci».

Più di dieci anni fa, al confine con il Costa Rica, una cameriera lo riconobbe per la strada, come ancora gli succede con moltissime persone. Ma la donna, invece di chiamarlo «vicepresidente», gli disse: «Sergio Ramírez, lo scrittore, no?»

«Allora seppi di avercela fatta».
© Javier Sancho Más, 2015. Tutti i diritti riservati.

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