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Profilo di Ariel Dorfman

Raul Schenardi Ritratti, SUR Lascia un commento

È uscito in Cile un nuovo libro di Ariel Dorfman, Entre sueños y traidores. Un striptease del exilio. L’autore ne parla in un’intervista alla rivista Ñ che potete leggere qui.

Per chi non conoscesse l’autore pubblichiamo un suo profilo uscito su Pulp in occasione dell’uscita in Italia del suo precedente libro di memorie.

di Raul Schenardi

La fascetta che avvolge l’autobiografia di Ariel Dorfman, Verso sud guardando a nord. L’avventura di un doppio esilio (trad. di P. Croci, Guanda, 1999), reca un apprezzamento superlativo di Salman Rushdie. Con lui lo scrittore cileno condivide un dubbio privilegio: entrambi hanno assistito in tivù al rogo dei loro libri. Ma se Rushdie appare tutt’alpiù colpevole d’infrazione al vecchio adagio “scherza coi fanti ma lascia stare i santi”, Dorfman, nell’ebrezza iconoclasta dei primi anni Settanta, aveva osato prendersela nientemeno che con… Paperino! La cosa non andò giù alla giunta militare di Pinocchio-Pinochet.

Fu pubblicato anche in Italia quasi trent’anni fa da Feltrinelli, Come leggere Paperino, scritto a quattro mani con il sociologo belga Armand Mattelart, e oggi in effetti mostra qualche ruga. Benché ispirato dal sacrosanto intento di criticare il colonialismo culturale degli Usa in America Latina (in un saggio di quell’epoca Dorfman bastonò anche Selezione del Reader’s Digest), contiene evidenti forzature. Era comunque destinato a lasciare il segno, e lo dimostrano sia l’ampia circolazione a livello internazionale sia l’eccezionale creatività che contribuì a stimolare fra gli autori di fumetti latinoamericani: El Condorito, Mafalda e Superbarrio – alcuni personaggi famosi nati in quegli anni – sono eroi de-disneyficati, per così dire, senz’altro più in sintonia con l’immaginario dei piccoli lettori dell’America di lingua spagnola.

Vladimir Ariel Dorfman nasce nel 1942 a Buenos Aires da genitori ebrei provenienti da Odessa, ma nel 1945 devono abbandonare l’Argentina di Perón per trasferirsi a New York; il primo nome, di cui si libererà a nove anni per diventare “Eddie”, non gli veniva dal pianista Horowitz, come gli suggeriva di dire la madre, ma da Lenin. Lo aveva scelto per lui il padre, comunista convinto che, pur godendo dell’immunità diplomatica come dipendente dell’Onu, negli anni del maccarthismo dovrà lasciare anche gli Stati Uniti. Così “Eddie”, che nel frattempo si era trasformato in un piccolo gringo a tutti gli effetti – vorace consumatore di quei cartoon disneyani di cui vent’anni dopo avrebbe voluto vietare l’ingresso in Cile –, viene di nuovo catapultato in America Latina, un’altra volta alle prese con la lingua spagnola, balia premurosa che lui aveva ripudiato in cambio dell’inglese.

E proprio intorno al conflitto fra le due lingue, in sostanza fra le due culture, o ideologie – che è, evidentemente, anche un conflitto d’identità e un lungo e doloroso processo di maturazione – ruota questo libro di memorie: l’inglese che spalanca le porte dell’utopia dell’american dream of life, o lo spagnolo che incita alla sollevazione del subcontinente contro il mostro imperialista. Sollevazione che dovrà sfociare nell’utopia socialista – seguendo la via armata predicata da Castro e dal Che, o quella elettorale di Salvador Allende. Dorfman, che nel frattempo è ridiventato Ariel – nome dalle risonanze bibliche e shakespeareane –, sposa quest’ultima causa. Nel 1967 prende la cittadinanza cilena, lavora nello staff culturale di Allende, vive l’euforia degli anni del governo di Unidad Popular, e la sua scelta lo conduce fino all’incontro con la morte, che manca per un soffio. Gli spostano un turno al palazzo presidenziale della Moneda, il suo nome viene cancellato da una lista in ragione del fatto che è uno scrittore – “be’, qualcuno dovrà pur raccontare la storia” –, e un altro muore al suo posto. Il trauma è di quelli che lasciano il segno: “C’è stato un giorno nel mio passato, un giorno di molti anni fa, a Santiago del Cile, in cui sarei dovuto morire e non sono morto”.

