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Roberto Arlt, l’eccentrico

redazione Roberto Arlt, SUR Lascia un commento

Pubblichiamo oggi un saggio dell’insigne critica letteraria argentina Beatriz Sarlo sul romanzo I sette pazzi di Roberto Arlt. Il testo figura come introduzione all’edizione critica del romanzo curata da Mario Goloboff.

di Beatriz Sarlo
traduzione di Lavinia Gendusa

I sette pazzi e I lanciafiamme sono testi di crisi. Mostrano conflitti che non possono risolversi se non nella violenza o nell’annichilimento. Situazioni senza vie d’uscita, condannate fin dal principio. Qualunque cosa si decida di fare le rende ancora più intricate e irreversibili. Come sonnambuli (il sonnambulismo è uno stato che i romanzi di Arlt evocano spesso) i personaggi seguono un sentiero sbagliato che li allontana sempre più da ciò che, ad un certo punto, credevano di desiderare. Ma le sorti sono già decise e i romanzi mostrano l’inevitabile. L’angoscia di Erdosain, questo moderno sentimento che determina la modernità della prosa di Arlt, è una qualità obiettiva. L’angoscia sta nella stessa natura sociale delle cose, un sentimento egemonico per cui la soggettività si carica del peso del conflitto irresolubile che già è stato messo in gioco nella dimensione oggettiva.

In questo senso, i romanzi di Arlt sono opere «realiste»: mettono in scena le condizioni di cui nessuno può liberarsi senza violenza. Arlt denuncia i limiti di ogni cambiamento che non sia radicalmente rivoluzionario, ovvero che non distrugga la situazione esistente. Quale che sia il senso del cambiamento, l’importante è che sia totale. La prosa di Arlt è dotata di un immaginario estremista, per questo motivo è ricca di cospiratori, società segrete, leader carismatici, obbedienza e tradimenti. Per questo motivo la rivoluzione è l’esito di una volontà decisa, di un gruppo monolitico, di una tecnologia sociale e di un mito che spinge alla mobilitazione. L’Astrologo: Sorel nel Rio de la Plata.

Per la sua durezza, la prosa di Arlt è anche una critica del moralismo e del sentimentalismo, posizioni che vanno insieme, sia nell’ideologia sia nella letteratura. Il sentimentalismo ammorbidisce il radicalismo della passione; la trasforma in affetto domestico e mediocre invece di conservarne l’eccezionalità e l’esagerazione che la rende pericolosa per le istituzioni e i loro interessi. Il feuilleton è sentimentale prima che passionale. Arlt scrive i suoi «misteri di Buenos Aires» ripulendo il feuilleton dai sentimentalismi e, di conseguenza, rendendolo amorale. Nello sciogliere il nesso che intercorre tra sentimento e morale, il nesso che trasforma il desiderio in impulso socialmente accettabile, Arlt è anche estremista.

Nei suoi romanzi, si esce dal conflitto per esplosione. Bisogna letteralmente uccidere qualcuno, come la Bizca o Bromberg; oppure bisogna suicidarsi. La morte non è semplicemente l’ultima risorsa del disperato, ma una fantasia permanente. Farla finita con quella, con quello o con se stessi. Davanti al cadavere della Bizca, che ha appena ucciso con un sol colpo, Erdosain ricorda un dettaglio «irrisorio». Dice: «Hai visto?… Hai visto cosa ti è successo a forza di mettere la mano nella patta degli uomini?» La violenza oscena della frase e la sua comicità irriverente da osteria o da casa popolare, mettono la narrazione su un limite che la letteratura argentina ha toccato poche volte.

L’estremismo di Arlt è una macchina che svuota le ideologie delle loro differenze. Oltre la morale, che i suoi personaggi disprezzano e a cui soccombono durante sporadici sensi di colpa, la narrazione estremista dice che la «vida puerca» può essere raccontata solo come crisi di tutti i valori, che ormai non possono più indirizzare in modo significativo tutte le azioni. Per questo motivo Arlt trasgredisce alle regole della verosimiglianza: nei suoi romanzi i sentimenti vanno sempre oltre quello che ci si aspetterebbe, oltre l’abitudinario e anche oltre il credibile. Tutto tende all’iperbole. Arlt sottolinea e tipicizza, come se stesse scrivendo i titoli di un giornale sensazionalista. Impossibile dimenticare che Arlt era giornalista.

