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«Cieli vuoti»: un racconto di Cynthia Rimsky

Cynthia Rimsky Racconti, Reportage, Scrittura, Società, SUR Lascia un commento

Pubblichiamo oggi una crónica della scrittrice cilena Cynthia Rimsky, tratta dal volume Nicaragua (al cubo), Brutas editoras. Il pezzo è apparso sul blog di Eterna Cadencia, che ringraziamo.

di Cynthia Rimsky
traduzione di Roberta Botta

Dai miei viaggi sono sempre tornata con uno o più taccuini ai quali consegnavo gli indirizzi dei posti in cui avevo dormito, i nomi di persone che non ero riuscita a incontrare, le spese, ciò che mi succedeva o che avevo osservato, e ogni tanto, il tentativo di avvicinarmi a cose che non si svelavano o non esistevano più. Portarli nello zaino, appoggiarli sul tavolo di un bar e conservarli per giorni o settimane intere era una soddisfazione.

Non mi sono mai preoccupata del loro stato, non li ho mai riletti, non li ho mai messi in ordine in uno scatolone né in fondo a un armadio.

Ora che cerco il diploma che certifica i miei studi alla Scuola di Giornalismo dell’Università del Cile tra il 1980 e il 1983, me li ritrovo tra le mani e non mi sembra di essere stata io a scriverli, soprattutto non questo taccuino marca Universal.

verso il Nicaragua, agosto 1985

Per ragioni stranissime sono bloccata a Tegucigalpa senza la possibilità di continuare il mio viaggio verso il Nicaragua anche se sono solo 200 km a separarmi da questa illusione. L’ambasciata esige un permesso d’entrata e un permesso di uscita e non abbiamo nessuno dei due. Non ci danno nemmeno il visto per il Costa Rica, dove la cugina di Pablo conserva la metà dei soldi per continuare il viaggio. Confidiamo nel fatto che troverà presto il modo di inviarceli. Ci rimangono 70 dollari e non sappiamo fino a quando staremo qui, a settembre compio gli anni e voglio festeggiare in Nicaragua, ne compio 23, non ti sembro ormai grande? Sono sei mesi che viaggiamo, sempre in autostop, siamo passati dal Perù (a Lima ci hanno rubato i passaporti e, a Pablo, le scarpe), poi abbiamo attraversato l’Ecuador su un camion carico di cipolle dopo due giorni bloccati al confine; abbiamo percorso la Colombia per tre mesi, e attraversato l’isola di San Andrés su una petroliera e da lì siamo arrivati a Tegucigalpa con un aereo postale. Mi sento come un giullare del XX secolo, che viaggia in autostop e scrive. Ho sei e più taccuini colmi di note, si staccano le pagine per la pesantezza delle spiegazioni. Ci sono pure io impressa sulle pagine bianche.

La calligrafia della ventiduenne è diversa dalla mia ma lei fa come faccio io a cinquant’anni, per noia, si mette a colorare i buchi delle lettere. Sulla copertina di cartone, un bambino o una bambina che stava imparando a scrivere ha disegnato alcune parole e non si è preoccupato di metterle in alto, ai lati o in basso, come se fossero coltelli, forchette, piatti, bicchieri, e la pagina, una tavola. Sul retro del taccuino, una macchia d’olio assume la forma di un promontorio con due isolotti.

Nella prima pagina trovo un elenco con i nomi delle persone che la giovane ventiduenne e Pablo – suo compagno in questo viaggio – contattano a Tegucigalpa. In una calligrafia diversa – quella di Pablo? – si leggono Proave. Com Popular. Palmerola. Olancho. Un numero di telefono, il nome di Carlos, mercoledì ore 12. A Palmerola c’è una base militare nordamericana, a Olancho era scoppiato uno scandalo perché il Presidente aveva conferito in modo del tutto discutibile la concessione per l’utilizzo dell’aeroporto a una società nordamericana. Entrambi i posti sono nelle vicinanze di Tegucigalpa. Sono andati e tornati in giornata. Qualche riga più sotto sono appuntati il nome completo di Carlos Reyna, il quartiere El Olvido, la Segreteria Stampa e una parola che non riesco a decifrare. Segue un esauriente questionario con più di venti domande. Allora Reyna era il presidente della Corte Interamericana dei Diritti Umani. Nove anni più tardi diventerà il presidente dell’Honduras, e dopo altri nove si sparerà alle tempie.