E lascia il segno anche l’esperienza dell’esilio, condivisa con tanti fuggiaschi delle varie dittature sudamericane, compresa quella castrista, beninteso, anche se nei primi anni Settanta Dorfman lancerà pesanti accuse al compatriota Jorge Edwards, dopo la pubblicazione di Persona non grata, che conteneva severe critiche a Fidel. Ma oggi scrive: “ora confesso, non senza un brivido, di aver creduto perfino che le esecuzioni e l’esilio dei dissidenti fossero necessari”.

La fama internazionale arriva con La morte e la fanciulla, un’opera teatrale messa in scena in più di 90 paesi (in Italia con la regia di Elio De Capitani) e poi portata sul grande schermo da Roman Polanski, con Sigourney Weaver e Ben Kingsley. Siamo nel Cile della transizione democratica degli anni Novanta. Una donna torturata durante la dittatura riconosce la voce di un uomo capitato casualmente in casa sua: è quella di un medico degenerato che la violentava, bendata e dolorante, dopo aver messo ogni volta sul giradischi La morte e la fanciulla di Schubert. Alla presenza del marito – da poco nominato presidente della commissione che indaga sui casi di violazione dei diritti umani –, dopo aver stordito e legato il suo stupratore a una sedia, esige da lui una confessione. Senza indugiare nei bassifondi della dinamica psicologica carnefice-vittima o sull’indicibilità di certe macabre pulsioni, La morte e la fanciulla è piuttosto una solida riflessione su un tema universale come la giustizia, con i suoi preliminari (l’accertamento della verità) e i suoi corollari (la vendetta e il perdono).

Con La tata e l’iceberg (trad. di M.E. Vaccarini, il Saggiatore) Dorfman torna a indagare le difficoltà della transizione democratica cilena con una saga familiare e picaresca che gli consente di dispiegare un’ampia gamma di registri stilistici. Concepita come la lunga lettera d’addio di un ventitreenne con propositi suicidi, la narrazione muove da una vicenda reale (per quanto surreale in apparenza): in occasione delle celebrazioni per il 500° anniversario della “scoperta” dell’America, nel 1992, il governo cileno, in un accesso di megalomania, decide di inviare a Siviglia via mare un pezzo di iceberg appositamente staccato dalla banchisa antartica.

Il ministro responsabile della spedizione riceve lettere anonime con oscure minacce contro l’iceberg: “si tratta di un gruppo paramilitare di destra, ex ufficiali… che vogliono mettere in imbarazzo il nuovo governo democratico? O di qualche altro ministro che vuole la mia pelle? O di terroristi che sono furiosi perché non portiamo a Siviglia un’orda di vedove in lacrime per raccontare al mondo gli orrori del passato contro i diritti umani? O di qualche ecologista fanatica convinta che stiamo stuprando la natura?”. Gabriel, che torna in Cile con la madre dopo diciassette anni di esilio negli Stati Uniti, si ritrova a tessere le fila di questo complotto immaginario. È ancora vergine (scoperta metafora della repressione durante la dittatura militare), e ne addebita oscuramente la colpa all’assenza del padre, una specie di dongiovanni in servizio permanente, costretto da una sconsiderata scommessa ad avere un rapporto sessuale ogni giorno per venticinque anni. L’altra bestia nera di Gabriel è addirittura Ernesto Guevara detto il Che: un suo poster veglia su di lui fin dalla nascita, e la madre l’ha minacciato di ucciderlo se si azzardasse a toglierlo: i genitori lo hanno concepito dopo essersi incontrati proprio a una manifestazione di protesta per l’assassinio del Che. L’incontro con la vecchia tata indigena – improbabile discendente di una delle etnie della Patagonia cancellate dall’irresistibile avanzata del progresso –, la sconcertante rivelazione dell’identità del suo vero padre, la scoperta traumatica del sesso spingono Gabriel sull’orlo del suicidio. Ma nella favola dell’epilogo finale saranno proprio il Che e la vecchia tata indigena, assurti a emblemi di un’America latina archetipica e ideale, a scongiurarlo di scegliere la vita. Un romanzo tumultuoso, intrigante, incurante delle frontiere fra realismo e fantastico, una trama vertiginosa e una prosa vibrante al servizio di un’interrogazione esistenziale: come può oggi un giovane latinoamericano riappropriarsi della propria storia, della propria vita, dell’allegria?

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