Nelle ultime pagine de I lanciafiamme, viene raccontata due volte la morte di Erdosain. La prima: il segretario di redazione di un giornale di alta tiratura, a mezzanotte, ferma le rotative e redige un titolo di prima pagina: «Il feroce assassino Erdosain si suicida sul treno delle nove e quarantacinque». Scritta su un pezzo di carta sporco, ai piedi dei macchinari che stanno già stampando l’edizione, la morte di Erdosain è una notizia poliziesca e lo stesso Erdosain è solo un cliché nella cronaca nera, che il giorno dopo farà aumentare le vendite. La seconda: una ricostruzione realizzata sulla base delle cronache poliziesche e i racconti di testimoni. Erdosain si è suicidato su un treno della linea ovest, sparandosi al cuore, davanti ad una coppia impaurita. Quando il suo cadavere arriva al commissariato, un vecchio gli sputa sopra e lo insulta: «Anarchico, figlio di puttana». L’insulto restituisce il personaggio a un campo ideologico. O meglio, a un immaginario.

Le due morti di Erdosain indicano le condizioni di scrittura dei romanzi di Arlt. Da una parte, il giornalismo; dall’altra, quel confine su cui, come in Delitto e castigo, il romanzo sfiora la cronaca poliziesca. La prosa di Arlt mostra come il personaggio di un romanzo finisca sulla pagina di cronaca di un quotidiano popolare. Per anni il carattere plebeo della letteratura di Arlt ha sconcertato i lettori che stabilivano una divisione netta tra i generi popolari e la letteratura «colta». Arlt scriveva su entrambi i lati di questa divisione. Scriveva desiderando la letteratura «colta» con una maestria che lì aveva appreso (Arlt non era affatto uno scrittore spontaneo o preletterario) ma anche nella fabbrica di testi del giornalismo.

Si potrebbe dire: Arlt è stato scrittore perché è stato giornalista. Anche se si lamentava dell’obbligo di scrivere un numero fisso di cartelle al giorno e si ribellava alla necessità di trovare un argomento diverso per quelle cartelle di cronaca giornaliera. Ad ogni modo, gli illuminati, i pazzi, i marginali, gli utopisti, gli autoritari e i rivoluzionari dei suoi romanzi sono personaggi sia della cronaca sia della letteratura, visitatori notturni delle redazioni dove portavano la loro stravaganza, clienti dei bar che circondavano le sedi delle grandi testate giornalistiche. Quasi tutti possono essere delinquenti o futuri delinquenti; ad ogni modo sono sempre degli emarginati per l’esagerazione di qualche loro caratteristica.

La finzione sfiora la notizia dei bassifondi o i margini cosmopoliti della città moderna. Arlt scrive «i misteri di Buenos Aires». Ma a differenza della moralità consolatoria del feuilleton, cent’anni dopo Eugène Sue, Arlt non trova da nessuna parte le riserve di entusiasmo riformatore che permette di castigare i colpevoli e premiare le persone perbene. D’altro canto, non accetta nessuna tenerezza sentimentale davanti ai deboli. Nulla si ricompone nei suoi romanzi. Niente può ricomporsi perché si tratta di racconti estremi.

Per questo motivo non ha avuto molto senso il dibattito sul contenuto ideologico della narrativa di Arlt. L’estremismo è di sinistra o di destra; non parla tanto di contenuti quanto di situazioni di crisi che provocano l’azione e annunciano l’imminenza del cambiamento. È una forma. L’estremismo di Arlt è l’ideologia di chi disprezza le ideologie riformiste, in quanto sono anch’esse esempi delle fantasticherie che consolano le masse.

La notizia poliziesca, invece, è esattamente il contrario della fantasticheria. Fa paura, anche se porta con sé la speranza di un castigo. Mostra la potenza del male: stupratori, truffatori, assassini, prostitute, viveur, ladri e ruffiani. Nella cronaca poliziesca si legge l’iscrizione della crisi nella vita della gente comune. Il crimine interrompe, con una sovranità che nessun altro atto possiede, la ripetitività del lavoro e il ciclo della vita. Ma rompe anche la noia della routine e presenta la vita nei suoi aspetti interessanti dal punto di vista narrativo. La notizia poliziesca è il romanzo dei miserabili, sotto due punti di vista: sono i suoi protagonisti e i suoi lettori. Anche se non sono gli unici protagonisti e gli unici lettori.

