La sottrazione

Matematiche mortuarie: «La sottrazione» di Alia Trabucco Zerán

Lina Meruane Alia Trabucco Zerán, Autori, SUR Lascia un commento

Pubblichiamo oggi, per gentile concessione dell’autrice, un bellissimo pezzo di Lina Meruane che racconta La sottrazione, romanzo d’esordio della scrittrice cilena Alia Trabucco Zerán, da domani in libreria nella traduzione di Gina Maneri.
La sottrazione è la storia di un road trip attraverso le Ande, di una generazione perduta, è un romanzo di formazione, è una brillante ricerca sul potere della memoria. Buona lettura!

di Lina Meruane
traduzione di Giulia Zavagna

Alia Trabucco Zerán

Alia Trabucco Zerán

Come arrivare a zero è una delle domande che emergono, spettrali, sconvolgenti, vibranti, in questo potente romanzo di Alia Trabucco Zerán – scrittrice che, con La sottrazione, fa il suo esordio nel mondo delle lettere.

A questo interrogativo che attraversa il libro ne segue un altro, altrettanto enigmatico e aritmetico: come far quadrare i conti tra il numero di morti e le tombe, o come riequilibrare la cifra di coloro che nascono con quella di chi finirà i suoi giorni dentro una bara. L’urgenza di chiudere quei conti (di raccogliere dati, corpi) è direttamente proporzionale al bisogno di esprimere un lutto che trova la propria forma nel raccontare storie e morti.

È importante precisare che tali questioni (cuestioncitas, dice, alla cilena, uno dei personaggi), che tutte queste considerazioni su conti e racconti sorgono in un paese ancora abitato dalle ombre lasciate dalla dittatura. Sono domande che riguardano il presente di una Santiago costellata di cadaveri anonimi o assenti – domenicali, solitari, scomposti, ribelli, incartapecoriti, muti, morti-vivi o morti e basta, altri modi di nominare quei resti trovati qua e là che intralciano la matematica mortuaria. Perché qualcosa non torna nei conti cileni del periodo post dittatura: troppi morti senza corpo né memoria, troppe domande sospese senza risposta.

Eppure c’è un’altra cuestioncita ancor più pungente, più assillante: come potranno mai sottrarsi, loro, i giovani protagonisti della Sottrazione, dalla pesante eredità politica che hanno ricevuto dai genitori? Come faranno a prendere distanza dall’infausto repertorio dell’orrore? Potranno tornare a essere, un giorno, protagonisti del loro tempo, di piaceri e dispiaceri che appartengono solo a loro?

Uno degli elementi più riusciti di questo romanzo decisivo, punteggiato di scene particolari quanto indimenticabili, è che non si accontenta di mettere sul piatto della bilancia domande scomode: non svicola dall’elaborazione della congettura, non ci protegge dalle contraddittorie riflessioni dei personaggi mentre questi decidono che cosa fare di quei ricordi prestati e al tempo stesso fin troppo propri. Sarà vero – le loro intuizioni interpellano anche noi – che per lasciarsi alle spalle un trauma è necessario continuare a raccontare in eterno la sanguinosa storia di ciò che è stato? Sarà che dobbiamo mantenere per sempre in vita il dovere etico di lasciare una traccia? Avrebbe più senso permettere al passato di essere ciò che è (senza cadere nella retorica dell’oblio favorito dalla dittatura) e affrontare i dilemmi del presente con idee nuove, con voci fresche, con altri occhi?

Questi ragazzi sanno che in ballo c’è l’autorevolezza del racconto, la proprietà dello sguardo. Non è casuale che Felipe (il narratore più audace, di una consapevolezza allucinata) si chieda di chi sono gli occhi inquieti che scovano un cadavere dopo l’altro sul ciglio della strada; non per niente si risponde che anche se porta lo stesso nome di suo padre, anche se i loro occhi si assomigliano, questi non sono gli occhi «di nessun papà», ma completamente suoi. Iquela (più contenuta e razionale, più attaccata alla vita rispetto a Felipe), si chiederà, allo stesso modo, di chi sono le sue idee, a chi appartiene la voce che parla: se fino ad allora tutte le versioni erano state di sua madre, Iquela comincerà a interromperla con osservazioni (tra parentesi) destinate a minare la solidità del malinconico racconto materno.

La sottrazione Alia Trabucco Zerán

Illustrazione di copertina: Fabio Consoli

Bisogna dire che c’è un percorso parallelo: non fatto solo di domande. Le vite di Iquela e Felipe hanno fraternizzato nella disgrazia, nella delazione, della sparizione; è per questo che le loro voci si alternano (si completano, si integrano, si contraddicono) per raccontare come entrambi smettono a poco a poco di essere eredi o portavoce o doppi dei loro predecessori. Non ripeteranno più le loro storie né si affliggeranno per i loro dispiaceri. Rifiuteranno la solennità delle loro testimonianze.

Contro ciò che si è affermato sui cosiddetti «romanzi dei figli» o «racconti della post memoria», tra i quali senza dubbio si inscrive La sottrazione, i protagonisti di questo libro rivendicano il diritto a farsi carico della memoria che è sempre individuale: la memoria collettiva, ha osservato Susan Sontag, non è un ricordo ma una dichiarazione.

Eppure ecco qui la questione, la cuestioncita decisiva.

Come si separa una memoria prestata o imposta dalla propria memoria? Come si taglia, senza tradire, senza dissanguarsi nel farlo, il cordone ombelicale della memoria che ordisce famiglie e lega il passato al presente? I personaggi centrali cercheranno di tagliare quel cordone vitale: di metterci una pietra sopra e ricominciare da zero. L’opportunità sorge quando appare Paloma, dall’esilio (un altro dolore inflitto dalla dittatura), con la missione di rimpatriare la madre morta da poco (i morti sono gli unici in grado di rimpatriare, osserva Iquela facendo la necessaria distinzione; solo i vivi fanno ritorno). Ma il cadavere si vede bloccato o deviato o nuovamente esiliato alla frontiera, spingendo i giovani a partire per recuperare la defunta. A bordo di un vecchio carro funebre (un altro simbolo della morte, vale a dire, del cambiamento) abbandonano il passato danno sfogo alle proprie pulsioni erotiche, autodistruttive, senza dubbio aritmetiche.

Solo così potranno diventare le persone che sono davvero e capire, alla fine di questo viaggio iniziatico e forse senza ritorno, alla fine di questo romanzo splendido, fondamentale, che i morti non sono un augurio del futuro né un segnale del passato, che non appartengono a nessuno: sono incommensurabili, non possono essere sottratti.

 

© Lina Meruane, 2014. Tutti i diritti riservati.

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