Ieri sera ho preso quattro birre in un bar con un professore di letteratura, presidente di un’associazione simile all’Agech [Asociación Gremial de Educadores de Chile, ossia l’Associazione di Categoria degli Educatori Cileni, ndr], che ha studiato in Colombia ed è di sinistra. Era da molto che non ne parlavo. È stato così strano, quando sono arrivata al ristorante dove alloggio – perché non ho soldi per andare da nessun’altra parte, e questo non sarebbe un problema, ma le frontiere e i consolati e i visti non lo capiscono –, Pablo mi ha detto che aveva chiamato la cugina in Costa Rica e che aveva inviato XXXXXXXXX i soldi.

Avvicinando il taccuino Universal alla luce per vedere ciò che si nasconde sotto le cancellature mi sembra che il cartone si sia increspato. La tempesta che questa mattina è arrivata a Santiago d’improvviso, dopo due giorni di caldo infernale, sembra avere alterato le lettere. Per riportare alla luce le parole che respirano sotto le cancellature ricorro a una lente di ingrandimento. Per quelle che hanno perso l’inchiostro non c’è niente da fare.

US$1200

Una volta presi i soldi, la giovane ventiduenne si dirige all’uscita di Tegucigalpa per fare l’autostop verso il Nicaragua. Un’auto la porta fino a Choluteca dove sale su un furgone che carica contadini durante il tragitto. Devono aver notato che la ventiduenne è straniera. Se qualcuno prova a parlarle, gli racconta che sta andando in Nicaragua, se gli ispira fiducia, aggiunge che ci va per capire la rivoluzione. Si staranno chiedendo se permetterebbero alla loro figlia di salire sul furgone di uno sconosciuto così lontana da casa. I notiziari li informano dei pericoli che corrono le giovani che tentano la fortuna, di come le scambiano per qualcos’altro e allora non c’è legge che tenga; forse anche loro, se fossero stati soli, l’avrebbero fatto.

Nicaragua

«Cuando estás a mi lado», collage di Andrea Goic

In una delle tre fotografie che trovo assieme al taccuino e ai quattro fogli scritti a macchina, compare la giovane ventiduenne con la testa inclinata a sinistra e le mani infilate nelle tasche dei jeans fino ai polsi. Non saprei dire se è brutta o bella, ha i capelli lunghi e castani e uno sguardo che può dirsi sognatore o ingenuo. Le scarpe bianche di pelle sono le vecchie North Star, le prime con il nome in inglese e due righe ai lati; porta una maglietta a maniche lunghe bianca e sopra un’altra con le maniche corte di uno scolorito verde acqua. La suola delle scarpe è più consumata all’esterno, avrà sicuramente i piedi piatti. Il cammino di terra rossa costeggia le montagne verdi chiazzate di palme, dà l’impressione di essere lontani dalla città, che di lì non passino auto, persone o cani; nemmeno il fotografo sembra esistere anche se l’inclinazione della sua testa si può interpretare come un segnale della sua esistenza. Sulle spalle ha uno zaino azzurro che io ho continuato a utilizzare almeno fino al 1991. Non so quando ho abbandonato la maglietta bianca e quella di lino verde; dove ho messo la mia ingenuità, i capelli lunghi, il color castano; continuo a infilare le mani nelle tasche; anche se mi dà fastidio sfregare le dita contro la cucitura e sospetto che ora le facciano meno profonde.