All’epoca di Arlt anche altri scritti attraevano i lettori dei giornali popolari. In decine di manuali tecnici, gli autodidatti operosi potevano imparare l’elettricità, il magnetismo, l’elettrodeposizione, la meccanica e la metallurgia. Queste parole sono perfettamente affini alle fantasticherie di Erdosain e di Silvio Astier (e secondo le biografie anche a quelle di Roberto Arlt). I mestieri e le tecniche sono i saperi del povero, degli esclusi dalla cultura d’élite. Ne I sette pazzi, le conoscenze tecniche di Erdosain offrono i loro strumenti alla rivoluzione pianificata dall’Astrologo. Tutto ha l’aria di una cospirazione blanquista; serve solo un po’ di denaro per equipaggiare cento uomini con i mezzi della nuova tecnologia bellica. La fabbrica di fosgene appare come diagramma e icona de I lanciafiamme, perché la cospirazione ha due facce, quella dei leader politici e quella dell’innovazione tecnica che poggia sui saperi moderni.

La tecnica, d’altra parte, è alla portata di tutti: libri poco costosi, tradotti in spagnolo, che spiegano senza pretendere conoscenze previe, che presuppongono solo le capacità di chi ha un mestiere. Questi saperi tecnici alimentano l’illusione di Arlt del colpaccio: quel colpo di fortuna che trasforma un diseredato in un milionario.

Inoltre il vocabolario tecnico, il nome delle sostanze chimiche, le parole che designano parti di macchinari o armi, sono la materia della scrittura di Arlt. Nessuno come lui ha modificato l’economia lessicale incorporando al sistema di rappresentazione parole che non erano state usate prima in letteratura (l’unica eccezione è offerta da alcuni racconti di Horacio Quiroga). Arlt scrive con parole insolite, la cui presenza è spiazzante quanto il vocabolario di gemme e avorio del modernismo: ramalazo de aluminio, torpedo de cristal, aire de ozono. Con il vocabolario plebeo della tecnica si costruisce un paesaggio urbano e anche i suoi soggetti: la coscienza stretta in elmetti d’acciaio, passata attraverso laminatrici, galvanizzata dalla corrente elettrica. E la fantasticheria gioca con la tecnica. In un laboratorio metallurgico, Erdosain cerca di rendere eterno un fiore, la rosa metallizzata, questo ossimoro dalla forte carica poetica che segnala il limite materiale, reale, dei sogni.

Nello scrivere queste parole (e anche nel copiare semplici formule matematiche nelle pagine dei suoi romanzi) Arlt segna una svolta nella letteratura argentina. Il carattere plebeo di Arlt definisce la sua scrittura: scrive da un altro luogo sociale, e scrive con quello che si può conoscere in quel luogo. Prima della fantascienza, Arlt costruisce narrazioni che hanno il suo vocabolario. Per molti anni Arlt non ha avuto una classificazione nella letteratura argentina. Anche se era stato presto consacrato con qualche premio e con il successo di mercato, la critica si dibatteva in un dilemma che suonava più o meno in questi termini: scrive male, ma è molto interessante. Arlt è un narratore fuori dall’ordinario e per questo motivo il problema del suo «scrivere male» è un falso problema. Non si può essere un buon narratore e un cattivo scrittore allo stesso tempo. Questa evidenza è stata percepita con chiarezza solo negli ultimi decenni.

È stato un eccentrico perché la sua letteratura ha mischiato quello che non si era mai mischiato prima: il romanzo del diciannovesimo secolo, il feuilleton, la poesia modernista e il decadentismo, la cronaca di costume e la cronaca nera, i saperi tecnici. Come gli inventori popolari, Arlt dominava più o meno tutti questi discorsi. Eppure la macchina di Arlt funziona. Bricolage di scritture, di cui Arlt conosceva solo più o meno la poetica, lo scandalo della sua letteratura ha un’impronta sociale, che lui ha sempre messo in primo piano: «sono il diseredato, quello che viene da fuori, che non legge le lingue straniere, che non ha tempo per lo stile» ha scritto nel famoso prologo de Il lanciafiamme. Il prodotto del bricolage è sempre eccentrico e originale, perché è stato creato con quello che c’era a portata di mano, rimpiazzando le parti assenti con frammenti analoghi, ma non uguali. Per questo motivo il bricolage è instabile e da la sensazione di avere qualcosa di casuale e miracoloso. La macchina creata attraverso il bricolage è troppo complessa, a volte eccessiva. Le manca sempre un pezzo o ne ha uno in più. Arlt percepiva questa inadeguatezza della sua letteratura nei confronti della Letteratura. Oggi è il suo marchio di originalità.

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