Il terremoto del 27 febbraio del 2010 aprì un enorme buco nel tetto di una casa di due piani, di quelle che popolavano il quartiere in origine, di mattoni e piastrelle, che si trova all’angolo con il chiosco delle bibite, girando per la calle del Medio. Ogni volta che alzo lo sguardo dal taccuino Universal, contemplo il buco e, dentro l’edificio, il televisore avvinghiato a un braccio meccanico, l’anta di un armadio economico, una gruccia…

Ho deciso di appendere al muro una mappa dell’America centrale per seguire la giovane ventiduenne nel suo viaggio verso la rivoluzione. Davanti alla casa con il buco nel tetto appare una scala, in realtà, sono due legate da un laccio. I pedoni si fermano a guardare i muratori, padre e figlio o apprendista, e sospirano un oh! di sorpresa quando arrivano in cima sani e salvi. Invece di andare verso la voragine, i muratori si fermano a contemplare morbosamente la via che lasciano sotto di loro. I passi del figlio o apprendista sono più cauti e, quando guarda verso il Cerro Blanco, mi sembra di vederlo muovere le labbra come in una preghiera. Batto una pietra sulla testa del chiodo. Il rumore si propaga verso la finestra, arriva alla cornice e si ferma sul bordo. Non vedo nessuna crepa. Colpisco il muro e suona a vuoto. Sostituisco la domanda che avevo lanciato su internet: «com’è la strada tra l’Honduras e il Nicaragua?» con «crepe nei muri» e compare un «Manuale per imparare a interpretare le crepe in casa o in ufficio», pubblicato da un’università dopo il terremoto e in cui leggo che una parete con le crepe suona a vuoto. Controllo i quattro muri, non presentano nessuna alterazione. Scrivo ancora: «crepe che suonano a vuoto» e tra i risultati c’è una lunga e unica fila di pagine di poesia. Ci sono Alzira, Valencia, Arturo Borra e Laura Giordani, citano anche Roberto Juarros, non solo poeta, a proposito di una recensione che scrivono del libro Los barrios invisibles di Viktor Gómez: «Il poeta è un coltivatore di crepe: frattura la realtà apparente o aspetta che si crepi per capire ciò che sta oltre al simulacro».

Seguendo sulla mappa il percorso della giovane ventiduenne mi sembra di sentire che l’aria diventi più fresca, le continue curve mi causano una leggera nausea e sopra la mia testa gli alberi scricchiolano come se il vento li spezzasse. Torno a scrivere nel motore di ricerca «com’è la strada tra l’Honduras e il Nicaragua?» «Molte curve sul lato honduregno, tra foreste di pini e querce, il panorama sul Golfo di Fonseca è impressionante». Incredibile, i pini, le curve del percorso, l’ondeggiare… esistono. Cerco un’immagine di una foresta di pini perché gli aghi mi aiutino a ritrovare l’aspettativa della giovane davanti all’ultima barriera che la separa dalla rivoluzione, ma le mafie del traffico del legno sono arrivate ai boschi di Olancho, alla regione atlantica, a Yoro, Francisco Morazán, Comayaga e a El Paraíso alla frontiera con il Nicaragua. Il bosco è reale, ma non esiste.

Le mappe ingannano, indicano che la frontiera honduregna di El Espino si trova nel paesino di San Marcos, ma mancano ancora diversi chilometri. Siccome ufficialmente il tragitto non esiste, non passano nemmeno i bus. Anziché uscire da un paese, sembra di abbandonare il mondo conosciuto e i contadini che vivono sul confine si fermano a guardare con sorpresa la giovane ventiduenne che, con un ritardo di sei anni, cammina verso la rivoluzione.

© Cynthia Rimsky, 2014. Tutti i diritti riservati.

Cynthia Rimsky è nata a Santiago de Chile nel 1962. Ha pubblicato i libri di narrativa Poste restante (2001 y 2010 Cile, 2016 Argentina), La novela de otro (2004), Los perplejos (2009), Ramal (2011), Nicaragua al cubo (2014 con altre due scrittrici), Fui (2016), El futuro es un lugar extraño (2016). Dal 2012 vive a Buenos Aires.

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